Mimma, Cristina e lo specchio del sogno


 < In questo specchio > affermò lo gnomo Sbilenco, < vedrete sempre e soltanto
ogni vostro sogno realizzato. Altro che televisione o computer >.
Sbilenco aveva molti anni, ma non li dimostrava. Era magro, vestito di rosso, tutina aderente e giacca corta, ombelico di fuori come la moda impone estate e inverno.
 La gobba, però, si notava subito perché lo faceva rassomigliare ad un punto interrogativo. Sul cranio pelato portava sempre una specie di papalina, intorno
alla quale spuntava una rada ghirlanda di capelli bianchi ondulati.
Lo sguardo era arguto, anzi birbante ed anche alquanto divertito.
Poteva essere alto non più di quattordici, quindici centimetri.
< Guardate me, per esempio, quale sogno ho >, aggiunse. Si specchiò e subito si raddrizzò, la papalina scomparve e gli crebbero i capelli, che erano castani con sfumature biondo miele. Nello specchio lo raggiunse una gnoma bellissima, che aveva tutte le curve al punto giusto, bruna, tipo mediterraneo, occhi di velluto, capelli fluenti, gli corse incontro e incominciarono a baciarsi appassionatamente. Lei indossava un abito di sangallo bianco, corto sul ginocchio, con i fiocchetti di raso blu al collo e alle maniche. Poi la scena cambiò e si vide la loro casa, sotto le radici di un albero di castagno, dentro c’erano tre bambine e due maschietti che dormivano mentre la coppia, in cucina, finiva di lavare i piatti e chiacchierava allegramente. Si sentiva un bel profumo di torta al cioccolato, che agli gnomi piace molto, e di zucchero vanigliato.
Anche Mimma e Cristina, entrambe in dieta dopo gli ingrassaggi inconsulti delle festività natalizie, si sentirono montare l’acqualina in bocca e inghiottirono.
< Possiamo sognare di fare un buon pranzo, ma senza mai ingrassare? > chiesero perplesse, < io vorrei sognare di essere una grande scrittrice intervistata a tutti i telegiornali e con migliaia di libri venduti > affermò Mimma, alla quale non andava giù la propria qualifica, ormai ufficiale e nota a tutti sul web,
di scrittrice di sicuro insuccesso.
< Anch’io, anch’io > disse Cristina, e arraffò lo specchio.
Come se fosse una telenovela, si videro sedute in mezzo a una gran folla di editori, che si sbracciavano implorando un colloquio con loro a qualunque prezzo. Altere, le signore firmavano autografi. I loro agenti presero accordi con l’editore più ricco, più grasso e che offrì la somma di acconto maggiore, ma ne tennero anche un secondo di riserva perché le due scrittrici erano entrambe prolifiche. Tra tutti gli esperti di spettacoli che litigavano a gran voce per  guadagnarsi il diritto di trarre un film dalla favola dell’Usignola stonata di Mimma, alla fine vinse la partita quello che gridò una somma iperbolica, ma talmente iperbolica che non me la ricordo, c’erano troppi zeri e io sono negata per la matematica.
Qui Mimma e Cristina sbadigliarono.
< Cambiamo sogno? > disse Cristina.
< Guarda, lo stavo suggerendo anch’io > rispose Mimma, < ci leggiamo sempre il pensiero >.
< E che cosa vuoi sognare? >
< Scegli tu >.
< No, scegli tu >.
Sbadigliarono di nuovo storcendo il muso per non farsene accorgere da Sbilenco.
< Sogniamo, sogniamo… non mi viene niente > disse Cristina.
< Nemmeno a me > confermò Mimma, < ecco, ci sono. 
Sogniamo di scrivere una poesia >.
< Sì, sì, che meravigliosa idea >.
Subito nello specchio apparvero entrambe, sedute ognuna al proprio computer, che pestavano sulla tastiera con atteggiamento da monelle.
< Facciamo quella faccia quando scriviamo le poesie? > disse Cristina.
< Evidentemente sì > rispose Mimma.
< Ma voi due > intervenne Sbilenco, < avete proprio bisogno di uno specchio magico per sognare di scrivere le poesie? Non lo fate ogni volta che volete da sole? >
< Hai ragione > dissero in coro Mimma e Cristina, < Grazie, Sbilenco, del bel regalo, ma non ci serve > conclusero dopo essersi consultate con uno sguardo d’intesa, < per noi due la realtà è più entusiasmante dei sogni >.
 

