Favola per nessuno

Creatività, Concretezza e Fantasia erano le tre amiche di Poesia, le uniche alle quali, ne era sicurissima,  avrebbe potuto, volendo, dire tutti i suoi segreti, essere ascoltata e, da ognuna, ricevere una risposta opportuna del tutto sincera.
Creatività era una ragazza semplice, tipo mediterraneo, portava sempre uno chignon alto, con trecce da cui dipartivano altre trecce irregolari e, da un lato solo del volto, una frangia lunga a boccoli larghi, com’era di gran moda in quel momento. Vanitosissima, si cambiava d’abito più volte al giorno e aveva inventato, con scialli, sciarpe, fiocchetti, fiocconi e frange arrotolati intorno al corpo, come trasformare in capi d’alta moda i suoi tubini di lunghezze varie secondo gli impegni e incontri della giornata. Difatti faceva la stilista.
Concretezza era una brunetta corta rasata fin sopra le orecchie, sul cocuzzolo portava un ciuffo liscio e irto di gommina che lo tenesse su a cresta di gallo, anzi di gallina.  Era un’avvocatessa dalla mente lucida e razionale,  seguiva la politica interpretandola dall’inglese, dalle sigle e dalle parole a raffica urlate o smozzicate di tutti i telegiornali e programmi vari televisivi e te ne faceva un riassunto  chiaro, semplice e spietato sicché, in due parole, capivi tutta la situazione nazionale e internazionale. Per Poesia, che non capiva nemmeno se stessa, era un grande aiuto. In quanto a Fantasia era una creatura sognante, capace di trasformare gli eventi piccoli e grandi della vita in avvenimenti esaltanti: Intanto i capelli color topo, lavati nell’arcobaleno, erano diventati fiamme di luce varia assolutamente improbabili su qualunque testa umana, gli abiti, che il volgo comune definiva indecenti, appiccicati sul corpo sottile, ma ben definito: petto in fuori, pancia in dentro, culetto pimpante, gambe lunghe, sode e con due ginocchia, dico due, che sembravano conchiglie rosa a nascondere perle rare e uguali. Gli occhi saettavano e colpivano al cuore maschi e femmine con frecce di Cupido accecanti sicché non ne distinguevano nemmeno il colore, forse erano verde scuro, no, c’erano dentro scintille turchesi e dorate, con riflessi neri, azzurro intenso e blu elettrico, ma che dite? Viola come quelli della buonanima di Liz Taylor, che riposi in pace. Viola scuro e chiaro con pagliuzze di opale. Adesso vi faccio uno scoop: Fantasia faceva l’illusionista al teatro Massimo sicché ognuno vedeva quello che voleva, in realtà i suoi occhi erano color topo come i capelli e non era nemmeno tanto alta né soda con le conchiglie rosa al posto delle ginocchia, aveva le ossa e la pelle come tutti noi e certe volte piangeva di nascosto quando si sentiva delusa e stranamente invidiata.
Poesia era la più originale e la più strana del quartetto, anche per i colori sgargianti coi quali talora si vestiva (“Mi sembri un carretto siciliano”affermavano le tre amiche del cuore sincere come sempre, questo si sa) alternandoli con abiti funerei e un mantello di velluto nero che le copriva anche la testa col teschio sulla schiena ricamato in filo di lurex argento (“Mi sembri la morte in vacanza” dicevano stavolta le amiche del cuore, sempre sincere). Poesia, ormai in pensione da alcuni anni, era stata professoressa di lettere al liceo e non si può immaginare quanto ridessero i ragazzi ogni volta che compariva in classe acconciata così o cosà, un giorno si tolse perfino le scarpe perché disse che soltanto a piedi nudi si sentiva perfettamente libera, però ridevano sottovoce perché se quella si arrabbiava e incominciava a interrogarli con l’analisi logica e del periodo della Pentecoste di Alessandro Manzoni oppure di A Zante del Foscolo non se ne sarebbe salvato nessuno tranne una certa Maria, appassionata della lingua madre e, come Poesia sperava, sua erede artistica su questa terra dura e bella. Perché Poesia osava sperare le cose più assurde e certe volte tanto se le sognava che sembravano vere, poi si risvegliava mentre gli allievi, magari, se ne approfittavano e facevano chiasso e pensava che al mondo mai nessuno le avrebbe voluto bene.
Quando fu chiaro che la sua poesia ed anche la sua pittura importavano soltanto a lei e a nessun altro al mondo, Poesia incominciò a dimagrire stranamente perché non le calavano più né gli antipasti colorati di Creatività né il melone con gli spiedini di banane, kiwi e fragole di Fantasia e tanto meno i fagioli con le cotiche di Concretezza sicché passò dalla taglia 52 alla 46, sia pure abbondante, e poiché intanto era anche diventata povera per avere tutto dato e nulla chiesto, incominciò a rimettersi i propri vecchi abiti, almeno quelli che non aveva avuto ancora il tempo di impacchettare per la Caritas, e le stavano di nuovo bene, solo le pendevano dalle spalle, che le si erano rincantucciate per l’età e i dolori dell’artrosi e, quando camminava, faceva cric e croc in tutte le articolazioni dalla noce del collo ai polsi e, talora, anche alle dita dei piedi. Si trascinava col bastone sempre accompagnata e sostenuta pensando a quando andava e veniva a piedi dal mercato nel paese vicino e se lo girava tutto oppure usciva solo per comprare il sacchetto di croccantini ai gatti o partiva in treno e viaggiava di notte da sola da Messina a Roma e, in hotel, telefonava, comodamente sdraiata nel letto della sua stanza, alla persona cara che l’aspettava facendosi dare la linea dalla hall perché allora non c’erano i telefonini e i computer erano cose avveniristiche improbabili e si sentiva una principessa libera dalla corte. Così ricordava e si vedeva adesso, a fantasticare fino all’ultimo queste favole per nessuno.

  Domenica Luise

 

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Anno 2100: una riunione segretissima

