Poeti di oggi, Nina Maroccolo: Amerò i tuoi dubbi


DON TONINO

 Oh, Giuseppe! Falegname virtuoso, uomo
del silenzio che costruisce, lima, pialla
la spiritualità – forse già incolla i cuori.
Non era questo ciò che volevo sentirmi dire!
Scivolo nel dolore senza farne ritorno.
Penso alla riservatezza di certi spazi
con la sfrontatezza di chi domina l’universo.
Dovrò accettare l’inclemenza dei giorni,
opponendo la ragione alle sacre insidie
dei suoi vezzeggiamenti. Identità, ancora
identità…

 SAN GIUSEPPE

 Non bivaccare nell’opacità. Smetti di lamentarti
con tortura di bocca. Sei lacrima campestre.
Piangi per inondarmi di gioia!…Consenti al presente
la mietitura del grano, e non chiedermi perché
io taccia dolente per Colui che si fa attesa.
O se l’uomo taccia, malgrado io continui la veglia.
L’albero non è dissimile dall’uomo. Il suo desiderio
è toccare la sostanza del cielo: più è alto, più
il suo destino si trasforma in preghiera. Perché,
altrimenti, le piante secolari resisterebbero al tempo?
Le loro invocazioni non sono udite né ascoltate.
Sono sentite. E non hanno paura, nella loro infermità,
di lasciare tracce riconducibili a sè. Identità…
La volontà è temibile quando ne avvertiamo la perdita.
In quel ventre di polvere abbi la forza di cantare.

Dove crediamo la parola, la voce perduta – noi sappiamo.
Sappiamo guardare?
No. Sappiamo sentire:
In veste di piuma.
In cantico d’uomo.
Giungendovi lacrima.

La poetessa Nina Maroccolo ci presenta un colloquio tra San Giuseppe e don Tonino, di cui scelgo la parte conclusiva. Per tutta la poesia la risoluzione tra il dubbio umanissimo di don Tonino e le esortazioni di San Giuseppe, uomo anch’egli, ma con un contatto chiarificatore con il divino trattandosi di colui che dovette accogliere Gesù e credere che fosse figlio di Dio e Dio egli stesso, dicevo una risoluzione sia pure parziale è in quelle parole che Nina ripete e con cui conclude: “giungendovi una lacrima”.
Quella lacrima è la compassione vicendevole per i nostri peccati, ai quali non ci rassegniamo, ma con cui ci ritroviamo sempre a fare i conti, ma è anche la lacrima per l’oscurità di fede tremenda nella quale, su questa terra, annaspiamo cercando qui o lì e quante volte invano, mai soddisfatti: le altre chiese, il rinnovamento carismatico, le visioni di Medjugorje, l’induismo, lo yoga, il digiuno e quant’altro.
Se non siamo cattolici la situazione non cambia, muta soltanto la terminologia. Forse, tuttavia, ci potrà confortare prendere coscienza che il dubbio è sempre la radice di una fede.
La poesia di Nina si intitola Amerò i tuoi dubbi, è dedicata all’amico Abele ed è la parola di una che comprende, non solo, ma anche ama quel tormento che, lo diciamo o no, e solitamente non lo diciamo, è cecità comune.
Ma non è soltanto Nina ad amare l’aggrovigliato dubbio umano, anche San Giuseppe lo ama, lo carezza (la carezza divina passa nelle parole e nelle dita umane) , ma non soltanto Nina e San Giuseppe amano il dubbio umano, anche Dio lo ama, e alla maniera divina indicibile a tutta la più elevata poesia umana.
A noi è chiesta quella lacrima. Anche ai signori uomini, così restii a piangere perfino quando sarebbe indispensabile.
Forse le metafore servono a nascondere quella lacrima di cui abbiamo così tanto pudore.
San Giuseppe dice a don Tonino: piangi per inondarmi di gioia.
Vorrei evidenziare queste parole di Nina: la lacrima lava e trasforma il nostro dolore in gioia ad una dimensione così elevata che non possiamo vederla né capirla e nemmeno sopportarla perché fa troppo male dentro l’anima, dove siamo delicati e inermi.
Eppure è la gioia dei santi e dei poeti, che intravedono una verità ancora nuvolosa e sanno senza sapere. Strano, ma sembra che funzioni proprio così: dal parto viene la vita.
Bellissimo nella sua semplicità il parallelismo tra l’uomo e l’albero, che più è  alto e più tocca il cielo e,anche senza raggiungerlo mai,  vi è immerso dentro.
Questa è la preghiera umana, non certamente la ripetizione meccanica di formule inventate dagli altri.
E c’è differenza tra udire, ascoltare e sentire le invocazioni umane: si ode con l’orecchio, si ascolta con la propria partecipazione e si sente con l’unione del proprio mistero interiore al mistero interiore degli altri uomini come noi.
Quindi il poeta SENTE
“giungendovi lacrima”. E soltanto adesso diventa IDENTITA’ non amorfa e persona umana.