Domenica Luise
 

 

 

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Peso forma

Mimma e la granita di caffè con panna

 
Non è la stessa cosa

un boccone in più o in meno
o mi viene il diabete, il colesterolo
e l’infarto. Togliete
togliete quel cioccolattino, chiudetemi
la televisione con le creme che colano
e i biscotti di tutte le marche, lo zucchero
è un vizio. Ho acquistato
settecento pillole di aspartame, duecento
sono in regalo, menzognere
come i tuoi occhi diversi dai tuoi pensieri.
 
Quando il diavolo ti accarezza

significa che vuole l’anima. I dolci
sono tamponi delle carenze affettive, mangio
perché non mi sento amata né di notte
né di giorno. Che schifo i cannoli
ci si sono posate le mosche, ecco. Lo faccio
per la salute
non per rientrare nella taglia 46
oppure 48, che già sarebbe tanto.
 
E poi salirò e scenderò le scale

di nuovo senza aggrapparmi
come la fanciulla che sono dentro
molto dentro. Le rughe
non fa niente. Il collo che pende
basta non guardarlo né toccarlo di nascosto
come ultimo pensiero prima di addormentarmi. 62 chili
il sogno da specchio magico. Specchio delle mie brame
chi è la più scema del reame?
 
                                                                        Domenica Luise
                                                                        (Fotografia di Iole Luise)

 

La potenza dei petali

Ombra e sole
 
Così i poeti spezzano il pane ai figli
ubriacandoli. La vita
canta il magnificat
andando a zig zag nella notte.
 
E l’erba spacca le pietre, i morti
sono semi pronti al germoglio
da dolore in gioia
e da gioia ad altra gioia. I cocci
che portiamo nel cuore
si ricompongono diversamente
e meglio. Inaspettatamente
il segreto si svela.
 
                                                                          Domenica Luise
                                                                           (Fotografia di Domenica Luise)

 
 
 

La bellezza della primavera

Giovanni e Mariachiara

Adesso prorompe. A voce alta
camminano ballando
con ritmi congiunti.
 
Di corsa e quasi senza affanno.
 
Non portano orologio e non nascondono
l’antica clessidra sotto il letto. Talora
credono di essere sfortunati delusi
anche disperati, ma non sanno.
 
L’erba del prato è tutta verde, in crescita
umida nelle mani a coppa. Si nutrono
di polline, la pianta madre
se ne compiace, anch’io
esulto attaccata nel muro.
 
Udite il canto?
 
                                                                      Domenica Luise
                                                                              (Fotografia di Iole Luise)

Wilma Giobba

Wilma

Questa signora è la nostra Wilma, autrice
di commenti oculati e intelligenti, sempre presente
sul blog mimmiano, ma non si è accontentata di questo,
che poco evidentemente le sembrava e
ultimamente ha controllato pagina per pagina
la mia favola dell’Usignola Stonata, che ho
trasformato in fumetto. I suoi consigli sono
semplicemente preziosi. Quindi le ho attribuito
il premio Giobba. Ecco qui a fianco la
fotografia originale che mi ha mandato.

Wilma acquerello
Qui si vede Wilma in versione acquerello,
circondata dai miei colori prediletti.

Wilma pastelli
Un’altra variazione della stessa fotografia,
personalmente è quella che preferisco.

Wilma tappeto volante

E per concludere, Wilma tappeto volante: questa è divertente.
Grazie di tutto, Wilma Giobba.

                                                                        Domenica Luise
                                                        (Elaborazioni grafiche di Domenica Luise)
Wilma carboncino

PS: Quand’ero piccola il Wilma seppiafornaio, per fare esattamente un chilo di pane, metteva
“la giunta” tagliandone un pezzetto in più. Anche in questo post c’è la giunta:
su gentile richiesta di falconier, ecco Wilma carboncino e Wilma color seppia.

