Grappoli

 

Glicine


Il glicine talora piange il suo viola
di vento e di polline, eppure
altre volte ride
e chiama vita alla vita.

Attira
con la sua bocca rossa e il canto.

Civettuolo. Divertito. Commosso
e commovente
dondola i fianchi ammantando
il quotidiano arrugginito.

Dice che l’unione fa la forza
o la bellezza
con fiori di fiori di fiori
ed universi.

 

                               Domenica Luise

                                  (Fotografia di Cristina Bove)

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Anna Giobba

Anna è l’amica che, con grande pazienza, provando e riprovando,
ha preparato una deliziosa presentazione  filmica col mio canto dell’Usignola stonata ( sta su facebook, nella mia zona ), per questo le ho attribuito il premio Giobba.
Ecco la foto che mi ha mandato:

Anna
Il viso è un po’ sfocato e suppongo
che non le renda giustizia perché, a
mio parere, deve essere
più bella.

Anna pastelli
Ecco il primo effetto, Anna pastelli. Ebbene sì, lo ammetto,
non è stato un lavoro facile stavolta .
Naturalmente Anna è bella e io sono brava.
Ah, ah, ah.
Anna pop art
Guardate questo tipo, Anna pop art: trattandosi di una
giovane ragazza sta  proprio bene.Anna vortice
Finisco con Anna vortice.  Adesso sotto a chi tocca, finora
tutte signore, bravissime. Ne ho parecchie in fila.
Vivete felici.

               Domenica Luise o Mimma
                            (Effetti fotografici di Domenica Luise)

I trucchi di Mimma

Mariachiara camicetta 1
Oggi inauguro una nuova categoria: I trucchi di Mimma. La modella qui sopra è mia nipote Mariachiara, che indossa una camicetta dipinta da me, originariamente era tutta un fondo. Divenuta vecchiotta e un po' più aderente di quanto mi stesse bene,  ho deciso di usarla sotto un maglione bianchissimo con lo scollo a V, che mi piaceva tanto. Ora ho capito, con l'età, che quando una cosa mi piace o si macchia o mi cade e si rompe, insomma va soggetta al destino. Il maglione si è macchiato di ruggine non so dove, allora li ho dipinti tutti e due, in questa foto vedete la camicetta,  che vi faccio rivedere  in un'altra foto.

                                      Mariachiara camicetta 2
 

 Ho usato i pennarelli di colori per stoffa e mi ci sono voluti il giallo, il marrone e il nero sia per la camicetta che per il maglione assortito. Iniziate sempre col colore più chiaro perché, se sbagliate, lo potete ricoprire con quello più scuro, ma non si può fare il contrario.  Ho decorato i polsi, il colletto e il taschino della camicetta con linee e pallini. Mettendo il marrone e il nero ho potuto portare il mio completo mimmiano sia con gonna o pantaloni, scarpe e borsa neri che marroni, in quanto al giallo mi è servito a dare luce. Lasciate asciugare i colori e usatene uno alla volta, si sbaglia di meno, comunque i pennarelli asciugano subito mentre i colori cremosi vogliono un po' più di tempo e abilità. Il segreto di una buona pittrice su stoffa è di non ricoprire tutto lo sfondo, ma di lasciare un po' di stoffa libera con disinvoltura, senza eccessiva regolarità. Il maglione, come vi ho detto, si era macchiato di ruggine, quindi ho incominciato a ricoprirlo col colore per mascherare la macchia e ho continuato per tutto il maglione seguendo le trecce con cui era lavorato. E' stata necessaria solo un po' di pazienza, guardate che risultato.

Mariachiara maglione 1

Sì, avete ragione, lei è bellissima, tanto che vi metto un'altra foto così l'occhio gode.

Mariachiara maglione 2

                                       (Modella: Mariachiara Crisafulli.
                                    Fotografie di Domenica Luise)

 

Mamma e figlia

 

 

amore

 

Tutti diciamo mamma
nel bisogno
e inghiottiamo il groppo.

Lei ci ha dato il latte,
ci guardava
e ci ha insegnato a correre
sul prato di verde e di terra.


vita

Era il cibo, la casa
e la libertà.

 

libertà

Hai lasciato sorrisi di carta
dove sei e non sei
ed un buco nero di nostalgia.

                                        Domenica Luise

                                 (Fotografie di Augusto Chiesa)

 

 

Mimma e Cristina all’inferno

   

      

 


< Vestiti leggera perché ci sarà caldo > consigliò Domenica Luise a Cristina Bove. Come al solito la linea telefonica era un po’ disturbata.

  < Ma tu > rispose lei, < sei proprio sicura che non ci sia pericolo ? >.

< Tanto nemmeno ci credi, lo sanno tutti su internet > rispose Mimma  dando mentalmente dell’incosciente a se stessa. < Hai paura? Vuoi rinunciare? Mi faccio accompagnare dalle mie gattine? > continuò stupendosi da sola per la sua voce così decisa.

< Del resto Orfeo l’ha fatto tranquillamente e come lui parecchi altri …>

< Pazzi > tagliò corto Cristina.

< Se mi vuoi credere io la visione l’ho avuta poco fa, mentre facevo colazione in cucina col latte, caffè e i biscotti. D’un tratto sono cadute due o tre piume di pavone sul tavolo ed è apparso l’angelo Francesco Pasticcio. Non somigliava affatto all’ometto del quale avevo parlato nella favola giocosa, alto, sui venticinque, magro, capellone, con l’orecchino, il tatuaggio di una colomba e forti bicipiti sotto la canottiera di puro cotone makò >.

< Questa poi, un angelo in canottiera come tu dici non l’ha mai immaginato nessuno. Sì, d’accordo sei un po’ strana, ma non credevo così >, rispose  Cristina.