<Questi debbono giocare, così non pensano alla politica> disse l’aspirante tiranno mondiale numero 1, un bel vecchione pluriottantenne con la barba candida, gli occhiali e le mani lievemente tremanti per l’avanzata del morbo di Alzheimer, che egli nascondeva sotto la sciarpa perché non si vedessero, almeno non tanto. Aveva famiglia, lui: la sesta, giovane moglie coi bambini e le altre cinque dalle quali aveva divorziato nel tempo da mantenere coi figli, nipoti e pronipoti di varie età, più le amanti fisse ognuna con villa, automobile, domestici e guardaroba di lusso e inoltre le ultime ragazze che si prendevano cura di lui, gli cucinavano il brodo vegetale con le polpettine, lo vestivano, lo accompagnavano dovunque e talora lo imboccavano in cambio soltanto di un appartamento in un condominio (di lusso) macchina discreta, autista, guardaroba e cuoca personale tuttofare. Con una botta di tirannide mondiale in cinque, sei mesi, anche meno, le avrebbe sistemate tutte per sempre coi soldi pubblici pagati dal popolo e lui se ne sarebbe andato lontano con le più devote e avrebbe vissuto felice, ricco, contento e rispettato in uno dei paradisi fiscali dove l’avrebbero accolto a braccia aperte, come tutti i suoi predecessori fecero.
<I festeggiamenti per l’anno 2100 sono l’occasione giusta. Così potremmo alzare le tasse sul gioco> concluse con un sorriso ad occhi sgranati:sembrava un bambino affamato davanti alla stecca di cioccolatto.
<Giocare sì, caro collega, è sempre una buona idea> rispose l’aspirante tiranno mondiale numero 2, che era un po’ più giovane, soltanto plurisettantenne, baldo e fiero, non tremava, lui, almeno non ancora, <del resto> aggiunse, <tra gratta, schiatta e vinci, lotta il lotto, quiz televisivi, lotterie d’oro e simili, ormai il novanta per cento dei contribuenti è succube del gioco, basta guardare le entrate, e mica possiamo lamentarci. Io sconsiglierei di insistere su questo punto, con una ulteriore tassa o altrimenti quei pochi che ancora ragionano e protestano apertamente si potrebbero mettere d’accordo fra di loro. Voci sparute non ci danno fastidio, personalmente suggerirei la pancia, elargizioni di cibo, direi banchetti aperti a tutti con qualche rappresentazione un po’ osé, non troppo, per non disturbare…>.
Si interruppe e indicò due capoccia con l’aria seria, anzi truce, che gli sedevano accanto, indossavano stole con frange sgargianti ornate di campanellini d’oro che tintinnavano ad ogni movimento per annunciarli, entrambi portavano un grosso anello al dito, i pendagli alle orecchie e al naso e un parruccone sormontato da un cappello a cilindro comodissimo per nascondere la refurtiva e i regalini in un doppio fondo. Rappresentavano il nobilissimo potere spirituale che deve guidare il volgo ignorante.
<Voi avete il potere di buttarli nella sofferenza eterna> intervenne mitemente l’aspirante tiranno mondiale numero 3, i due interpellati, simultaneamente, ebbero un sorrisetto strano, come a dire che questo era davvero troppo, <debbono rassegnarsi e dedicarsi al volontariato in cambio del pane>.
<Pane e che? Qualcosa dovranno pur mangiarla o ci si ribelleranno contro> intervenne una signora, aspirante tiranna mondiale numero 4, che tutti i maschi temevano per l’acutezza sintetica del pensiero, lo studio politico al quale si dedicava fin da bambina e perché si era sempre tenuta fedele ad un solo marito, era perfino magra e non troppo vecchia. Pericolosa e affascinante, sempre con la risposta pronta e la domanda di riserva, deodorata e ben truccata senza un filo bianco nei capelli.  Non indossava oggetti d’oro e nemmeno gemme, soltanto la fede e non portava quelle orride collane di pezza e di plastica di uso comune dopo l’anno duemila né braccialettoni né niente, ma un semplice orologio di acciaio inox col quale, volendo, poteva anche navigare su internet e badare alla posta elettronica. Non si capiva affatto, al vederlo così piccino, quanto invece fosse costoso, con tastiera tridimensionale arrotolabile e stampante quadridimensionale incorporata che poteva servire finanche un pranzo completo e un eccellente caffè.
<Io direi> aggiunse la signora scuotendo il carré bombato con un gesto vezzoso che la contraddistingueva, <di organizzare le poetesse ignorate di internet con una buona sovvenzione e lavoreranno tutte a vita senza null’altro chiedere che antologie cartacee e un minimo rimborso spese>.
A questa proposta tutti si tenevano le pance per il grande ridere, compresi i due spirituali o spiritosi che fossero.
<Perché, invece, non facciamo alleanza tra di noi qui presenti?> intervenne l’ultima aspirante tiranna mondiale aggiunta, che avevano messa lì perché ci stesse un’altra donna, ma era nessuno mischiato con niente e non doveva parlare né pensare, solo incassare l’enorme stipendio. Gli altri, soprattutto l’altra signora, le lanciarono occhiate storte e calcioni sotto il tavolo.
<A me l’idea di tirare su le poetesse ignorate che si sfogano su internet sembra eccellente, diamogli uno stipendio mediocre, anche basso, anche minimo: che so, venti o trentamila euro al mese esentasse, mettiamole in una categoria privilegiata e scriveranno tutto quello che vogliamo> osò aggiungere la ragazzina, che aveva una sorella minore autrice di giovanili poesie.
<Piano con le poetesse di internet> ribatté l’aspirante tiranna mondiale ufficiale senza calcolare che l’idea era partita proprio da lei, <tra di loro conosco gente pericolosa, che non si fa cambiare i testi e non è scema, odia le menzogne e ci crede davvero>.
<Sì, ma basterà affamarle, accusarle di ribellione al governo, troviamo cento testimoni falsi per due soldi o trenta denari. Oppure gli rapiamo un figlio, un marito, una madre, si sa, la ragion di stato…> affermò l’aspirante tiranno mondiale numero 2.
Qui intervenne l’aspirante tiranno mondiale numero 1, quello con l’Alzheimer incalzante, che sembrava babbo Natale, e disse: <Io sono contrario alla violenza>.
E tutti si tenevano nuovamente le pance dalle risate, ma una donna a capo dei capi nessuno la voleva, solo su questo si trovavano d’accordo e guarda come aveva parlato anche quella cretinetta aggiunta alla quale puzzava ancora la bocca di latte. Ci mancava pure, adesso, che le due femmine facessero alleanza fra di loro. Che idea le poetesse di internet, quelle ribelli indominabili perfino intelligenti.
<Conviene continuare a ignorare le poetesse> dissero in coro i maschi, <sono pericolose, hanno personalità>.
<E dove ci appoggiamo?>.
<Le offerte e le iscrizioni volontarie diminuiscono>.
<La gente non crede più alle promesse>.
<Le entrate del gioco sono sature>.
<I vecchi pensionati muoiono di giorno in giorno e si sono venduti tutto l’oro>.
<Non c’è più niente>.
<Bisogna creare una fonte alternativa di ricchezza e di persone che lavorino gratis per noi>.
<Nuovi volontari e nuovi iscritti>.
<Con un po’ di fantasia il modo si trova>.
<Sì, ma io ho fame. Per il momento andiamo a pranzo, siamo già in ritardo di cinque minuti. A pancia vuota non si lavora bene>.

 Domenica Luise

 

Anche i pidocchi hanno un cuore

I pidocchi avevano aperto una scuola di pugilato.
Il pidocchio Dracula, originario della Transilvania, fu il boss indiscusso fino a quando si iscrisse il calabrone, un certo Maciste, tanto più grosso di lui, che comandava furioso perché nessuna fanciulla lo voleva per i suoi modi violenti e per il corpo gigantesco.
Tutto si complicò quando il pidocchio Dracula si innamorò di una pidocchietta bionda, che egli era sicuro fosse rarità naturale mentre invece si tingeva ogni notte i capelli con l’acqua ossigenata a cui mescolava qualche goccia di ammoniaca, dopo sciacquava bene per togliere la puzza e ci faceva l’impacco emolliente con burro di karitè e olio essenziale di rosmarino, che era pure disinfettante.
La notte dormiva con i bigodini, al mattino si pettinava stile Gilda, indossava uno dei suoi bustini che alzavano seno e fianchi e strizzavano la vita, l’abito nero con lo spacco sexy sul lato sinistro, una collana sgargiante di plastica, bracciali vari di pezza intrecciati l’uno nell’altro e un solo orecchino che le pendeva pure dal lato sinistro, leggero, ma grosso com’è d’uso in questi tempi dai gusti raffinati.
Usciva cautamente dal proprio ciuffo di capelli dove viveva, con cautela perché intanto si era messa le scarpe col tacco a stiletto e non voleva rischiare di pungere troppo la vecchia signora dove aveva messo su casa, aveva paura che l’acchiappasse e la strizzasse com’era già successo a molte delle sue sorelle e fratelli. E difatti ne succhiava anche il sangue più delicatamente possibile per evitare che se ne accorgesse, oltretutto restava sempre con la fame perché non voleva ingrassare.
La pidocchia si chiamava Raffaelina, che per i pidocchi è un nome insolito. Il pidocchio Dracula le piaceva molto, ma la corte indiscreta del calabrone la lusingava di più, così si creò il triangolo amoroso con rivalità, scatole di cioccolattini, fasci di rose rosse infiocchettate, regali, anellini con zircone e presentazioni in famiglia. La pidocchia si divertiva molto e non diceva di no a nessuno dei due.
Le rivalità fra calabrone e pidocchio non sfociarono in una lotta esplicita con morto perché il pidocchio non era scemo e scappava essendo tanto più piccolo dell’altro. Si consumava per lei e dimagrì non poco, che per i pidocchi è grave, mentre il calabrone ronzava e la portava sempre sul dorso a volo nelle altezze che Dracula non poteva raggiungere, tentò anche di farle mangiare il nettare dei gelsomini, ma Raffaelina vomitò impetuosamente essendo una femmina sanguinaria, ciò fece alquanto schifo al calabrone, che la riportò, senza più tanto entusiasmo, sui capelli  della vecchia. Quella notte, per caso, il pidocchio Dracula, disappetente, passeggiava come un’anima in pena invece di dormire e vide che Raffaelina si tingeva i capelli con l’acqua ossigenata e l’ammoniaca. Che fu, che non fu, questa cosa lo smontò perché si accorse che gli aveva mentito giurando tutti i santi giorni di essere una rarità naturale, una pidocchia albina unica al mondo, girò le spalle all’amata o ex tale e si accorse di essere affamato, così si fece una bella mangiata a spese della vecchia signora che, disturbata nel meglio del sonno, si lamentava rabbiosamente menando manate tutt’intorno.
L’indomani mattina apparve dal nulla (o dal giardino accanto) una calabrona biondo tinta, con bustino che alzava seno e glutei oltre misura, tutta profumata di nettare di gelsomino, il calabrone Maciste, appena la vide, entrò in trance e la seguì sparendo rapidamente alla vista di Raffaelina, che restò tanto male da saltare la colazione e si mise alla ricerca del pidocchio Dracula. Rimase basita ritrovandolo così freddo, egli quasi non la guardò né le disse che l’aveva vista tingersi i capelli di notte, semplicemente quando la vecchietta uscì a passeggio con suo marito, Dracula si trasferì da una testa all’altra e qui trovò che i pidocchi avevano aperto una scuola di danza e salti in alto, si iscrisse subito e vissero tutti felici e contenti. Si sposò con una pidocchia bruna come la pece, che detestava busto e tacchi a spillo, ed ebbero tanti pidocchietti.

