I misteri dell’Ermetismo: solitudine e fede

Sfondo azalee4

È una poesia interrotta perché l’essere umano è interrotto tra cielo e terra, spirito e carne, ed il punto di rottura ne è l’immensa solitudine, tragedia ben conosciuta dell’uomo e contemporaneamente delizia dove egli si incontra con Dio, NON senza veli, che sulla terra non avviene, ma attraverso i mezzi mistici, ossia misteriosi: immaginazioni, intuizioni e sapienze, barlumi di scienza spirituale e poesia, che non sono conformi agli studi compiuti perché  di gran lunga superiori. Lo studio legge, annota, assembla, razionalizza, deduce e sintetizza nel suo modo migliore, al peggio scopiazza qui o lì, cita e non sa concludere, ma non può esistere una deduzione dal nulla, se c’è è irrazionale e rientra nel campo della fede anche se l’autore, come molti poeti, si proclama ateo.
Questo ateismo sincero talora non è una sfida, ma un modo di rigettare le scempiaggini (usi, costumi, direi folclore) presenti nelle diverse religioni: la gente si è stufata, ormai è cosciente che tra i devoti esistono poche eccezioni nel campo mentre magari prima pensava che fossero tutti integerrimi tranne qualche indegno. Questo è lo scandalo dato “ai piccoli che credono in me” di cui parla Gesù nel vangelo, anche se alcuni sono bambini e innocenti cresciuti. Poi c’è l’ateismo di comodo, che è più falso: non credo in niente, quindi faccio quello che mi pare, donne, soldi e prepotenza.
Parlo di fede perché è quello il punto nevralgico umano al di sotto della solitudine. Senza solitudine, e quindi nudità, non c’è incontro profondo tra l’uomo e Dio e nemmeno poesia profonda. In quanto alle formalità esteriori religiose valgono quanto le figure retoriche, le rime, il numero delle sillabe e gli accenti in poesia: non ne sono l’essenza.

Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise

I misteri dell’Ermetismo: La poesia è universale

Schizzo di ballerine tridimensionale

Non è obbligatorio che la poesia debba essere così o cosà: principalmente è libera di sincretizzare il passato e profetare il futuro con la parola presente.
Le decorazioni cadono e rimane la sostanza pregnante, questa è la poesia universale, non legata alla moda spiccia odierna. Guarda Dante: che sintesi teologica e storica agli albori della lingua italiana.
La poesia è visionaria: la parola provoca un’immagine interiore o lo spettacolo esterno diventa parola profonda, anche questo, in poesia, è universale: guarda Virgilio e la passione di Didone per Enea o all’inizio del De rerum natura di Lucrezio quegli agnellini che saltano nel prato percossi nel cuore dall’ebbrezza del latte.
Quando il concetto di poesia è saturo, decade, ma è soltanto il riposo del campo che si prepara al nuovo. Guarda il milleseicento: la parola si contorce, sale, scende, cerca metafore strane, opulente e forzate, ci vorranno dei bei secoli per arrivare ai concetti di espressività e sintesi odierni, tuttavia oggi siamo in bilico sullo stesso precipizio: sembra che la poesia abbia detto nuovamente tutto, allora l’abbiamo ridotta togliendo articoli, punteggiatura e aggettivi, ma anche questo è uno stupido artificio esterno e mai l’essere umano poeta potrà dire tutto dell’umanità e di se stesso, c’è sempre l’imprevisto e l’ancora impensato e non immaginato.
In quanto alla scrittura ermetica, non è tanto difficile arrivarci  per chi conosca l’analisi del periodo. Basta lasciare sottintesi i verbi e il gioco è fatto, ma questa tecnica è fasulla. L’ermetismo serve al mistero umano come i responsi della sibilla cumana, è poesia universale, che dice per accenni e per indovinelli lasciando le domande aperte ad altre domande e collegando gli eventi del presente a quelli del passato perché la storia li ricordi: le migliaia di morti del Nepal sono uguali alle vittime di Ercolano e Pompei come la poesia di oggi, che proclama il destino umano, è uguale a quella di ieri, guarda Mimnermo: Noi, quali foglie che il vento trascina…

 

Domenica Luise

( Elaborazione grafica di Domenica Luise su un proprio disegno)