< Così come? Guarda che ho le prove, l’ho fotografato con la macchina digitale e ti mando subito la sua faccia per allegato >.

Cristina sospirò: < Mimma, io il cuore ce l’ho debole di mio. Un giro all’inferno mi ucciderà del tutto e poi ti saluto internet e giardino dei poeti >.

< Ma lui dice che soltanto all’inferno cresce la pianta dell’invidia e serve un tubero delle sue radici per preparare l’antidoto >.

< E come ci arriviamo ? >.

< Mi ha consegnato due biglietti di andata e ritorno, uno per te e uno per me. Ha detto che sarai il mio Virgilio >.

< Ah, ah, ah, Virgilio io > fece Cristina scompisciandosi.

< Anche Virgilio era un non credente come te > disse Mimma. Cristina, a questa verità, non seppe cosa ribattere.

< E da dove passeremo per entrare nell’inferno? >.

< Ha detto che c’è un pertugio nell’Etna, ci porterà lì tutte e due stanotte, se accetti >.

< Ma io…>.

< Altrimenti ci vado da sola. L’antidoto contro l’invidia è indispensabile a salvare l’umanità, guarda cos’ha fatto Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dei >.

< E tu credi a queste favolette? >.

< Sono archetipi, non favolette, me l’hai detto tu  >.

< E guarda com’è finito Prometeo >.

< Allora, se hai paura, ci vado da sola >.

< Io non ho paura e non ti lascio partire con le gatte. Va bene, vengo con te. Ti potrò essere d’aiuto con qualche buona poesia >.

“ Ce le faremo fritte lì sotto le poesie “ pensò Mimma, ma non lo disse per non scoraggiarla più di quanto già fosse.

< E cosa debbo fare stanotte > chiese Cristina con una strana voce tremolante.

< Niente. Ha detto di andare a dormire dopo una cena leggera già vestite, lui consiglia pantaloni e casacca larga per essere comode, scarpe da tennis ed una moneta da due euro per pagare Caronte >.

< Caronteeee? > urlò Cristina, < dobbiamo pure traghettare? Io soffro il mal di mare. Una volta, quando venimmo da Tunisi coi bambini piccoli… >.

< Tanto quella è solo una palude, ma se hai paura…>.

< Mi posso portare almeno i miei due libri di poesie ? > chiese Cristina con tono implorante.

< Ma certo. Ed io partirò con la favola dell’usignola stonata e il dischetto del canto libero inventato da me . Magari una bottiglia d’acqua chissà in mezzo alle fiamme ci viene sete e un pacchetto di fazzolettini di carta > rispose Mimma.

E rabbrividì.

 

( Fine della prima puntata. Continua )

 

L’angelo Francesco Pasticcio le prese per mano, una a destra, l’altra a sinistra, le ali rotearono e in un battibaleno si trovarono davanti ad una fessura fumante e calda. In cielo splendeva una gran luna.

< Mimma > disse, < prendi i due biglietti da consegnare a Caronte. Deve forarli e restituirli per il ritorno >. Aggrottò la fronte, fece guizzare i bicipiti, si dette una manata al centro del petto:

< Mi pare di non avere combinato nessun pasticcio, stavolta > scosse la folta capigliatura che brillò come un topazio, gli scapparono due o tre piccole scintille variegate a forma di fulmini quando sorrise, < Ah, dimenticavo una cosa importante: non vi venga in mente , per nessun motivo al mondo, di nominare Dante Alighieri e la Divina Commedia, ne sono tutti invidiosissimi e si potrebbero vendicare magari bruciandovi il biglietto di ritorno >.

< Io non entro > disse Cristina stavolta a voce alta e ferma.

< Io nemmeno > aggiunse Mimma, < il rischio è troppo >.

L’angelo Francesco Pasticcio diede loro una buona spinta o calcio che fosse e si trovarono in uno strano androne, con le pareti alte alte di cemento e le torce, che mandavano sinistri bagliori, appese ai muri.

Di vivo o apparentemente vivo nessuno. Il pertugio dell’ingresso doveva essere ben nascosto nelle pareti, che Cristina incominciò a tastare sperando di ritrovare l’uscita. Mimma si sedette su un masso scoraggiata, il masso incominciò a sbuffare, agitarsi, allargarsi e venne fuori un vecchio con la barba bianca e l’aria benevola.

< Ma questo non è il modo di disturbare il mio pisolino, non lo sapete che ho il sonno leggero e debbo staccare sempre quel dannato telefono?

Qua arrivano anime in continuazione e voi due come siete entrate? Deve essere un altro pasticcio del solito angelo. Dite la verità, è stato lui a portarvi fin qui? >

Mentre affermava queste cose non sembrava arrabbiato, anzi sorrideva garbatamente ed aggiunse: < Non preoccupatevi, vi aiuto io, sono Caronte,  esperto di sesso, politica e poesia >.

Cristina e Mimma lo guardarono a bocca aperta. Egli ebbe una piccolissima mossa di impazienza, ma così piccola che soltanto due poetesse molto sensibili se ne potevano accorgere.

< Avete portato i due euro cadauna per il traghettamento? Sapete, debbo darli  al capo, fosse per me vi farei viaggiare gratis >.

Cristina e Mimma gli consegnarono la somma richiesta. Egli esaminò le monete e le conservò accuratamente in un grosso portamonete a scatto che faceva clap clap all’apertura e alla chiusura.  Sorrise di nuovo e fece loro il gesto di accomodarsi.

Un motoscafo ultimo modello, già pieno di ragazze e ragazzi festosi, era attraccato su uno specchio di mare placidissimo, dove si rifletteva la luna. Tutti cantavano in coro ed erano pure intonati. Dovunque c’erano specchi, anche posizionati sui sedili perché chi voleva si potesse ammirare.  Cristina e Mimma , essendo donne, si specchiarono subito e videro due fanciulle con quarant’anni di meno, la pelle liscia, l’occhio non più miope, i capelli lunghi, una biondo miele e l’altra bruna notte oscura. Ecco.