Domenica Luise

 

Il Natale di Pinocchiessa

Pinocchiessa

Non tutti sanno che Pinocchio aveva una sorella gemella, figlia dello stesso tronco. Mastro Geppetto la fece nei ritagli di tempo, con capelli di granturco, la bocca dipinta di rosso vivo e due piccole pietre nere, rotonde e levigate, al posto degli occhi. Quello che tuttavia gli riuscì meglio fu il naso, che era quasi invisibile. La vestì con un vecchio quotidiano trovato ai giardini pubblici e le mise, unico lusso, un fiocco di raso celeste tra i capelli.
Pinocchio e Pinocchiessa litigavano sempre e, a furia di bugie, i loro nasi divennero robusti, coriacei e sempre più lunghi.
Sembravano due stecchi vestiti, cosa che in effetti erano.
<Non diventerai mai un bambino di carne e ossa, sei troppo bugiardo> diceva lei.
<Non diventerai mai una bambina di carne e ossa, sei troppo bugiarda> ritorceva lui.
Ogni sera Geppetto regolava al minimo i due nasi, che però il giorno dopo ricrescevano subito.
Benché fossero di legno, mangiavano come due veri bambini affamati.
Geppetto si mise a vendere prodotti da barba e rasoi di sicurezza pur di fare qualche soldo e mantenere i figli. Incominciava a racimolare i primi clienti, quando Pinocchio fuggì dietro al teatro dei burattini non tanto per scansare la scuola, dove era in ogni caso il primo in ignoranza e bestiologia, quanto per arraffare una marionetta bionda, riccia, con lunghe ciglia ed abito scollacciato.
Pinocchiessa fu chiusa al Pio Istituto delle orfanelle derelitte e Geppetto, col suo fagotto in spalla, partì per cercare Pinocchio.
Le orfanelle erano sempre tristi e a Pinocchiessa facevano pena. Si sentiva come un pezzo di legno più morbido nel centro del petto. Ce n’era una, in particolare, piccola, magra, con gli occhiali e una cipolla di capelli castani sul cocuzzolo. Si chiamava Maria Magda. Spesso restava a letto malata, Pinocchiessa giocava con lei e le raccontava un mucchio di bugie:
<Sono una principessa rapita dai briganti, mi hanno derubata dei miei abiti di seta e dei gioielli per abbandonarmi, quasi nuda e morta di fame, davanti a questo istituto>.
<Apposta sei così magra?> chiedeva Maria Magda accarezzandole una spalla di legno.
<Apposta> rispondeva Pinocchiessa, e ricominciava a raccontarle del suo castello con più di duecento stanze e trenta giardini, del re e della regina, suoi genitori, del fratello Pinocchio, principe ereditario, di tutti i giocattoli con i quali si divertivano quotidianamente, compreso un cavallo alato meccanico a cavalcioni del quale andavano a scuola, dove erano naturalmente i migliori della classe, anzi della nazione.
Il naso le cresceva regolarmente ed ogni sera la burattina se lo tagliava alla buona con un coltello rubato in cucina.
No che non si facesse male perché, pur essendo di legno, aveva quasi la stessa sensibilità di un naso normale umano. Avrebbe pianto tanto volentieri, ma non sapeva come si fa. Al posto del sangue usciva un pochino di segatura, Pinocchiessa si puliva col fazzoletto, si lisciava con la carta vetrata ed era come nuova.
Se l’avesse finita di raccontare bugie il naso sarebbe rimasto normale, ma Maria Magda sembrava assetata di quelle storie, si divertiva, fantasticava ed era più ammalata che mai.
Di giorno in giorno le bugie diventavano raffinate ed il naso sembrava un monumento.
Maria Magda aveva preso il raffreddore, che le durava da venti giorni. Il termosifone della sua stanza era sempre acceso.
E venne il Natale. Fatta la colazione, le orfanelle, le istruttrici e finanche il direttore con i suoi assistenti partirono per la messa, dopo avrebbero pranzato a casa di un benefattore, che li aveva invitati tutti.
Pinocchiessa volle restare con Maria Magda al posto di una giovane domestica. Le fecero tante raccomandazioni, carezze e promesse:
<Vi porteremo il pacchetto dei vostri pranzi, il panettone e la crema al cioccolato>.
<Vi porteremo i vostri regali>.
<Pregheremo per voi>.
Appena uscirono, si bloccò la caldaia elettronica e si spensero tutti i termosifoni.
Dapprima non se ne accorsero.
Pinocchiessa creava favole di corteggiatori che duellavano per avere il suo fazzolettino di batista ricamata. L’altra beveva avidamente ogni cosa.
Infine Pinocchiessa si tolse il fiocco di raso celeste, unico ricordo del suo papà, e lo porse a Maria Magda : <Tieni, è un regalo di Natale>.
<Oh…> rispose Maria Magda, ed incominciò a tossire. Pinocchiessa la coprì meglio e le diede lo sciroppo al lampone.
<Quando ero nel mio palazzo abbiamo fatto un ballo in maschera> affermò.
<E tu com’eri vestita?>
<Da fatina coi capelli turchini ed avevo centinaia di questi nastri>.
<Oh…> ripeteva Maria Magda sognando, subito dopo : <Fa freddo>.
<Mettiti sotto, più sotto> rispose Pinocchiessa. Nevicava.
<Fa freddo> gemeva l’altra stringendo il nastro nel pugno. Pinocchiessa si accorse che il termosifone era spento, allora si tolse il vestito e lo mise sulle altre coperte, ma era solo un vestito di carta.
<Fa freddo>.
Pinocchiessa si ricordò di quando Pinocchio si era bruciato distrattamente i piedi e Geppetto glieli aveva rifatti  meglio di prima, ma decise, in assenza del padre, che fosse più prudente bruciare il solo naso.
<Che bel calduccio> sorrise Maria Magda. Il naso bruciò e dopo un poco Maria Magda ripeté: <Fa freddo> e riprese a tossire.
Allora Pinocchiessa si bruciò i piedi, dopo le gambe, il braccio sinistro, i suoi bei capelli di granturco, che sembravano veri ed alla fine divampò tutta mentre l’altra diceva: < Che bel calduccio, sono sicura che guarirò>.
Ultimo bruciò il cuore e fu pura delizia, tanto che Pinocchiessa sentì una lacrima e dopo un pianto che le veniva, ma non dagli occhi. Allungò una mano, strano, ma non era divampata?
Toccò i suoi lunghi capelli rossi e ricci, che sembravano pannocchie di granturco.
Indossava un abito di raso celeste ed era una bambina di carne, ossa ed anima.
Ai suoi piedi c’era una cucchiaiata di cenere e due sassolini neri, rotondi e levigati.