I misteri dell’Ermetismo: la personalità poetica

Mimma silouette

 I poeti non sono dei buoni critici perché vedono le opere altrui in funzione di se stessi, se però lo sono hanno ridotto e deviato la propria poesia. Poi c’è un altro caso raro e fortunato, quando due poeti, leggendosi l’un l’altro, sentono potenziare la propria poesia e diventano vicendevolmente fonte di ulteriori passaggi artistici. È come se nessuno dei due fosse critico, ma entrambi poeti che si fondono, il che non significa affatto tacersi eventuali limiti di cui ci si rende conto alla domanda di “come possiamo migliorare la nostra poesia”? Perché la poesia non è soltanto mia o tua, ma nostra.
Invece i critici non possono elevarsi in poesia , se ci provano restano alle poesiole senza profondità e alle imitazioni esterne.
Copiare è facile, sono capaci in tanti, sintetizzare, trasformare e rifare  nuove le cose antiche è arte. L’ispirazione dall’opera altrui, talora, può provocare innumerevoli miei balzi d’arte: mi trovo di fronte a qualcosa che mi attrae e mi suscita, non l’ho cercata apposta per coprire una pagina vuota del mio blog.
Il senso dell’umorismo è uno dei doni più rari concessi all’essere umano ed è ciò che differenzia sicuramente l’artigianato poetico dalla vera arte.
Einstein fotografato mentre caccia fuori la lingua e fa la sua boccaccia: che bello.
Artigianato poetico è l’assemblaggio dei copisti, arte è creare dalla propria anima in maniera predominante, anche traendo spunto da ciò che la storia mi dà: i poeti del passato e del presente, ma tutto ciò che scrivo (o dipingo o scolpisco o suono e danzo) diventa mio per pienezza. Significa avere personalità poetica e anch’essa, come il sentimento dell’umorismo, o c’è o non c’è e non si può imitare. Una cosa è costruirsi come poeti e un’altra cosa è esserlo. Ciò salta all’occhio, il resto sono falsità e la poesia si rifiuta al poco sincero finendo col diventare un minestrone disidratato senza più sapore di vivo.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

I poeti ignoti

L'atollo 3

I poeti invisibili, incomprensibili e incompresi, quelli
dimenticati inutili senza soldi né amici
pazzi dell’isola che non c’è, posseduti dalla parola
che viene dal silenzio e arriva a un sorriso
assurdo, sulla cui tomba
è scritta la solita epigrafe: padre esemplare
madre esemplare
o meglio niente: fu una poetessa
non sarebbe una formula dignitosa.

Gli scemi che non hanno cercato denaro né potere
e alla fine hanno incominciato ancora da vivi
a rientrare nel silenzio che li precedette
dopo avere capito che ogni tentativo di comunicazione
non riusciva. Poco competitivi
e non c’era più niente da dirsi, sogni incorrispondenti.

I poeti sono soli o non sarebbero poeti
e scintillano nella bolla. La loro verità
mal si addice alla menzogna mondiale
dove poche eccezioni tirano la fatica di Atlante
per quanto incolpevoli. Per quel numero sparuto
di uomini e donne
il pianeta ancora resiste alla superbia ottusa
di maschi e femmine. I poeti
sperano sempre una risposta intorno a sè, ma
ci vuole fortuna. Così
muoiono senza eredi di poesia.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Il ragazzo e la signora

Piangeva ad occhi spalancati fissando il quadro della ballerina bianca. La mostra aveva avuto inizio la sera prima, con un sontuoso rinfresco al quale avevano partecipato parecchi critici di riviste e quotidiani importanti. Si erano consigliati fra loro a bocca aperta e, masticando, lodavano la fluidità delle pennellate, i colori puri mescolati stranamente a fare scintillare i verdi e blu impuri, le deformazioni prospettiche e anatomiche e lo stile astratto che entrava nel figurativo e nell’onirico per avvolgersi a spirale in altre variazioni sgargianti. Insomma, pensava il giovane autore, tutte quelle espressioni affascinanti con cui i critici tentano, bene o male, di mettere a fuoco l’arte altrui.

La signora era vestita modestamente ed aveva osato entrare lì perché sulla vetrina era scritto a lettere cubitali: ingresso libero.

Gonnellona a fiori un po’ troppo lunga, top verde che strideva con la sua pelle chiara, giacchetta nera, di almeno una taglia superiore, a mezze maniche penzolanti fin quasi ai gomiti.

Stonava in quell’ambiente ovattato e in mezzo a tanta gente elegante.

Il ragazzo non poteva staccarle gli occhi di dosso.

