Lo scemo del paese

Le ragazze l’avevano soprannominato Stenterello perché era magro, curvo, nanerottolo e figlio del becchino.
Aiutava il padre nel suo mestiere, e cos’altro avrebbe potuto fare? Componeva le ghirlande, trasportava i morti e li seppelliva. Sembrava impossibile che in quelle quattro ossa ci fosse tanta forza fisica. Era un ricciolino coi baffi gialli, la testa robusta, che sembrava appoggiata per caso sul corpo, le mani stranamente grassocce.
Il lavoro, si capisce, era sempre lo stesso. Quando usciva a farsi una passeggiata, perché gli piaceva guardare i monti, il cielo e il laghetto blu, i bambini l’inseguivano, sempre però a rispettosa distanza, gridando: <Lo scemo! Lo scemo>.
Lui sembrava che nemmeno se ne accorgesse e non gli facessero niente. Era proprio scemo, a furia di praticare coi morti.
La sera, nella sua stanza, l’abat jour restava acceso fino a tardi. D’estate la gente lo vedeva dalla finestra aperta: scriveva seduto a tavolino.
Certamente non erano lettere d’amore! D’inverno la luce filtrava dalle persiane. Qualcuno, con una scala, andò a curiosare.
Scriveva sempre. Mah! Anche nei giorni festivi, tanto per lui era uguale.
Perché così doveva essere.
Tutti lo compiangevano. In fondo era un bravo ragazzo educato, salutava sempre per primo.
E non sembrava affatto infelice.
Sorrideva continuamente, si sa, perché era scemo.
Nessuno, mai, l’aveva sentito lamentarsi di qualcosa, eppure le ragioni le avrebbe avute.
Con quel lavoro per buscarsi il pane, la casa scalcinata, il fratello e la sorella così diversi da lui, alti e ben fatti. Poveraccio. I genitori raccomandavano ai figli di non tirargli sassate, non aveva mai reagito, ma tutto era possibile, e con la forza che aveva quel mingherlino, se s’infuriava, magari poteva scaraventare qualche monello giù per le ubertose valli.
Quasi quasi le madri lo vedevano, nella fantasia, lanciare urla di belva ferita, che si scatena.
Ma il nanerottolo non fece nulla del genere, anzi si prese in pace qualche sassata, del resto erano pietruzze. Sembrava indifferente. Era scemo.
Una mattina che nevicava arrivò fin lassù un macchinone grigio argento con due gran signori dentro e una bella ragazza. Chiesero alla gente dove abitasse il poeta.
Avevano le telecamere e la bella ragazza sembrava impaziente.
<Qui non abita nessun poeta> affermarono tutti convinti.
Allora uno di quei signori mostrò un gran libro rilegato e sulla copertina c’erano una foto a colori del nanerottolo ed il suo nome e cognome, con un titolo strano, che scappò subito di mente a tutti.
Centinaia di migliaia di copie vendute, la prima edizione esaurita in un mese, la seconda edizione in quindici giorni, la terza in una settimana, la quarta in urgente ristampa, il caso letterario più imprevedibile, un poeta geniale, loro compaesano, e non ne sapevano niente?
<Chi>disse uno dei ragazzini che gli tiravano le pietre, <il figlio del becchino, quello dei morti?> .
<Ma è diventato ricco?> chiesero le madri delle ragazze da marito.
La sera videro l’intervista alla televisione. Non era poi tanto gobbo, dissero tutti. <Noi siamo dello stesso paese, lo conosciamo bene, siamo amici>  si vantarono.
Non era nemmeno un nanerottolo, a guardarlo bene. Molte ragazze ammisero di trovarlo interessante.
E, soprattutto, non era scemo.

Domenica Luise

 

La pulce Pulcina e il ghiro con l’insonnia

Tutte le altre pulci facevano le trapeziste al circo massimo come se niente fosse e lei, invece, non ci riusciva né ce l’avrebbe fatta mai: atonia muscolare e soffriva pure di vertigini.
Allora cercò altre vie di realizzazione e scrisse un libro di poesie che intitolò Identikit del principe azzurro, ma nessun editore lo volle pubblicare, dissero tutti che le poesie non hanno mercato, anzi non le vogliono nemmeno gratis e provasse con le favole.
Pulcina allora scrisse una favola intitolata Come usare il trapano su un puma vivo che corre nella foresta, ma nessun editore la prese in considerazione, dissero che l’argomento era troppo sfruttato ed ogni pulce proletaria era ormai fornita di trapano tecnico ed anche di robot per fare buchi precisi e indolori in casa propria, cioè sull’animale di appartenenza. Piuttosto provasse con un saggio medico trovando un rimedio efficace per quelle pulci sciancate come lei, incapaci di saltare. Allora Pulcina creò delle molle da sistemare sotto le zampe col velcro: funzionavano a pile e partivano pressando un semplice bottone, potevano andare in tutte le direzioni, perfino all’indietro, e mettere in moto CD musicali durante l’uso.
Intanto c’era un ghiro con l’insonnia che, invece di dormire, appunto, come un ghiro, passava la notte giocando al computer. Si incontrarono casualmente a un convegno di pugilato fra canguri e simpatizzarono tanto che Pulcina osò chiedergli di sperimentare su di lui il funzionamento delle molle. Il ghiro tentennò: non era un uomo di coraggio, capace di affrontare pericoli, gli piaceva la buona tavola e un letto comodo dove avere l’insonnia in pace, ma a Pulcina si era affezionato, era tanto educata, chiedeva scusa ogni volta che si sedeva a pranzo sulla sua pelliccia spennacchiata e non beveva mai il suo sangue a garganella oltre il bisogno come facevano le altre pulci, così non seppe dirle di no, anzi gli parve perfino bello fare per lei quel sacrificio di sé. Forse ne era anche un poco innamorato, fatto sta che si attaccò le ventose e partì schizzando oltre i bidoni delle spazzatura, il muretto che delimitava la via Nazionale per Palermo, le piccole stazioni ferroviarie ormai modernizzate, sorpassò a volo perfino un treno merci, alcune case, la chiesa di Villafranca Tirrena e molti alberi di limoni che il prete coltivava lì intorno e i fedeli raccoglievano all’uscita dalla messa. La prima farfalla gialla di primavera lo vide volare così alto che lo prese per una nuova specie di uccello, le rondini appena arrivate dall’Africa si rintanarono nei loro vecchi nidi terrorizzate e il direttore del circo massimo gli sguinzagliò dietro i suoi scagnozzi perché voleva offrirgli un lavoro: gli mancava l’uomo proiettile da sparare col cannone.
Così il ghiro raggiunse la celebrità e alla fine trovò una ghiretta timida, che lo vide sul giornale, petto in fuori, sorriso sexy,  labbra socchiuse, maglione con scollo a V sul petto villoso e se ne innamorò perdutamente. Osò scrivergli un’email, egli le rispose, scambiarono le foto e gli anelli nuziali e vissero tutti felici, contenti e realizzati.

Domenica Luise

Avviso urgente: sul mio blog di poesia religiosa sto pubblicando il mese di maggio che ho scritto alcuni anni fa in onore di Maria, sono trentuno lodi alla Madonna e trentuno testimonianze di vita ricevute direttamente dagli interessati e trascritte con le parole usate da loro stessi. Questo è il link:
http://iltesorosommerso.wordpress.com/

 