Complimenti alla bella poetessa polacca.
A tutti un abbraccio.

Il cuore di un cane

LupacchiottoLupo Cuordileone

Avrebbe fatto di tutto per la sua padrona, anche se era nato timido e, forse, vigliacco. Da piccolino lei gli metteva il guinzaglio e lo portava a spasso sulla Nazionale, non per un lungo tratto, ma Lupo, nome solenne e ben poco adeguato, aveva terrore delle macchine, che sfrecciavano noncuranti dei limiti di velocità e soprattutto si impuntava alla vista degli autotreni sbuffanti, puzzolenti e minacciosi. Allora la padrona lo portava in una traversa che giungeva fino al mare, che però egli non poté vedere mai perché sulla destra, in un giardino recintato, c’erano due cani che facevano la guardia e gli abbaiavano contro selvaggiamente. Anche di quei due lui aveva terrore, così la padrona tornava sulla Nazionale, dopo avergli detto, con grande pazienza, che non c’era nulla da temere perché i cani erano chiusi, girava verso destra quindi non verso casa, ma egli era contento perché lo portava dalla fotografa, la prima volta Lupo ebbe la ciotola con l’acqua e subito gli scappò la pipì per tutto il negozio, vide che la padrona, tutta rossa, si scusava e che la fotografa, sorridendo, puliva come se invece le facesse piacere, la seconda volta pure. Entrambe le volte, all’uscita, Lupo tirava il guinzaglio con tutte le forze a sinistra, per tornarsene subito a casa.
                Per questo la padrona lo ribattezzò Lupo Cuor di leone e da allora rinunciò alle passeggiate fuori dal suo spazio, sarebbe a dire dallo spazio del cane,  che era abbondante. Tutto il giardino, davanti, intorno e di dietro, gli apparteneva indiscutibilmente. Lupo faceva la ronda, specialmente quando appariva la padrona, per farsi bello davanti a lei, abbaiava con impegno contro chiunque passasse sul marciapiede e segnalava che la zona era sua con i propri escrementi liquidi e solidi scrupolosamente esibiti davanti al cancello, cosa che non poche volte causò non profumate pedate della padrona, sorella, nipoti, cognato, parenti, amici e conoscenti distratti o ignari. Lupo era un bel cane, un incrocio ben riuscito, nero rifinito di bianco, una specie di pastore belga molto morbido, con grossa testa e robusti pettorali, orecchie sempre tese, coda piumosa e fieramente arricciata sul cocuzzolo, sguardo marrone. E’ vero che non era nemmeno niente di speciale, ma sembrava bello alla sua famiglia, specialmente alla padrona, e tanto gli bastava. Da ragazzo appariva al fischio, dopo però divenne sordo e doveva, con vergogna, orientarsi tramite i gattini, che pure riconoscevano il fischio e volevano bene alla padrona. Lupo li tollerava, era un bravo cane, una volta sola aveva addentato l’orecchio alla rossa, di nome Marilina, perché proprio quella non lo temeva anche se lui era tanto più grosso ed un cane, per quanto vigliacco, ogni tanto perde la pazienza.
Gli piaceva molto mangiare nella propria ciotola di plastica arancione ai piedi della padrona, il mattino, lei si metteva seduta sugli scalini dell’ingresso e lo vezzeggiava dicendogli che era bello e sincero.
Mimma con LupoQualche volta, più contenta, incominciava a
