Strane alleanze

I buoni e i cattivi incominciarono a confondersi gli uni con gli altri sicché il male sembrò intelligenza e la bontà cretinaggine e tutti cercavano di imbrogliarsi  a vicenda, i cattivi perché erano cattivi e i buoni perché dice che si dovevano difendere.
Il pifferaio magico, dopo avere portato dietro di sé interi popoli fino al dirupo per scaraventarli in mare, fece alleanza con le sirene, che affascinavano  i naviganti divorandoli in salmì e al forno con le patatine. Ciò ormai non stupiva nessuno: erano tutti personaggi delle favole, non realmente esistenti, pure metafore al maschile e al femminile  della travagliata storia umana, ma quando si videro le bianche colombe gingillarsi fra le spire dei più velenosi serpenti e la libertà abbracciata alla tirannide, dissero, per il bene della nazione, che doveva uscire dalla crisi, allora una folla senza lavoro né progetto di futuro e frequentemente senza nemmeno un pasto decente nell’immediato presente si rimboccò le maniche e decise di reagire.
Però bisognava che il mondo fosse consenziente, ma il mondo una cosa diceva, una cosa pensava e un’altra cosa voleva fare. Tutti affermavano di essere democratici, si sa, è la consuetudine; pensavano che gli altri fossero un po’ scemi, molto ignoranti e facilmente incanalabili, appunto, mediante i canali televisivi pieni di sesso, delitti, donne nude e parolacce che distraessero l’attenzione dalla realtà concreta. Ed ognuno faceva il proprio interesse , sicché il dire, il pensare e il fare non coincidevano in alcun modo.
Secoli di menzogne avevano impietrito i cuori, devitalizzato il pensiero e schernito quei pochi ingenui onesti rimasti, che continuavano a credere nella poesia.
Tutti gli altri erano stati assorbiti nella straordinaria potenza economica, che aveva sostituito la famiglia, l’amore e l’amicizia.
Intanto studiavano chi usare come complice senza farsi mettere sotto e, col favore delle tenebre, organizzavano incontri segreti in zone neutre possibilmente prive di telecamere nascoste, una spiaggia rocciosa da raggiungere con l’aereo personale, il Sahara, l’Artico, l’atollo sperduto, il proprio panfilo. Lì i nemici televisivi giornalieri discutevano di notte per vedere se potessero diventare amici per finta. Alla fine al gregge bastava presentare un caprone bello e fatto, nessuno avrebbe capito mai che tutto il mondo l’aveva preparato e scodellato a proprio uso e consumo per finire di spolpare la plebe, che è così numerosa ed è l’unica che lavori, produca e paghi le tasse.
Allora tutto l’inferno esultò e i diavoli forniti di tridente punzecchiavano le anime facendo la ribollita a fuoco lento nei pentoloni di pece. Le alleanze si sottoscrivevano col sangue della carne e il gemito dello spirito e non c’era prepotente che non avesse il suo bel contratto tatuato sul petto al posto del cuore, sia pure ricoperto dalla maglietta della salute e dagli abiti firmati. Anche le donne si davano da fare egregiamente scopiazzando i peggiori difetti dei maschi e sviluppando l’astuzia del gentil sesso per incrudelire efficacemente alla faccia del dolce stil novo, ormai passato di moda da un po’ insieme al romanticismo e ai tramonti coi voli di farfalle tra i fiori. Fu così che sulla scempiaggine umana cadde il grigiore e la poesia fuggì sotto falso nome senza nemmeno portarsi appresso lo smartphone.

Domenica Luise

 

La vita del cigno

La ballerina del vento 

La ballerina è fra le braccia
dell’amore amato o poesia.

 Sa di non sapere ed ivi
s’acquieta coincidendo. Il cigno
celebra la vita a braccia aperte
così. Ed è la musica
incarnata, amore nell’amore
ali bianchezza luce stelle
nel grande buio che grida
e colma. La fanciulla
è sostenuta sospesa elevata
risollevata sulle punte dei piedi
feriti e sul cuore
attraversato che si scioglie
a colori d’azzurro e di vento, eccomi
eccomi.