 Domenica Luise

(Disegno di Domenica Luise rielaborato al computer)

La bellezza dell’asino

La bellezza dell'asino

Era un asinello bigio e tutti si aspettavano da lui che mangiasse poco e lavorasse tanto sotto basti mostruosi. Ma questo qui era un asino ambizioso, che decise di mascherarsi da cavallo per partecipare alle gare e vincere cospicui premi, difatti gli piaceva correre e non s’affannava mai.
Ora la sua fortuna era che aveva un amico chirurgo plastico asino come lui, che gli tagliò le orecchie in anestesia locale e gliele rimpicciolì, fu un’operazione lunga, anche dolorosa per le complicanze e gli effetti collaterali, ma dopo un paio
di mesi, una bella mattina d’autunno si guardò soddisfatto allo specchio:
-Sembro proprio un cavallo- disse ammirato di se stesso e nemmeno si accorse che tanto i cavalli quanto gli asini gli ridevano dietro e anche avanti battendo gli zoccoli per terra e tenendosi la pancia.
Mentre le orecchie guarivano e gli ricrescevano quei quattro peluzzi sulle cicatrici, curò la criniera e la lunga coda, entrambe finte e tutte fatte di extension incollate magistralmente dalla parrucchiera della sua fidanzata, che pure lo decolorò dalla testa ai piedi perché volle essere un cavallo bianco. Intanto si imbottiva di vitamine e ormoni della crescita per migliorare la potenza dello scatto, la resistenza nel galoppo e sviluppare i pettorali, si spalmava ogni giorno con la lozione contro la calvizie per infoltire il pelo e concludeva, a sera, con un massaggio di olio di jojoba che lo facesse risplendere sotto i riflettori. Ma il più difficile fu abituarsi a correre sui tacchi alti perché era troppo piccolo in confronto ai cavalli, partiva ogni mattina presto con gli zoccoli serrati nelle scarpine tacco dodici, e ce ne volevano quattro, due avanti e due dietro e, dopo molte cadute, sembrava che ci fosse nato. Mah. Il bustaio gli fece una bella panciera che lo stringesse nei punti nevralgici e così imbracato egli sembrava davvero un purosangue.
E venne il giorno della sua prima gara, una cosuccia regionale, di non grande rilievo. Stava in mezzo a tutti quei bei cavalli veri e si sentiva emozionato, c’era una femmina bionda che sembrava molto interessata a lui, gli aveva perfino fatto una carezza sulla criniera di extension, con sua grande preoccupazione che gliene portasse via una ciocca o due. Era molto lusingato che quella bella ragazza lo corteggiasse così esplicitamente, in confronto la sua fidanzata, bigia come lui, era meno di zero. Scariche adrenaliniche gli percossero il cervello e le reni al pensiero di quanto la vita, ormai, gli sorridesse e gli scappò un raglio alto, rauco, sonoro, così subito lo squalificarono prima che partisse.

Domenica Luise

(Acquerello di Domenica Luise)

Disavventure della poesia dopo la fuga

La poesia si era sciupata e sembrava la gatta Cristina della professoressa in pensione Domenica Luise, eterna poetessa o aspirante tale anche in vecchiaia, quando avrebbe invece dovuto pensare al bastone, alle pillole da non dimenticare se voleva campare e ai pronipotini quasi pronti.
Anche la professoressa aspirante poetessa si era sciupata, era stata un’influenza, uno strano virus che attaccava lo stomaco. Si era trovato bene nella ciccia insieme alla sua famiglia e se la stavano mangiando, sicché la padrona e la gatta, sia pure per differenti ragioni, avevano assunto lo stesso sguardo infossato e talora smarrito. Non erano un gran bel vedere, tanto è vero che, dopo mesi di influenza imperterrita col mal di stomaco e la diarrea, la sorella, il cognato e i nipoti della prof. incominciarono a temerne un decesso del quale poteva, del resto, essere anche il momento opportuno mentre a sua volta l’aspirante (io) incominciò a meditare che, se le moriva la gatta, non le restava più nessuno che la festeggiasse con fusa e strofinamenti adoranti. E a me piace tanto essere festeggiata.
Tuttavia la poesia era peggio ridotta di me dopo l’influenza di moda e della mia gatta dopo avere difeso strenuamente la ciotola e la virtù, cosa che dopotutto non le riesce dolorosa essendo sterilizzata.
Queste poco strane vicissitudini familiari (molti hanno un gatto e quasi tutti, quest’inverno, si sono beccati l’influenza di cui parlo, anche se magari poi non gli è durata fino ad agosto) mi servono per la dimostrazione del mio assunto: se io depositavo in congelatore i cibi che non mi calavano e, periodicamente, li regalavo ai cagnolini randagi di Enza nascondendoli alla sorella preoccupata e se la mia gattina annusava le proprie polpette, ci girava intorno e si mangiava invece l’orlo della mia camicia da notte o del pantalone o della gonna che casualmente indossavo al momento ciucciando voluttuosamente là dove non c’era latte, quali cibi avevano messo nel piatto alla poesia per essere diventata così smunta? Perché qualcosa che le aveva fatto male gliel’avevano data.
La poesia di Dante non avrebbe mai camminato rasente ai muri come se si vergognasse e per di più coperta di veli neri, perennemente a lutto. Con Dante aveva fiammeggiato, adorato, gridato, sorriso e sprizzato luce, mai silenziosa. Con Petrarca si era lamentata di un amore struggente, un po’ ripetitiva eppure gradevole, Ariosto aveva favoleggiato, Torquato Tasso posto il dolore umano al centro delle favole, intanto i secoli passavano e il pensiero si adergeva, Vittorio Alfieri aveva esaltato le bollenti passioni e il sentimento, Leopardi si era lamentato, ma con così tanto stile e savoir faire che il suo pessimismo divenne poesia e Silvia si trasformò in un’amica degli allievi attoniti, simbolo della giovinezza stroncata. Mah. Pascoli scoprì dolcezze nuove e cuori di bambino sensibile, anche capriccioso, D’Annunzio si innamorò della parola, Quasimodo, Ungaretti e Montale cantarono la scarnificazione del pensiero e dei sentimenti, dopo di che la poesia,oggi, piange e basta, tipo epigrafe: Qui giace la poesia, madre e moglie esemplare, morta per anoressia d’anima. La vecchia partita a tennis di amore e di dolore è finita per sempre, amore non sorride più o così poco da essere niente mentre dolore fa gli strepiti e si tira i capelli anche quando è calvo.
Ma se la risata o lo scherno o la bonaria presa in giro non sono genuini, dal proprio profondo, non si possono inventare, sarebbe come accendere il fuoco nel caminetto senza scintilla né esca.
Non è prendendo una fiammella dal caminetto altrui e attribuendosela che si nutre il proprio fuoco, non funziona così. Copiare non serve perché non suscita, non riscalda, non si attacca.
Meglio tacere: è più dignitoso. Almeno io, per esempio, non potrò dire di avere chiaramente trovato, nelle cose altrui, questi appunti usciti dalla mia testa o tracce inequivocabili di me.
Adesso è chiaro il perché sia fuggita: troppa concorrenza sleale di una poesia finta. I cloni poetici nutriti di menzogne ed autoproclamantisi grandi autori, si moltiplicavano ad ogni crocicchio facendo concorrenza ai poveri negri lavavetri e consegnavano agli automobilisti foglietti colorati con la pubblicità del proprio libercolo (smilzo, brutto e pieno di errori di stampa e di ignoranza), i maschi facevano guizzare i muscoli lucidati ad olio d’oliva e le femmine chinavano la scollatura a V fino sul volante, quelli che ci andavano peggio erano i lavavetri, intanto scattava finalmente il verde e tutto ricominciava pochi metri più in su o in giù.
La pubblicità è l’anima del commercio, sempre che di anima si tratti e non di cartamoneta.
Alla fine la poesia dovette cambiare pianeta per bisogno di respirare, qua rimasero la televisione, internet e i giochini scacciapensieri, ogni cosa al suo prezzo.

Domenica Luise

 

Cristina sul muretto

 Vi faccio vedere la mia gattina in agguato sul muretto del giardino, non sembra tanto spennacchiata in questa prospettiva, mi ha gratificata di un benigno sguardo verde e poco dopo è schizzata dietro qualche povera lucertola sopravvissuta ai suoi artigli.

(Fotografia di Domenica Luise)