La febbre dell’arte

Era un’uccella del paradiso, che sembrava fatta con tutti i colori dell’arcobaleno. Aveva preso una strana malattia non facilmente diagnosticabile: la febbre dell’arte. Così stava sempre col termometro sotto l’ala ed un flaconcino di pillole in tasca.
Le venivano anche strani starnuti a catena, come se fosse allergica.
Ogni pomeriggio dipingeva furiosamente, di sera scriveva novelle, la notte poesie. Al mattino, però, doveva andare al lavoro perché faceva la bibliotecaria al Liceo scientifico. Arrivava con le occhiaie, il quaderno delle poesie e due penne in borsetta al posto dei trucchi per ritoccarsi le penne. Certo, premeditava un trasferimento in una scuola con biblioteca più adatta a lei, ma non era tanto facile perché i posti erano occupati.
Per tutta la mattina maneggiava libri di matematica trattenendo più o meno invano gli sbadigli. Era in quelle occasioni che le saliva la febbre. I suoi starnuti intrattenibili si udivano fino dalla presidenza, all’altro capo del corridoio.
La scuola era principalmente frequentata da galletti di primo pelo con i capelli irti di gommina. Le ragazze si davano tutte il rossetto sulla cresta. Era normale, trattandosi praticamente di un pollaio, che avessero il cervello di una gallina.
Il preside era un bell’uomo rubizzo, dai potenti bargigli. Di nascosto brindava volentieri col  vicepreside, il vice del vice e le rispettive consorti. Era il loro massimo sollazzo. La mattina si ricomponeva in doppio e triplo petto color cremisi, si ammorbidiva le penne con la crema antirughe di sua moglie, fazzolettino profumato, catena d’oro massiccio dell’orologio a vista sul panciotto e stivaletti con le borchie, era uno spettacolo di prosopopea gallesca nel pedissequo rispetto di tutte le formalità. E si sentiva bello, specialmente da quando gli avevano incollato il parrucchino punk sul cranio pelato.
Veramente gli prudeva un pochino, ma il medico diceva che era per tutti così i primi tempi.
Il preside gallo non sopportava di sentire i continui starnuti dell’uccella del paradiso. Possibile che non ci fosse una cura? Bella com’era e ben sviluppata in petti e coscette, non poteva trovare marito e levarsi di zampa? Perciò, a insaputa di lei, mise un annuncio sul quotidiano più prestigioso a livello nazionale e internazionale, che s’intitolava “ Il pollo”: Affascinante uccella del paradiso cerca subito marito, anche minorato, vecchio, vedovo, separato e con figli a carico.
Fu così che all’uccella del paradiso incominciarono ad arrivare strane proposte ed ancor più strani individui bussarono a casa sua con mazzi di rose rosse e scatole di cioccolattini infiocchettate.
Venne un vecchio di ottant’anni  che rideva senza denti, col naso curvo sul mento storto; venne un paralitico in carrozzella, che si arrabbiò perché non passava dal cancello e subito dopo c’erano gli scalini da scendere: < Questo matrimonio non fa per me > urlò.
Venne un’aquila tutta vestita a lutto, una piccola tigre, un gruppo di iene affamate, un panda, un orso bianco appena uscito dal letargo e finanche uno scoiattolo curioso.
L’uccella del paradiso ebbe il suo bel da fare a smistare tutta quella processione.
Infine arrivò un cieco, con la sorella e il cane guida.
Aveva grandi ali dalle piume coloratissime, ampio torace ed occhiali scuri.
< Siamo venuti a parlare un momento con lei > disse la ragazza garbatamente nel citofono.
< Bau bau > fece il cane. Anche l’uccella del paradiso aveva un cane, che subito si mise a chiacchierare col collega. Da come scodinzolavano entrambi, si capiva che c’era da fidarsi.
L’uccella del paradiso scese le scale e quando lo vide, così bello e infelice, si mise violentemente a starnutire. La sorella di lui le porse, attraverso il cancello, il pacchetto dei fazzolettini di carta.
< Vogliamo soltanto chiederle perché ha pubblicato questo annuncio sul giornale, non sapeva di andare incontro a guai molto seri? >
< Non sono stata io. >
< E chi è stato? >
< Non lo so. Qualche scherzo di cattivo gusto. Entrate. >
Si accomodarono nel salone, pieno dei quadri che aveva fatto l’uccella del  paradiso. La ragazza si guardò intorno: < Lei è un’artista > affermò, < da come starnutisce vedo che soffre di febbre dell’arte. Lui > e accennò al fratello, <dipingeva. >
< Oh > fece costernata l’uccella del paradiso trafficando col caffè e il servizio buono.
< Ma adesso lavoro la creta > rispose il giovanotto allegramente, < e sono felice lo stesso>.
Il pomeriggio passò come un fulmine. Quando infine se ne andarono, erano amici per la pelle, cani compresi.
L’indomani il preside gallo le disse: < Allora, ha trovato marito? >
Così l’uccella del paradiso seppe chi era stato a mettere quello stupido annuncio.
< Sì > rispose, < è uno scultore affermato ed abbiamo deciso di fare le mostre insieme. Lei dovrà trovarsi un’altra bibliotecaria. Io odio la matematica > gli sibilò con gioia selvaggia. E così furono tutti, ma proprio tutti, felici e contenti.

Domenica Luise

Carnevale e Carnevalessa

La famiglia Carnevale quattro

Carnevale si guardò allo specchio: era ancora un bell’uomo, ragionò. Nel referto dell’ultimo elettrocardiogramma l’illustre professore l’aveva definito “obeso”, invece aveva soltanto l’ossatura larga e quella non era pancia, ma robustezza costituzionale. Si studiò di profilo tirando la casacca del pigiama con entrambe le mani, non era pancia, sicuro. Né poteva essere colpa delle salsicce col pepe rosso o delle soppressate col pepe nero né del vino bianco, rosso o rosé che fosse. E del resto quei tre o quattrocento grammi di pasta col sugo quotidiani non avrebbero fatto ingrassare nessuno al mondo. Si difendeva coi contorni, almeno: melanzane alla parmigiana, caponata, patate fritte, peperoni ripieni, funghi trifolati, tutti vegetali. A cena poi si arrangiava con una o due pizze, ma dovevano essere belle grosse e ben condite altrimenti ce ne volevano tre.
<Da domattina dieta> incominciò quel giorno sua moglie Carnevalessa a colazione versandogli il mezzo litro di caffè forte con panna e accostandogli il piatto con tre brioches alte e gonfie.
<Ma se non mangio niente> rispose Carnevale a bocca piena.
I carnevalini figli,  intanto, si azzuffavano per qualsiasi buona ragione: perché le uova erano troppo crude o troppo cotte, perché tu hai toccato il mio tablet e tu hai cancellato il file tale dal mio portatile, perché la carnevalina femmina aveva fatto la spia riferendo che il carnevalino maschio aveva baciato la figlia del bidello nello sgabuzzino delle scope.
<Nessuno quest’anno festeggia più il carnevale, dicono che c’è la crisi> proruppe infine mamma Carnevalessa nel tentativo di cambiare discorso, a Carnevale si chiuse la bocca dello stomaco e allontanò il piatto delle brioches, ciò era talmente inconsueto che un lungo silenzio di moglie e figli corrispose al suo gesto, perfino il canarino smise di cinguettare.
Carnevale si alzò lentamente in piedi, con una certa solennità patriarcale. Portava una sciarpa multicolore di lana lavorata ai ferri da sua moglie sul pigiama celeste e si era messo una giacca da camera di velluto devoré color bordeaux ricamata in lurex che sembrava filo d’oro. Era, a dir poco, coreografico.
<Chi l’ha detto?>.
<La televisione> osò Carnevalessa, che si toccò un bigodino troppo stretto nel centro della testa, innervosita si alzò da tavola e incominciò a buttare di qua e di là tutti i bigodini, una massa di capelli castani coi riflessi rosso Tiziano le scese giù per la schiena, normalmente a questo punto i bambini si dirigevano alla fermata dello scuolabus e Carnevale andava a mettere le mani nei capelli di Carnevalessa sussurrando: <Quanto sei bella>, difatti anche oggi i bambini partirono per la scuola, invece Carnevale disse:
<E perché non mi festeggiano?>.
<Perché li hanno licenziati oppure non trovano lavoro, non possono finire di pagare il mutuo, hanno perduto le speranze, alcuni muoiono di fame>.
E io che c’entro?>.
<Tu scherzi sempre e non ti accorgi di niente>.
<Io scherzo sempre? Ma quando mai? E poi, se non li tengo allegri io, questi matti dove vanno a finire? Mi presenterò alle elezioni, è deciso, voglio salvare il mondo, così potranno festeggiarmi ancora, ridere e divertirsi liberamente>.
<E con quale lista?>.
<Con Manolesta e Assopigliatutto>.
<Ottima coalizione> commentò Carnevalessa dopo un attimo di riflessione, <Ma ci manca una donna, io per esempio>.
<Da sola?> chiese Carnevale.
<Mi ci porterei Pettoinfuori e Panciaindentro>.
<Quelle sembrano fatte di plastica, siliconate dapertutto> fece Carnevale.
<Appunto, mi sembrano indispensabili, sempre sotto di me, s’intende>.
<E tu, moglie mia, sotto di me>.
<Io no, marito mio, tu sotto di me>.
Litigarono furiosamente senza raggiungere un accordo:
<Facciamoci prima eleggere e dopo decideremo chi comanda. Non dobbiamo perdere quest’occasione>.
<Per il bene della patria>.
<Per il bene degli affamati>.
<Per il bene dei poveri disoccupati>.
<Per il bene dei nostri bambini>.
<Per il mio bene>.
<No, per il mio bene, così mi festeggeranno come prima, più di prima>.
<Gli diciamo che avranno un’elargizione di grano, vino, sigari e sigarette>.
<Magari anche un po’ di escort e feste tutte le sere>.
<Programmi televisivi sempre più idioti, sesso, violenza e stupidità per distogliere l’attenzione dalla nostra presa di possesso del mondo. E liberiamoci dei poeti, sono gli unici che ancora ragionano>.
<Per quelli sarà facile, basterà ridicolizzarli e dire che non si capisce niente di quello che scrivono>.
<Sì, voglio diventare la padrona del mondo, avrò l’unica banca tutta mia e la dirigerò> disse Carnevalessa.
<No, moglie, il padrone del mondo e dell’unica banca sarò io e tu la regina, angelo del mio focolare, moglie, serva, amante e madre dei miei figli, tu sola mi rattopperai i calzini>.
<Ma…> fece Carnevalessa. Era tanto più piccola e magra di lui.
<Niente se e niente ma> concluse Carnevale, <facciamoci prima eleggere e poi ti sistemo io>.