 Domenica Luise

Disegno eseguito al computer da Domenica Luise

Vita umana

Farfalle cubetti


Un affanno oscuro che ondeggia
sognando il volo.

Animali complicati dalla coscienza
sulla scacchiera implacabile
di ignota origine. Stranezze
supposizioni illusioni, soprattutto ignoranza.

I mendicanti della poesia, razza a parte
o quasi. Incapsulati
nei colori della mongolfiera
a concimare parole.

 Domenica Luise

Rielaborazione grafica di Domenica Luise

 

La febbre dell’arte

Era un’uccella del paradiso, che sembrava fatta con tutti i colori dell’arcobaleno. Aveva preso una strana malattia non facilmente diagnosticabile: la febbre dell’arte. Così stava sempre col termometro sotto l’ala ed un flaconcino di pillole in tasca.
Le venivano anche strani starnuti a catena, come se fosse allergica.
Ogni pomeriggio dipingeva furiosamente, di sera scriveva novelle, la notte poesie. Al mattino, però, doveva andare al lavoro perché faceva la bibliotecaria al Liceo scientifico. Arrivava con le occhiaie, il quaderno delle poesie e due penne in borsetta al posto dei trucchi per ritoccarsi le penne. Certo, premeditava un trasferimento in una scuola con biblioteca più adatta a lei, ma non era tanto facile perché i posti erano occupati.
Per tutta la mattina maneggiava libri di matematica trattenendo più o meno invano gli sbadigli. Era in quelle occasioni che le saliva la febbre. I suoi starnuti intrattenibili si udivano fino dalla presidenza, all’altro capo del corridoio.
La scuola era principalmente frequentata da galletti di primo pelo con i capelli irti di gommina. Le ragazze si davano tutte il rossetto sulla cresta. Era normale, trattandosi praticamente di un pollaio, che avessero il cervello di una gallina.
Il preside era un bell’uomo rubizzo, dai potenti bargigli. Di nascosto brindava volentieri col  vicepreside, il vice del vice e le rispettive consorti. Era il loro massimo sollazzo. La mattina si ricomponeva in doppio e triplo petto color cremisi, si ammorbidiva le penne con la crema antirughe di sua moglie, fazzolettino profumato, catena d’oro massiccio dell’orologio a vista sul panciotto e stivaletti con le borchie, era uno spettacolo di prosopopea gallesca nel pedissequo rispetto di tutte le formalità. E si sentiva bello, specialmente da quando gli avevano incollato il parrucchino punk sul cranio pelato.
Veramente gli prudeva un pochino, ma il medico diceva che era per tutti così i primi tempi.
Il preside gallo non sopportava di sentire i continui starnuti dell’uccella del paradiso. Possibile che non ci fosse una cura? Bella com’era e ben sviluppata in petti e coscette, non poteva trovare marito e levarsi di zampa? Perciò, a insaputa di lei, mise un annuncio sul quotidiano più prestigioso a livello nazionale e internazionale, che s’intitolava “ Il pollo”: Affascinante uccella del paradiso cerca subito marito, anche minorato, vecchio, vedovo, separato e con figli a carico.
Fu così che all’uccella del paradiso incominciarono ad arrivare strane proposte ed ancor più strani individui bussarono a casa sua con mazzi di rose rosse e scatole di cioccolattini infiocchettate.
Venne un vecchio di ottant’anni  che rideva senza denti, col naso curvo sul mento storto; venne un paralitico in carrozzella, che si arrabbiò perché non passava dal cancello e subito dopo c’erano gli scalini da scendere: < Questo matrimonio non fa per me > urlò.
Venne un’aquila tutta vestita a lutto, una piccola tigre, un gruppo di iene affamate, un panda, un orso bianco appena uscito dal letargo e finanche uno scoiattolo curioso.
L’uccella del paradiso ebbe il suo bel da fare a smistare tutta quella processione.
Infine arrivò un cieco, con la sorella e il cane guida.
Aveva grandi ali dalle piume coloratissime, ampio torace ed occhiali scuri.
< Siamo venuti a parlare un momento con lei > disse la ragazza garbatamente nel citofono.
< Bau bau > fece il cane. Anche l’uccella del paradiso aveva un cane, che subito si mise a chiacchierare col collega. Da come scodinzolavano entrambi, si capiva che c’era da fidarsi.
L’uccella del paradiso scese le scale e quando lo vide, così bello e infelice, si mise violentemente a starnutire. La sorella di lui le porse, attraverso il cancello, il pacchetto dei fazzolettini di carta.
< Vogliamo soltanto chiederle perché ha pubblicato questo annuncio sul giornale, non sapeva di andare incontro a guai molto seri? >
< Non sono stata io. >
< E chi è stato? >
< Non lo so. Qualche scherzo di cattivo gusto. Entrate. >
Si accomodarono nel salone, pieno dei quadri che aveva fatto l’uccella del  paradiso. La ragazza si guardò intorno: < Lei è un’artista > affermò, < da come starnutisce vedo che soffre di febbre dell’arte. Lui > e accennò al fratello, <dipingeva. >
< Oh > fece costernata l’uccella del paradiso trafficando col caffè e il servizio buono.
< Ma adesso lavoro la creta > rispose il giovanotto allegramente, < e sono felice lo stesso>.
Il pomeriggio passò come un fulmine. Quando infine se ne andarono, erano amici per la pelle, cani compresi.
L’indomani il preside gallo le disse: < Allora, ha trovato marito? >
Così l’uccella del paradiso seppe chi era stato a mettere quello stupido annuncio.
< Sì > rispose, < è uno scultore affermato ed abbiamo deciso di fare le mostre insieme. Lei dovrà trovarsi un’altra bibliotecaria. Io odio la matematica > gli sibilò con gioia selvaggia. E così furono tutti, ma proprio tutti, felici e contenti.