cantare ed anche se egli, ormai, non sentiva più bene, quello che gli arrivava del canto felice lo spingeva a saltare di gioia dimenando più fortemente la coda. Guardava la padrona con tutto il suo cuore di cane, la festeggiava ogni volta che entrava ed era triste ogni volta che usciva, gli cadeva giù la coda anche se lei gli diceva che sarebbe tornata presto. Non avrebbe voluto farla arrabbiare, ma ogni tanto capitava perché aveva bisogno della sua tenerezza oppure gli veniva fame e la chiamava abbaiando dietro la porta e facendosi tutte le finestre ad una ad una fino a quando magari lei spuntava, con gli occhi semichiusi perché stava facendo la pennichella e una bottiglia d’acqua in mano, lo sgridava e lo spruzzava, brutto segno: Lupo scappava e non si sentiva più…fino alla prossima volta.
Il quindici di marzo la padrona uscì, Lupo aveva mangiato al mattino con appetito tutto quello che c’era nella ciotola, sembrava in perfette condizioni, ma quando la padrona tornò lo trovò buttato per terra, che rantolava con la bava alla bocca. Si era fatto addosso i suoi bisogni, nei quali giaceva senza dare segni di riconoscerla. Subito lei telefonò al veterinario, che le parlò di stato preagonico del cane, la padrona scappò in farmacia e gli fece una puntura sul dorso. Più tardi arrivò il veterinario, che confermò la diagnosi: Lupo stava morendo.
Gli fece altre iniezioni, ma così, per scrupolo. Quando se ne andò la padrona pregò per lui e disse al Signore:
< Non farlo morire adesso che sono da sola. Se Tu vuoi, Tu puoi guarirlo >.
Poi la padrona se ne andò a fare la pennichella, però quella volta non poté dormire anche se lui non abbaiava dietro la porta né sotto le finestre. Poco dopo tornò, mise la sedia di plastica bianca accanto a lui, che giaceva sempre per terra e gli disse: < Non darmi il dispiacere di non riconoscermi >.
Subito, all’istante, Lupo sentì qualcosa che gli riscaldava le vene scorrendo forte, si alzò, il suo pelo così morbido divenne nuovamente lucido, le si mise di fronte, muovendo dolcemente la coda ed aspettando le carezze, che non mancarono. La padrona restò a lungo con lui, che dapprima era un po’ malfermo sulle gambe, poi prese forza, fece pipì, mangiò i croccantini, bevve l’acqua, riprese a girare per il suo giardino e, quando lei sbalordita rientrò in casa, si rimise a fare la guardia e ad abbaiare.
Per altri quaranta giorni Lupo stette con me. Perché questa è una favola vera, avvenuta proprio così. Pimpante, allegro, affettuoso. Ebbe solo un altro malessere il mattino di Pasqua, e quella volta non ero da sola, ma con mia sorella, il cognato, Giovanni e Maria Chiara. Gli passò subito tutto al pensiero: “ Signore, non farlo morire proprio il giorno di Pasqua”.
Lo vedevo in perfette condizioni e partii per tre giorni di convegno, mentre ero lì, il mattino del 24 aprile, lo trovarono morto in giardino sotto la cycas ed i suoi cari, venuti apposta da Messina, lo hanno seppellito in giardino ed io non c’ero a fargli l’ultima carezza, ma gliene avevo fatte tante prima.
Sei stato l’unico cane della mia vita e mi ricorderò sempre del tuo sguardo marrone posato su di me. Nessuno al mondo mi fissa con tanto amore e non si stanca mai di me.
Sono anche sicura che adesso tu provi le carezze divine ed hai in Paradiso una tua coscienza d’amore: te la sei meritata.