Domenica Luise

Disegno di Domenica Luise

Le e-lezioni delle povere bestie

I lupi in veste di lupo e i lupi in veste di agnello avevano fatto alleanza per vincere le elezioni e mangiarsi il gregge, ma all’ultimo momento era spuntato un nuovo partito che disorientò tutti i progetti: gli agnelli in veste di lupo coi lupacchiotti al seguito, che tentavano di sopravvivere o così affermavano. I leoni e le leonesse, le iene ridentes e piagnucolantes, le tigri, i puma e tutte le belve, intenzionati a farsi lautamente mantenere da topi, gatti, cani e bestiole varie, si affrettarono a presentare ognuno il proprio simbolo, ma anche le pulci, che erano universalmente presenti sui diversi manti pelosi, si dettero da fare, cercarono alleanze e formarono una lista di alti acrobati dei conti pubblici. E tutti si organizzarono svelando in televisione le magagne vicendevoli, sempre le stesse secondo i corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria, sicché alla fine nessuno capì più niente tranne una cosa elementare universalmente nota: che a pagare le tasse e permettere la sopravvivenza economica del pianeta non erano i ricconi, a parte le lodevoli eccezioni, che evadevano e avevano sempre ragione, né i mendicanti, che soldi non ne avevano o facevano finta di non averne, ma quelli di mezzo: professorucoli, pensionatucci, impiegatucci, fattorini portabagagli, colf messe in regola e via così temporeggiando. In realtà gli unici che lavoravano davvero erano i volontari, su cui si basava il benessere del pianeta, perché lo facevano solo per amore e non per rubare il denaro pubblico o i soldi della beneficenza.
<C’è crisi, c’è crisi> squittivano i topi, compresi Topolino e Minnie.
<Ma che è questa quaresima?> si lamentavano i leoni maschi perché le prede trascinate dalle femmine erano sempre più magre e anemiche.
<Perfino la luna piena non dà più la sua bella luce, è imbronciata, rannuvolata, quasi piangente> ululavano i lupi, anche i cani gli facevano il controcanto abbaiando a tempo al ritmo della coda.
<Smettetela di sfottermi> rispondeva la luna, <ho appena pagato la seconda rata dell’imu celestiale e mi è passata la voglia di scherzare>.
<Tutte bugie per manovrare la popolazione> strepitavano le iene rosicchiando le ossa rimaste dopo il banchetto di condor e sparvieri.
<Chicchirichì> intervenne il gallo, <e cosa dovrei dire io, mi hanno perfino accusato di essere un estremista violento solo perché ho queste quaranta galline da tenere in riga, se non le becco per bene non obbediscono, come tutte le femmine, ma io sono buono, lo faccio per il loro bene, per i figli, i posteri e il pianeta, mica per il piacere di fare loro sanguinare il collo e la schiena>.
Le galline, tutte insieme ammassate in un angolo perché si spaventavano di buscarle ancora, mormoravano sottovoce: <Coccodè. Ma che colpa abbiamo noi, sempre a spremerci e fare le uova, covare e crescere i pulcini e neanche dicono mamma e pio pio che già ci sono le altre uova e le altre covate> e presentarono una propria lista per la liberazione delle femmine.
<È il meccanicismo illuministico che condanna alla sofferenza> teorizzava una gallina di cultura, che aveva aperto un blog di poesia infrequentatissimo ed era perfino laureata.
<Ma tu per chi voti?>.
<Non lo so, e tu?>.
<Votare bisogna, un’opinione ci vuole>.
<Sì, ma cosa scegliere?>.
<I lupi no, troppo ululanti e sono pure ladri>.
<I leoni nemmeno, troppo presuntuosi, sono maschilisti e rubano a dritta e a manca>.
<Le iene ci mangerebbero subito e sono tutte ladre>.
<Le pulci fanno le finte tonte, ma sono innumerevoli e hanno un motto preoccupante: l’unione fa la forza>.
<Anche loro rubano sempre doppia porzione di sangue e si sono organizzate in eserciti di squadre violente>.
<Coccodè, daremo tutte a noi stesse il nostro prezioso voto>.
<Forse le oche potrebbero allearsi con noi>.
Ma anche le oche avevano presentato la propria lista, che intitolarono Campidoglio.
<Vota per me> disse la formica, <sono una che fa lavorare gli altri>.
<No, vota per me> fece l’ape, <altrimenti ti pungo a morte insieme allo sciame>. <No, vota per me> sbraitò la tigre, <altrimenti ne patirebbe il commercio delle armi e senza guerre qui o lì come camperemmo?>.
Così ognuno votò per sè e per i fatti propri e gli unici che votarono per gli altri furono quelli che non avevano potere, che pagavano le tasse e si ostinavano a risparmiare in tempi di magra, temendo che alla fine arrivassero tempi più magri ancora e che la banca a cui dovevano l’ultima rata del mutuo gli levasse la casa e l’orto.
La conclusione fu che le tasse superarono ben presto gli stipendi e, dopo il fallimento delle piccole e medie imprese, nessuno poté più pagarle, così li condannarono ai lavori forzati e si vedevano professori anche universitari, medici, ingegneri e farmacisti insieme a poveri poeti, maestri d’arte, ferraioli e pensionati perfino ottantenni che sterravano le strade, riparavano le case cadenti e lavoravano la terra nuovamente col bue e l’asinello per risparmiare. Di buono ci fu che diminuirono i mucchi di spazzatura, le discariche si liberarono, si tornò al baratto, al carbone  e tutti i ragazzi smisero di giocare sempre al computer e organizzare feste sceme con qualunque scusa.

Domenica Luise

Pensieri d’agosto

Si sa, in democrazia lo stato siamo noi. Rabbrividente. Significa che la crisi economica mondiale è in atto per causa mia, nostra, comunque mia, io ho rubato il denaro comune, venduto armi, droga e incitato alla prostituzione. Io ho ridotto la scuola quasi all’analfabetismo. Già.
E ho raccontato favolette per distrarre l’attenzione dai problemi veri senza curarmi che le mentalità deboli  e credulone potessero restarne sconvolte.
Così è arrivato agosto, quando i cretini che hanno lavorato e risparmiato per un anno fanno le loro vacanze mordi e fuggi: di più stavolta non possiamo.
Quale momento migliore, insieme al Natale, per tirare fuori nuove leggi quasi in sordina? Questi si rintronano e nemmeno se ne accorgono, il primo di settembre e il sette gennaio è tutto pronto e scodellato.
Ogni tanto annunciano la fine del mondo, stavolta ci sono perfino autorevoli personaggi antichi che l’hanno prevista con secoli e secoli di anticipo: i maya.
Casualmente, parecchi mesi fa, ho visto in televisione una trasmissione pseudo scientifica sull’argomento che avrebbe fatto ridere i polli. Cosa non si escogita per l’audience e trattenere il popolo davanti agli spot commerciali.
Così l’indomani ho scritto la favola giocosa che vi pubblico immaginando la mia famiglia nel fatidico giorno, buon divertimento e restate tranquilli: questa pallina sulla quale ci accapigliamo continuerà a lungo a girare sospesa malgrado la stupidità della gran parte dei vermicelli umani. Profezia di Mimma.

Una strana apocalisse

<Le signorine che ancora frequentano le scuole elementari entrino nel manipolo alla mia destra per l’indulto generale, i giovanottelli a sinistra. Siete pregati di indossare abiti decenti, sono proibite le minigonne e i top scollati, in quanto ai maschi pantaloni lunghi, canottiera composta e niente zoccoli di legno da sbattere sulle nuvole. Non serve bagaglio>.
La voce dell’angiolessa Mimisia, giunta da poco nel medio coro per raggiunti limiti d’età, divenne rauca e quasi sexy perché non aveva ancora superato la broncopolmonite, complicanza dell’influenza, complicanza dell’embolia polmonare massiva bilaterale che, tutte insieme concordi, l’avevano portata via lasciando due nipoti, una sorella e tre gatti straziati.
Le scapparono ancora alcuni colpetti di tosse. Invece gli angeli navigati, passati a miglior vita da almeno un migliaio di anni, si occupavano dei grandi peccatori e avevano un gran da fare a radunare politici e industriali corrotti, raccomandati imbroglioni, mafiosi e assassini, che si nascondevano qua e là, preferibilmente nei dintorni delle banche estere dove avevano nascosto somme ingenti.
Si sentì una serie di squilli di trombe: <Il valore del denaro è definitivamente annullato> fece un vocione virile, era San Pietro in persona, con una gran barba bianca e le orecchie a sventola rosse dalla rabbia nel vedere quelle scene indegne di avidità, ma più di tutto gli bruciava che in tutta quella folla fossero mischiate anche alcune eminenze ecclesiastiche, che si mimetizzavano dietro gli altri.
<Tanto prima o poi bisognava pur morire> affermò mia sorella Iole.
<Meglio poi, mamma> rispose Mariachiara.
<Io volevo andare in campagna, le galline sono digiune, povere bestie, e pensavo di raccogliere i primi fichi> disse mio cognato Giuseppe masticando uno stuzzicadenti all’angolo delle labbra, cosa che gli dava l’illusione di fumare meno.
<Ed era venuto Cosimo per la partita, che faccio, lo rimando da sua moglie?>.
<E che vuoi fare, papà?>.
<Preparati, amore, mettiti la maglietta celeste pulita a mezza manica e i jeans che ti ho appoggiato sul letto>.
<Morire insieme, che bello> ironizzò Mariachiara.
<Ha telefonato tuo fratello?>.
<Giovanni ha detto che ci aspetta davanti all’università, partiremo da lì>.
Difatti, in fretta e furia, era stato organizzato un corteo di dissidenti, che intendevano iniziare lo sciopero della fame affinché ci fosse una proroga bella lunga, di almeno uno o duemila anni. Così i tre fecero merenda con quel poco che avevano in casa: una pizza da un chilo con funghetti champignon, prosciutto e formaggio; un bicchiere di lambrusco per uno, un poco di salsiccia e braciolette arrostite frettolosamente con pane del giorno prima cotto nel forno a legna, insalata, frutta e caffè. All’ultimo minuto Mariachiara afferrò due o tre biscotti al cacao e tutti si divisero con aria rassegnata il contenuto del sacchetto, tanto adesso iniziavano il digiuno.
Nel frattempo squillò un telefonino, <È il mio> fece la ragazza, <Ciao, amore, stai ancora bene?>.
Il giovanotto, dall’altra parte, si lamentò che non aveva nemmeno avuto il tempo di fare colazione e si sentiva il buco nello stomaco: <Non voglio andare digiuno al corteo> concluse, <non mi puoi portare un panino?>
<Proprio ora, che avevo trovato un lavoro sicuro per quindici giorni> piagnucolò.
<Coraggio, tesoro> lo confortava Mariachiara affettando salame e tagliandoci dentro pomodori a ciliegina.
Ci versò sopra  un’abbondante calata di olio extravergine e pressò il tutto. Era una gran cuoca. <Portami anche una bottiglina di lambrusco> fece il giovanotto. Qui Mariachiara sbuffò girando la faccia dall’altro lato perché lui non la sentisse.
<Siete pregati di abbandonare i telefonini> fece una voce rabbiosa, era Satana, che esultava:
<La fine del mondo è iniziata> annunciò felicissimo dell’urlo di terrore che riuscì a provocare.
<Ma non era per dicembre prossimo? Siamo ad agosto, perché questo anticipo?>
<La misura era colma e traboccante> rispose Satana affilando il tridente con l’unghia oversize che portava al pollice della mano destra.

