Poeti di oggi, Domenica Luise: Fu un anello invisibile

più che se avessimo chiacchierato
come fidanzati tu ed io, io e te
in promessa di nozze.

Adesso cadono gli ultimi granelli e non sono
triste, tutti vorremmo
lasciare qualcuno o almeno qualcosa: un figlio
un amico, una poesia. Non la solita donna esemplare
di specchiata virtù e molta stupidità.

Questo volersi agganciare in qualche modo
sia pure instabile e intravedersi (piangeranno. Alcuni
dovranno venire per convenienza, peggio
per loro) è l’ultimo abbandono
non sanno niente di me, non hanno oltrepassato
quasi mai la soglia d’ingresso, ma talora
sono stati gentili, anche affettuosi
e ci siamo rispettati, perfino amati
e consolati.

Il nostro anello è rimasto segreto (adesso
ti sussurro le mie parole finali, la chiusa
di questa poesia e dopo
stupirò come nuova nella tua compassione).

Domenica Luise

La poesia di Domenica Luise si pone al lettore attraverso una forma dialogica di grande impatto, come in Fu un anello invisibile, in cui l’interlocutore è qualcuno “in alto” a cui ci si rivolge con naturalezza e sincerità. Poesia che si fa ascesi, passaggio dalle pastoie che ci frenano a uno stato di leggerezza; estatica ma da prospettive terrene, un attaccamento alla vita espresso con la gioia e l’incanto dello sguardo del bambino che è in noi.
Il componimento fa parte della raccolta La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello (2011), e a Giuseppe sembra rivolgersi, fin dall’incipit, l’io poetante: più che se avessimo chiacchierato/ come fidanzati tu ed io, io e te/ in promessa di nozze/. Il registro ricorda il dialogo fatto di silenzi di don Tonino  e Giuseppe. Dal rapporto padre/figlio (Giuseppe/don Tonino) si passa a una visione femminile, di sposa che si confida con lo sposo (sappiamo dal testo di don Tonino che Maria non è lontana). La bellezza di questi versi è nel capire il dramma di Giuseppe, nel farne una verità di tutti “…tutti vorremmo/lasciare qualcuno o almeno qualcosa: un figlio/un amico, una poesia…/
Verità che rappresenta un vissuto comune, in cui la poesia si fa non solo medium del nostro sentire ma diventa protagonista  stessa del dialogo, quasi a sussurrare ciò che viene lasciato fuori o non riusciamo a cogliere. Caratteristica importante, infatti, di Domenica Luise è la consapevolezza raffinata e intrisa di ironia metapoetica della ricchezza dei “segni”, senza per questo sacrificare la limpidezza dello stile e del dettato.

Abele Longo

PS di Domenica Luise: Quando ho presentato i diversi autori dell’antologia La versione di Giuseppe, arrivata al mio nome e alle mie poesie mi ero saltata, ma Abele, l’organizzatore di tutto, ha pensato bene  di commentarmi lui affinché non restassi fuori: lo ringrazio di tanta delicatezza.

Annunci

Poeti di oggi: Doris Emilia Bragagnini, Un nome da stella

Esiste un piccolo suono
rimasto a danzare nel tempo
mai del tutto compiuto, eco d’intento
cornice del senso già innalzato nel gesto
di un sole che vive, nutre il silenzio.

 “Un giorno lo versarono a spicchi”

 dolce, teporoso, profumava d’infinito
regalava messi di risposte
le speranze raccolte tra i papaveri bianchi
il colore smarrito accarezzato _/ _/ _/ _/ _/
_/ _/ _/ _/ _/ _/ come i tasti di un’armonica

 C’è un piccolo dono per la festa nei campi
forse un nome da stella, senza ciuffo ribelle