Erano pure dimagrite alquanto, un poco scollacciate, a dire il vero, ma non troppo, poteva andare.  Cristina incominciò a protestare che lei non portava gioielli quando si accorse di avere un girocollo d’oro in forma serpentesca. < Mi stringe > diceva affannata. < Stai buona > sussurrò Mimma, < non incominciamo subito a protestare, non si sa mai > e si strofinò i polsi, dove la strizzavano due bracciali d’oro anch’essi in forma serpentesca.

< Piuttosto teniamoci cari i biglietti di ritorno > sussurrò.

Il motoscafo si fermò davanti a quello che sembrava un giardino: < Ma dove sono le fiamme e i diavoli coi tridenti, la puzza di zolfo e la pece che si appiccica ? > chiese Cristina sbalordita.

Mimma non seppe cosa risponderle. Una folla di ragazzi e ragazze si sbracciava accogliendoli con grida di gioia e stesero un tappeto rosso dove i nuovi arrivati passarono di corsa, tutti incominciarono a baciarsi strofinandosi ed in un battibaleno si formarono coppie bene assortite.

Nello zainetto di Mimma c’erano la bottiglia con l’acqua, la favola dell’usignola, il cd col canto libero, un cornetto alla crema, il pacchetto di fazzolettini e, soprattutto, i biglietti per il ritorno. Per precauzione li prese di nascosto e li infilò nel reggiseno.

< Dice Caronte di consegnare a lui i biglietti, ce li restituirà quando ritorneremo > affermò Cristina.

< Io non gli do niente > rispose Mimma a voce bassissima, < non voglio correre il rischio di restare qua sotto per fare un bene all’umanità indegna. Ecco. >.

Caronte sorrise con atteggiamento indulgente, ma alle due poetesse non sfuggì un piccolo corrugare delle ciglia e un tremolio contrariato della barba bianca.

Misteriosamente sia i braccialetti di Mimma che il girocollo di Cristina smisero di stringere e poterono toglierli. La tentazione era di buttarli via, < Ma se fossero  un lasciapassare ? > disse Cristina, e così li conservarono ognuna nel proprio zainetto.

                                   (Fine della seconda puntata. Continua)

 


< Ciccino, stavolta lo dico per primo: l’hai combinata bella, anzi brutta. Sei venuto meno alla legge fondamentale umana del libero arbitrio sbattendo quelle due poverine all’inferno con lo spintone. Dovevano decidere da sole >.

Il Padre era contrariato e lo dimostrò sollevandosi in tutta la sua altezza, < Io non ti ho insegnato tanta imprudenza >.

L’angelo Francesco Pasticcio piombò prostrato battendosi il petto così rumorosamente che al Padre scappò da ridere:

< E smettila, piuttosto almeno glielo hai fatto capire bene di non consegnare mai a nessuno e per nessun motivo i biglietti di ritorno? Altrimenti lo sai come sono subdoli i diavoli, le terrorizzeranno e non le faranno tornare indietro >.

< Veramente, maestà, io…sì, mi pare di averlo accennato >.

< Accennato soltanto? > strabiliò il Padre allargandosi a dismisura. Francesco Pasticcio chiuse gli occhi e si tappò le orecchie.

< E glielo hai detto > tuonò il Padre, < di non mangiare né bere nulla e di non prendere nulla tranne il tubero ? E di non fidarsi mai di quello che dicono i diavoli perché una cosa dicono, una cosa pensano e una cosa fanno? >.

Ciccino mugolò che no, si era dimenticato di avvertirle, < ma non sono mica sceme >, osò aggiungere.

< Lo scemo sei tu, stavolta >, affermò il Padre soffiando vento e fulmini tutt’intorno, < e allora cosa gli hai detto, Ciccino come le hai mandate ? Vai subito all’inferno e riportale indietro appena prendono il tubero dell’invidia. Le voglio sane, salve e della giusta età > decretò. < In quanto a te, ti metto in divisa di corvo, non puoi presentarti là sotto bardato che mi sembri un pavone >.

Subito le ali variegate sparirono e Ciccino divenne tutto nero, aprì la bocca e fece gra gra. Una lacrima gli uscì e dondolò a lungo prima di cadere su una nuvola.

Al Padre fece pena, ma Pasticcio doveva imparare la lezione.

< Adesso sei l’ultimo degli angeli > affermò. < Corri subito all’inferno e stavolta non fare guai >.

< Gra, maestà, volo, maestà, perdono, maestà > rispose Ciccino.

< Sembra il giardino dei poeti come l’ho sempre immaginato in metafora > sussurrò Cristina .

  < Non somiglia  all’inferno > rispose ancora più piano  Mimma spaventata, < dove sono le fiamme ? >.

< Tu sei cattolica > l’accusò Cristina, < e piena di luoghi comuni >

< Cattolica sì, cretina no > ebbe la forza di alitare Mimma. Il giardino era tenuto benissimo, tutto in fiore, con deliziose fontanelle di acqua gorgogliante. Su una c’era scritto: Eterna Giovinezza; sull’altra: Salute perpetua. Una terza, che sembrava tutta ricoperta di monete d’oro,  portava il titolo di Buona Fortuna. Poi c’erano la fontanella Allegria, Spensieratezza e perfino una intitolata  Peso Forma.

< Io vado a bere un sorso da ognuna > affermò Mimma,  < non voglio più diventare vecchia acciaccata  e nemmeno grassa >.