Domenica Luise

E dopo di tutto questo, se avete ancora voglia di sentirmi cantare i gorgheggi che ho inventato, fate pure clic su questo link: http://beatiipoeti.blogspot.it/

 

L’erba voglio

 
Era un'erba velenosa dal cuore d'oro. <Non mangiatemi, morireste> diceva
sempre ai vermini, ma quelli niente e così poi, anziché diventare farfalle,
giacevano tutti intorno a lei come in un cimitero  ed essa stillava lacrime
dense e amarissime. Infine l'uomo scoprì che una sola di quelle preziose
gocce faceva passare la tosse, guariva i bronchi e i polmoni, curava
magnificamente la stitichezza, il mal di denti, i dolori mestruali, stirava
le rughe e faceva tornare i capelli bianchi al proprio colore naturale.
Era un ottimo eccitante per i deboli e i pigri mentre agiva da calmante
ai malati di nervi, faceva perfino partorire senza dolore in perfetta
coscienza come ogni mamma vorrebbe. Messa nei campi li concimava in
maniera naturale e somministrata ai nani li faceva crescere.
Così gli uomini non sapevano nemmeno che nome dare a questa panacea,
qualcuno suggerì "l'erba del sogno" oppure "l'erba dei desideri", chi
ne sentiva l'acuto e strano odore, chissà perché, diventava subito allegro.
Infine uno studioso, in un simposio internazionale, propose di chiamarla
"l'erba voglio". Le ditte farmaceutiche, tuttavia, non ci poterono fare
grandi affari perché l'erba voglio nasceva spontanea dapertutto e, data
la grande pubblicità dei mass media, ognuno la riconosceva e bastava
masticarne una fogliolina di media grandezza per ottenere, in una volta,
tutti gli effetti benefici.
Quando poi si scoprì che faceva toccare e mantenere il peso forma anche
agli obesi, ogni villino, balcone, finestra e catapecchia ebbe il suo bel
cespo di erba voglio. Gli uomini e le donne, al mattino, appena svegli,
la masticavano prima del caffè e non gliene importava nulla del saporaccio
e se le piccole spine, che stavano intorno alle foglie, gli punzecchiavano la
lingua. Si poteva pure mangiare bollita, come verdura, ma gli effetti benefici
non erano così eclatanti.
Ben presto fallirono tutti i medici, chirurghi, farmacisti, fisioterapisti e
dietologi, chiusero finanche le palestre perché, come effetto collaterale,
l'erba voglio rassodava i muscoli ed appiattiva la pancia. Si vedevano
giovanotti e signorine che sembravano tutti di vent'anni anche se ne
avevano ottanta. Gli ospedali divennero discoteche e nelle farmacie si
vendevano fiori di campo coi quali maschi e femmine adornavano i capelli.
Nessuno rubava più e tutti vivevano felici e contenti facendo soltanto quello
di cui avevano voglia. Appunto.
Si erano dimenticati di lavorare, non pensavano più alla pensione né alla vecchiaia e nemmeno cucinavano, tanto bastava un'altra fogliolina e si
sentivano sazi.
Così l'erba voglio finì perché gli uomini la mangiarono fino all'ultimo stelo
e non si trovò neanche un suo seme in tutta la terra. Soltanto una vecchietta,
che l'aveva coltivata non per uso commestibile, ma perché le piaceva lo strano
fiore carnoso che l'erba voglio faceva ogni tre anni, continuò a possederne
un cespo. Una mattina si sentì venire meno mentre lavorava in giardino,
"È giunta l'ora" pensò, ma in quel momento si aprì il fiore dell'erba voglio,
un po' di polline stuzzicò il naso della vecchietta, che starnutì, disse:
<Ma com'è possibile?> e, non più rimbambita, saltò dalla sedia a dondolo
balzando nei vialetti del giardino, coi capelli biondi fluenti nel vento, gli occhi
che ci vedevano bene, senza rughe e dimagrita di ventidue chili e mezzo.
Fu così che gli uomini ebbero nuovamente l'erba voglio, ma stavolta furono
più prudenti e conservarono accuratamente i semi per i tempi di penuria.
Si svilupparono gli studi e le arti, grande incremento ebbero i viaggi spaziali
e la colonizzazione di nuovi pianeti che abbiamo tutt'intorno, ma non
vedevamo perché circondati di antimateria. Del resto non si moriva più
per cause naturali, ma soltanto per incidenti occasionali e la terra, in breve,
non avrebbe sopportato più il peso di tanta umanità,  quindi occorreva
non solo esplorare al meglio l'universo, ma anche costruire nuovi pianeti
a distanza raggiungibile dalla terra e furono suddivisi in pianeti popolari
per i poveracci e pianeti residenziali per i privilegiati, che non mancarono
nemmeno allora.
La vecchietta, che era una poetessa zoppa in incognito, continuò a coltivare
l'erba voglio per diletto, ma si tenne una seconda piantina per uso proprio
perché anche a lei piaceva molto sembrare una ragazza, sentirsi in forma e
si era riabituata ben presto a ballare quasi tutte le sere nelle discoteche
con i coetanei ottantenni.
Ormai l'umanità aveva tutto quello che voleva, e cioè la conclusione delle fiabe:
e vissero felici e contenti.
Non lavoravano; non si preoccupavano della pensione; erano giovani, belli,
sani e magri, si divertivano coi viaggi spaziali, vivevano come principi
e principesse, eppure qualcosa gli mancava, ma non sapevano cosa perché
nemmeno l'erba voglio basta a saziare completamente il cuore umano.
                                                                                                                                   Domenica Luise

 

Il problema originale


L’uomo pensava aggirandosi nel Paradiso terrestre.  Sapeva che la conoscenza era dono divino e che sarebbe stato immortale e sempre felice e contento. Sorrise tra sè e sè colmo di gratitudine.
Stava seduto sull’erba accanto a un laghetto pieno di pesci  e giocherellava con l’acqua distrattamente.
<Ehi, che fai?> gli chiese una sirena, aveva volto e torso molto simili ai suoi, ma più delicati, lunghi capelli e una coda multicolore. Pareva di vedere la sirenetta della Walt Disney.
All’uomo, osservandola, venne la curiosità di toccare quelle due strane bozze che portava a destra e a sinistra, sapeva che si chiamava seno. Delle volte aveva visto sirene mamme coi piccoli che succhiavano all’una o all’altra di quelle bozze.
<Si guarda, ma non si tocca> disse la sirena, <ricordati che siamo nel paradiso terrestre>.
L’uomo sospirò ed annuì.
<Mi sembri un po’ triste stamattina> continuò lei acciambellandosi sull’erba, ed incominciò a cantare per rallegrarlo.
<Tu lo sai che in paradiso non si è mai tristi realmente, soltanto mi manca una persona che somigli a me, ma sia diversa. Vorrei crearla con la terra come fa Lui, l’ho osservato di nascosto quando ha inventato le conchiglie trilobate. Potresti farmi da modella?>.
<Iooooo???> chiese la sirena lusingatissima.
<Tu certo, non sei una bella femmina?>.
La sirena si mise in posa:
<Con la testa più alta e il braccio destro sollevato, ecco, adesso prendi una ciocca di capelli e sorridi>.
L’uomo ammirò il modo in cui il seno della sirena si protendeva e qualcosa gli si rimescolò, scosse la testa stranito per l’esperienza nuova.
Però che la parte inferiore del corpo fosse una coda di pesce non gli andava e così le fece due belle gambe lunghe e tornite, meno muscolose delle proprie.
Venne fuori un donnone col vitino sottile, la pancia sproporzionata e il seno indescrivibile per un blog serio come questo mio.
<Quella è brutta, piena di cellulite sul, sul… e sulle, sulle…non sono io> disse la sirena offesa e si rituffò nel laghetto.
All’uomo pareva bellissima e incominciò a lisciarla tutta con le mani bagnate d’acqua.
<Adamo, che fai?> disse una voce affettuosa.
<Oh, Signore, aiutami> rispose l’uomo, <sto creando la donna>.
<Ah, ah, ah> rise Dio, <ci vuol altro. Vedo che i capelli non sono rifiniti filo a filo>.
Allora l’uomo incominciò a rifinire i capelli a filo a filo, così ebbe il tempo di pensare perché ci volle un bel po’.
Quando i capelli furono rifiniti filo a filo l’uomo era esausto.
<Adamo, che fai?> disse Dio trattenendo una risatina.
Adamo giaceva su un’amaca di liane con le braccia penzoloni:<Signore, l’ho finita> ebbe la forza di rispondere.
<Veramente è appena sbozzata, di che colore li vuoi i capelli? Bruni mediterranei, biondi norvegesi, neri africani, rossi lava dell’Etna oppure castani?>.
<Non scherzare, Signore> rispose l’uomo, <mi è costata molta fatica. Tu che colore mi consigli?>.
<A te deve piacere>.
<Ho sonno adesso, Signore, non possiamo finirla domani?>.
<Ma certo, piccolo, dormi pure> rispose Dio. Appena Adamo prese sonno egli impastò di nuovo la terra, sorrise e la donna si animò. Era bellissima, con capelli e linea perfetti.
<Però non chiacchierare sempre> le raccomandò Dio. La donna si coricò accanto all’uomo e si addormentò. Nessuno può dire la gioia di Adamo al mattino, ma la sera la musica era cambiata.
<Parla sempre, Signore, non mi fa dire una parola> si lamentò l’uomo.
<Ci vuole pazienza, Adamo, sono i guai del matrimonio, anche lei è venuta da me, piangeva implorando udienza, dice che non parli mai. Vuoi che l’impasti di nuovo e te la tolga di torno?>.
<E cosa sarebbe di lei, Signore?>.
<Ritornerebbe terra e prato>.
<No, Signore, lasciamela, è talmente bella e affettuosa. Non fa niente se parla troppo, parlerò un po’ di più anch’io e vedrai che ci capiremo>.
Pochi alberi più in là Dio trovò la donna torva sotto un pesco in fiore.
<E allora cos’ha detto Adamo?> gli chiese giocherellando con una ciocca dei suoi capelli dorati.
<Che cercherà di parlare un po’ di più perché tu sia felice> rispose Dio.
<Allora mi ama davvero. Anch’io cercherò di parlare meno per farlo felice>.
<Ecco, così si fa> disse Dio.
                                                               Domenica Luise