 La poesia di Doris è dedicata a don Tonino Bello, sacerdote di Gesù. La poetessa non lo conosceva, si è documentata (tutti noi, che abbiamo partecipato al libro La versione di Giuseppe, lo abbiamo fatto) leggendo un suo scritto (La carezza di Dio – lettera a Giuseppe), ma ha anche ascoltato alcune sue omelie conservate su filmati e ne ha osservato i gesti e come innalzava l’ostensorio. Ne è stata toccata per la profondità e la semplicità espressive e per l’amore con cui trattava il pane consacrato. Io dico sempre che l’amore, quando c’è, si vede e quando non c’è si vede pure, negli scritti di don Tonino Bello Doris l’ha visto e, per lui, ha scritto questa poesia, una sola, ma ha sentito il bisogno di spiegarla, nello stesso libro, aprendo i suoi sentimenti.
Conosco la poesia di Doris e so quanto sia criptica, invece questa, per mezzo della sua stessa spiegazione, che per me è un’espansione ammirata dell’anima, è semplicissima per qualsiasi lettore anche non tanto a dentro nei segreti della poesia moderna.
Don Tonino, per Doris, è “un piccolo suono rimasto a danzare nel tempo mai del tutto compiuto” e si capisce perché: la coscienza della propria piccolezza è la massima grandezza che l’uomo possa attingere. E questa piccolezza grande rimane a danzare in un tempo mai del tutto compiuto per mezzo degli scritti che don Tonino ha lasciato dietro di sè, che continuano ad accarezzare e amare i suoi lettori.
Egli sapeva aprire il suo cuore e toccare chiunque lo avvicinasse non distrattamente.
Le parole dei suoi scritti non ne permetteranno la dimenticanza e il tempo non sarà mai del tutto compiuto. Appunto.
Di lui rimane l’eco e il gesto di quando innalzava l’ostensorio, sole che vive e nutre il silenzio.
Un giorno anch’egli, con la sofferenza e la morte, fu versato a spicchi e divenne ostia.
Egli fu dolcezza e tepore, profumo d’infinito e regalava alle eterne domande umane, così grandi, “messi di risposte” ancora più grandi in parole e fatti, accogliendo i poveri e gli abbandonati (i papaveri bianchi).
Quei papaveri bianchi, per lui che suonava l’armonica, erano come i tasti amati e la poetessa sente il bisogno di rappresentarli anche graficamente dentro la poesia, nel tentativo di stigmatizzare meglio il concetto dell’armonia che don Tonino Bello, strano nome da rock star, seppe spiritualmente suscitare e lasciare a noi. Gli manca soltanto “il ciuffo ribelle”, ma egli è comunque una STELLA.

 Domenica Luise

Miei cari amici, stamattina mi è venuto il pensiero di fare un link sul mio blog alla presentazione di alcune mie poesie sul Giardino dei poeti di Cristina Bove. La presentazione è di Flavia Isetta, risale ad ottobre dell’anno scorso e ci sono alcuni commenti di valore che preferisco tenermi sotto gli occhi per rileggerli quando mi piace, ho pensato di pubblicarvi il link qui sotto qualora vogliate andarci:

http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/09/14/domenica-luise/#comments

Poeti di oggi: Antonio Sabino, schiavi con la sportula

Schiavi con la sportula
in viaggio mattina e sera
verso la casa del patrono
a pigliare pane in faccia
per famiglia e famigliari.
A raccoglier pane come all’epoca
orribile della statale galera,
la scuola che è carcere immeritato
dove si accede senza alcun merito compiuto
d’una azione che si possa dire tale.

Di quel pane un poco sbocconcelliamo
tornando mesti e affaticati
con la nostra sportula
e forse era meglio essere schiavi antichi
nati
dentro la casa o comprati piccini
che più lavoravano tra le quattro mura
meno dovevano uscire per commissioni
e liberati, con gesto gentile,
facevano fruttare i loro guadagni.

E forse meglio, clienti diventati,
da casa nostra a casa del patrono
con la sportula, sì, ma destinati
ad un appoggio meno in catene,
alla infamia meno conclamata.

 Invece di essersi evoluto
l’impero è caduto
e come quando cade ogni cosa
si mischiano e si uniscono
e questi e quelli,
per lasciarci a faticare
nei nostri viaggi quotidiani
lontano dalle case,
lontani da dove si dice che si vive,
in balia del mondo
trasciniamo trascinati
schiavi con la sportula
dal giorno in cui si è nati.

La sportula è il paniere della spesa dove i poveri tengono il pane. In tutta la poesia c’è un pessimismo di vita appena temperato dall’accenno alla schiavitù antica, quando gli schiavi “liberati con gesto gentile facevano fruttare i loro guadagni”.
Per il resto, gli schiavi siamo noi, sotto il piede di un non bene identificato “patrono”, verso la cui casa affannosamente viaggiamo “a pigliare pane in faccia”, quel pane di cui abbiamo disperato bisogno per noi e per la nostra famiglia.
E la scuola, nei versi di Sabino, diventa “statale galera, carcere immeritato”: talora, nelle menti degli allievi, in mezzo al grigiore indifferenziato, emerge il ricordo di un insegnante che fu umano con loro, perfino sorridente, anche buono. Qui no: il vuoto completo. Viene da pensare alla disumanità che i prepotenti e i superbi usano gustosamente contro i più deboli, ancora più miserabili degli schiavi romani. Abbiamo soltanto quella sportula e un po’ di pane, una sopravvivenza stenterella che farebbe compassione ai sassi, ma non  al “patrono”.
Così il destino umano è di restare “lontano dalle case, lontani da dove si dice che si vive, in balia del mondo”, vuol dire: lontano da dove tutti si illudano che si viva, ma la vita, gli affetti, l’amore sono lussi inattingibili ai poveracci. Così “trasciniamo trascinati”.
Per un po’ di pane.
E trascinati da cosa?
Preoccupazioni, necessità, ingiustizie, falsità che nella poesia restano inespresse e tanto più opprimenti.
Il linguaggio è assolutamente privo di decori o artifici, anch’esso in nuda povertà corrispondente all’uomo.