                                                                                                    Domenica Luise

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I misteri dell’Ermetismo: maschi e femmine

 Oramai tutti, volenti o anche nolenti, abbiamo capito che il mondo si divide in due universi: uomini e donne.
Fra di loro ci sono lievi, ma determinanti variazioni fisiche e psicologiche e funzionano a incastro.
Gli uomini più analitici e razionali, le donne più intuitive e sensibili. Mescolandosi bene sono una potenza e si valorizzano vicendevolmente, ma di norma non si mescolano granché e cascano ognuno nei propri limiti.
Il maschio prevarica con la maggiore forza fisica e la femmina con la maggiore capacità di trarre le conclusioni senza le necessarie premesse e di colpire nel segno regolarmente.
Sicché ognuno lotta contro l’altro anche quando l’ha sposato per amore o illusione che lo fosse.
Uno dei due deve piegarsi, normalmente vince il più aggressivo, l’altro si difende con l’astuzia, cerca di fare soldi, si attacca ai figli, talora apre un blog di scrittura, di cucina, di gossip o quello che è sotto falsissimo nome e profilo.
I maschi temono l’intelligenza femminile così al di fuori delle loro possibilità e le femmine temono l’ira maschile, che risolve tutto con quattro gridi e qualche imprecazione, se va bene senza botte.
Così gli uomini tentano di relegare la donna al solito ruolo idiota di angelo del focolare: il silenzio millenario della poesia femminile si chiama pignatte e gravidanze.
Anche la chiesa ancora non si sogna di darle il sacerdozio ministeriale mantenendosi in un ammodernamento paleolitico completamente fuori dallo sviluppo storico e dalle varie prese di coscienza sulla persona umana.
Così le mogli servono marito e figli mentre le “brave suore” servono i preti. Le menti non contano.
Nella poesia tutti questi contrasti entrano a pieno diritto e così maschi e femmine spiattellano quello che sentono trasformandolo in metafora e mescolanza sinestetica:
Il sogno dell’eden prima della caduta.
Il dolore, l’amore, la voglia di partire, l’ansia del volo, la delusione, la tenerezza, la speranza, la compassione. La risata e la rabbia. Questo nostro essere così diversi, ma bisognosi gli uni degli altri, bramosi eppure incapaci di diventare una sola cosa.
Il dubbio, che è sempre radice di una fede, l’ammirazione della mentalità altrui, il sostegno alla vicendevole poesia che, se è grande, è sempre magnanima e non si impone, si propone soltanto.
Sono tutte cose unisex, diverso è il modo di dirle. Limite della poesia maschile è il razionalismo, di quella femminile la vaghezza e il lamento.
Sono due errori poetici eclatanti, ma dopo averli sfuggiti, per scrivere una poesia “vera”, ci vuole l’ispirazione. E allora si può magari tentare.