 
 
 
 
 

Mimma e Cristina sulla luna

 
Preoccupata perché la sua amica si era tinta i capelli di biondo,
ma non li sopportava e adesso li stava crescendo per farli tornare bianchi,
a Mimma parve che Cristina, con l’età, avesse perduto il senno.
In fondo, tuttavia, era strano che una così piccola cosa (biondi o bianchi questi capelli?) potesse sembrarle così determinante. “Forse, con l’età, ho perduto il senno anch’io“ pensò Mimma pranzando col solito minestrone scondito per
dimagrire e fare rientrare il colesterolo, ”Guarda tu se debbo torturarmi
con la dieta invece di spassarmela, come sarebbe giusto dopo una vita sulla
cattedra a domare diavoli, sia pure amorosamente“.
Quella sera Mimma si addormentò profondamente fuori orario, sarebbe a dire
che per le ventuno già ronfava abbracciata al proprio cuscino di piume.
D’un tratto la svegliò una serie di nitriti dietro la finestra della camera da letto, dove proprio non poteva esserci alcun cavallo visto che il giardino era recintato
fino a oltre due metri di altezza e il cancello rigorosamente chiuso.
Davanti c’era la Nazionale per Palermo, un tratto bello dritto dove le macchine
e i camion sfrecciavano notte e giorno, poco adatta come ippodromo.
“Sto sognando“ pensò Mimma. Dette una strizzata al cuscino e richiuse gli occhi. Mormorò una preghiera: “Signore, pensa tu ai miei amici virtuali“,
e stava per riaddormentarsi, quando: toc, toc, toc.
<Chi è?> sbadigliò Mimma, intanto si ripeterono i nitriti.
<Sono io a cavallo> disse una voce fin troppo nota.
<Francesco Pasticcio, pardon, arcangelo, eccellenza> rispose Mimma,
e afferrò la vestaglia.
<Non perdere tempo, vestiti subito, andiamo sulla luna a prendere il senno
di Cristina. Fa ancora fresco, mettiti un pantalone pesante,
la camicetta di felpatino e una giacca di lana>.
Poco dopo Mimma aprì le imposte, l’arcangelo, quella notte, indossava una tuta celeste con maniche a sbuffo ed un mantello in tinta. Stava a cavalcioni su un
cavallo bianchissimo, che portava una stella d’argento sospesa sulla fronte.
<Piacere, signora, io sono l’ippogrifo> nitrì il cavallo porgendole una zampa,
anche gli zoccoli erano d’argento o così sembrava.
<Piacere, sono Mimma> rispose lei e gli strinse la mano o la zampa o quello che era.
Sembrava così umano, soltanto Mimma non capì se fosse il cavallo a parlare
oppure lei a nitrire e come si potessero comprendere.
<Sei preoccupato anche tu per Cristina?> chiese Mimma a Francesco Pasticcio.
<Perché, cos’ha combinato stavolta, che ha scritto? In Paradiso abbiamo letto
tutto e ci è molto piaciuto, specialmente il divertissement del sottoblosco>.
<Dice che vuole rifarsi i capelli bianchi, dimagrire di dieci chili e innamorarsi>.
<E tu, invece?>
<Io i capelli me li tingo  scrupolosamente, voglio dimagrire di dieci chili, ma non penso di innamorarmi alla mia età. Amo la vita in genere e il prossimo>.
<Ah, sì, allora ti senti in regola>. Francesco Pasticcio ebbe un tono sarcastico, che non sfuggì alla presunta poetessa, la quale cambiò subito discorso:
<Che fanno i tuoi angioletti portabandiera?> chiese montando sulla groppa dell’ippogrifo non senza una certa fatica.
<Dormono> rispose Ciccino laconico.
L’ippogrifo srotolò due ali immense e partirono. La luna era più bucherellata che mai e tutt’intorno c’erano parecchi scaffali pieni di bottiglie e bottiglioni con dentro il senno umano.
<Ludovico Ariosto aveva scritto il vero> osservò Mimma leggendo le targhette.
“Senno di Iole innamorata del suo Pepè“, “Senno di papa“,
<Lì manca l’accento sulla a> affermò Mimma, <Ti pare?> rispose Ciccino. Il senno dei politicanti era così abbondante che Mimma si chiese come potesse essergliene rimasto un poco per guidare, in qualche modo, la nazione. In quanto alle damigiane del senno dei poeti erano innumerevoli, <Come faccio a trovare quello di Cristina?>, mentre cercava l’incontrò viso a viso e la riconobbe dai capelli mezzi biondi e mezzi bianchi, puntarono l’una il dito verso l’altra e dissero: <Tu quiiiiii!>
<Che ci sei venuta a fare?>
<A cercare il tuo senno, e tu?>
<A cercare il tuo senno>.
<E come ci sei venuta?>
Entrambe si voltarono  verso Ciccino e dissero in coro :<Con lui, sull’ippogrifo>.
<Ha bussato alla mia finestra>.
<Anche a me, anche a me>.
<Mi ha detto di vestirmi pesante perché c’era freschetto>.
<Anche a me, anche a me>.
<E poi siamo partiti sull’ippogrifo, che parla>.
<Pure io, pure io>.
<Bando alle ciance> disse Francesco Pasticcio, <prendete il vostro senno e
andiamocene>.
<Ma quelle due botti sono pesantissime>.
<Come facciamo?>
<Spillatene un po’ in queste due bottigline, mischiatelo e insieme otterrete il senno che vi serve> fece Ciccino
<E se facciamo corto circuito? Tu sai come la pensiamo, quella è cattolica> disse Cristina puntando un dito contro Mimma, la quale divenne scarlatta.
<E tu sei agnostica> rispose tentando di ghignare efficacemente, era più alta e più grossa di Cristina, che indietreggiò.
<Ragazze, smettetela> nitrì l’ipogrifo con tono acquietante.
<Io non mescolo il mio senno col tuo>.
<Io nemmeno>.
<Ecco>, concluse Mimma con accento siciliano.
<Va’ a magna’  er sapone> disse Cristina con accento romano.
<Allora caricatevi ognuna del vostro senno> concluse Ciccino.
Mimma e Cristina guardarono le botti, che erano di colore diverso, ma grosse uguali.
<Tu sai bene che non è possibile> affermarono in coro.
<Stavolta ho fatto un viaggio inutile> considerò l’ippogrifo, <potevo restarmene nella stalla, a fare l’amore con mia moglie. Vogliamo un bambino, noi>.
A Mimma e Cristina scappò da ridere e gli fecero gli auguri di felicità e figli maschi, l’ippogrifo era di larghe vedute e rispose che anche una femmina sarebbe andata benone.



<Per quanto riguarda il vostro problema> aggiunse caracollando distrattamente,
<mica dovete mettere in comune le idee, la religione e che so io, ma soltanto l’amore fraterno che vi lega>.

<Io ti voglio bene> disse Mimma a Cristina.
<Io pure> rispose Cristina.
<E questo è l’importante, li mescolate o no questi senni?> fece Ciccino con un piccolo tono impaziente che non sfuggì alle poetesse.
Mimma e Cristina andarono ognuna a stappare la propria botte.
<Non capisco> disse Mimma, <il mio vino è grigio verde e puzza di aceto>.
<Non capisco> disse Cristina, <il mio vino è grigio blu e puzza di aceto>.
Ne mescolarono poche gocce ognuna nella propria bottiglina e subito il liquido assunse un colore rubino sangue di piccione che baluginò come una luce. Un soave effluvio di cantina si diffuse tutt’intorno.
<Non capisco> ripeté Mimma annusando.
<Nemmeno io> affermò Cristina.
<Ed io ancora meno, sono sempre un cavallo, sia pure alato> considerò l’ippogrifo.
Ciccino si mise a ridere: <L’amore trasforma ogni dolore in gioia ed ogni morte in vita> pontificò.
<Un po’ solenne, per i miei gusti, ma vero e bello> rispose Cristina.
Mimma trattenne a stento la battuta che le bruciava sulle labbra: <Mi sembri un prete>.
Meglio non stuzzicare la Cristina che dorme.
Perché quello era un sogno, vero?
Alzò la propria bottiglina:
<Allora abbiamo capito la lezione di stavolta>.
<Noi due insieme diventiamo sagge>.
<Un solo senno. Vuoi brindare con noi ?>
<Ci mancherebbe, io già sono ubriaco d’amore più che abbondantemente> rispose Ciccino. E dette una bottarella all’ippogrifo, che si mise a ridere
srotolando le ali per il ritorno.
 