“ Avrà quarant’anni” pensò.

Egli pure si sentiva a disagio in tutto quel lusso, non era abituato. Stava seduto ad un’elegante scrivania antica autentica , vendeva cataloghi e distribuiva grossi biglietti da visita ai  possibili clienti.

Qualche mese prima aveva regalato uno dei suoi quadri al proprio medico, perché era venuto a casa più volte quando lui aveva avuto la bronchite e li aveva molto lodati, così gli aveva organizzato quella mostra, una volta pagate le spese avrebbero diviso metà per uno quello che restava.

Una parte dei quadri, con sua sorpresa, erano stati già venduti la sera prima, all’apertura, a prezzi iperbolici, considerati il minimo al momento.

Il ragazzo controllava a stento la propria gioia, era finito sui giornali anche con qualche foto e parole lusinghiere degli intenditori.

Però gli rincresceva cedere le proprie creature e questo rendeva dolceamara la vittoria che assaporava.

Molti che avevano riso di lui vennero a visitare la mostra, chiesero i prezzi e dovettero andarsene senza comprare nulla.

Il ragazzo si alzò dal proprio panchetto e, con in mano il catalogo, si avvicinò alla donna ancora immobile.

< Signora >, disse sottovoce, era emozionato da quelle lacrime, < signora >, ripeté.

Girò verso di lui uno sguardo bruno che sembrò toccarlo come una freccia sul bersaglio. Il ragazzo si commuoveva facilmente, per questo l’avevano preso sempre in giro ed egli, ormai, faceva in modo che nessuno se ne accorgesse.

< Signora >, disse, < perché piange? >.

< Volevo ballare >, rispose lei, < danza classica, col tutù e le scarpette >.

Egli desiderò spasmodicamente di regalarle quel quadro, ma ormai non poteva più, costava troppo e due o tre signori di quelli che contano si erano mostrati interessati, e che contassero si vedeva da com’erano vestiti: in blu o nero dalla testa ai piedi, camicia immacolata, cravatta a fantasia minuta e colori tenui a fondo blu oppure nero secondo il caso.

Anche una donna ne aveva chiesto il prezzo, una ricca vedova molto scollata e coi capelli troppo biondi arricciolati a coprire le rughe del collo e il petto scarno.

Il ragazzo diede il catalogo alla signora:

< Sono l’autore > disse. Gli tremò la voce nel desiderio di consolarla in qualche modo.

Lei sorrise: < Quant’è bravo > mormorò toccando il costoso catalogo come se fosse un gioiello. Egli aveva preso l’edizione completa, corredata con le proprie poesie e fotografie patinate dei quadri a tutta pagina.

< Ma non ho i soldi per pagarlo > aggiunse restituendogli il volume rilegato in finta pelle blu e fregi dorati.

< E’ un regalo > disse in fretta lui temendo di umiliarla, < sa, in cambio di quelle lacrime > soggiunse tentando una battuta di spirito, che non riuscì, < se aspetta qualche minuto sta arrivando il rinfresco anche stasera, rustici, dolci, bibite >, la invitò, poi arrossì fino alle orecchie, < mi creda, non la sto abbordando > mormorò a voce bassissima, < mi scusi > si imbrogliò decisamente.

La signora sorrise di nuovo, quasi con allegria o tenerezza o chissà come, < Mi fa l’autografo? > chiese aprendo il catalogo. Egli, che era anche poeta ed abituato alle parole, restò a lungo con la penna in aria pensando, ma più pensava e meno la dedica gli veniva, alla fine, ormai alle strette, osò chiederle il nome, < Anna > disse lei.

E il ragazzo, sempre più rosso, odiandosi, riuscì a scrivere: Ad Anna, con stima.

Mise uno scarabocchio di firma tremolante che non sembrava la sua.

La signora lesse attentamente, come se fosse il verso pregnante di una poesia moderna ermetica.

< Grazie, Mario > rispose chiamandolo per nome, < non posso fermarmi qui, devo preparare la cena, mio marito torna fra un’ora coi bambini >, involontariamente, nel muoversi, gli sfiorò una mano ed arrossì anche lei, < tornerò a guardare meglio i suoi quadri, sono bellissimi >. Lo salutò in fretta, ma con strana intensità.

Qualcuno lo chiamò, la donna si girò rapidamente e sparì aprendo un buffo ombrello di tutti i colori sotto la pioggerella gelata.