                                                                   Domenica Luise

Il concorso

Un giorno l’asino si stancò di portare pesi, mangiare, bere, dormire, accoppiarsi e ragliare. Possibile che al mondo non ci fosse null’altro?
Oggi come ieri e come domani.
Pensieroso, si grattò una zecca che lo stava mordendo sul ciuffo ritto fra le orecchie. Forse questo gesto gli mise in moto le sinapsi e qualche neurotrasmettitore sonnacchioso.
Fatto sta che gli venne l’IDEA: un concorso per tutti gli animali del mondo, con una piccola quota di iscrizione ed un premio al più bravo.
Avrebbe fatto un po’ di soldi e molta gloria. Tutti i giornali avrebbero pubblicato la sua foto, nella didascalia lo avrebbero presentato bello per com’era, altezza delle orecchie: centimetri tanti; circonferenza della vita (con pancia): centimetri tanti altri; lunghezza, coda inclusa: metri e centimetri tanti ancora; peso in chilogrammi, data di nascita, scuole e diploma di prima elementare.
Sì, ma l’argomento del concorso? Qui stava il busillis.
Continuò, a lungo, a grattarsi. Ragliava più forte che mai.
Un concorso sulla guerra? Troppo triste. Sui tossicodipendenti? Sulla cronaca nera? Sulla corruzione dei politici e degli industriali?
L’asino sbadigliava dimenticandosi di mettere la zampa davanti alla bocca.
Che noia. Possibile che al mondo non ci fosse nulla di buono?
Ci voleva una cosa che desse gioia ed allegria, ma che cosa?
Infine vide due passerotti che si sbaciucchiavano dietro la siepe di pitosforo. Giovani giovani, ali tremanti, guance rosse, zampette gelate dall’emozione. Mettevano tenerezza.
Un concorso sul vero amore. Ecco l’idea dell’idea, l’idea d’oro.
Detto fatto. Appena lo seppero si iscrissero tutti. Anche l’uomo disse di essere un animale come gli altri e volle partecipare al concorso.
Le zebre si riunirono in cooperativa e fecero un manifesto. < Il vero amore > proclamarono, < è a strisce bianche e nere > .
I cavalli protestarono: < Il vero amore nitrisce, galoppa e si diverte a saltare gli ostacoli > .
Gli uomini ribadirono il loro antico concetto: < Il vero amore sono i soldi > affermarono convinti.
Gli uccelli risero e cantarono: < Il vero amore è volare > .
I pesci si offesero e dissero: < Il vero amore è nuotare > .
Le tigri balzarono sulla preda e brontolarono, con la bocca piena di sangue: < Il vero amore è uccidere > .
In tutto questo traffico, le piante e i fiori intervennero: < Il vero amore
siamo noi, colorati, profumati e belli > .
Finanche la sabbia del mare volle dire la sua: < Il vero amore è fatto di infiniti granellini > .
E tutti litigarono furiosamente.
L’asino si pentì di avere organizzato il concorso. E’ vero, le sue tasche erano piene di soldi ed il suo nome (con fotografia, lunghezza in centimetri delle orecchie e di tutto) sui giornali, ma rischiò più volte di essere linciato dalla folla dei partecipanti.
< Il vero amore sono i miei colori > sussurrava l’arcobaleno allargandosi e brillando più che poteva.
< Il vero amore è il mio canto > trillava l’usignolo.
< Il vero amore è la mia poesia > disse il poeta. Questo, pensò l’asino, era un po’ più nobile.
< No, il vero amore è la mia pittura > disse il pittore, < la mia, non quella degli altri>.
Che miserabile egoista, pensò l’asino.
< E la mia scultura? >
< E la mia architettura? >
< E la mia musica? >
< Ed io? >
Ormai il litigio era quotidiano ed universale. Una delegazione fu mandata a sollecitare l’asino perché, finalmente, premiasse il vincitore.
L’asino non sapeva che fare e sarebbe fuggito tanto volentieri, ma non c’era posto né in cielo né in terra né in mare perché comunque l’avrebbero scoperto.
Venne accusato di inadempienza e processato. Fu condannato all’ergastolo.
Nell’aula stipata, si sentì un raglio di dolore e venne fuori dalla folla la sua vecchia mamma, con gli occhiali e i capelli bianchi. Gli fece scudo col proprio corpo e disse a voce alta e ferma: < Mio figlio è innocente, condannate me piuttosto >.
Tutti fecero silenzio ed il leone le rispose: < Anche tu sei innocente > .
< Ma io sono sua madre e lo amo più di me stessa > .
< Meriti il premio, è questo il vero amore > fischiò ammirata la zanzara.
Così l’asino tornò nella stalla con sua madre e non si lamentò più che al mondo non succedeva mai niente di nuovo. In quanto ai soldi del premio vennero dati tutti ad un ospizio di canguri poveri perché il vero amore non si può pagare.