                                                                   Domenica Luise
 

 
 

Mimma e Cristina in Paradiso

    


L’entrata del Paradiso era una fessura tra due nuvolacce di sabbia tempestosa sulla cima dell’Olympus mons del pianeta Marte, a ventisette chilometri di altezza per cui, tra il fumo del vulcano più alto del sistema solare e la bufera, non  ci si vedeva niente.
Mimma e Cristina trattennero il fiato e la pancia, proclamando in coro: < Appena ritorno mi metto a dieta >.
< Già > osservo l’arcangelo Ciccino, < magari ogni volta da domani in poi: lunedì per il martedì, martedì per il mercoledì e così via ad infinito >.
Intanto gli angioletti ridevano e le pigliavano in giro: < Ciccione, ciccione >.
Stavolta non era stato necessario cambiarsi d’abito: Ciccino affermò che le angiolesse avrebbero compiuto la vestizione al loro ingresso. In quanto al bagaglio, avrebbero trovato tutto sul luogo e non servivano né cornetti né cassata siciliana.
< Ma noi vorremmo portare un regalino al Padre > avevano protestato le due poetesse concordi, < che so io, una bella cravatta colorata >.
< Forse un quadro fatto da me >.
< Oppure una poesia scritta da me >.
<Magari un computer di quelli piccolini, per venire sui nostri blog quando ha voglia>.
< Un plaid di pura lana vergine, che a quell’età gli tenga calde le ginocchia >.
< Le pantofole, ecco, gradirà le pantofole >.
< Basta, ragazze > le interruppe Pasticcio, timoroso che arrivassero ai calzini e alla maglia della salute, < mi sorprende che abbiate del Padre un’idea talmente antropomorfa >.
< Perché, tu come lo vedi? Com’è Dio? > chiesero in coro le “ ragazze “ .
< Dio è amore e l’amore è tutto > rispose il vecchio gesuita e l’emozione gli rese la voce roca.
Oltrepassata la fessura, Mimma e Cristina credevano di sentire i cori angelici e di vedere visioni luminosissime, così ognuna inforcò un paio di occhiali di quelli che servono agli operai per lavorare con la fiamma ossidrica e si misero i tappi di cera nelle orecchie chissà i canti fossero diventati esageratamente acuti per i loro timpani.
L’idea degli occhiali e dei tappi era venuta  a Iole, la sorella di Mimma, con la quale si erano confidate telefonandosi gratis tramite skype.
< Verrei volentieri anch’io > aveva affermato Iole, ma non voglio lasciare i miei figli. Giovanni arriva tra due giorni da Siena e Mariachiara  è fidanzata fresca >.
Quando Ciccino vide le poetesse che sembravano due formichieri e non gli rispondevano perché non lo sentivano,  le rimproverò un pochino: < Vi avevo detto di non portare niente > affermò e così sia gli occhialoni che i tappi volarono nel cratere dell’Olympus mons, < il paradiso è oltre ogni misera cosa terrena >.
< Ma una guantiera di cannoli al Padre…> osò Mimma a bassa voce, Cristina le dette una gomitata, < e stai zitta o si arrabbia, sempre maschio è, per quanto arcangelo > sussurrò. Una volta dentro aguzzarono gli occhi e intravidero un modesto istituto di cemento con un’insegna arrugginita su cui, a lettere sbiadite, era scritto: Università Paradisiaca. Doveva anche esserci un grosso incendio perché dalle finestre minuscole e dalla porticina uscivano lingue di fuoco a volontà.
In tutto quell’ovattato i bagliori che mandavano erano l’unica cosa chiaramente visibile e c’era pure un gran caldo che sembrava di avere nuovamente le vampate della menopausa.
< Io non entro > disse Cristina puntando i piedi per terra, pardon, nell’aria, < no, no e poi no, non mi piace questa scuola, ha l’aspetto tetro, c’è pure l’ incendio dentro, erano più allegri l’inferno e il purgatorio >.
< Tu sei sicuro che questo sia il paradiso e no una succursale dei diavoli? > chiese Mimma.
Francesco Pasticcio osservò accuratamente la mappa . < Non c’è trucco e non c’è inganno > rispose , < la via è una sola: dritti in alto. E poi questa è l’università paradisiaca, bisogna frequentarla prima di accedere alla visione. Voi due siete fortunate: molti hanno dovuto incominciare gli studi dall’asilo infantile >.
Quel giorno si era messo in jeans e camicia fantasia disegnata ad ali bianche. Portava un’aureola sottile, che mandava raggi di luce violenta tutt’intorno come un faro.
Anche i bambini erano in jeans, lui con un paio di pantaloncini corti e lei con una tunichetta alle ginocchia.
< Ciccino > disse la femmina, < ma noi all’università cosa veniamo a fare? Non possiamo giocare coi fulmini in questa bella tempesta di sabbia? Chiediamo un pomeriggio di libera uscita >.
< Sì, sì, sono d’accordo > rispose il maschio ammainando la propria bandiera,
< tanto siamo nel tifone qui accanto, se hai bisogno di noi facci un fischio e verremo subito ad annunciarti >.

< E va bene > concesse Ciccino, < fatevi la partita a fulmini finché volete, però vi chiamerò telepaticamente perché non sono mai stato capace di fischiare >.
Si rivolse nuovamente alle due poetesse: < Allora, cosa scegliete? Un rapido rientro nelle vostre comode case deludendo il Padre oppure affrontare le fiamme del paradiso e gli studi universitari ? >.
Mimma e Cristina non ci pensarono nemmeno un attimo: < Non possiamo dare un dispiacere al Padre dopo tutto quello che fa per noi >.
< E poi, noi lo amiamo moltissimo e vogliamo vederlo anche un solo attimo >.
< Pazienza, se il Paradiso è noioso e questo luogo ci mette tristezza e paura >.
Francesco Pasticcio fece un sorrisetto sbilenco ed allungò un braccio indicando la porticina di accesso all’università.

Fine della prima puntata


Mimma pensò che era tanto stretta e bassa da sembrare l’entrata del pollaio dei suoi zii. Ai tempi lei, che poteva avere tre o quattro anni, ci camminava comoda a testa alta sicché l’incaricavano sempre di andare a raccogliere le uova, Mimma era convinta che, quando l’uovo era pronto e scodellato, le galline gridassero tanto per avvertire gli umani di andarselo a prendere, sicché una volta sollevò una gallina marrone per vedere se avesse finito e quella l’inseguì, furibonda, per tutto il pollaio, ma Mimma, sempre ai tempi, era veloce e nemmeno la gallina poté raggiungerla.

Insomma, tra queste interessanti cogitazioni, si trovarono tutti e tre all’interno dell’edificio, che aveva muri di fuoco, al che sia Mimma che Cristina incominciarono a pensare che sarebbe stata invece saggia idea portare appresso almeno un ventaglio per una e altro che granita di limone, le lastre di ghiaccio dei poli ci sarebbero volute. Si volsero verso Ciccino e videro che era bello fresco e tranquillo, forse per la mancanza del corpo.
< Ragazze, respirate a fondo, sentite che temperatura meravigliosa ? > disse.
Un bidello sciancato e una bidella cieca stavano smistando una gran fila di anime da mandare alle varie segreterie per le iscrizioni suddividendole in coniugati, minorenni, preti, monache, single di tutte le età e poeti.
Sulla destra c’erano gli spogliatoi femminili e a sinistra quelli maschili. Due angiolesse in divisa di infermiera si accostarono a Mimma e Cristina invitandole dentro.
Mimma si guardò intorno e vide una gran vasca da bagno dalla quale guizzavano fiamme. Restò a bocca aperta.
< Spogliati ed entra nel fuoco d’amore > dissero in coro le angiolesse.
< Ma forse voi non sapete che io ho ancora il corpo > tentò di tergiversare Mimma.
< Sappiamo, sappiamo tutto > risero le angiolesse, < allora? >.
Mimma provò il fuoco con il piede destro e lo ritirò subito.
< Hai bisogno di aiuto ? >.
< Vorrei tornare a casa >.
< Fifona >
Mimma provò il fuoco col piede sinistro, ma bruciava come dall’altro lato.
< Se entri, tra poco incontrerai tua mamma, tuo papà e gli zii amati > affermò la prima angiolessa.
Mimma provò  il fuoco col mignolo  della mano destra e senz’altro scottava.
< Se entri, incontrerai tutti gli amici che ti hanno preceduta >, le sussurrò all’orecchio la seconda angiolessa.
Mimma provò il fuoco col mignolo della mano sinistra e lanciò un piccolo grido.
< Coraggio, tutto d’un colpo. Se entri potrai vedere il tuo libro con la favola dell’Usignola stonata appena pubblicato in Paradiso, l’hanno letto tutti i santi e gli angeli del cielo >.
Mimma si buttò ed il fuoco le si appiccò in delizia, entrò nelle sue vene, sparirono d’un colpo la miopia, l’anca usurata, l’artrosi articolare polidistrettuale, il grasso superfluo e il colesterolo, si distesero tutte le rughe, le si rinforzarono le unghie e le crebbero i denti mancanti. All’uscita dalla vasca aveva vent’anni e un giorno ed una coltre di capelli nerissimi sulla schiena.
Le angiolesse l’aiutarono a indossare, dissero, l’abito di nozze, che era di una seta impalpabile, tutto bianco.
Mimma si sentiva strana, anzi stranissima.
< Ma io non sono degna > sussurrò percependo in petto uno struggimento soave, di totale innocenza.
< Nessun essere umano ne è degno > disse la prima angiolessa.
< Per questo venite a scuola d’amore > disse la seconda angiolessa.
< Adesso devi scegliere il diadema > aggiunsero in coro, e le presentarono due corone, una di rose bianche senza spine ed una di brillanti e perle montati su oro massiccio.
Senza esitare Mimma indicò i fiori, che le angiolesse le sistemarono sulla testa.
Uscirono dagli spogliatoi mentre contemporaneamente veniva fuori anche Cristina dall’altra stanza.
Portavano entrambe la corona di rose e dissero in coro: < Quanto sei bella >.
Solo, Cristina era bionda con gli occhi verdi cangianti.
Anche Francesco Pasticcio era vestito di bianco, con una rosa all’occhiello. Era ringiovanito di cinquantacinque anni, allungato di ventiquattro centimetri e gli erano ricresciuti sia i capelli che i denti.
< Se voglio, posso riprendere l’aspetto dimesso che avevo in terra > si confidò,
< ma non è giusto che il Padre faccia cattiva figura >.
Mimma e Cristina convennero che la bellezza era un aspetto importante del Paradiso perché manifestava all’esterno l’armonia interiore.
< Peccato che non ho mai portato la macchinetta digitale > disse Mimma, < mi sarebbe piaciuto avere un ricordo dei nostri viaggi >.
< Non pensi > rispose Cristina, < che l’esperienza diretta valga più di un album fotografico ? >.
Così discorrendo si avviarono verso la segreteria dei poeti per iscriversi.