Egli, il giorno dopo, le preparò un suo quadretto che non aveva esposto perché gli piaceva troppo e voleva tenerlo. Lo impacchettò con carta marrone e pensava di regalarglielo dicendole di aprirlo soltanto arrivata a casa , ma Anna non tornò né l’indomani né mai. Conservò quel catalogo nel suo comodino, accanto al quaderno delle proprie poesie perfettamente incomprensibili ed all’album di fotografie di quand’era bambina e giovane ragazza.

Suo marito, lì dentro, non cercava mai, nemmeno quando beveva e gli venivano gli attacchi di gelosia più furiosi, che atterrivano i figli. Per il resto non era un uomo cattivo, non aveva mai alzato le mani e portava a casa quasi tutto quello che guadagnava.

Anna non pensò nemmeno per un istante di tornare alla mostra e di rivedere quel ragazzo dagli occhi ardenti. Nel catalogo le rimasero alcune sue fotografie: Mario a quattro anni sulla bicicletta, Mario alle elementari, Mario ragazzo, i quadri di Mario.

La ballerina bianca.

                                                                                                                   Domenica Luise

 

(Elaborazione al computer di un particolare del mio quadro “La ballerina bianca”)

 

I misteri dell’Ermetismo, le deformazioni

Sole

I sogni deformano la realtà, che siano a occhi chiusi o aperti, coscienti o incoscienti. La poesia dice i sogni e quindi le deformazioni. A questo servono le metafore, ad andare oltre.
Se le creature dei miei quadri ballano tutte, compresa l’erba, a me non importa nulla che una gamba si allunghi oltre misura quando mi serve a dare la levità del volo. Nemmeno Modigliani risparmiò la lunghezza dei colli, quegli strani occhi velati, magari un po’ storti: forse aveva un difetto di vista o si era drogato o era disperato o si sentiva tremare, certamente non era compostino e sicuro di sè. Era l’uomo turbato, il che mi pare magnifico, ma soprattutto non aveva bisogno di copiare da nessuno il proprio stile..
E se nei miei quadri il naso c’è o è sottinteso è secondario: lascio l’essenza della forma oltre la se stessa reale.
Non dipingo e non scrivo così perché butto pittura e parole a casaccio, ignorantemente. Dal lato tecnico, è ovvio, conosco meglio la lingua italiana della prospettiva e tanto meno m’intendo di musica malgrado i miei gorgheggi a tutto spiano del passato. Ho dato ciò che avevo, di più non sono capace.
Chi mi capisce è bravo, ma nessuno può capire me, nemmeno io stessa.
Faccio parte dell’Ermetismo: una pentola a pressione in cui la poesia è la valvola di scarico che mi impedisce di schiattare.
Sono deforme come la mia pittura, la mia poesia, la mia prospettiva e i miei canti.
Gli impressionisti come Monet e Degas hanno trasformato il movimento in aria e luce; Dante, nell’Inferno, ha solidificato la parola in carne e cacca (ed elli fatto avea del cul trombetta, tanto per citare un verso a caso, XXI, verso 139, quando Barbariccia dà ai diavoli l’avanti marsch con un peto), l’ha illuminata di barlumi soavi  nel Purgatorio ( I canto, verso 13: Dolce colore d’oriental zaffiro) e l’ha resa abbagliante nel Paradiso compiendo il passaggio dalla luce fisica a quella intellettuale dello spirito profondo. Ungaretti ha trasformato la guerra in parola e lamento universale. E tutte le parole di tutti i poeti, quelli veri, noti e ignoti, sono radicate nel silenzio che le genera e più profondo il silenzio più le parole fanno centro nel silenzio dei cuori che leggono. Da solitudine a solitudine fino alla solitudine corale. Siamo soli perché siamo unici, ma contemporaneamente insieme, accanto, abbracciati, eppure sempre soli per diversità di mente, gusti, pensieri, fede, convinzioni, tradizioni, lingua e magari anche piccole superstizioni. Tutti deformi, anche quelli precisini.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Ciò che mai dissi e forse mai dirò

 Onda bella

Poggiare il mio viso nei segreti
storici, evoluzioni, matematica
armonie universali, luoghi
anni luce speranze tormenti
e trasformazioni. I grandi silenzi.

 E questo parlare a colori o musica di me.

 Lascio l’impronta al tempo che consuma
stalattiti e stalagmiti dove mai brillò
se non fosforescenza strana inaspettata
o parola da buio. I sogni
precipitarono nel buco interno
a diventare radici e speranza
malgrado tutto.