Domenica Luise

Carnevalata quasi burlesca

Valzer buffo

Si muore così vivendo, qui
non contano gli anni. Sono
distratta o non tratta
da me alle realtà della vita
concreta, tutte noiose pedanti fangose
e metaforicamente disabilitate.

A che? Domanda retorica, non re
quello con la corona e nemmeno
re nota musicale
piuttosto torica, cioè grossa
cornuta e arrabbiata. Comunque
anch’essa vuoto a perdere
senza risposta
che non sono i ri plurale di re, né ri-sposta
la sposta. Che dicevo? Mi sono imbrogliata
in sinestesie ortografiche sillabiche
fantasiose da fan-ta-smi, mi
mi. A me.

E le rime, signore e signori, non dimentichiamo
ri con me e me con ri. Versi
belati grugniti nitriti
mugugni ululati. Ati iti
gni: nati benserviti o portati, portatori
sani di poesia, bagni, bacia, ba
baciami piccina, pic indolor, na
fai la nanna, nacchere, che re?

Chicchirichì, chi chi ri
dicevo i ri. Microsoft word
segna errore
o felicità del computer con
pu e ter, dove pu
è l’incognita tre volte con
chi?

Non lo so e non me ne importa, nemmeno so
di che cosa sto cianciando fanfurellando, fricciche, ecco.

Traducete voi la scomposizione in fattori sillabici
elevati alla potenza di una potenza, che sono io, ma
senza turbamenti psicofisiologici. Parlo di voi
perché io sono tranquilla come il triangolo delle Bermuda.

Un’ispirazione spontanea, in ogni prato
ci sono le ortiche giganti che pungono la lingua dei poeti.

Matrimoni, matti ri
moni plurale di monos, monadi
meglio soli che male accompagnati
a con pag (ina) nati. Matti nati
come me, con me, me
ecco.

La vita è un intervallo fra un pasto e l’altro. Ma
la poesia. Oh. Ho. Ah, ha, ah.
Ha.

I bambini giocano senza scopo
che è marito di scopa e padre di spazzolino
nipote di spazzolone marito di spazzola
figlia illegittima di spagnoletta, il filo
di Arianna. Dov’è
il filo? Incomincia il tango spagnolo, marito
di spagnoletta, figlia di Spagna
e letto, lontano parente di lettura.

E qui la smetto perché l’ho letto
nel letto, che cosa? Non sottilizziamo.

Sono una zia presa all’amo
o amore e le zie delizie
come me, tante e tutte
meno matte più noiose, ho detto
basta. Apriamo rai tre.
Tre per tre, perché?

E i poeti danno il soffio alle parole imbalsamate.

(Quando una poetessa aspirante tale come me
rompe gli argini).

Valzer buffo, amoroso straziato.

                                                                                                Domenica Luise

(Disegno eseguito al computer da Domenica Luise)

Vi faccio vedere la torta che ho inventato per il mio compleanno, è una specie di crostata farcita di ricotta bianca e al cacao , è un po’ storta, ma mi sento comunque un genio culinario.  Al centro ho messo la parte bianca e sopra una rosa modellata nella pasta al cacao. Ci siamo leccati i baffetti maschi e femmine, m’aspettavo di peggio.