Domenica Luise

Poeti di oggi, Domenica Luise: Fu un anello invisibile

più che se avessimo chiacchierato
come fidanzati tu ed io, io e te
in promessa di nozze.

Adesso cadono gli ultimi granelli e non sono
triste, tutti vorremmo
lasciare qualcuno o almeno qualcosa: un figlio
un amico, una poesia. Non la solita donna esemplare
di specchiata virtù e molta stupidità.

Questo volersi agganciare in qualche modo
sia pure instabile e intravedersi (piangeranno. Alcuni
dovranno venire per convenienza, peggio
per loro) è l’ultimo abbandono
non sanno niente di me, non hanno oltrepassato
quasi mai la soglia d’ingresso, ma talora
sono stati gentili, anche affettuosi
e ci siamo rispettati, perfino amati
e consolati.

Il nostro anello è rimasto segreto (adesso
ti sussurro le mie parole finali, la chiusa
di questa poesia e dopo
stupirò come nuova nella tua compassione).

Domenica Luise

La poesia di Domenica Luise si pone al lettore attraverso una forma dialogica di grande impatto, come in Fu un anello invisibile, in cui l’interlocutore è qualcuno “in alto” a cui ci si rivolge con naturalezza e sincerità. Poesia che si fa ascesi, passaggio dalle pastoie che ci frenano a uno stato di leggerezza; estatica ma da prospettive terrene, un attaccamento alla vita espresso con la gioia e l’incanto dello sguardo del bambino che è in noi.
Il componimento fa parte della raccolta La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello (2011), e a Giuseppe sembra rivolgersi, fin dall’incipit, l’io poetante: più che se avessimo chiacchierato/ come fidanzati tu ed io, io e te/ in promessa di nozze/. Il registro ricorda il dialogo fatto di silenzi di don Tonino  e Giuseppe. Dal rapporto padre/figlio (Giuseppe/don Tonino) si passa a una visione femminile, di sposa che si confida con lo sposo (sappiamo dal testo di don Tonino che Maria non è lontana). La bellezza di questi versi è nel capire il dramma di Giuseppe, nel farne una verità di tutti “…tutti vorremmo/lasciare qualcuno o almeno qualcosa: un figlio/un amico, una poesia…/
Verità che rappresenta un vissuto comune, in cui la poesia si fa non solo medium del nostro sentire ma diventa protagonista  stessa del dialogo, quasi a sussurrare ciò che viene lasciato fuori o non riusciamo a cogliere. Caratteristica importante, infatti, di Domenica Luise è la consapevolezza raffinata e intrisa di ironia metapoetica della ricchezza dei “segni”, senza per questo sacrificare la limpidezza dello stile e del dettato.