                                                                Domenica Luise

( Fotografie di Domenica Luise. La mia foto con Lupo è stata scattata da un allievo )
 
 

Corteggiando l’oscurità

Corteggiando l


 
Adesso
mi vedo madre di vagiti
sussulti miagolii voli e guizzi
in libertà. Ed amo
ciò che genero dal pensiero
alle mani.
 
La partita di dolore e d’amore
o il ballo in vortice.
 
Quale profumo di caprifoglio
presagio d’estate.
 
Mi tuffo, riemergo
e rido. Assaggio
la prima fragola e la neve.
 
Natale, Pasqua, di nuovo
estate. Tutte le donne
sono madri o non sono. I ricordi
scintillano sui rami dell’abete
come palline di vetro rotte  nel cuore.
 
La sorpresa dell’uovo di cioccolato
è un portachiavi senza chiave.
 
Soltanto l’amore apre i segreti. 
 

                                                          Domenica Luise

                         (Olio su tela di Domenica Luise, 70 per 50)
 

 

La festa della donna

 
 
Non era bello né alto, bene impostato, con un volto dalle mascelle energiche come piacciono a me, invece  rotondetto, due occhi neri neri e il sorriso da un orecchio all’altro. Allora ero ricoverata in una grande stanza a sei letti, ma non mi ricordo quale fosse la ragione, forse i postumi dell’embolia polmonare seguita da altre embolie recidivanti a catena. Il ragazzo veniva a trovare una signora che stava in un letto di fronte a me, accanto a lei giaceva una vecchietta che gridava e si lamentava sempre affermando di essere stata tradita: pare che avesse messo non so che firma alla domestica la quale, adesso padrona, scompariva volentieri.
Stavo troppo male per ricordarmi lucidamente tutti gli eventi di quel ricovero, quindi vado a sprazzi. Una mattina entrarono i dottori, uno disse ai colleghi:
< C’è sentore? >, capii che parlava della morte di quella povera vecchia, così avrebbe smesso di dare fastidio a tutti. Mi sembrò indicibilmente triste. Disumano, ed un medico non dovrebbe mai essere disumano o è meglio che faccia un mestiere più adeguato al suo spirito. Tuttavia nemmeno io sopportavo la vecchia,
questo debbo dirlo perché il ruolo della santa non mi si adatta.
L’ospedale è un pianeta a parte. Lì dentro non ero più la professoressa, ma quasi un numero. Ricordo, molto annebbiata, una signora che mi imboccava con la pasta al forno che le avevano portato, o almeno c’era il sugo rosso. E ancora mi andava bene perché ragionavo,  potevo chiamare, sapevo esprimermi. Avevo i miei spiccioli se passava quello delle riviste e volevo un giornale oppure una bottiglia d’acqua.
Il fatto di strizzare il tempo delle visite era odioso: mia sorella con i bambini dovevano aspettare che arrivasse il verdetto, certe volte, con sorrisi e lusinghe, riuscivano a sgusciare. Ogni tanto arrivava mio cognato, più abile ad entrare
fuori orario. Mi portava le arance della sua campagna, buonissime.
I parenti e gli amici venivano a trovarmi con la faccia triste e le buone parole ed anche qualche alunno marinava la scuola per presentarsi orgogliosissimo in ospedale.
Le mie quotazioni salirono, e non di poco, quando vennero a trovarmi il mio preside con la moglie, una signora dolcissima, che ancora lo trattava come un fidanzato.
 Lui era rimasto vedovo e si erano sposati da poco.
La giornata, in ospedale, si somiglia sempre. Avevo una radiolina con la cuffia, sì, lo so, il computer mi avrebbe salvata, ma ancora non ci pensavo proprio. Poi la sorella e il cognato mi portarono un piccolo televisore, ma una compagna di camera
mi chiedeva sempre di vedere quel programma di Iva Zanicchi
che c’era allora, OK, il prezzo è giusto. Ciò divenne il mio incubo.
E venne il mattino della festa della donna, un otto marzo al quale nessuna di noi pensava anche se ogni tanto guardavamo la libertà fuori dalle finestre.
Entrò lui, dalla porta: il ragazzo, figlio o nipote o non so cosa della mia dirimpettaia, aveva le braccia cariche e rideva allegrissimo.
Portò ad ognuna di noi, anche alla vecchia che gridava sempre e capiva ormai ben poco, un cappuccino con un cornetto per una ed un incantevole mazzetto di mimosa ed anemoni avvolti con fiocchetto nella carta del fioraio, erano freschissimi. Mi ritrovai a piangere nel letto con la tazza in mano, i fiori nell’altra
e il cornetto sul risvolto del lenzuolo.
Non potevo, in quel momento, bere il mio cappuccino che mi piace tanto
né mangiarmi il cornetto, ma per me è stato lo stesso.
Chiesi subito un bicchiere d’acqua e sistemai i fiori.
Nessun estraneo aveva mai avuto per me un gesto d’amore talmente gratuito.
Poco dopo entrò un’infermiera che stridette: < E come, lei ( la vecchia rimbambita
o così credeva ) deve avere i fiori e io no? >.
Andò al comodino della signora, che non dette cenni di comprendere
e le tolse i fiori anche se non tutti.
Si prese quelli che volle ed uscì.
                                                                           Domenica Luise

 

Esiste

Il lago blu
 
l’amore in oceani di tristezze
e scogli senz’alghe.
 