Domenica Luise

Se volete, su Neobar Abele ha pubblicato una mia favola metaforica e giocosa della quale vi metto il link:
http://neobar.wordpress.com/2013/01/26/domenica-luise-gelosie-di-artisti/#comments

Poeti di oggi: Marilena Cataldini, Le parole: parabola breve

Troppe parole furono date al Dio
perché con certezza
indicasse la strada.

Ma quando egli le restituì
non erano più le stesse
ma altre  cose
e per altri uomini
che mai prima
gliele avevano chieste.

La parabola è un esempio facile di vita concreta, che ci fa capire un concetto intellettuale altrimenti non agevolmente raggiungibile da una mente poco istruita e non avvezza alla cultura. Come sarebbe bello se oggi ci spiegassero la politica per parabole, allora ci districheremmo e, forse, apriremmo occhi nuovi.
Le parabole del vangelo sono tutte elementari, ma le conclusioni sono di altissima spiritualità.
Questa è una poesia apparentemente piccola, proprio come una parabola, ed è la conclusione di un pensiero sottinteso.
Incomincia dritta dal centro dell’argomento: “Troppe parole furono date al Dio / perché con certezza / indicasse la strada”.
Davvero, nelle diverse religioni, esistono molti libri sacri: la Bibbia, il Corano, le Upanishad e via discorrendo, trovare fra tutti un concetto comune che li unifichi non è tanto semplice. Quindi noi uomini abbiamo attribuito a Dio “troppe” parole perché avevamo bisogno di sapere “con certezza” quale strada dovessimo percorrere, cosa volesse da noi, come raggiungerlo e sperare. Gli abbiamo chiesto, prima o poi tutti, un miracolo per noi stessi e per le persone che amiamo e senza le quali ci sentiremmo orfani e soli, l’abbiamo interrogato, implorato, ci siamo arrabbiati con lui e talora l’abbiamo anche bestemmiato in parole ed opere.
“Ma quando egli le restituì / non erano più le stesse / ma altre cose / e per altri uomini / che mai prima / gliele avevano chieste”.
Quindi le parole, nella risposta divina, diventano altre ” cose”, parabole di una conoscenza superiore, che va ben oltre la domanda, e si allargano non solo ai popoli eletti o che tali si ritengono, ma simultaneamente ad “altri uomini / che mai prima / gliele avevano chieste”. E non gliele avevano chieste, quelle parole-parabole-cose, forse per ignoranza, anche per indifferenza, magari per ribellione. Ed è avvenuto, malgrado l’oscurità umana, condizione normale di ogni persona terrena, il grande dono della poesia.

Domenica Luise

 

Poeti di oggi, Annamaria Ferramosca: Per amore, solo per amore, primo quadro

mano
che raccoglie il tempo
lo dedica lo stiva
in questa tua materia del dono
ore non più volatili
s’addentrano
dal chiaro della soglia
nella fibra del legno

 disegno che ti cade dalle dita
è il tuo tempopensiero
la scommessa perfino
sul mistero della sposa la prescelta
da due: l’altro
che pure te ha scelto è l’Alto
e sfida il tuo coraggio
grati e lentissimi
i giorni del legno disperdono
tutte le ombre là fuori
dai rami   pigolii   prove d’ali
perché siamo in attesa di culle
e di angeli ancora
(quella folata improvvisa sulla fronte come un messaggio)

 ecco i passi e le scarne parole
di chi al crepuscolo ti porta il pane
in cambio di trucioli per il fuoco
e s’accontenta
di guardare in ginocchio
l’oggetto che ti esce dalle mani
guarito
è tempo del riparo
avverso alle solitudini
ritorno della cucitura
che guarisce lo strappo grido
della sedia appena reimpagliata
che vorrebbe ancora germogliare
ma parlerà solo di attesa
a chi vi si riposa