Cristina ammirò tanto coraggio, ma < Non lo fare > sussurrò , < potrebbe essere pericoloso, ricordati che non sembra, ma siamo all’inferno e che cosa successe a Proserpina per avere mangiato soltanto sei semi di melagrana: ha dovuto sposare Plutone, il re dell’Ade , non vorrai restare qui sotto per sempre magari a fargli da schiava sventagliandoli >.

Mimma si fermò subito : < Quante cose m’insegni > sospirò.

 Un ragazzo bello, ma tanto bello da togliere il fiato, le andò incontro e le baciò la mano, trattenendola poi a lungo fra le sue.

< Come sei bella > le disse, < posso aiutarti? >.

Mimma lo fissò con aria ebete, < E tu chi sei? > domandò. Ondate violente di piacere la fecero rabbrividire dai mignoli dei piedi alle punte dei capelli uno per uno attraversando a velocità vertiginosa e incalzante tutto il suo corpo.

< Sono il demone della lussuria e voglio farti mia in questo giardino stupendo.  Ti farò provare ebbrezze che non hai mai sperimentato e ti terrò sempre con me >.

Mimma ripensò alle sue giornate con le gatte Coccola e Cristina, agli amici che l’avevano cercata fino a quando gli era servita per lezioni private gratuite oppure per lamentarsi e chiederle denaro e poi erano rapidamente scomparsi, al marito morto così precocemente  e a come certe mattine si svegliava  piangendo.

Sempre sola. Non aveva più niente e nessuno.  In fondo restare lì sotto giovane, sana, allegra, spensierata, eccetera, al raffronto le pareva uno zuccherino.

< E quale conoscenza le dai? > chiese Cristina con voce alta e sicura, < si tratta di una poetessa, non dell’ultima venuta > affermò.

< Conoscenza di che? > disse il demone della lussuria, e per lo sforzo di pensare gli venne una ruga dritta in mezzo alla fronte.

< Religione, per esempio. Filosofia,  poesia, pittura, canto >.

Il demone della lussuria rise: < Io posso farle conoscere il piacere in eterno e null’altro > affermò.

< Sai che noia da tagliare a fette > rispose Cristina.

E tirarono via, ma Cristina, da donna più esperta in sesso e lussuria quale era, dovette letteralmente trascinare una Mimma disorientata, che diceva frasi sconnesse del genere:

< Non ho mai visto niente di più bello, che occhi, che gentilezza, com’è affettuoso, mio marito, in confronto, era un dilettante > .

< Te lo debbo proprio spiegare io che è soltanto una tentazione e non c’è nulla di vero? > disse Cristina affannata perché, pur essendo dimagrita di colpo, Mimma era sempre ben nutrita e più alta di lei.

< O mia Virgilia, mi hai salvata dalla tentazione, grazie > sussurrò Mimma, ed aggiunse: < Ma che bella tentazione >.

Si girò un’ultima volta a guardarlo, il demone della lussuria se ne andava dinoccolato che sembrava Gary Cooper in mezzogiorno di fuoco, d’un tratto fece una gran vampa e sparì.

< Avevi ragione > affermò Mimma ad occhi sbarrati, < non c’è niente di vero, ma che bella illusione >.

Per un altro poco le restarono le mani ghiacciate, Cristina, con atteggiamento materno, un po’ impietosita, gliele massaggiò fino  a quando non  le parve che Mimma ripigliasse un colorito normale, sarebbe a dire non più a chiazze scarlatte.

< Figliola mia > le disse, < se il primo apparentemente buon diavolo che ti abborda ti fa quest’effetto, ti dovrò controllare a vista. Sei diventata pericolosa >.

< Quante cose m’insegni > ripeté Mimma ancora scossa.

< E smettila > si arrabbiò Cristina. Non sopportava di fare la maestra, < troviamo questo tubero e filiamocela il più rapidamente possibile . Hai messo al sicuro i biglietti di ritorno ? >.

Mimma indicò il proprio seno: < Stai tranquilla, qui non li trova nessuno >.

( Fine della terza puntata. Continua )


Quant’era ingenua. Mentre si guardavano intorno chiedendosi cosa dovessero fare, videro arrivare un corvo snello, elegante, a lutto dalla testa ai piedi. Si voleva fermare per forza sulla spalla di Mimma, che lo scacciò spaventata, allora lui cominciò a fare gra  gra e tentò di poggiarsi sulla spalla di Cristina, la quale pure lo mandò via ad ampi gesti. Il corvo si appollaiò su un cespuglio di rose rosse profumatissime lì accanto e parlò con voce umana: < Sono Francesco Pasticcio sotto copertura > disse, < gra gra.  Mi manda il Padre ad avvertirvi: non mangiate e non bevete niente e nascondete bene i biglietti di ritorno, dove li avete messi? >.

Mimma arrossì pudicamente e Cristina fece un cenno. Ciccino, da angelo esperto, capì subito, ma aggiunse: < Nemmeno quello è un posto sicuro, potrebbero farvi ispezionare da qualche diavolessa anche contro la vostra volontà. Sappiatelo. >.

< Ma tu > disse Cristina con atteggiamento dubbioso,  < in questo mondo di menzogna dove tutto è il contrario di quello che sembra, quale dimostrazione ci dai che sei realmente chi dici di essere ? >.

< Nessun diavolo può pronunciare il Padre nostro > affermò Ciccino, unì devotamente le ali e lo pregò tutto senza sbagliare una parola.

<  Adesso ci crediamo > dissero sollevate in coro Mimma e Cristina, il corvo volò sulla spalla di Mimma, < In realtà il Padre mi ha degradato ad ultimo angelo del Paradiso per avervi dato lo spintone e cacciate nell’inferno senza rispettare il libero arbitrio umano. E’ stato il pasticcio più grosso della mia carriera, non so se mi perdonerà > disse ed incominciò a piangere con lacrimoni che gli calavano fino al becco giallo e lui se li beveva con aria afflitta.