Pulito. Ridente, generoso, abbiamo pianto
le lacrime di Alice
nel paese delle non meraviglie
pur di averlo, scorre nel muscolo cardiaco
e va e viene dalle unghie al cervello
in riversamento.
 
Stupite fontane di non pietra
regaliamo l’acqua dolce in parole
mosse da silenzi senza fondo, oscurità
che genera.

                                                                                               Domenica Luise
                                          (Elaborazione grafica di Domenica Luise)
 

La sardina che volle parlare

 
 
 
Tutta la sua famiglia aveva tradizioni severissime: il silenzio e la modestia
sono segni di intelligenza, buona educazione ed indiscussa fecondità.
Mai un maschio avrebbe voluto una moglie che osasse parlare.
Era concesso soltanto il sì il giorno del matrimonio davanti al prete
e qualche grido, meglio se inarticolato, durante i numerosi parti,
quando proprio la femmina non ne poteva più. I maschi, invece,
parlavano e facevano tutto quello che gli pareva.
Mimmina più cresceva e più se ne disgustava. Cercò un fidanzato che la
lasciasse parlare, magari nel segreto della tana, niente, tutti ne trovavano
cento disposte al silenzio eterno, bramose soltanto
di onorare, servire e contentare il maschio.
Così Mimmina lasciò perdere i mariti con susseguenti parti, pensò che
nel mare c’erano fin troppi avannotti ed incominciò a dedicarsi al
canto lirico, spezzando definitivamente il cuore a mamma e papà,che le avevano
fatto il corredo ed insegnato le faccende domestiche e l’arte culinaria,
compreso il pasticcio di vermi farciti di alghe piccanti.
“ Guarda cosa fa nostra figlia, ha tradito tutte le tradizioni “ , pensava
mamma sardina sentendola gorgheggiare alla televisione. Non aveva mai
detto, a voce alta, nulla di quello che sentiva nell’anima e si limitava a
sospirare piangendo nell’acqua salata lacrime salate. Papà sardo o sardino
o come si dice faceva gli strepiti e chiudeva il televisore, non sopportava
gli abiti da sera con gli spacchi dai quali si vedeva tutta la coda guizzante,
l’ombelico di fuori ed il tatuaggio che Mimmina osava portare
sulla spalla sinistra: una pesciolina che rideva ammiccante.
Venne diseredata ufficialmente in tribunale. Si presentarono, genitori e
figlia, vestiti a lutto stretto, col fazzoletto in mano pronto all’uso.
I rispettivi amici, sostenitori degli uni o dell’altra, si accapigliarono e vennero buttati fuori dall’aula. Restarono loro tre, infelicissimi, per firmare
l’atto di ripudio. La madre svenne e dovettero portarla via in barella,
il padre fece una scenata dimostrando che le sardine, volendo,hanno anch’esse
una voce, soltanto lei rimase apparentemente calma, fredda, decisa:
una vera donna.
 Il grande successo di cantante l’aiutò a tenere conferenze sulla condizione
femminile in tutte le università marine. I maschi la detestavano per la
fluidità del linguaggio, le innovazioni delle idee, l’interesse che riusciva a
suscitare e, contemporaneamente, l’ammiravano per la bellezza e l’invidiavano
per tutto quanto. Una sarda parlante, e che sarda! Sinuosa, con bagliori
argentei ed azzurrini assolutamente mai visti in mare, con due occhi sporgenti
di velluto profondo e le pinne quasi trasparenti, alte e tese all’insù.
Le femmine applaudivano e gli uomini restavano ad occhi spalancati.
Bella era bella, intelligente pure, brava era brava. Accidenti a lei.
Incominciò a partecipare ad un programma di riflessioni politiche alla
televisione: era l’unica sardina parlante, che osasse veramente manifestare il
proprio pensiero senza paura di finire in galera. Ma se non l’arrestarono fu