La dietologa

Faceva la dietologa ed era una cigna bianca, sexy, sempre scollacciata e con le calze autoreggenti di merletto nero.
Dopo una storia d’amore conturbante, aveva sposato un medico di belle speranze, dedito alla ricerca di laboratorio su tutti i parassiti degli uccelli con malattie annesse e connesse.
La giovane moglie, quando finiva di pesare, consigliare e misurare cigne grasse, tornava a casa fremente, cucinava, si scrostava con la varechina le penne ad una ad una, faceva il bagnoschiuma “Passione n° 55“ e, tutta olezzante, lo aspettava.
Egli arrivava coi vetrini dei parassiti in tasca e l’intenzione, dopo pranzo, di riguardarseli con comodo al microscopio. In laboratorio lo chiamavano sempre i suoi colleghi a destra o a sinistra perché li aiutasse a riconoscere questo o quel microbo, virus o batterio che fosse, sicché non si poteva concentrare sul proprio, delicato lavoro.
Lei gli portava le pantofole, il giornale e il sigaro intanto che, nel forno a microonde, scaldava il piatto di verdure varie senza sale e senz’olio, per non ingrassare. Nemmeno il tempo di accendere il sigaro, che glielo toglieva di bocca: <Non lo fumare, amore, o ti viene il cancro ai polmoni> e gli scodellava davanti il primo piatto, lo stesso ogni giorno. Egli spiluccava in mezzo a tutta quell’erba:
<Mangia, amore, ci sono le fibre, ti fanno bene.>
Di secondo piatto, formaggio magro, bianco, molle e scipito: <Non contiene colesterolo.>
Il cigno sospirava ingoiando.
<A cosa pensi, amore?>
Egli, veramente, fantasticava sul panino con la salsiccia fritta che intendeva mangiarsi a merenda coi colleghi, di nascosto, alla rosticceria sotto la clinica. Dopo si sarebbe pure bevuto un bicchiere di vino rosso, un caffè ed avrebbe concluso con una sigaretta, forse due.
Di fronte a tanta goduria, l’espressione gli divenne stranamente sorridente, con l’occhio lucido. La cigna, che era gelosa, gli fece una scenata: <Ecco, chissà a cosa stai pensando, è più giovane, più bella, più magra di me?Perché non mi rispondi?>
Egli, che si era distratto e non aveva capito il motivo per cui sua moglie, all’improvviso, si fosse messa a gridare, prese tempo portando alle labbra il bicchiere pieno di quella che sembrava premuta d’arancia e per poco non la sputò.
<Che cos’è questa?> chiese con una smorfia.
<Succo di carota, ci sono le vitamine e fa bene alla vista. Non ti piace?>
La cigna abbassò lo sguardo sbattendo le ciglia cariche di rimmel:
Si era rincantucciata su se stessa e sembrava molto depressa.
<Ma sì che mi piace.>
<Non è vero.>
<Ma sì che è vero.>
<No, tu mi menti. E prima non hai risposto alla mia domanda.>
<Quale domanda ?> chiese lui incauto.
<Ecco, non negarlo, non mi hai nemmeno ascoltata.> starnazzò lei.
Il cigno tacque un attimo frustrato.
<Siamo magri come la morte in vacanza ed io ho sempre fame.> sbottò per la prima volta durante il matrimonio.
Ed appoggiò, forse distrattamente, i vetrini dei parassiti sulla tovaglia di Fiandra immacolata.
<Ti pro-proibisco> strillò balbettando lei, <di-di mettere-re qu-quelle orribili cose sulla to-to-tovaglia.>
<To-to-tovaglia> le rifece il verso lui.
Così litigarono proprio come fanno i cigni selvatici, strombazzarono il loro sdegno a tutto volume puntando l’ala l’uno contro l’altra ed alla fine lei gli disse sul becco:
<Maledetto il momento che ti ho sposato.>
<Confermo> strepitò lui.
<E dire che mi ero scrostata, lavata, profumata e il resto per te, che mi tradisci pure> urlò la cigna fuori di sé.
<Io ti tradisco? E quando, come, che dici, sei pazza? Non è vero! Non è vero!> fece lui, sempre sullo stesso tono.
<Ti amo follemente, non posso vivere senza di te , sei sicuro di non avermi tradita?>
<Ma certo che no, anch’io ti amo, non mi sono mai sognato di tradirti.>
<Allora a che cosa pensavi poco fa?>
<Al panino con la salsiccia fritta che mi mangerò nel pomeriggio insieme ai colleghi> confessò lui, messo alle strette.
A questo punto la cigna non trovò di meglio che mettersi a piangere a gocce, a catinelle, a fiumi, a laghi. A oceani. Si sa che questa è l’arma vincente femminile, difatti funzionò pure stavolta. Egli le aprì subito le braccia e l’accucciò tutta sul suo piumoso torace scarno:
<Amore, potrai mai perdonarmi, sono stato un selvaggio.>
<Ed io credevo che la cucina dietetica ti piacesse. Domani ti preparo la pasta al forno.>
Per un attimo gli occhi di lui ripresero quell’aspetto languido di prima.
<Ti giuro, non porterò più i vetrini dei parassiti a casa> affermò poggiandosi una zampa sul cuore.
<Basta che non me li metti sulla tovaglia.>
<E la prima volta che litighiamo.>
E si dettero un bacio passionale, come ai bei tempi del fidanzamento. Il che dimostra che, nel matrimonio, è meglio litigare che tacere.