Abele Longo

PS di Domenica Luise: Quando ho presentato i diversi autori dell’antologia La versione di Giuseppe, arrivata al mio nome e alle mie poesie mi ero saltata, ma Abele, l’organizzatore di tutto, ha pensato bene  di commentarmi lui affinché non restassi fuori: lo ringrazio di tanta delicatezza.

Carnevale e Carnevalessa

La famiglia Carnevale quattro

Carnevale si guardò allo specchio: era ancora un bell’uomo, ragionò. Nel referto dell’ultimo elettrocardiogramma l’illustre professore l’aveva definito “obeso”, invece aveva soltanto l’ossatura larga e quella non era pancia, ma robustezza costituzionale. Si studiò di profilo tirando la casacca del pigiama con entrambe le mani, non era pancia, sicuro. Né poteva essere colpa delle salsicce col pepe rosso o delle soppressate col pepe nero né del vino bianco, rosso o rosé che fosse. E del resto quei tre o quattrocento grammi di pasta col sugo quotidiani non avrebbero fatto ingrassare nessuno al mondo. Si difendeva coi contorni, almeno: melanzane alla parmigiana, caponata, patate fritte, peperoni ripieni, funghi trifolati, tutti vegetali. A cena poi si arrangiava con una o due pizze, ma dovevano essere belle grosse e ben condite altrimenti ce ne volevano tre.
<Da domattina dieta> incominciò quel giorno sua moglie Carnevalessa a colazione versandogli il mezzo litro di caffè forte con panna e accostandogli il piatto con tre brioches alte e gonfie.
<Ma se non mangio niente> rispose Carnevale a bocca piena.
I carnevalini figli,  intanto, si azzuffavano per qualsiasi buona ragione: perché le uova erano troppo crude o troppo cotte, perché tu hai toccato il mio tablet e tu hai cancellato il file tale dal mio portatile, perché la carnevalina femmina aveva fatto la spia riferendo che il carnevalino maschio aveva baciato la figlia del bidello nello sgabuzzino delle scope.
<Nessuno quest’anno festeggia più il carnevale, dicono che c’è la crisi> proruppe infine mamma Carnevalessa nel tentativo di cambiare discorso, a Carnevale si chiuse la bocca dello stomaco e allontanò il piatto delle brioches, ciò era talmente inconsueto che un lungo silenzio di moglie e figli corrispose al suo gesto, perfino il canarino smise di cinguettare.
Carnevale si alzò lentamente in piedi, con una certa solennità patriarcale. Portava una sciarpa multicolore di lana lavorata ai ferri da sua moglie sul pigiama celeste e si era messo una giacca da camera di velluto devoré color bordeaux ricamata in lurex che sembrava filo d’oro. Era, a dir poco, coreografico.
<Chi l’ha detto?>.
<La televisione> osò Carnevalessa, che si toccò un bigodino troppo stretto nel centro della testa, innervosita si alzò da tavola e incominciò a buttare di qua e di là tutti i bigodini, una massa di capelli castani coi riflessi rosso Tiziano le scese giù per la schiena, normalmente a questo punto i bambini si dirigevano alla fermata dello scuolabus e Carnevale andava a mettere le mani nei capelli di Carnevalessa sussurrando: <Quanto sei bella>, difatti anche oggi i bambini partirono per la scuola, invece Carnevale disse:
<E perché non mi festeggiano?>.
<Perché li hanno licenziati oppure non trovano lavoro, non possono finire di pagare il mutuo, hanno perduto le speranze, alcuni muoiono di fame>.
E io che c’entro?>.
<Tu scherzi sempre e non ti accorgi di niente>.
<Io scherzo sempre? Ma quando mai? E poi, se non li tengo allegri io, questi matti dove vanno a finire? Mi presenterò alle elezioni, è deciso, voglio salvare il mondo, così potranno festeggiarmi ancora, ridere e divertirsi liberamente>.
<E con quale lista?>.
<Con Manolesta e Assopigliatutto>.
<Ottima coalizione> commentò Carnevalessa dopo un attimo di riflessione, <Ma ci manca una donna, io per esempio>.
<Da sola?> chiese Carnevale.
<Mi ci porterei Pettoinfuori e Panciaindentro>.
<Quelle sembrano fatte di plastica, siliconate dapertutto> fece Carnevale.
<Appunto, mi sembrano indispensabili, sempre sotto di me, s’intende>.
<E tu, moglie mia, sotto di me>.
<Io no, marito mio, tu sotto di me>.
Litigarono furiosamente senza raggiungere un accordo:
<Facciamoci prima eleggere e dopo decideremo chi comanda. Non dobbiamo perdere quest’occasione>.
<Per il bene della patria>.
<Per il bene degli affamati>.
<Per il bene dei poveri disoccupati>.
<Per il bene dei nostri bambini>.
<Per il mio bene>.
<No, per il mio bene, così mi festeggeranno come prima, più di prima>.
<Gli diciamo che avranno un’elargizione di grano, vino, sigari e sigarette>.
<Magari anche un po’ di escort e feste tutte le sere>.
<Programmi televisivi sempre più idioti, sesso, violenza e stupidità per distogliere l’attenzione dalla nostra presa di possesso del mondo. E liberiamoci dei poeti, sono gli unici che ancora ragionano>.
<Per quelli sarà facile, basterà ridicolizzarli e dire che non si capisce niente di quello che scrivono>.
<Sì, voglio diventare la padrona del mondo, avrò l’unica banca tutta mia e la dirigerò> disse Carnevalessa.
<No, moglie, il padrone del mondo e dell’unica banca sarò io e tu la regina, angelo del mio focolare, moglie, serva, amante e madre dei miei figli, tu sola mi rattopperai i calzini>.
<Ma…> fece Carnevalessa. Era tanto più piccola e magra di lui.
<Niente se e niente ma> concluse Carnevale, <facciamoci prima eleggere e poi ti sistemo io>.