< Stai piangendo, in  Paradiso non si piange > dissero in coro Mimma e Cristina.

< Quelli degradati come me hanno un permesso speciale > rispose Pasticcio tirando su col naso. Faceva pena e le due poetesse lo ricoprirono di carezze, < Vedrai che ti perdonerà subito appena torneremo col tubero dell’invidia > disse Cristina.

< Ma tu non eri atea? > chiese Ciccino fissandola con due occhietti neri neri inquietanti.

 Li interruppe l’arrivo di Plutone e Proserpina, che passeggiavano sottobraccio.  Erano bellissimi, lui alto, bruno, occhi verdi come due schegge di giada variegata, lei bionda grano maturo, pelle rosa, bocca rossa, occhi celesti, raccoglievano fiori e ridevano con un atteggiamento complice di grande lietezza.

< E voi chi siete? Che corvo grazioso > disse Plutone.

< Siamo due poetesse, Mimma e Cristina > affermò Mimma indicando prima se stessa e poi l’amica, < e questo è il mio animaletto >.

L’angelo Francesco Pasticcio si strinse al collo di Mimma come se si spaventasse che il re degli inferi, adesso, richiedesse di lui gentile omaggio. Difatti:

< Me lo regali ? > fece Plutone, < piace molto alla mia sposa >.

< Ma io…>  mormorò Proserpina, con tutto l’atteggiamento di una alla quale non importi niente.

< Vai subito sulla spalla della signora > disse Mimma all’angelo, il quale obbedì.

< Grazie, molto gentile > affermò Plutone, e si presentò pomposamente: < Sono Plutone Primo, re degli inferi, padrone e signore dei sette vizi capitali e questa è Proserpina o Persefone, mia sposa amatissima >.

Mimma e Cristina dissero che era un piacere e si strinsero tutti la mano mentre l’angelo Francesco Pasticcio riprendeva a piangere, stavolta per la paura.

< Ma che ha questo corvo, perché piange ? > chiese Proserpina impietosita incominciando ad accarezzarlo con tanta gentilezza che Ciccino le diede un piccolo bacio sulla guancia.

Non ci voleva altro, < Rimarrai sempre con me, vero? > gli chiese Proserpina, e si mise a giocare con l’angelo.

< Smettila, moglie > disse Plutone, che era possessivo, geloso e la voleva tutta per sé,

< piuttosto vai a preparare il pranzo per le nostre gentili ospiti >.

Mimma e Cristina risposero di essere in dieta e che avevano appena mangiato frutta e verdura a volontà, ma non ci furono scuse : < Altrimenti mi offendo > affermò Plutone.

< Pasticcio ha detto di non mangiare e bere nulla qui sotto, come facciamo ? > sussurrò Cristina all’orecchio di Mimma.

< Dove ha portato il corvo Proserpina, in cucina sicuramente. Secondo me siamo in un bel guaio > rispose Mimma.

< Re Plutone > disse Cristina, < ti vogliamo confessare la vera ragione della nostra venuta qui > .

< Parlate pure > fece Plutone con atteggiamento munifico,  < vi darò tutto quello che volete. Chiedete ed avrete. Cos’è che più desiderate? L’eterna giovinezza, la salute, il successo di poetesse, l’amore sensual ?>.

A Mimma e Cristina scappava impetuosamente da ridere per quella strana apocope e si trattennero a stento.

( Fine della quarta puntata. Continua )

< Veramente > disse Mimma, < noi vorremmo un tubero della pianta dell’invidia, sappiamo che affonda le radici nel più oscuro dell’inferno e che bisogna scendere qui sotto per prenderlo. >.

< E che cosa ne volete fare ? >.

< Un veleno da diffondere su tutta la terra > mentì impetuosamente Cristina, timorosa che a  Mimma, ingenua com’era, potesse scappare la verità.

< Ma non rimarrete sempre con noi ? Non vi trovate bene quaggiù, sempre belle, ricche, giovani e con tutti gli amanti che vi pare? > chiese sorpreso Plutone aggrottando un sopracciglio.

< Vogliamo sacrificarci perché il male possa ricoprire il mondo col suo grigio mantello >  aggiunse Cristina, < il corvo potrà diffonderlo, chi dubiterebbe  di un uccello così insignificante? L’abbiamo addestrato a buttare i semi delle ortiche giganti nei giardini, li sostituiremo con semi di invidia e presto la terra  sarà tutta in potere infernale >.

Mimma, una volta tanto, aveva perduto la favella, incapace com’era, per sua natura, di mentire. Si limitava ad annuire con gli occhi spalancati e sperava soltanto che Plutone bevesse tutta la storia.

< Bisogna vedere se queste due dicono il vero > fece una voce virile ben modulata. Si girarono e videro un baldo giovine biondo, alto e bello pure lui, ma tanto lì sotto erano tutti belli.

< Cos’avete negli zainetti ? > chiese con atteggiamento dubbioso, < e se lo scopo fosse di creare l’antidoto facendolo spargere al corvo? >.

< Lucifero > disse Plutone, < come ti permetti di presentarti dopo avermi intentato causa perché vuoi essere tu l’unico re infernale e ti piace la mia sposa? >.

< Mi presento per il bene della comunità > rispose Lucifero, < che mi sta a cuore più del mio bene personale. E chi ha detto che io voglia soppiantarti ? >.

< Ma come, tu stesso l’hai affermato all’ultimo comizio e in tutti i canali della televisione, adesso te lo rimangi ? < rispose Plutone. Una grossa vena gli incominciò a battere ritmicamente dal collo fino alla tempia e gli si gonfiò tutto il viso per la rabbia.

< Non ti innervosire o scoppierai qui davanti a queste due belle signore. Allora, cosa avete negli zainetti? Possiamo vedere? >.

Mimma e Cristina fecero cenno di sì poiché non  c’era altro da fare.