Fine della seconda puntata

 


La segretaria era una paralitica smunta, coi capelli bianchi legati a crocchia. Ci doveva pure essere una ragione per cui, in paradiso, c’erano tutti quei poveracci impiegati nell’università. Era anche sorda e parlava con lenti balbettii, sicché ci volle una gran pazienza prima di avere i moduli compilati.
<Cristina Bove >.
< Come? >.

< Cristina Bove >.
< Cosa? >.
< Aspetti, signora, glielo scrivo io > disse Cristina con garbo.
< Puoi entrare in classe, in fondo a destra > rispose la segretaria con un sorriso, che sembrò divertito, poi si rivolse a Mimma:
< Nome, prego? >.
< Domenica Luise > rispose Mimma.
< Ma Luise è il nome o il cognome? >.
< E’ il cognome >.
< Allora debbo scrivere Aloisi ? >.
< No, Luise, aspetti, signora, lo scrivo io > rispose Mimma con dolcezza. 
< Puoi raggiungere la tua amica > disse la segretaria, si alzò dalla sedia a rotelle e si mise a parlare con grande scioltezza, ci sentiva pure bene. Mah. Chiacchierava allegramente con la signora che iscriveva i coniugati e, da dietro, si vedevano dei lunghi capelli lisci castani con riflessi dorati, altro che crocchia bianca.
La prima classe dell’università paradisiaca era uno stanzone pieno di panche con le anime sedute strette che quasi non entravano. Un angelo scriveva su una lavagna blu con un gessetto fosforescente.
< La luce viaggia a circa trecentomila chilometri al secondo > diceva, < eppure la distanza dal più probabile pianeta abitabile alla terra è tale che l’essere umano non ha alcuna possibilità di raggiungerlo con le conoscenze tecniche attualmente in suo possesso.
Ci vorrebbe un’altra forma di energia, alla cui accelerazione tuttavia i corpi umani lanciati nello spazio dentro un’astronave non potrebbero resistere e nemmeno l’astronave.
Siete stati capaci di tirare dei  sassolini intorno alla terra e il vostro massimo è stato fare una passeggiata sulla luna, dove avete osato lasciare una bandiera.
La fame di universo è, in realtà, fame di Dio >.
< Questo è l’angelo della conoscenza > sussurrò Ciccino alle orecchie delle poetesse. Cristina beveva quelle parole: < Ecco una predica che mi piace > affermò.

 < Forse perché non è una predica > rispose Mimma.

< E che cos’è, allora? >.

< Un atto d’amore > disse l’arcangelo, <  guardate la sua postura inclinata verso gli allievi, come si porge e il tono della voce nel comunicare agli altri quello che sa. I maestri sono tutti serafini del più alto coro, qualificatissimi >.
< Avete capito ? > chiese l’angelo guardando gli allievi tutt’intorno con occhi acuti.
< Certo, è semplice > risposero le anime in ascolto.
< Ci sono domande ? >.
Mimma alzò la mano: < Maestro > disse, < mi scusi, dove finisce l’universo? E’ vera la teoria dei multiversi? E se l’universo finisce, in che cosa è contenuto? E l’ultimo universo che contiene tutti gli altri, in che cosa è contenuto? E come ha fatto Dio a creare tutto questo dal nulla o dal fango o da quello che è? >.
< A queste domande non si dà risposta adesso > rispose l’angelo brillando intensamente, < signora, lei è qui in gita turistica, ancora fornita di corpo. Ciò che vede e sperimenta è appena l’inizio della conoscenza amorosa, per le altre risposte deve attendere la morte e il passaggio senza ritorno. Anche se io le volessi rispondere, come sarei libero di fare, il suo debole pensiero, che usa ancora un cervello terreno, non mi potrebbe seguire né ricorderebbe i concetti. Però mi compiaccio per le domande poste all’ordine del giorno.
< Allora potete passare tutti nella seconda classe, qui a fianco. Auguri, miei cari, e vivete felici >.
< Ma guarda > fece Mimma, < lo dico sempre anch’io : vivete felici >.
E dalla faccia di tutta quella gente la felicità era lampante.
Però Mimma e Cristina avevano una domanda che non riuscivano più a trattenere:
come mai, in Paradiso, c’erano un bidello sciancato, una bidella cieca e una segretaria paralitica e sorda, per di più?
E perché l’istituto universitario era talmente misero a vedersi?
Tuttavia non osavano chiedere a Ciccino, che ovviamente aveva capito e tratteneva a stento le risate.
<Ve lo voglio dire subito > affermò all’improvviso, < al Padre piace la povertà umana>.
< Ecco perché ci ama tanto > risposero in coro Mimma e Cristina.
< Perché siamo piene di dubbi, di domande senza risposte, di inciampi e retromarce, ecco la divina ragione >.
< E’ il suo bacio sull’anima dei miseri >.
< Il nostro vuoto lo attira, non la perfezione, che poi sulla terra non esiste >.
< Non mi dire che quando mi vede arrabbiata per il dolore degli innocenti, di cui non capisco il perché, egli mi ama di più > sussurrò Cristina.
< Noi siamo amate. Due povere vecchie > riprese Mimma.
< Proprio così, o non avrebbe amato me > concluse Ciccino.

 

Fine della terza puntata

 


Si sedettero nei banchi della seconda classe, l’angiolessa della tenerezza era una ragazza bellissima, aveva gli  occhi di velluto scuro e i capelli pettinati a coda di cavallo che le arrivava fino alla vita. < Questa donna ha dovuto scegliere fra portare avanti la gravidanza oppure morire lei stessa generando il figlio, adesso ha un bambino sulla terra > sussurrò Pasticcio accomodandosi.
< Non è giusto > rispose impetuosamente Cristina , < perché quel bambino deve vivere senza la sua mamma? >.
< Di che cosa è morta ? > domandò Mimma.

< Aveva un cancro maligno all’utero, se abortiva subito si poteva salvare, ma per farlo nascere si è riempita di metastasi >.
< Ecco, queste sono le cose che non sopporto > fece Cristina sbuffando un po’ troppo energicamente.
Intanto l’angiolessa aveva iniziato la propria lezione:
< Pensate a che cosa prova una madre mentre allatta per la prima volta il figlio e il suo sangue diventa nutrimento che il bambino succhia.
E’ una eucaristia umana, pallida immagine dell’amore di Cristo verso ogni creatura e non viceversa.
A quello stesso seno di Dio sono nutriti tutti gli esseri viventi ugualmente amati con ogni tenerezza, di qualunque religione o ateismo siano.
Per questo motivo ognuno di voi è chiamato all’amore verso il prossimo, tanto da tenerlo come un bambino piccolo alle vostre mammelle interiori.
Debbono saperlo specialmente i creativi:  ogni vostra opera è nutrimento per gli altri, siate cibo buono e farete la moltiplicazione dei pani con poesie, racconti, quadri e blog.
Nulla si perderà col tempo, ma tutto risplenderà.
Ci sono domande? >.
Cristina alzò la mano:
< Signora maestra >, disse, < perché Dio permette che gli innocenti soffrano tanto mentre i cattivi mangiano, bevono e prolificano? >.
L’angiolessa scrutò l’espressione di Cristina e ne vide il turbamento: < E’ unione coi misteri di crocifissione e morte del Figlio di Dio > rispose dolcemente, < ma questo lo potrete comprendere soltanto nella vita che segue alla morte, per adesso deve bastarvi la fede e, a quanto vedo, lei è ancora nel suo corpo terreno. E’ stato duro anche per me. Sapesse, signora, quanto ho invocato un miracolo che mi facesse vivere accanto al mio bambino e quante volte ho gridato >.
Cristina, che aveva supposto un’incrollabilità, restò a bocca aperta. Allora i santi non erano perfetti fin dalla terra. Questa cosa la illuminò. Quante volte aveva detto a Mimma: < Io non voglio farmi santa, io non voglio andare in paradiso > ed eccola lì seduta, coi suoi perché intatti, davanti ad una mamma che aveva amato oltre la propria vita nel senso reale del termine.
Chinò i bellissimi occhi fissando la superficie scrostata del proprio banco: < Mi scusi > disse accorata, < non volevo essere impertinente, è che non capisco >.
< E non può capire, signora. Deve soltanto aspettare il suo momento >.
L’angiolessa le sorrise e Cristina provò una pace profonda.
Era per lei un’esperienza talmente insolita che rimase in silenzio a lungo. Sentiva penetrare una luminosità nuova nei suoi pensieri torturati dal dubbio. In questo, capì la propria grandezza umana e quella di tutti i viventi di qualunque razza e specie.
Vide l’armonia semplice della vita totale dentro la propria vita e come tutto fosse amore, e il dolore soltanto l’amore in maschera, nascosto.
Fu un lampo interno.
Tra tutte quelle anime della classe alcune signore avevano scelto il diadema di oro massiccio e gemme, ma era pesante e così lo mettevano sul banco oppure lo tenevano in mano, < Guarda > disse Mimma a Cristina, < gli dà fastidio la corona >.
< Soltanto i fiori sono leggeri > sussurrò Ciccino annusando la propria rosa.
Alcune signore incominciarono a chiedere se potevano tornare indietro a prendersi la corona di rose, < No > rispose l’angiolessa, < perché la scelta è fatta una volta sola, ma se questo gioiello vi opprime potete abbandonarlo quando volete >.
Quasi tutte lo lasciarono con un sospiro di sollievo, quelle poche che lo tennero camminavano con la testa piegata dalla fatica.
< Vedete come la ricchezza non serve a niente, specialmente in paradiso ? > disse Ciccino, < queste signore resteranno tutte senza diadema: prima o poi lo molleranno da una parte >.
< Io non porto gioielli > disse Cristina.
< Io li ho portati e chiedo perdono > disse Mimma.
< Se volessimo pensare al nostro poco amore dovremmo coprirci la faccia e scappare lontano dal Padre > aggiunse Cristina.
< Invece com’è che desideriamo tanto di vederlo ? > chiese Mimma.
< E’ l’amore che vi attira > rispose Ciccino, < piuttosto adesso faccio rientrare i bambini, hanno giocato fin troppo qui intorno >, si concentrò con una ruga in mezzo alla fronte e subito riapparirono gli angioletti portabandiera scuotendo dapertutto la sabbia marziana: sembravano due cagnolini appena usciti dal bagno.
Erano allegrissimi e si misero ad annunciare a gran voce la presenza di sua eccellenza l’arcangelo, così tutte le anime incominciarono a chiedergli l’autografo, che Pasticcio firmava velocemente ed in lampante imbarazzo.