Domenica Luise

Il letargo dell’orsa Concettina

Sposarsi durante un’aurora boreale, tutti gli orsi lo sapevano, portava fortuna. Significava che la coppia sarebbe stata prolifica amandosi per la vita senza tradirsi mai. E così fu.
Concettina e Peppino, nel loro paese di ghiaccio, divennero ben presto un’istituzione. Conservarono atteggiamenti da perfetti fidanzati. Egli non dimenticava mai il compleanno né l’onomastico né l’anniversario di nozze, lei gli preparava i piatti che gli piacevano, per esempio gli spaghettini al miele, le frittelle di miele, il latte col miele per la colazione e pane e miele a merenda. Rispettò, onorò, ospitò e si prese cura della madre paralitica di lui, della sorella nubile, del padre cardiopatico, del fratello disoccupato ed alla fine, quando proprio non ci sperava più, restò incinta come natura vuole e generò un figlio maschio, uno solo, ma bello.
Lo chiamarono Ciccio ed impazzirono per quest’unico frutto del loro amore. Tentarono, per tutta la vita, di avere altri figli, piansero, pregarono, fecero analisi e cure, consultarono tutti i professori della banchisa polare, partirono per l’Europa, l’Asia, le Americhe e l’Africa nera, andarono perfino da un mago, che tentò di estorcere loro denaro con strani riti contro le fatture, ma quei due non erano scemi e se ne tornarono a casa ben felici di avere almeno un pargolo, che crebbe viziatissimo.
I genitori l’avevano fatto che già erano anzianotti, adesso diventavano vecchi del tutto e quello ancora non si era laureato in analisi e cultura della pelliccia orsesca. Perdeva tempo con tutte le scuse: la fidanzata del momento, i suoceri del momento, la banda musicale, il ballo, la pizza, lo spasso del momento. Al futuro non pensava. Infine si invaghì di una dolce fanciulla, una certa Tiramisù, e volle sposarla subito oppure, disse ai genitori attoniti, sarebbero scappati e l’avrebbe messa incinta.
Concettina e Peppino dovettero sorridere e mostrarsi entusiasti, ci fu il matrimonio, i confetti, il velo bianco e la coroncina di zagare, il pranzo tutto a base di miele e di salmone. La ragazza sembrava gradevole ed educata e trasecolò quando Concettina le disse che non era il caso di affrettare tanto il matrimonio con la minaccia che altrimenti avrebbero fatto la scappatella. Giurò che non ne sapeva niente e litigò col marito fresco di giornata, nel senso più vero del termine, seduta stante, e voglio dire proprio seduta al tavolo nuziale, sia pure con un certo atteggiamento mite. Gli disse che era stato bugiardo e Ciccio, miracolo, tacque, arrossì, a momenti chiedeva scusa. Concettina e Peppino tirarono il sospiro di sollievo: il pargolo aveva trovato pane per i suoi denti. Allora Peppino volle stravincere e disse alla giovane sposa che Ciccio intendeva lasciare l’università e mettersi a fare il cantante rock ricostituendo la banda musicale dei quattordici anni per andare ad esibirsi nei bar, < Che lascia lui? > disse la ragazza fulminandolo con uno sguardo inequivocabile e Concettina sentì che gli diceva a bassa voce: < Stasera, questo matrimonio, lo vuoi consumare sì o no? >
Spiazzato, egli allungò zampa per abbracciarla, ma la moglie lo respinse scrollandolo via, < Ti giuro, amore, io scherzavo. > mormorò Ciccio con una vocina flautata che non pareva la sua.
Fu subito chiaro chi era il capo di casa. Ciccio si chiuse in tana a studiare e si laureò a tamburo battente e perfino col massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, tanto che il professore lo volle assumere come assistente e Ciccio pigliò, tanto per incominciare, uno stipendio che era il doppio della pensione di suo padre, un modesto insegnante di lettere del professionale.
Tiramisù incominciò a concepire, gestire, generare ed accudire coppie di orsetti gemelli, che divennero la gioia dei nonni. Vivevano felici e contenti.
La disgrazia avvenne dopo cinque anni che i ragazzi si erano sposati e poco prima del letargo. Peppino era andato a pescare gli ultimi salmoni che risalivano la corrente e, nello sporgersi un po’ troppo, cadde nel fiume gelato, prese la polmonite, rimase a letto al caldo, col termometro in bocca, carico di antibiotici e vitamine, ma una notte, mentre Concettina si era appisolata seduta
accanto a lui, egli si trovò dentro i raggi di un’aurora boreale bellissima, voleva chiamarla perché anche lei vedesse, non riuscì a parlare né a stringerle la zampa e si abbandonò. L’indomani mattina non si svegliò più.
Ella fu forte al funerale del marito, com’è d’uso per gli orsi, che non hanno l’abitudine di piangere. I ragazzi e tutti i nipoti erano già in letargo da una quindicina di giorni ed anche l’orsa Concettina, al ritorno dal cimitero, finita la frettolosa cerimonia con i pochi amici semiaddormentati ed il prete che non riusciva a concludere due parole senza dimenticarsi il verbo della frase principale, si preparò per andare a letto.
Tirava vento ed aveva paura delle persiane cigolanti. Dopo il vento cadde e ci fu troppo silenzio. Dopo si mise a piangere perché da sotto la porta si intravedevano i riflessi di un’aurora boreale, che le ricordavano il giorno del matrimonio e tutte le notti nelle quali lei e Peppino ammiravano il cielo nell’intervallo tra un bacio e l’altro. “ Non posso vivere senza di lui “ pensò. Si alzò, prese un sonnifero e mise la loro canzone preferita: “ Inno dell’orso in amore “. Si coricò di nuovo e le venne freddo. Si fece la borsa dell’acqua calda e spense lo stereo. Si scottò una zampa. Rimise la canzone, ma la fece appena iniziare e la tolse ancora. Sentì il bisogno di bere qualcosa, che le desse sollievo, anche se era astemia. Si bruciò la gola con un bicchiere di liquore amaro e forte. Bevve liquore e lacrime. Le venne da vomitare. Andò in bagno, si coricò, si rialzò, le arrivarono i calori per tutto il corpo. Non si dormiva, niente letargo, Fuori il vento aveva ripreso a fischiare con una specie di disperazione. Si alzò, afferrò una piccola valigia, si mise il cappotto col cappuccio e, nella notte, con fiocchi di neve ghiacciata che le entravano negli occhi e in bocca, singhiozzando e gridando il nome di Peppino, dopo una lunga strada fatta quasi alla cieca, bussò come una mendicante alla tana di Ciccio e Tiramisù, e dovette aspettare un bel pezzo prima che qualcuno si svegliasse ed aprisse.
Apparve il nipote piccolo, che sbadigliava e a momenti non riconosceva la nonna. Si svegliò la nuora, che appena seppe della tragedia subito le venne in aiuto con una tenerezza della quale Concettina aveva estremo bisogno. Le preparò la tana degli ospiti, accese un gran fuoco nel caminetto, l’aiutò a spogliarsi e a fare il bagno. Le diede una tisana di valeriana, menta e foglie di arancio amaro, insaporita con tanto miele Le stette vicina ed aspettò che si addormentasse, ma appena la nuora si allontanò Concettina riaprì gli occhi e ricominciò ad agitarsi.
Niente letargo per la vecchia vedova dalla pelliccia scolorita. Niente pace. Prese un’altra pillola di sonnifero e, finalmente, crollò in un incubo dal quale si risvegliò urlando come una pazza mentre Tiramisù, con gli occhi cerchiati dal sonno e nascondendo come poteva gli sbadigli, l’abbracciava e la chiamava.
Concettina si vergognò di dare tanto fastidio e temette che suo figlio avesse un attacco di furia se qualcosa o qualcuno l’avesse disturbato mentre dormiva. Disse, anzi giurò, che si sentiva meglio e che era stato soltanto un brutto sogno. Volle che la nuora tornasse subito nella tana coniugale a riposare e, appena restò sola, accese la luce perché le venne paura del buio e dei raggi di un’altra aurora boreale che si intravedevano dietro i tendaggi della finestra e della brace, che scoppiettava nel caminetto, e del vento e del silenzio e di tutto. Pensò di fare le pulizie primaverili, così si sarebbe stancata e avrebbe dormito, invece non poté dormire e, finite le pulizie, iniziò a lavorare maglioni ai ferri per tutta la famiglia, intanto diceva il rosario e questo le fece bene, fu come un balsamo sulla ferita. Quella piccola luce sempre accesa nella stanza degli ospiti attirò un bell’orso bianco, che soffriva di insonnia. Avrebbe tanto voluto fare quattro chiacchiere con qualcuno della sua razza ancora sveglio. Aveva letto e riletto tutte le sue riviste di computer, aveva navigato su Internet per chattare nei vari siti di orsi insonni, adesso si era stancato di stare da solo e si faceva quattro passi alla ricerca di un amico. Però dormivano tutti della grossa, forse quella lucina era stata soltanto dimenticata. Guardò attraverso le stecche delle persiane e vide una signora bruna, con una pelliccia bianca, seduta accanto al caminetto, che lavorava ai ferri e muoveva dolcemente le labbra come se parlasse fra sé e sé. L’orso rimase con gli occhi spalancati dalla meraviglia e gli unghioni aggrappati al davanzale della finestra. Gran bella donna. Deliziosa scenetta di angelo del focolare, nel senso vero del termine. Bei capelli, bella linea, bella pancia molto pronunciata, bellissimo doppio mento. Osò bussare dolcemente su un vetro, lei sollevò la testa ed egli vide che aveva occhietti scuri, incantevoli e rotondi su due labbra anch’esse nere ed un paio di baffi sontuosi.
L’orsa Concettina, per quella volta, parlò un poco dalla finestra e non le sembrò di intrattenersi con uno sconosciuto.
Fu una storia tutta diversa dall’amore della giovinezza, ma ebbe anch’essa i suoi letarghi fatti insieme ed altre aurore boreali ammirate fra un bacio e l’altro.
Perché l’amore vince sul dolore, la vita sulla morte e la speranza sulla tristezza.

Domenica Luise

 