Domenica Luise

Disegno di Domenica Luise

Festicciole

Mariachiara carnascialescaFotografie di Giovanni Crisafulli
Modella Mariachiara Crisafulli
Computergrafica di Domenica Luise

Damina e cavaliere tre

Non fare così, raccoglievi
le iridescenze dalla pozzanghera, acqua sporca. La soglia
tra l’illusione e i telegiornali
è una sottile ineluttabilità.

A quei tempi, quando Berta filava
dovevate soltanto crescere e studiare. C’era
la favola dell’usignola stonata
e il baciamano del cavaliere alla sua dama bionda.

Era infine carnevale tanto atteso.

In nome dell’amore dato e ricevuto
c’è ancora speranza. Fruscio lieve
di taffetà e il passo desiderato.

Perché no? Profumo dei biscotti di zia
col caffè appena uscito sul gas azzurro. La vita
gorgoglia sprizza si difende
vince. La mamma è guarita
e si è comprata un vestito elegante. Papà
è andato in campagna a raccogliere le uova
e le ultime arance. Il romanzo
continua.

Domenica Luise

Fotografia di Iole Luise
Modelli: I suoi figli Giovanni e Mariachiara da bambini

Coreografia interna

Violette 1  tre jpeg

Quel buio profondo dello spirito dove
mi precipito. Le nostalgie
oltre le parole, lo strappo
e il viaggio. L’amore
è il mio fidanzato.

C’è la primavera, le violette intrecciate
a coperte tappeti cupole
altari.
Il colore del sangue e del cielo
amore e dolore che giocano
e fanno metamorfosi in sè fuori di sè
il pizzo bianco della mantiglia
a veleggiare. Puoi baciare la sposa, adesso
inizia la nuova vita. Era imprevisto
insperato e la placida onda
sta già dissetando la riva. Trasparenze.