Fine della quarta puntata

 


< Ho una strana sensazione > disse Mimma a Cristina passando nella terza aula,
< mi sento come se in questo istituto povero e vecchio fossi proprio a casa mia e conoscessi tutte queste persone da sempre >.
< E’ la sensazione provocata dall’amore > intervenne Francesco Pasticcio pensando che gli sarebbe tanto piaciuto abbracciare un po’ il Padre e farsi abbracciare, era l’unica conoscenza approfondita che avesse da quando era entrato in paradiso ed era anche troppo per le sue forze.
< Egli si è fatto vedere sempre da me come un bel signore anziano e saggio > mormorò a bassa voce, < ma sento che c’è molto di più, all’infinito >.
<Lo sanno tutti perfino in terra che quello è un modo metaforico di rappresentarlo> rispose Cristina.
< Praticamente come una poesia > aggiunse Mimma sedendosi sulla panca.
Stavolta il maestro era un bambino, che stava a cavalcioni sulla cattedra, indossava una tuta decorata ad angioletti e stringeva al petto un peluche in forma di orsacchiotto candido.
< Sono l’angelo dell’amore filiale > disse, < i più piccoli restano tranquilli in braccio alla mamma, non sanno né camminare da soli né nutrirsi né niente, è la mamma che fa tutto, i figli si abbandonano fiduciosi qualunque cosa avvenga.
Ogni sostanza d’amore è nello scambio materno e filiale.
Se Mimma è accorata e Cristina la conforta, le fa da madre e Mimma è figlia, ma se Cristina è accorata e Mimma la conforta le parti dell’amore si invertono >.
L’angelo indicò le due poetesse, che arrossirono perché tutti si volsero a guardarle e applaudirono.
< Siamo maestri e allievi simultaneamente. Nessuno, tranne Dio, sa tutto e può tutto > affermava l’angelo dell’umiltà nella classe quarta, < quindi ognuno è complementare all’altro e ha il compito di ascoltarlo, valorizzarlo e volere il suo bene. Siete giardini aperti >.
Cristina, che si era un pochino distratta ammirando la bellezza estetica dell’angelo, alla parola “ giardini “ rientrò in se stessa,
< Mi scusi, signor maestro > disse, < come faccio a capire se il giardino dei poeti…sa, è uno dei miei cinquantacinque blog, come faccio a distinguere se questa cosa è gradita a Dio o se magari sbaglio? >.
< Ma che dici? Sei seconda soltanto al blog della juventus per numero di visite >, Mimma la tirò per la manica mentre a Francesco Pasticcio scappava da ridere.
< Da come ti senti > rispose l’angelo dell’umiltà, < se provi gioia e pace quello che fai va bene e Dio è contento di te, se invece senti malessere interiore, allora stai attenta, qualcosa non quadra, che so io, anche un’imperfezione di delicatezza trattando con gli altri o un attimo di superbia per la coscienza del proprio valore >.
< Però non è facile, signor maestro > rispose Mimma ammirandolo in cuor suo, era proprio un bell’uomo.
< Il paradiso va meritato > tagliò corto l’angelo dell’umiltà, < il seme è in regalo, coltivarlo tocca a voi >.
Subito passarono tutti nella quinta classe, < Ma non ci riposiamo mai? Io ho fame > disse Mimma, < non c’è niente da mangiare in paradiso tranne la sapienza? >.
< Anch’io ho fame > incalzò Cristina, < tra poco mi viene uno svenimento, la pressione deve essere a zero >.
< Noi due abbiamo ancora il corpo > affermarono in coro.
< Donne di poca fede > rispose Ciccino, si rovistò nelle tasche, che sembrava il tenente Colombo quando fa lo scemo, e ne cavò due pacchettini elegantemente infiocchettati di bianco argenteo.  Dentro c’erano due pagnottelle da qualche quindici o venti grammi cadauna. Le poetesse sbarrarono gli occhi e aprirono la bocca per la sorpresa, e adesso cosa ci facevano con quel morso di pane e tanta fame arretrata? Pasticcio ne approfittò per imboccarle, alla fine si decisero a inghiottire e quello che provarono dentro di sé toccò l’ineffabile. Per questo non tento descrizioni.
< Brave > si compiacque Ciccino, < Vi siete comportate da figlie fiduciose e umili. Adesso sarete sazie e piene di forza fino a che non tornerete in terra >.

Fine della quinta puntata


Epilogo

Nella quinta classe avrebbe tenuto una conferenza l’angiolessa dell’amore serafico, così affermò Francesco Pasticcio sottovoce.
< Perché parli tanto piano ? > chiese Cristina abbassando i toni anche lei.
< Per non disturbare la concentrazione della preghiera >.
< Perché, stanno pregando? Non me n’ero accorta > fece Mimma.
< Stiamo tutti pregando > puntualizzò Ciccino < perché stiamo amando insieme, ma voi cosa pensavate che fosse pregare, ripetere distrattamente
formule a memoria? >.

< Quante cose ci insegni > dissero Mimma e Cristina in coro.
Lei era una ragazza di bellezza mai vista né immaginata, alta e fulgida, con le trecce bionde attorcigliate intorno alla testa com’è d’uso questa estate sulla terra e le sue parole sembravano sussurri penetranti.
Diceva: < L’amore è oltre la passione fino a considerare egoistica la propria stessa felicità e a rinnegarsi per l’amato.
Pensate al volo della gallina in confronto a quello dell’aquila.
L’amore gode della felicità dell’altro e, in particolare, della felicità dell’altro per causa propria.
E’ nella natura di ogni vera poesia dare felicità dolorosa, amorosa e giocosa e moltiplicarla nei secoli. Pensate ai grandi poeti o comunque artisti creativi.
Voi ricevete questo dono fin dalla terra, non si può andare superbi di un dono né invidiare il dono altrui: chi soggiace a queste tentazioni non entra nel paradiso dell’amore serafico, dove tutto è poesia perché la poesia è amore.
Avete visto che l’inferno è un’illusione di felicità, il purgatorio una presa di coscienza liberatoria, il paradiso è l’amore universale in atto, non il proprio personale giardino, ma un solo giardino di tutti insieme >.
Alla parola giardino l’angiolessa sorrise, poggiò lo sguardo su Cristina e le disse: < So che a te piacciono molto i giardini, piccola ribelle >.
Le due poetesse si commossero tanto che rimasero senza parole, almeno per quel momento.
Passarono  nella sesta aula, che aveva i muri e i banchi di luce.
Ormai quell’incandescenza esterna, perfettamente armonizzata all’interiore, non bruciava più, ma dava soltanto delizie.
L’angelo della visione svelata era il più bello di tutti e non soltanto sorrideva: era sorriso.
Una schiera di usignoli in canto faceva il girotondo intorno alla sua aureola e lì dentro Mimma e Cristina videro, con assoluta chiarezza, anche gli angioletti portabandiera dell’arcangelo Francesco Pasticcio: Il maschio si era assunto il ruolo di baritono mentre la femmina cantava da contralto.
Si accorsero di potere distinguere la luce nella luce. Ogni usignolo aveva la sua storia e un canto personale, che le poetesse venivano a conoscere e ad ascoltare in ogni minimo movimento d’amore.
Lo sciame ruotava a tale velocità che talora sembrava immobile perché il punto di partenza e di arrivo coincidevano, allora c’erano gli assolo e nelle pause di silenzio del coro, cantò anche l’usignola stonata, < Sono io, sono io > voleva gridare Mimma, ma dalla bocca non venne fuori voce.
C’era in quell’essere di luce una totale innocenza d’amore, che non escludeva ogni conoscenza e compassione delle miserie terrene. Egli non parlava nemmeno col sussurro, ma per comunicazione telepatica.
Per prima cosa le due poetesse si sentirono accolte ed apprezzate in tutte le loro opere, che furono capite in ogni sia pure minimo aspetto positivo. Ne videro le ripercussioni sui lettori nel passato,  presente e futuro, perfino Dante Alighieri aveva letto le poesie di Cristina e la fiaba dell’Usignola stonata di Mimma, entrambe poterono gioirne, ma contemporaneamente videro il valore di tutti gli altri artisti, non solo delle amiche più care, e ne gioirono in modo uguale come per se stesse, non di più né di meno: al massimo della propria capacità.
Sentirono che questo amore era la comunicazione suprema, inferiore soltanto alla visione di Dio in Sé e per Sé.
Seppero anche che, al loro ritorno in terra, avrebbero dimenticato il più ed il meglio dell’esperienza celeste o ciò che rimaneva loro da vivere nel corpo sarebbe stato un rimpianto struggente e insopportabile.
Era richiesto il loro sì ad ogni volontà divina e lo dettero subito entrambe, senza ombra di riserve.
Subito si presentò correndo un bambina di qualche tre anni, bruna coi boccoli come usavano negli anni cinquanta, andò loro festosamente incontro e disse:

< La poesia è anche gioco, per questo sarò io ad accompagnarvi
nel Paradiso profondo >.

< Incontreremo il Padre? >.
< Ma certo, e vi abbraccerà pure >.
< Anche me ? > chiese Cristina con un filo di voce.
La bambina si mise a ridere in modo così buffo che sembrava una cornacchia:
< Hai ancora dei dubbi, piccola ribelle? >.
Il resto del Paradiso è oltre le parole di qualunque lingua antica e nuova.

                                                                            Domenica Luise

 

Fine