Il pittore e l’imbianchino

quadri Geranio 4

quadri Geranio 5

quadri Geranio 7

Suo padre lo voleva ragioniere e commercialista, Geranio scappò di casa con una scatola di gessetti colorati in tasca ed un fazzoletto pieno di spiccioli del salvadanaio.
Lo ritrovarono dopo due giorni, che disegnava Madonne sul marciapiede. Era sazio e, coi guadagni, si era comprato una giacchetta nuova a disegni cinesi fucsia, gialli e blu, ma era minorenne e due carabinieri dall’aria truce lo riconsegnarono ai genitori, che lo iscrissero all’Istituto Commerciale dopo averlo perdonato. Lui si lasciava bocciare. Foglio bianco e scena muta. I professori lo aiutavano, lui marinava la scuola. Faceva la caricatura alla gente nei ristoranti, la sera aveva le tasche gonfie di soldi.
La scuola avvisò la famiglia di queste assenze continue e fu così che i genitori, finalmente, lo iscrissero all’Istituto d’Arte.
Quando incominciò a sfornare quadri uno sull’altro, neanche lì lo capivano. Impressionismo? Astrattismo? Surrealismo? Espressionismo, Cubismo, Simbolismo? Forse “ Stranismo” .
Non rientrava in nessuna categoria nota.
Era un tipo quieto, pacioccone, bruno, liscio, occhi marroni ed un inizio di doppio mento.
Portava sempre una sciarpa colorata, notes degli schizzi e matita in tasca. Studiava solo quello che gli piaceva.
Tutti i suoi compagni di classe si fecero il codino e l’orecchino per snobismo, lui no, si tagliava i capelli né corti né lunghi, liquidava in fretta e furia i compiti e, dopo, dipingeva.
Un giorno stava sull’autobus e, nel frattempo, senza neanche pensarci, faceva un bozzetto nel taccuino degli schizzi, quando lo vide per caso un critico d’arte in incognito , che cercava talenti autentici.
Fu tutt’uno. Geranio, dall’oggi al domani, da zimbello divenne genio. La famiglia, i professori, i conoscenti, tutti affermarono: <L’avevo detto io !>
Le sue mostre si susseguivano con straordinario consenso di critica. Geranio dipingeva e vendeva, vendeva e dipingeva. Allora progettò la propria casa, che fu straordinaria, protesa come un gabbiano sul mare, tutta architettata, arredata e con le pareti dipinte da lui.
Elettricisti, muratori ed operai vari sapevano che era ricchissimo e così si misero d’accordo per imbrogliarlo meglio che potevano. Soprattutto uno degli imbianchini, un certo Lupus, arrivò a fargli pagare lo stesso lavoro tre volte, gli raccontò di avere preso una multa per avergli trasportato illegalmente il materiale con la propria automobile, di avere un figlio handicappato in non so che istituto e la moglie malata di cuore, invece non era nemmeno sposato.
A sentir lui, era un condensato di disgrazie. Geranio gli credeva ciecamente, lo aveva caro, lo invitava sempre a pranzo e si inteneriva nel vedere le porzioni gigantesche che Lupus era in grado di divorare.
D’altro canto Lupus era un adulatore perfetto ed avrebbe ingannato persone ben più astute di Geranio.
Gli rubò perfino alcuni disegni ad acquerello, pregiatissimi, rivendendoli a critici di seconda mano. Col tempo si scopriva sempre di più, gli rideva dietro e anche avanti, diceva: <Guardate a chi doveva toccare il talento e la fortuna, a un cretino>.
Tutti e due si sposarono, ma Geranio non ebbe figli. E poi i figli di Lupus crebbero, si sposarono ed ebbero altri figli e gli anni passarono.
Nel frattempo la critica girò le spalle al pittore e lo dimenticò mentre l’imbianchino, rubando e imbrogliando, arricchì e divenne proprietario di dieci appartamenti di lusso in un palazzo.
Era rimasto vedovo e i suoi figli trovarono che non era conveniente vivesse da solo e, poiché non potevano tenerlo comodamente nelle proprie case né assisterlo, lo misero all’ospizio.
Anche Geranio rimase vedovo e senza figli, così vendette la casa e se ne andò all’ospizio.
Lì Lupus lo riconobbe dal nome ed anche dallo sguardo.
Dipingeva sempre, ma solo per diletto. Regalava i quadri agli amici che andavano a trovarlo, lo invitavano nelle loro case, lo festeggiavano, insieme giocavano a carte, facevano le parole crociate ed i rebus, vedevano la televisione e si azzuffavano per la politica e lo sport. Il pittore era o sembrava sempre felice. Gli altri vecchietti dell’ospizio stravedevano per lui e lo cercavano per ogni bisogno.
In quanto ai figli dell’imbianchino, la prima domenica vennero a trovarlo tutti e tre con le mogli e i bambini e lui andò fiero di quella schiera di parenti, che gli avevano portato biscotti, cioccolata e sigarette.
La seconda domenica venne un figlio solo e gli disse che si sarebbero dati i turni. Gli portò le sigarette.
La terza domenica l’altro figlio telefonò perché non poteva venire.
Dopo qualche mese non venne più nessuno dei figli e non gli portarono più niente, però telefonavano.
Dopo altri mesi non telefonarono più, continuarono a vivere la propria vita e a costruire palazzi come aveva fatto il padre, il quale, appena poteva appartarsi, piangeva chiuso nella propria stanza.
Era davvero la più piccola, spoglia e peggio esposta di tutto l’istituto, essendo anche la più economica. Quando Geranio vide quel buco, immediatamente fece trasferire, a proprie spese, colui che definì “ il mio amico “  in una camera al piano superiore, con bagno personale. Gli donò alcuni tra i più bei quadri che avesse fatto ultimamente ed ogni giorno passava un po’ di tempo a consolarlo per l’abbandono dei figli, affermando che i giovani capiscono sempre troppo tardi l’amore dei genitori.
Quell’inverno il pittore prese la bronchite e gli amici non lo lasciarono un momento, quando invece prese la bronchite l’imbianchino ci fu solo il pittore ad assisterlo.
Allora l’imbianchino compì l’ultimo atto di egoismo e gli confessò tutto per sgravarsi l’anima: di come lo avesse preso in giro e derubato. Geranio lo guardò con quell’espressione innocente:
<Sono contento di averti incontrato di nuovo> gli rispose porgendogli una premuta di arance mentre l’altro tossiva, <bevi, ti fa bene.>
Allora Lupus, finalmente, gli vide l’anima attraverso le rughe, la testa pelata e luccicante, gli occhiali , i denti finti e il doppio mento ormai cascante.
Sentì una specie di rimembranza liliale, scosse la testa e, per la prima volta dopo tanto tempo, si asciugò una lacrima vera.
Si strinsero la mano.
Un paio di settimane dopo i giornali ripresero a parlare di Geranio con entusiasmo, lo cercarono, lo intervistarono, riorganizzarono mostre e venne la televisione fino all’ospizio.
Vollero sapere da lui se era stato un uomo felice. Certo, rispose. Se aveva amato sua moglie ? Moltissimo. Se ne era stato riamato? Moltissimo. Se gli era mancato un figlio? Certo. Ma nella vita qualcosa manca sempre a tutti. Se aveva amici? Tanti, anzi adesso ne aveva perfino ritrovato uno della giovinezza. Lupus, già. Non si spaventassero dell’aspetto minaccioso e delle lunghe orecchie nere a punta né di come digrignava i denti né di quegli occhi rossi. Potevano accarezzarlo: era innocuo.

 Domenica Luise

(Elaborazioni grafiche di Domenica Luise)

 