Colibrì e Moscone

La colibrì rise in faccia alle ardenti profferte amorose del moscone. Quel “ coso “ brutto, volgare, nato dallo sterco!
Come se fossero stati dello stesso rango. < Cercati una mosca > gli rispose col naso all’insù.
Allora il moscone, indispettito, dette una spinta alla colibrì, che cadde nella pozzanghera e stava affogando.
Pentito, lui incominciò a ronzare invocando aiuto.
< Che cos’è quello? > chiesero gli uccelli.
< E’ un uccello come voi, tiratelo fuori > .
< E’ troppo piccolo >.
< Ma è una colibrì, l’uccello mosca > sudò il moscone.
< Non è della nostra razza > e gli uccelli volarono via.
< Aiuto, aiuto, aiuto > ronzava il moscone. Arrivarono le mosche.
< Che cos’è quello? >
< E’ una colibrì, l’uccello mosca >.
< Troppo grande > .
< Ma è una mosca come voi > implorò il moscone.
< Non è della nostra razza > e le mosche sciamarono via.
Così il moscone, per non vederla morire, dovette cavarsela da solo, il che non fu affatto facile perché Colibrì pesava circa quanto lui ed era zuppa di acqua sporca.
La trascinò a riva e tentò di farle la respirazione bocca a bocca, ma non poté perché lei aveva quel lunghissimo becco.
Le diede bottarelle sulle guance, la coprì con una coperta, le scaldò le mani e i piedi gelati massaggiandola teneramente, le fece portare dal bar un tè bollente e chiamò l’ambulanza.
Colibrì se la cavò in extremis, ma rimase grigio sporco e non ci fu bagno schiuma né sciampo colorante che riuscisse a restituirle i suoi colori.
Ebbe perfino una reazione allergica quando tentò di farsi una tintura chimica alle piume.
Tutti i suoi corteggiatori scomparvero vedendola in quelle condizioni.
Ciuffettoblu, che aveva minacciato il suicidio se lei gli diceva di no, partì con la scusa di una vecchia zia ammalata da assistere. Pettoverde mancò al secondo appuntamento,
Zampadivellutogiallo non si fece vivo per niente dopo aver saputo dagli altri com’era ridotta, per non parlare di Lussuriosus, il più erotico, che l’aveva sempre piuttosto spaventata con i suoi bollori e che espatriò senza nemmeno una cartolina.
Soltanto il moscone stava sempre lì, tozzo, brutto, muscoloso, tenerissimo, lui nero e lei grigia.
Fosse stata una mosca, l’avrebbe magari sposato. Sola non si sentiva di stare.
Lui la copriva di fiori, dolci e poesie.
A causa del lungo becco di lei non poteva nemmeno baciarla.