Aprirono per primo lo zainetto di Cristina:

< La collana lasciapassare, due libri di poesie, un quaderno e una penna, un pacchetto di fazzolettini di carta,  una bottiglina d’acqua minerale gasata,  un paio di ciabatte comode di plastica e una giacchetta a mezze maniche.  Questa sembra innocente > dissero.

Dopo aprirono lo zainetto di Mimma:

< I bracciali lasciapassare, una favola intitolata L’Usignola stonata, un cd col canto libero della favola, un quaderno e una penna, un pacchetto di fazzolettini di carta, una bottiglina d’acqua minerale non gasata, un paio di ciabatte comode di plastica, una giacchetta a manica intera, e questo cos’è? > chiesero in coro aprendo la busta col cornetto >.

< Si chiama cornetto, lo mangiamo sulla terra specialmente il mattino a colazione > disse Mimma. Un soave effluvio si diffuse tutt’intorno.

< Sembra buono > disse Plutone.

< Facciamolo assaggiare a Proserpina > disse Lucifero.

< Perché non lo mangi tu ? > disse Plutone.

< E se è avvelenato ? > disse Lucifero.

< L’assaggerò io e poi lo dividerete > rispose Mimma, che stava morendo di fame. Ne masticò un pezzetto adagio e lo ingoiò mentre quei due la guardavano curiosissimi. Nel frattempo arrivarono Proserpina col corvo: < Quando volete butto la pasta.  Il ragù di serpente a sonagli è venuto buonissimo > affermò, < cosa state mangiando? >.

Plutone si tolse di bocca l’ultimo pezzo di cornetto e glielo diede, Proserpina l’assaporò con atteggiamento deliziato:

< L’ultima volta che mi hai permesso di farmi un giro in terra non avevano ancora inventato questa meraviglia > affermò.

< E poi si chiama “ cornetto “, deve averglielo ispirato l’inferno > disse Lucifero accarezzandosi un gran corno, che gli usciva luccicante dal mezzo della fronte.

< Vedi quanti alleati abbiamo dapertutto ? > chiese Plutone benevolo, < come potevi pensare che queste signore ci mentissero? >.

< Tu sei davvero un buon diavolo > rispose Lucifero, < ma io le faccio perquisire dalle diavolesse. Potrebbero avere nascosto tu sai dove i biglietti del ritorno senza consegnarli a Caronte >.

< Aspetta. Prima gli voglio fare vedere i loro appartamenti se hanno piacere di fermarsi qui, per il corvo una casetta semplice si fa costruire subito.

< E il pranzo >? > chiese Proserpina imbronciandosi.

< Basteranno dieci minuti > fece Plutone, al quale quel morso di cornetto aveva interrotto l’appetito.

( Fine della quinta puntata. Continua )


Diavoli e diavolesse erano al lavoro trasportando un gran masso cadauno sulla schiena né quelli delle femmine erano più piccoli, < Hanno voluto la parità coi maschi> spiegò  Lucifero,

< gliel’abbiamo concessa. Il nostro motto qui è: “ Tutti felici e contenti “ >.

Con grande velocità costruivano dei palazzoni, Plutone affermò che si trattava dei domicili dei poeti e bastava visitare un solo appartamento  perché erano tutti uguali,  entrarono e le due poetesse strabiliarono: ampi, arieggiati, arredati con mobili di gran lusso e letti a tre piazze.

< Perché i letti sono così grandi ? > chiese Mimma a bocca aperta.

< Ma come ci sei finita nell’inferno ? > rispose  Proserpina ridendo.

< Scusatela > fece Cristina,  < è una lacuna, ma può sempre imparare >.

< Ci sono finita > disse Mimma, < ma non intendo restarci. Perfino Dante Alighieri…>.

Non l’avesse mai nominato:

< Quel maledetto > gridò Plutone, < sai tu il gran danno che ci ha fatto scrivendo la Divina Commedia? E poi, tutta fantasia, non c’è nulla di vero >.

< Ma Francesco Pasticcio non vi ha spiegato proprio niente prima di sbattervi qui sotto con un calcio? >

< Un calcio? Aveva detto una spinta >.

< Pure gli angeli dicono bugie > sghignazzò Proserpina.

< E sai quante anime ci sono sfuggite a causa della Divina Commedia ? > ululò Lucifero, e incominciò a contare sulle dita.

< Ispezionatele nude dalla testa ai piedi > strillò a due diavolesse bionde, truccatissime e procaci apparse dal nulla.

Si volse verso Plutone: < Sono sicuro che sono traditrici e hanno i biglietti  di ritorno tu sai dove >.

Plutone sembrava esitante:

< E tu sai bene che è proibito denudare le anime contro la loro volontà. Non vorrei problemi con le alte sfere, l’ultima volta mi si stava convertendo Proserpina >.

< Allora mandale via senza il tubero e avranno fatto un viaggio inutile >.

< Un momento. Ci tornerebbero utili sulla terra se fossero innocenti. Venite, voi, controllate accuratamente la prima nello spogliatoio. Stavolta voglio cominciare da quella ingenua, la santarellina, Mimma > tuonò sprizzando saliva verdastra tutt’intorno.

Mimma consegnò il proprio zainetto a Cristina e si allontanò con apparente tranquillità in mezzo alle diavolesse, che ridevano e dicevano parolacce come niente fosse.

Dopo una decina di minuti tornarono: < E’ innocente > dissero, < non ha niente addosso tranne il suo corpo >.

Cristina e il corvo rimasero a bocca aperta.

Cristina consegnò a Mimma il proprio zainetto e partì, con apparente tranquillità anche lei,  in mezzo alle diavolesse, che stavolta sembravano arrabbiate e non ridevano più. Dopo una ventina di minuti tornarono : < E’ innocente >, dissero, < non ha niente addosso tranne il suo corpo >.