La vedova nera

Suo marito era stato un bel vedovone nero, alto, pelato (che per le vedove nere è un pregio) panciuto (idem) e prepotente (bi-idem).
Morì soffocato dal vizio del fumo, al quale era allergico. Difatti, anche se non si direbbe davvero, le vedove nere hanno i polmoni delicati.
Lasciò la moglie disperata ed i tre figlioletti, con una cantina piena di botti del proprio prezioso veleno, tanto che potevano vivere di rendita.
Veramente lei, quando era vivo e non la vedeva, piangeva sempre perché il matrimonio l’aveva delusa. Adesso piangeva perché era morto. Un tipo prepotente, bugiardo, scroccone ed avaro. Come aveva fatto a fingere così bene durante il fidanzamento. Lei non aveva abbandonato la tana coniugale solo per amore dei vedovini neri figli, tre gemelli timidi come la madre, assolutamente inetti a farsi largo a zampate nella vita.
L’unica loro passione erano la pizza, la discoteca e le ragazze.
Studiare niente. Presero la terza media a furia di raccomandazioni, significa che si presentava il padre buonanima, col sigaro in bocca, e sbuffava nuvole di fumo in faccia al preside, il quale tossiva, tossiva. Poi il padre gli consegnava una mosca impacchettata nella ragnatela, che per le vedove nere corrispondeva almeno ad un capretto di media misura.
<Ma no, ma perché si è disturbato, non posso accettare> diceva il preside con l’acqualina in bocca prendendo il dono proprio per non offenderlo.
Adesso la vedova nera era preoccupata. Da vivo suo marito era stato una croce, d’accordo, ma da morto era anche peggio. Come sarebbero andati avanti i gemelli all’istituto superiore?
Cominciò a regalare bottiglie di veleno ai professori. Era un articolo di prima qualità, denso, maleodorante e schifoso.
Non si poteva rifiutare. I ragazzi crebbero e si moltiplicarono prima del tempo. I problemi della madre aumentarono. E poi, si sentiva sola. Col primo marito aveva lottato tutti i giorni. Voleva dare un nuovo padre ai suoi figli ed un sostegno a se stessa. Stavolta avrebbe scelto un ragno semplice, buono, sincero e con tanti capelli. Il veleno non era un problema.
Così s’innamorò di un bellimbusto, che l’ingannò con la dolcezza. Si mise in casa, abbandonando il proprio sia pur modesto lavoro di calzolaio e si lasciò mantenere. Passava il tempo giocando a carte con amici degni di lui e facendo il cascamorto a tutte le ragazzine dei dintorni, mentre la vedova nera moglie, col sorriso sulle labbra e la morte nel cuore, continuava a fare quello che hanno sempre fatto le femmine: cucinava e puliva per tutti, marito, amici, amiche, figli, fidanzate, mogli ed amiche dei figli. Dovette ascoltare i loro lamenti, pagare i loro debiti, ricomporre le loro liti. Crebbe anche molti nipotini ed i nipotini dei nipotini e viveva infelice e scontenta, chiedendosi in che cosa avesse mai sbagliato.
Quando il secondo marito s’innamorò di una vedovetta nera spennacchiata, miope e col veleno anemico, litigarono selvaggiamente perché lui pretendeva di portarsela a casa e che la legittima moglie abbandonasse la ragnatela nuziale, andandosene a dormire in cantina. Quel giorno egli dapprima mangiò voracemente e subito uscì  senza parlarle né dire dove andasse.
Allora la vedova nera moglie, che mai in tutta la vita era stata capace di prendere un’iniziativa, afferrò il telefono e, con le zampe tremanti, chiamò la più prestigiosa ditta di veleno a livello internazionale. Disse, con voce sempre più sicura, che aveva in cantina numero tot botti da tot litri con veleno di prima qualità di tot gradazione alcolica, definì anche vischiosità, retrogusto biliare, effetti collaterali e potenza afrodisiaca. Dall’altro capo del filo ci fu un lungo attimo di silenzio ed una dolce voce femminile, rauca al punto giusto, le chiese se fosse disposta a venderne qualche bottiglia. <Vendo tutto lo stock> rispose lei, al che le passarono subito la direttrice, che fu molto complimentosa e le offerse una cifra iperbolica.
<Non se ne fa niente> rispose la vedova nera madre, <voglio tre volte tanto>.
Prima parlò istintivamente, poiché le vedove nere, per propria natura, sono portate alla contraddizione, ma subito se ne pentì. Quei soldi le sarebbero più che bastati. Allora la direttrice incominciò a tirare sul prezzo ed alla fine si misero d’accordo per poco più del doppio della prima offerta.
<Mando immediatamente il furgone a prendere le botti e le sarà consegnato l’assegno per lei> disse la direttrice.
Fu questione di un’oretta e la cantina venne svuotata, la vedova nera moglie indossò l’unico tailleur buono che possedeva, risalente al primo viaggio di nozze col primo marito, prese la borsetta di finta pelle assicurandosi che dentro ci fosse la carta d’identità  e corse in banca a scambiare l’assegno. Ne uscì con due valigie piene di soldi. In quel momento passava un taxi, lo fermò e si fece portare all’albergo più lussuoso di una città molto lontana. Pagò cavando i soldi dalla borsetta di finta pelle e l’uomo, grato per la mancia, le portò le valigie fin dentro l’hotel e le consegnò al vedovino nero addetto, il quale l’accompagnò in una stanza lussuosa, tutta arredata con mobili antichi. La vedova nera, però, non si fermò per godere di quell’inaspettata fortuna. Suo marito poteva essere anche già tornato a casa ed avere scoperto la sua fuga e la cantina svuotata. Se l’avesse trovata, il che era possibile, l’avrebbe dichiarata incapace d’intendere e di volere, si sarebbe preso i soldi e lei l’avrebbe dovuto servire per il resto dei suoi giorni insieme a qualsiasi amante gli piacesse tenersi. Si consolò pensando che, una volta al sicuro, si sarebbe fatta una vacanza in un luogo ancora più bello e ricco. Per il momento non poteva sentirsi tranquilla nemmeno dell’autista che l’aveva portata fin lì, non ci voleva niente che al più presto la cercassero tramite radio, televisione ed internet offrendo qualche premio a chi dava notizie, le vedove nere sono quasi tutte opportuniste e traditrici per natura.
Si riempì di soldi la borsetta di finta pelle, nascose le valigie sotto il letto ed uscì. Le ci vollero due ore buone per trovare tutto quello che le occorreva.
Tornò in albergo con una terza valigia, che il vedovino nero addetto si affrettò a portarle in camera e a prendersi un’altra mancia. Appena sola aprì la televisione e respirò di sollievo: ancora non si erano accorti di nulla perché nel telegiornale non ne parlavano affatto, le venne la tentazione di dormire, almeno per quella notte, in quel letto sontuoso. Aprì la valigia ed incominciò ad osservarne, pensierosa, il contenuto.
C’erano due parrucche, una bionda, liscia e corta ed un’altra castana e lunga con le trecce. Le provò davanti allo specchio, malcontenta di dovere nascondere i propri bei capelli bruni e crespi, come piacciono a tutte le vedove nere femmine e maschi. Aveva anche acquistato alcuni abiti di squisita fattura, ma di tale semplicità che nessuno l’avrebbe notata mai, due paia di scarpe, due borse e il biglietto di prima classe per una città ancora più lontana. Il suo cognome, tra le vedove nere, era molto comune. Non l’avrebbero trovata mai.
Il caminetto era acceso, bruciò accuratamente il tailleur buono e la borsetta di finta pelle.
Dopo ragionò sul suo progetto: farsi chiamare un taxi che la portasse d’urgenza in stazione sostenendo che aveva ricevuto una chiamata sul telefonino e suo figlio aveva avuto un incidente. Poteva essere pericoloso. I gestori degli alberghi, in queste cose, sono diffidenti e chiamano la polizia. Quando pizzicano qualche ricercato c’è una bella ricompensa. Meglio fare la finta tonta, ordinare la cena in camera sostenendo di essere un po’ stanca per il viaggio, avvisare che sarebbe ripartita l’indomani mattina e mettersi comoda in quel bel letto, ma senza dormire, tenendo sempre d’occhio i telegiornali.
Difatti si svegliò che il sole era già alto, aveva cenato bene, dormito meglio e si sentiva pimpante come non le era capitato nemmeno il giorno del primo matrimonio. Aprì subito la televisione molto preoccupata, ma anche piuttosto euforica, non dicevano ancora niente di lei e così telefonò perché le portassero su la colazione. Chiese pure che le chiamassero un taxi, mangiò con calma, ma sempre col televisore acceso, niente, non la cercavano. Evidentemente lui aveva passato la notte con l’amante ed ancora non era rientrato. Che colpo di fortuna.
Partì con un completo jeans, che sembrava uguale a mille altri ed i suoi capelli crespi, così neri, lunghi e belli. “ Sono ancora giovane “ pensava osservando gli sguardi degli uomini, dal direttore all’addetto, al lift. La gonna era stretta e le aderiva sulla pancia ben pronunciata, di una rotondità quasi perfetta. Tutti si rammaricavano che andasse via così presto e dovette promettere che sarebbe tornata. Un cascamorto voleva mandare via il taxi, che aspettava, e portarla dove volesse con la Ferrari, un altro afferrò le tre valigie, un terzo, non potendo fare altro, le prese una mano, che lei ritirò vivacemente dicendo: <Cosa fa? Sono una donna sposata !>
Infine si catapultò nel taxi, sempre tenendo d’occhio che le valigie ci fossero tutte, fece abbassare i finestrini sostenendo di avere freddo, perché nessuno sentisse dove andava e finalmente partì mentre gli ammiratori facevano ciao con le zampe tese.
Appena arrivata in stazione andò alla toletta e si mise una delle due parrucche a casaccio, capitò quella con le trecce, così un gruppo di ragazzi del liceo classico, in gita scolastica, la scambiarono per una studentessa e la corteggiarono spietatamente fino a destinazione.
Quelle grosse valigie piene di soldi furono un bel guaio da trascinare. Per fortuna la forza non le mancava e nemmeno vedovi neri vogliosi di darle una zampa.
La città nella quale arrivò era davvero lontanissima dal suo paese, ma pensò che fosse più prudente sistemarsi alla periferia e così prese un autobus già in partenza, prima, però, andò alla toletta, si tolse la parrucca con le trecce, la buttò nel cestino della spazzatura e si mise quella bionda e liscia, cambiò il completo jeans con uno scamiciato nero e golf a quadrettini bianchi  e rossi, infine inforcò un paio di occhiali con le lenti riposanti marrone chiaro. Mentre si inerpicavano per una strada in salita, si informò se qualcuno avesse bisogno di una domestica. Ora nessuna vedova nera fa volentieri questo umile lavoro necessario, per cui già sull’autobus si sentì gridare:
<Io! Io! Io!> e quando scese aveva già trovato lavoro, una casa dove nessuno l’avrebbe mai cercata e perfino uno stipendio che non le serviva per niente. L’indomani mattina portò le due valigie di soldi alla banca, sostenendo che erano l’eredità del suo povero marito, il che era assolutamente vero, ed aprì un conto milionario.
Il secondo vedovo nero marito ingrato tornò a casa dopo ben due giorni di baldoria con l’amante e non trovò né moglie né veleno né niente. Dovette riprendere il suo modesto lavoro di calzolaio e, poiché ormai era diventato povero, la ragazza lo lasciò. Egli cercò la moglie via radio, televisione ed internet, ma fu inutile. Allora pensò che se la stesse spassando ai Caraibi o a Parigi e in mille hotel da superlusso, ma a nessuno venne mai in mente che facesse la domestica alla periferia di una grande città molto lontana e fosse tanto felice. I figli, i nipoti, i pronipoti e perfino le nuore la rimpiansero sempre per la sua disponibilità, i regali e tutte le volte che andavano a piangere sulla sua spalla. Intanto la
vedova nera si tagliò i capelli a caschetto riccio e bruno e buttò via anche la seconda parrucca, che ormai non serviva più. Investì una parte dei soldi, divenne ricca ed organizzò, sotto falso nome, ovviamente, un gruppo femminile artistico culturale per la  promozione della donna.

Domenica Luise