< E’ vero, mi hai dato una spinta e sono caduta nella pozzanghera, ma non è giusto che tu sprechi la tua vita per me. Trovati una mosca e sposati > gli disse Colibrì un giorno.
< Io ti amo > rispose lui laconico.
Le fece girare tutti i medici e provare tutti i rimedi, niente da fare. Spese tutti i suoi soldi per lei. Finirono perfino dai maghi e dai ciarlatani. Grigia era e grigia rimase. Insignificante. Né mosca né colibrì. Alla fine salirono sulla vetta del mondo, dove viveva un santone, che suggerì, con tono ispirato:
< Perché non fai un tuffo nell’arcobaleno? >
Non fu facile trovare l’arcobaleno, che si nascondeva sempre.
< Coraggio, buttati prima che scappi ancora > disse lui.
< Ho paura > rispose lei. Il moscone le dette una spinta e la colibrì rotolò in tutti quei colori. Ne uscì che sembrava una gemma risplendente. Il caso finì alla televisione. Mai una colibrì era stata più bella.
La sera stessa telefonò Lussuriosus, si trovava in California e non poteva vivere senza di lei, chiedeva urgentemente la sua mano, pardon, la zampetta.
< No, grazie > rispose Colibrì.
Mezz’ora dopo telefonò Zampadivellutogiallo, aveva finalmente avuto sue notizie, disse, aveva saputo della disgrazia occorsale e della riconquistata salute, non l’aveva mai dimenticata, poteva chiederle di sposarla?
< No, grazie > rispose Colibrì.
Dopo un’oretta ci fu un’impetuosa scampanellata, Colibrì aprì la porta e Ciuffettoblu la strinse in un abbraccio spasmodico: < Mi butto sotto il treno se non mi dici di sì > proclamò con enfasi.
< No, grazie > rispose Colibrì.
Ciuffettoblu, respinto, se ne andava e Pettoverde arrivava, elegantissimo con la sua ventiquattrore di pelle nera e gli stivali scamosciati, allargò le ali : < Sei più bella che mai, vuoi sposarmi? >
< No, grazie > disse Colibrì sbuffando.
Passò la notte guardando con un occhio la porta e con l’altro il telefono, ma Moscone non venne e non la chiamò per niente.
L’indomani mattina, invece, arrivò il postino e le rovesciò nell’ingresso un sacco di lettere degli ammiratori, che l’avevano vista alla televisione.
Colibrì richiuse la porta, buttò il sacco di lettere a bruciare nel caminetto e si sedette di nuovo accanto al telefono, ma Moscone non si fece vivo in alcun modo.
Venne, invece, il fioraio, con i cesti degli ammiratori.
< Porti tutto in chiesa > disse Colibrì.
Venne il pasticciere, con le scatole di cioccolattini e caramelle degli ammiratori.
< Porti tutto all’ospizio dei vecchietti > disse Colibrì.
E Moscone non venne e Colibrì pianse come non aveva pianto mai.
Non aveva nemmeno il suo numero di telefono.
Non sapeva nemmeno il suo cognome.
“ Lo cercherò in capo al mondo” pensò infilandosi il cappotto, uscì di furia e subito lo vide. Pioveva, Moscone era tutto bagnato, con l’ombrello chiuso e guardava la porta senza avere il coraggio di bussare.
< Io ti amo > gli disse allora Colibrì, < e non importa se non ci possiamo sposare, saremo amici per tutta la vita >.
Lo abbracciò dolcissimamente, sebbene impacciata da quel lungo becco che non sapeva dove mettere, < Anzi per te voglio fare di più > aggiunse, < io non mi sposerò per amare te solo, io non avrò figli perché sarai tu il mio bambino, ti curerò quando sarai malato, ti laverò le zampe e ti staccherò i parassiti ad uno ad uno > .
< Pazza che sei > rispondeva lui senza osare di stringerla, < no, questo non lo voglio. Sarò invece io a non sposarmi per amare te sola, rinuncerò ad avere bambini perché tu sarai come una figlia per me, ti curerò quando sarai malata, ti laverò le zampe e ti staccherò i parassiti ad uno ad uno > .
E così vissero felici e contenti.

                                                                           Domenica Luise

Poeti di oggi, Giancarlo Locarno: L’idea di un Giuseppe (parte prima)

Mia figlia, un giorno, tornando a casa dall’asilo, ci ha detto:
-Sapete!..c’è un mio compagno con un nome strano…-
-Si chiama Giuseppe-.

Per prima cosa aleggiare
in acque cagliate blu
sotto
Giuseppe
è mio padre
in motorino
dietro mille merli
nella via dove falliscono i cotonifici
mille echi di un’ombra che si ritira
a un’alba da me
così instabile sul portapacchi.

Affacciato alla cappella col maiale
San Rocco ci mostra la peste:

la testa di cane esce dal rosso
prepariamoci al volo dei bastioni
col passo indietro di parata
respingiamoli al cielo con la mano.
Il settimo giorno non c’è il riposo ma il ritorno

le sue canzoni arrivarono molto dopo
e arrivarono con un altro sorriso

disperso tra i granoturchi della mulattiera
verso Cardano

un segnale

che la nevicata è riuscita
nella sua antica lingua
dei legni

lo scroscio primario
non ci dissolse le selci
e i soldatini
e il sillogizzare d’amore.