 Imperterrita, declivio verde e azzurro
diversamente squillante. Chi c’è?

 Un fruscio, ogni tanto.

 Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise

 

Appunti e barlumi

sorriso di Mimma al matrimonio 6

Togliere quel lezioso, le figure
disossate divise a metà
di luce e di nero, poi centrare
i chiari e poi gli scuri
e frantumare ricomporre
sedurre anche me insieme
e sorridere piangere giocare
divertirmi, schiaffi in parole
su tele del pensiero trafitto, arlecchina
e madonna, terra di contrasti, criniera
dai lunghi capelli della fanciulla in canto
ancora vivere e non campare
e dire l’assurdo, il vero sanguinante
che asseta disseta uccide rinasce
colori e parole, gli espliciti e i sottintesi
mescolati nitidi sfocati
salgono volano ricadono
vanno vengono nel senza interruzione
energia dai silenzi interni
a stratificazioni geologiche, fui sono sarò
ma sono in poesia tremante. Cosa regalata
cosa disprezzata, l’amore non ha prezzo
e non si può pagare. Mi spacco
in 3D, disciolta a colori. Il ruscello scorre
nel grand canyon cerebrale ed è notte ed è giorno
tenebra luce, tempo eternità.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Il Dio nel quale credo

 Fresie 2

Per prima cosa occorre tirarsi fuori dalle pie leggende, dalle superstizioni vere e proprie, dalle tradizioni, ricordini, reliquie, visioni qui o lì e via dicendo, senza offendere chi ci crede perché, in tutte queste cose, il vero è troppo mescolato con l’illusione e con il finto. Il mio pensiero è: se anche tutto ciò fosse vero in blocco, non sarebbe nulla in confronto alla fede nuda in un Dio d’amore.
Prendiamo la Santissima Trinità, sulla quale ho visto una vignetta inqualificabile, né satirica né sarcastica, pubblicata dal giornale charlie hebdo e costata la vita, insieme alle altre vignette, non solo ai fumettisti, ma anche a molti innocenti, e non solo nell’occasione, ma dando la stura a rivendicazioni di livello planetario dei mussulmani fondamentalisti.
Ribadisco che non si spara a chi bestemmia con carta e matita, al massimo gli si sta lontani e gli si risponde con altre vignette intelligenti. Ma qui l’intelligenza non c’è da nessuna parte perché  essa apre all’ammirazione verso la cultura altrui mentre la convinzione di avere “ragione” sempre e dovunque fossilizza in idee di carta velina.
Personalmente sono nata cattolica e sono diventata praticante. Pensavo anch’io di dovere difendere la mia fede ed ero stecchita come il merluzzo steso ad asciugare all’aria. Però confesso che ero meno infelice di adesso, con questa triste presa di coscienza finale.
Tutti noi abbiamo bisogno d’amore e lo cerchiamo continuamente, ogni tanto ci illudiamo di avere incontrato il compagno ideale, l’amica sincera, la poetessa virtuale che ci comprende e stima la nostra poesia, facilmente restiamo delusi, ma continuiamo a sperare.
La Santissima trinità è una forma di vita che l’essere terreno non può comprendere, il cervello di carne non basta, essa è l’amore totale sempre appagante, presente e gustoso.
Noi diciamo Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone ognuna col suo modo di amare.
Quando spiegavo il catechismo ai bambini da preparare alla prima Comunione, gli facevo un esempio facile: il Padre, creatore della vita, era il latte. Gesù, che muore in croce per salvare i peccatori, aveva il ruolo del caffè perché è amaro e lo Spirito Santo poteva fare soltanto lo zucchero, che mescola il latte col caffè e viene fuori il cappuccino: un solo Dio.
Ora qui non siamo bambini, ma l’esempio è calzante. Passiamo ad un altro esempio anch’esso facile, adatto alle nostre menti che capiscono le parabole prima dei concetti astratti.
Io sono una persona (nella Trinità le persone sono tre interagenti), se mi tagliano un braccio campo facilmente, ma se mi tagliano la testa muoio, se mi trafiggono il cuore con uno sparo idem e anche se mi strangolano.
Quindi il cervello, il respiro e il battito cardiaco sono i miei punti di sopravvivenza che mi permettono la vita. E sono interagenti, ed io sono una sola persona.
Come vedete l’essere umano è proprio in questo senso immagine di Dio, com’è scritto nella Bibbia.
Perché chiamiamo queste Persone divine Padre, Figlio e Spirito Santo? Abbiamo detto che in questo Dio l’amore è perfetto. In che senso e cosa possiamo capire con la nostra mente limitata?
Il Padre compie l’atto creativo che chiamiamo big bang, quando e comunque sia avvenuto. I suoi tempi non sono i tempi umani. Per un Dio che esiste da sempre per sempre i milioni di anni dell’evoluzione sono un piccolo accidente.
Quindi il Padre crea perché ama e la vita gli piace, non vuole un burattino nelle mani e gli dà il dono di potergli rispondere con un sì o con un no. Poteva essere di non mangiare la mela o di non raccogliere un fiore  o quello che vogliamo: il racconto biblico è scritto dalla mano imperfetta di un essere umano, non sappiamo come fu esattamente e non penso affatto che sia il caso di sottilizzare con la mela, quello che conta è il gesto: l’uomo e la donna hanno con Dio un rapporto innocente e chiaro, quindi è più grave la disobbedienza. I nostri progenitori perdono la visione e l’innocenza.
Ma Dio ama oltre ogni propria stessa dignità ed il Figlio, Gesù, sale in croce e ci salva con una storia tragica che tutti conosciamo culminata nella resurrezione, alla quale pochi credono.
Quindi l’amore trinitario è simultaneamente materno (il Padre che crea), filiale (Gesù che si lascia “fare” dal padre umile carne in terra, e carne offesa fino alla croce) e qui maternità e filialità coincidono nello Spirito Santo, che è il bacio perenne del Padre col Figlio, in un desiderio e appagamento continui: lo Spirito Santo è la nuzialità fraterna del Padre col Figlio.
In questo flusso d’amore eterno l’uomo è creato, salvato, desiderato, attirato, anche innamorato nei momenti mistici che a tutti sono donati, non solo ai santi da calendario.

 Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise su una propria fotografia)

L’intelligenza positiva

Lago blu multiplo 2

Significa cercare, trovare ed evidenziare il buono in tutte le situazioni. E’ una cosa diversa dall’ottimismo caratteriale, che ne è soltanto il seme in casi molto rari, ma da solo porterebbe ad una semplice giovialità un po’ sciocca ed a grave leggerezza nelle contingenze della vita.

Per esempio talora scrivo i miei commenti su poesie ermetiche moderne, ma non sarebbe giusto cavarmela aggirando gli ostacoli e con un saluto, sono cosciente di potere fare di più e che di più sia dovuto al dono dell’autore. Allora leggo e rileggo il testo, talora per qualche ora, ma non di seguito: a intervalli, funziona soprattutto di sera, un’ultima volta, senza affanno. Non sono obbligata a scrivere il capolavoro, ma soltanto delle parole giuste, che tocchino il nervo delle poesie espresse. Non è nemmeno necessario dare dimostrazione di bravura e competenza, per commentare oculatamente e capire cosa l’autore voglia comunicare occorre soltanto un po’ d’affetto verso chi tenta la poesia come me. Ora io sono più creativa che critica, quindi ho un mio gusto poetico dal quale devo uscire prima di accostarmi all’altro perché non sono io il termine di paragone, ma c’è una diversità poetica che bisogna accettare senza porsi.  Nel leggere un altro troverò espressioni e concetti che non mi piacciono affatto, un vero critico dovrebbe essere in grado di evidenziare altrettanto incisivamente quello che vale e quello che vale meno, ma non perché gli piace o gli dispiace, perché è oggettivamente così. Io non sono una vera critica e preferisco mettere in evidenza piuttosto il positivo che trovo nelle poesie altrui sorvolando sull’annacquato o che a me pare tale. Certo ci sono anche poesie che sono un assemblaggio di luoghi comuni infinitamente ripetuti,  ma anche qui si può trovare un angoletto buono da tirare fuori perché l’autore possa usarlo come leva e si migliori. E mai scoraggiare l’altro né considerarlo un rivale, in poesia non esistono rivali, ognuno è solo come è solo l’essere umano profondo.  È questa la grandezza umana e poetica: la nostra preziosa e immane solitudine che sempre deve cercare una corrispondenza e talora si illude di trovarla. Sono i momenti bellissimi dell’innamoramento, delle amicizie vere e disinteressate, di quel riconoscersi raro nel quale non possiamo mai smettere di sperare.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)