Accolgo l’infinito.

Domenica Luise

 

Poeti di oggi: Doris Emilia Bragagnini, Un nome da stella

Esiste un piccolo suono
rimasto a danzare nel tempo
mai del tutto compiuto, eco d’intento
cornice del senso già innalzato nel gesto
di un sole che vive, nutre il silenzio.

 “Un giorno lo versarono a spicchi”

 dolce, teporoso, profumava d’infinito
regalava messi di risposte
le speranze raccolte tra i papaveri bianchi
il colore smarrito accarezzato _/ _/ _/ _/ _/
_/ _/ _/ _/ _/ _/ come i tasti di un’armonica

 C’è un piccolo dono per la festa nei campi
forse un nome da stella, senza ciuffo ribelle

 La poesia di Doris è dedicata a don Tonino Bello, sacerdote di Gesù. La poetessa non lo conosceva, si è documentata (tutti noi, che abbiamo partecipato al libro La versione di Giuseppe, lo abbiamo fatto) leggendo un suo scritto (La carezza di Dio – lettera a Giuseppe), ma ha anche ascoltato alcune sue omelie conservate su filmati e ne ha osservato i gesti e come innalzava l’ostensorio. Ne è stata toccata per la profondità e la semplicità espressive e per l’amore con cui trattava il pane consacrato. Io dico sempre che l’amore, quando c’è, si vede e quando non c’è si vede pure, negli scritti di don Tonino Bello Doris l’ha visto e, per lui, ha scritto questa poesia, una sola, ma ha sentito il bisogno di spiegarla, nello stesso libro, aprendo i suoi sentimenti.
Conosco la poesia di Doris e so quanto sia criptica, invece questa, per mezzo della sua stessa spiegazione, che per me è un’espansione ammirata dell’anima, è semplicissima per qualsiasi lettore anche non tanto a dentro nei segreti della poesia moderna.
Don Tonino, per Doris, è “un piccolo suono rimasto a danzare nel tempo mai del tutto compiuto” e si capisce perché: la coscienza della propria piccolezza è la massima grandezza che l’uomo possa attingere. E questa piccolezza grande rimane a danzare in un tempo mai del tutto compiuto per mezzo degli scritti che don Tonino ha lasciato dietro di sè, che continuano ad accarezzare e amare i suoi lettori.
Egli sapeva aprire il suo cuore e toccare chiunque lo avvicinasse non distrattamente.
Le parole dei suoi scritti non ne permetteranno la dimenticanza e il tempo non sarà mai del tutto compiuto. Appunto.
Di lui rimane l’eco e il gesto di quando innalzava l’ostensorio, sole che vive e nutre il silenzio.
Un giorno anch’egli, con la sofferenza e la morte, fu versato a spicchi e divenne ostia.
Egli fu dolcezza e tepore, profumo d’infinito e regalava alle eterne domande umane, così grandi, “messi di risposte” ancora più grandi in parole e fatti, accogliendo i poveri e gli abbandonati (i papaveri bianchi).
Quei papaveri bianchi, per lui che suonava l’armonica, erano come i tasti amati e la poetessa sente il bisogno di rappresentarli anche graficamente dentro la poesia, nel tentativo di stigmatizzare meglio il concetto dell’armonia che don Tonino Bello, strano nome da rock star, seppe spiritualmente suscitare e lasciare a noi. Gli manca soltanto “il ciuffo ribelle”, ma egli è comunque una STELLA.

 Domenica Luise

Miei cari amici, stamattina mi è venuto il pensiero di fare un link sul mio blog alla presentazione di alcune mie poesie sul Giardino dei poeti di Cristina Bove. La presentazione è di Flavia Isetta, risale ad ottobre dell’anno scorso e ci sono alcuni commenti di valore che preferisco tenermi sotto gli occhi per rileggerli quando mi piace, ho pensato di pubblicarvi il link qui sotto qualora vogliate andarci:

http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/09/14/domenica-luise/#comments