< E allora perché ci avete messo il doppio ? > ghignò Lucifero.

< Abbiamo ammirato la sua biancheria rossa, coi lustrini pure.  E che pizzi bellissimi, li vogliamo uguali >.

< D’accordo > convenne Lucifero, < Ma adesso smettetela di fare i capricci. Potete andare >.

< Vi debbo chiedere scusa > disse Plutone a Mimma e Cristina,  < andiamo subito a prendere il tubero dell’invidia per distruggere il mondo >.

In un momento in cui i due diavoli altercavano perché Plutone diceva che Lucifero faceva le avances a Proserpina, Cristina soffiò a Mimma:

< Che ne hai fatto dei biglietti? >.

< Li ho spostati nello zainetto appena hanno finito di perquisirlo, l’ho visto fare in un film > rispose Mimma con un’aria furbesca insolita in lei.

Mentre Proserpina chiacchierava di com’erano finiti alcuni demoni dissidenti passati al Purgatorio, dove si erano messi a fare atroci penitenze anziché godersi l’eternità,  apparvero delle ville bellissime, circondate di piscine verdi e azzurre e decorate con mosaici che mandavano bagliori dorati.

<Oh, che meraviglia > fecero in coro Mimma e Cristina.  Uccelli di tutti i generi nidificavano sugli alberi tra giardini in fiore.

< Quelle sono le dimore dei grandi poeti > disse Plutone, < ne vado orgoglioso. Potranno scrivere in eterno le loro poesie, mangiare, bere, dormire, avere tutte le amanti che vogliono a libera scelta senza lavorare mai. Ci vanno  gli autori che riescono a trovare un editore senza pagare da sé le spese del proprio libro >.

< E perché non c’è quasi nessuno? < chiese Mimma senza sapersi trattenere.

< Perché i grandi poeti sono rari, ma li aspettiamo con fiducia >.

< E quelle catapecchie fra i dirupi servono per gli animali? >. Plutone sorrise: < Ma no, lì ci stipiamo i poeti che copiano le proprie opere rubacchiando a dritta e a manca, le firmano e si fanno belli dell’ispirazione altrui >.

E concluse ammiccante: < Per voi abbiamo preparato una villa su due piani completa di giardino e usignola stonata. Vi farebbe piacere  visitarla ? >.

< Caro re > rispose Cristina con tono mellifluo, < non vorremmo poi essere tentate di restare. E’ giunta l’ora di salutarci, io ho mio marito e mio figlio che debbono cenare, Mimma ha le sue gattine, per stavolta, con rammarico e per il male del mondo, dobbiamo separarci >.

< Allora io vi lascio  > fece Lucifero guardando il proprio cronometro rosso sangue abbagliante, < ho il corso di karate e poi una partita di pugilato >.

Con un guizzo sparì. Fuori uno.

Intanto Proserpina continuava a vezzeggiare il corvo : < Ma tu resti con me per sempre, non è vero ? > . L’angelo Francesco Pasticcio non aveva mai ricevuto simili coccole da una donna e rimaneva lì inerte, senza reagire, però non la baciò più sulla guancia.

< Prepara i doni, moglie > ordinò Plutone con aria di presuntuoso, Proserpina sparì subito, < noi andiamo a prendere quella radice >.

La pianta dell’invidia si presentava bene, larga, succulenta, con grassi fiori rossi intorno a cui ruotavano mosche e calabroni.  Faceva schifo solo a vedersi. Plutone usò il dito indice come un trapano, la terra si aprì docilmente e il re degli inferi portò su un grosso tubero, che consegnò a Cristina: < Tu mi sembri meno svagata della tua amica > affermò,  < te lo affido. Conservalo nello zainetto, taglialo a pezzettini e spargilo in tutti i continenti, ogni pezzettino sarà un seme micidiale, in breve tutta la terra ne sarà infestata e le guerre si scateneranno, le arti periranno, l’inferno si riempirà >.

Riapparve Proserpina con una grossa valigia.

< Moglie, hai preso le fiale dell’eterna giovinezza per le signore? >.

< Certo, marito mio >.

< E una borsa di monete d’oro cadauna ? >.

< Non le ho dimenticate, marito mio affettuoso >.

< E le pagnottelle infernali, che fanno mantenere la linea senza fatica? >.

< Sicuramente, marito mio appassionato >.

< E un cofanetto di gioielli cadauna ? Non dimentichiamo che sono re e voglio fare bella figura >.

< Non l’ho dimenticato, marito mio delizioso, ma il corvo me lo tengo > affermò Proserpina, accarezzando il povero angelo che era cotto e non reggeva più sulle zampe dalla paura.

< Il corvo no > si lasciarono scappare Cristina e Mimma in coro.

< Perché no? >.

< Chi spargerebbe i semi dell’invidia? >.

< Ne addestrate un altro, la terra è piena di corvi.

< E’ vero > disse Cristina, e si inginocchiò per terra invitando con gli occhi Mimma a fare lo stesso.  Ed incominciò, con voce alta e chiara:

< Padre nostro, che sei nei cieli >.

L’urlo di tutto l’inferno si scatenò con un boato nel quale l’Etna tremò, zampillò, implose, esplose, la lava fuoriuscì e, in mezzo ai lapilli, le due poetesse e l’angelo vennero eruttati in alto verso il cielo, fra le mani del Padre che stava all’erta e li agguantò con un dito solo.

( Fine della sesta puntata. Continua )

Epilogo

< Missione compiuta, maestà >, disse Ciccino inchinato ginocchioni su una nuvoletta rosa, e consegnò al Padre il tubero di invidia perché ne facesse l’antidoto.