Sono pensieri fratturati come una corona di spine con qualche rosellina qua e là in mezzo alle gocce di sangue che tutti nella vita spargiamo, specialmente i poeti per la particolare sensibilità e prese di coscienza.
“Mia figlia”: si incomincia con un piccolo fiore e una nota tenera, alla bimba Giuseppe, il nome più comune al mondo, sembra “strano”. Il tono cambia immediatamente: “Giuseppe è mio padre in motorino”.
Ci sono rapide notazioni di ambiente e gli stati d’animo vi si mescolano svagatamente. Il lettore, che non sa le situazioni precise, deve fidarsi ed è costretto all’abbandono entrando nell’irrazionale. “Le sue canzoni”…del padre, certo, “arrivarono con un altro sorriso” e un’altra rosellina nella vita dell’autore:”la nevicata è riuscita nella sua antica lingua dei legni”. Il lettore sente il freddo sulle guance e il caldo buono del caminetto dove crepita il fuoco.
“Lo scroscio primario non ci dissolse le selci e i soldatini e il sillogizzare d’amore”: forse è uno scroscio di pioggia sulla neve, ma quell’attributo insolito, primario, ossia fondamentale, me lo fa piuttosto riferire all’animo del poeta, che essendo forte come la selce non può essere dissolto dalla tempesta della vita  né saranno mai dimenticati i ricordi di bambino simboleggiati dai soldatini e tanto meno quel ragionare d’amore con gli altri giovanetti come lui quando incominciarono a crescere.
Poesia scarna e bella, interrotta artisticamente, dove il non  compiuto lascia spazio al pensiero del lettore.

                                                                                             Domenica Luise

Humanae litterae

Che ci sia ancora questo battito
e il sussulto.

 Mi conservo
allora
in parole. Goccia
di sangue al corpo e d’acqua al mare. Saliamo
insieme, aria nell’aria.

Ci furono tante storie a consolarci
e amore
e fusioni nucleari di universi interni
irriducibili. Intanto le stelle
nascevano crescevano morivano e rinascevano
anche materialmente, metafore
di abissi che portiamo
ignorando. La poesia
derisa, ma vittoriosa
ci sposò e fummo.

Di luce riflessa da chissà dove
come perché, narcisi sotto la neve
oltre i cent’anni concessi alla carne.

La parola mi ama ricambiata.

Domenica Luise

(Fotografia di Paola Marasca)

Argentea

 

Tutti i colori delle parole
dal prato all’eterno, così
ecco
perché? Poi prima
ora.

Fummo saremo
siamo. E soltanto
un punto di ossa e sangue
momentaneamente animati
che si toccano
forse
a sprazzi, ma osiamo
dire per sempre.

Ricordi le favole? I giochi
e il meglio che avemmo, quando
sognavamo il radioso avvenire
per il quale bastava studiare
e che poi venne, con la luna
dietro la finestra
a bussare sull’albero di arance
e i figli e i nipoti
e ogni caduta sotto la croce.

Libertà
fra le mani e le foglie, quali
fragranze ai giorni. Il mercurio
delle parole che restano
in memoria. Ho spalancato
quella persiana.

Domenica Luise

(Fotografia di Domenica Luise)

I misteri dell’Ermetismo: l’incisività


 Nella poesia ci sono folgorazioni che salgono dal mistero interno umano, avvampano e scompaiono per rigenerarsi diversamente. Sono suscitate dall’attitudine di ascolto e concentrazione nel pensiero poetico, ci si arriva per vocazione alla poesia ed amore verso se stessi e gli altri: qui c’è una sintesi interiore della condizione umana, partendo dal proprio dolore e amore (chi non sperimenta non comprende) per giungere al dolore-amore altrui andando e venendo da se stessi.
Non occorrono paroloni per dirlo efficacemente, anche se i paroloni sono ammessi se mi piacciono, ne ho voglia e mi divertono. La poesia è sempre divertimento, anche quando è tragica, ed è proprio in questo gioco la sua strana potenza. Senza lo spasso della parola la tragicità diventa un’epigrafe, lo struggimento piagnisteo e le dolcezze smielature. Il gioco mantiene l’equilibrio.
La poesia è l’uomo storico che si dice conformemente al proprio tempo: oggi ha scoperto la meravigliosa nudità del dirsi e la chiama talora incisività e talora frammento perché cosciente che la scintilla interiore è salita dal profondo a dare la scottatura poetica sempre imperfetta e assetata di nuove e più potenti eruzioni.

                                                                  Domenica Luise