soltanto per il potere della sua arte, che la rese intoccabile.
Per metterla a tacere tentarono di umiliarla sull’onore diffondendo maldicenze
nei giornaletti scandalistici e servendosi finanche di montaggi fotografici.
Lei mise un detective ed un avvocato: i soldi non le mancavano.
Sbuffava, soffriva, ma perseverava. Fu facile smantellare le false accuse
e lo stesso attore fallito, che si era finto suo amante ottenendo una
momentanea notorietà, si lasciò scappare tutta la verità facendo
anche i nomi dei politicanti che avevano brigato.
Così venne invitata da un partito nuovo, che si chiamava “ La sarda sorgente “,
a mettersi seriamente nella politica per difendere i diritti delle donne.
Sarebbe stata impegnata tutti i giorni ed avrebbe dovuto sacrificare il
radioso avvenire di cantante. Mimmina non ci pensò due volte ed accettò con
entusiasmo. Ai suoi comizi le femmine incominciarono a parlare e quello
che dicevano era bello, interessante, creativo. I maschi dapprima fecero
baraonda, poi si stupirono, poi ascoltarono con interesse, poi risposero e così, finalmente, uomini e donne ebbero un colloquio sincero.
Per suggerimento di Mimmina, si organizzò la costruzione di un orfanotrofio
per gli avannotti abbandonati e di un pensionato per gli anziani in difficoltà economiche. Nessuna sardina mai aveva fatto una cosa del genere.
Tutti i poveri ebbero per lei un amore incondizionato. Le facevano corteo
dovunque andasse e la difendevano col proprio corpo. Mimmina, quando finiva
il comizio, cantava per loro ed anch’essi cantavano con lei.
I politicanti furbi persero terreno ed incominciarono dapprima a fare
finta di passare dalla sua parte, dopo si accorsero che ci si stava bene, anzi che adesso erano davvero felici e contenti e ci restarono volentieri. Nemmeno si ricordarono più di quando l’avevano perseguitata per metterla a tacere.
I genitori la guardavano in televisione e piangevano lacrime salate nel mare
salato, stavolta entrambi in silenzio. Quando si fecero vecchi e nessuno dei
figli li assistette e non ebbero più i mezzi per vivere perché la loro
pensione era troppo misera, lo stato li mandò nell’ospizio costruito
per iniziativa della figlia ripudiata.
Arrivarono poveramente vestiti, ognuno con il proprio avere in una piccola
valigia poiché, per sistemare i figli ingrati, si erano spogliati di tutto.
Vennero accolti dalla direttrice della casa, dal dottore, dalle infermiere,
dalle domestiche, che gli fecero visitare il parco: un luogo incantevole,
pulitissimo, bello. Li accompagnarono nella propria stanza grande, direi
sontuosa, ariosa, c’era un copriletto ricamato a mano sul letto matrimoniale, un armadio con dentro un elegante abito per lui ed una ricca pelliccia per lei, nei cassetti vestaglie e pigiami per entrambi. Ma Mimmina non si fece vedere.
Anche il pranzo fu speciale, nella grande sala elegantemente imbandita.
I due vecchi erano affamati e non gli parve vero di saziarsi, c’era perfino il
pasticcio di vermi ripieni di alghe piccanti, del quale entrambi erano
golosissimi, ma di Mimmina nessuna traccia.
In quel luogo tutti parlavano animatamente, maschi e femmine, così stavolta
la madre osò dire a bassa voce: < Ma dov’è nostra figlia? >
E lui, sullo stesso tono, rispose: < Non ci può mai perdonare >.
< Perché no, papà? > , chiese una voce allegra alle loro spalle. E comparve
una bellissima creatura argentea, guizzante, senz’altro più attraente di
quanto si capisse dalla televisione.
Si abbracciarono piangendo lacrime di mare e vissero a lungo felici,
contenti e parlanti.
 
                                                     Domenica Luise