< Grazie, caro > rispose il Padre mettendosi il corvo su una spalla. Ciccino pensò che l’aveva già perdonato e, dal sollievo, incominciò a piangere bagnandogli tutta la barba.

< Che fai, Ciccino? > disse il Padre, < mi inumidisci? >.

L’animaletto osò allungare il becco verso la guancia divina, che baciò a occhi chiusi: < Fate di me tutto quello che mi merito, maestà > disse, < non l’avevo mai combinata tanto grossa >.

< Ebbene sì > rispose il Padre, < ti meriti di essere reintegrato nel rango di prima categoria. Da questo momento in poi ogni lacrima sarà asciugata, così almeno non mi piangi addosso >.

Ciccino sorrise e fece gra gra.

< E poi ti lascio libero di apparire come ti pare: puoi indossare nuovamente le ali e la coda di pavone, restare come sei, trasformarti in cigno, in colibrì o usignolo secondo i tuoi stati d’animo >.

< Questo è un bel dono, maestà > rispose Francesco Pasticcio, < ma non posso approfittare della vostra bontà. Ciò è concesso soltanto agli arcangeli >.

< E se a me, invece, piacesse fare di te un arcangelo? >.

< E a che titolo, maestà? >.

< Te l’ho già detto una volta e te lo ripeto: per la tua umiltà >.

Le penne nere del corvo luccicarono e riapparve il piccolo angelo quasi nanerottolo, pelato e con le ali spennacchiate, in doppiopetto a quadrettini bianchi e celesti.

< Avevo nostalgia della mia apparenza umana > disse Ciccino sedendosi comodamente su una gamba del Padre.

< E cosa fanno adesso le poetesse ? > chiese il Padre.

< Dormono > rispose Ciccino occupatissimo ad abbracciarlo.

< Allora, Ciccino > riprese il Padre baciandolo sulla nuca pelata, < mentre dormono, vatti a prendere la valigia di Proserpina, che è finita nel giardino di Cristina, altrimenti quella appena si sveglia va a controllare le sue rose, la trova ed è capace di aprirla, tu sai quant’è curiosa, potrebbe magari assaggiare  la fiala dell’eterna giovinezza o che so io. Piglia quella valigia e buttala nella lava dell’Etna perché ritorni all’inferno ciò che dall’inferno è uscito e, dato che ci sei, ritira dai loro zainetti la collana e i bracciali in forma di serpenti ed elimina anche quelli, controlla se qualche diavolo gli ha messo cose negli zainetti e fai sparire tutto ciò che proviene dall’inferno, butta pure i biglietti di ritorno, poi vieni subito da me e ti darò l’antidoto da spargere >.

< Accidenti, ci avrei dovuto pensare da solo > gridò Ciccino, indossò ali d’aquila e  in un battibaleno fu di ritorno.

< In Paradiso non si dice “ accidenti “, Ciccino > osservò il Padre.

< E’ vero maestà, perdono maestà > rispose Francesco Pasticcio. Prese il barattolino con l’antidoto dell’invidia in polvere:  < Spargila bene > raccomandò il Padre, < affinché gli uomini possano essere liberi di scegliere tra l’invidia  e la generosità senza oppressioni, dopo di che ritorna da me per riposare anche tu >.

Ciccino, in un lampo, attraversò tutti i mari e le terre, sembrava superman. Solo gli sfuggì uno scoglio nell’oceano dove, in quel momento, approdavano tre naufraghi, un ragazzo e due signorine, scampati per miracolo alle onde ruggenti. Stavano litigando perché ognuna lo voleva tutto per sé.  In un angolo si vide una piantina dalle foglie grasse che veniva su rapidamente con strani fiori rossi intorno a cui volavano mosche e calabroni.   

< L’invidia è inestirpabile e Ciccino non poteva fare di più > pensò il Padre. E quando il piccolo angelo, che adesso portava le solite ali spennacchiate, gli ricomparve avanti, gli disse che era stato bravo e l’abbracciò come un bambino, così Francesco Pasticcio  si addormentò sul suo petto e sognò di essere nel Paradiso dei poeti, che è indescrivibile. 

 

                                                Domenica Luise

 

Alta cucina

 

Alta cucina

 

Ingredienti: una poetessa gallina vecchia
che fa buon brodo, riso
o risate quattrocento grammi
sale e pepe nero quanto basta, due cucchiai
di olio di fegato di merluzzo
carota, patata,sedano, cipolle
da affettare piangendoci dentro a volontà.

Un pizzico di cicuta o veleno di vipera.
 

Bollire, addensare in gelatina
e servire freddo come vendetta
all’indifferenza.

                                     Domenica Luise

 

                            (Fotografia di Domenica Luise)

Gloria Giobba

glo hippy forever
Questa è la foto originale di Gloria o Glodis, che oggi riceve il premio Giobba per la pazienza, generosità ed affettuosità con cui si è presa cura dei miei blog , non solo a livello grafico, ma anche insegnandomi ad usarli nel migliore dei modi. Da notare che ha rifiutato di essere pagata per il lavoro svolto dichiarando che le piacevano le mie poesie e i miei commenti e non voleva soldi.
glo hippy forever acquerello
La stessa fotografia trasformata in acquerello:
non basta fare clic sugli effetti speciali,
per ottenere un risultato veramente efficace
bisogna anche regolarli provando e riprovando
ed avere qualche piccolo trucco segreto
che non vi dirò mai.

glo hippy forever pastelli
Che ne dite di questo effetto? Chiamiamolo come ci pare,
ad esempio pastelli, tanto per modo di dire.
Notate le luci: la poesia e la pittura
vengono fuori da un gioco di scuri e chiari.

glo hippy forever sfondo astratto
Qui si vede Gloria emergere da uno sfondo astratto,
che l’avvolge come una nuvola.
Non è bellissima?

                             Domenica Luise
       (effetti fotografici di Domenica Luise)