È come se le parole dei poeti moderni abbiano trovato una dimensione parallela alla concretezza ed ivi si aggirino con stili più o meno diversi, ma con un fattore comune: il bisogno di oltrepassare la realtà concreta alla ricerca di una profondità comunque inattingibile per il mistero oscuro di cui è fatta, che è il midollo dell’uomo ed il suo perché.
Qui la poetessa si rivolge alla mano di Giuseppe, che trasforma le ore del suo lavoro in legno e le concretizza (ore non più volatili), ma non è un semplice falegname che produce trucioli e oggetti, il tempo per lui è pensiero, è scommessa su quella sposa scelta anche dall’Alto perché divenga madre di Dio in terra.
È una sfida al coraggio di un uomo, che deve credere contro ogni logica, cosa del resto richiesta a tutti gli esseri umani della storia anche se nessuno mai si è ritrovato la sposa incinta per azione dello Spirito Santo.
Certamente l’Alto ha saputo come convincere Giuseppe dell’innocenza di Maria (quella folata improvvisa sulla fronte come messaggio) e tutto questo pensiero del falegname durante il suo lavoro si mescola alle visite dei clienti e dell’amico che alla sera gli porta il pane (sono tutti poveri) in cambio di trucioli per il fuoco e si accontenta di ammirare la sedia reimpagliata uscita come nuova, guarita dalle mani di Giuseppe, fatta per riposare e parlare di attesa: la condizione terrena di tutti gli esseri capaci di pensiero.

Domenica Luise

Poeti di oggi, Stefano Giorgio Ricci: I viandanti

Hanno occhi spiaggiati, quei morti,

e dormono in letti di sabbia,
in carezze scomposte nella mano.
Ciò che i pavidi vedono ombra
è solamente corpo straniero:
il nostro stesso corpo,
un corpo devastato dalla distribuzione del grasso.
Piangono angeli, i viandanti,
ed è pianto livido di ombre:
scrutate con dispetto,
esiliate in angoli di strada,
vendute un tanto al chilo.

 Dormono in suolo di ore cedute,
i viandanti, e non hanno ninnoli
nella voce quando narrano
i conti dell’esilio.

Vorrebbero un giocattolo nuovo,
i viandanti, e sarebbe il primo.

 

Tra le poesie di Stefano Giorgio Ricci, cariche di calda umanità e compassione, scelgo la seconda perché di queste ombre è piena l’Italia: fuggono dalla propria patria dove c’è fame, guerra e nessuna speranza, sicuramente hanno sognato a lungo sulla televisione italiana illudendosi che qui regalano soldi a pacchi a chiunque. Ci vedono vivere sontuosamente e che molti di loro sono arrivati e hanno fatto sapere di stare bene, forse hanno mandato qualche soldo alla famiglia, allora partono stipati sulle carrette del mare sperando che tocchi anche a loro una frangia di bene, una possibilità. Simili ai cercatori d’oro, vengono a morire spiaggiati come le balene, fatte per ben altri oceani profondi. Negli occhi spalancati di quei morti rimane lo smarrimento, il male, la paura.
Noi li vediamo come ombre ed anch’essi, i sopravvissuti al drammatico viaggio, hanno un pianto livido di ombre. Ombra corrisponde ad ombra, incomprensibilità non solo di lingua e di colore della pelle, ma anche di cultura e di animo. Eppure hanno un corpo come il nostro, che invecchia e il grasso devasta, ci guardano, quando sopravvivono, con i nostri stessi occhi. Sono uomini, donne, bambini, realtà concrete e dolorose, che ci mettono a disagio, sono troppi, pensiamo che portino malattie e delinquenza, rimandiamoli indietro.
Essi, quando possono farsi capire e narrano di sè, “non hanno ninnoli nella voce” : raccontano di miserie che noi italiani non abbiamo mai vissuto in prima persona, magari l’ultima volta avvenne durante la seconda guerra mondiale. I più poveri tra noi, oggi, hanno la televisione e il telefonino, magari anche un computer di seconda mano.
Invece la carne di questi “viandanti” è venduta un tanto al chilo: sono usati per prostituzione e trapianti di organi. Qui il mercato in Italia c’è e funziona, no come i giochini televisivi che privilegiano una volta ogni tanto un eletto o eletta fortunati.
Questi “viandanti” non hanno perduto i sogni, vorrebbero un giocattolo nuovo, il piatto e le tasche piene, un regalo per la sposa e i bambini o per la mamma che tanto patì e dai quali dovettero separarsi per sopravvivere.

“Viandanti” sono tutti gli esseri umani che calpestano il suolo: tutti uguali.

Domenica Luise

 

Poeti di oggi, Carmine Vitale: Primo amore

Ho parlato con le cose
Perché le parole sono sporche
Sulla facciata di una chiesa una volta lessi
Che è difficile pisciare controvento
E così anche queste poche lettere
Hanno perso consistenza
Si sono lacerate
Ridotte a brandelli

C’è questa perdita enorme d’innocenza
Come se non si potesse mai più tornare indietro
Ma è nel cuore che non posso entrare
È stato chiuso
come un locale pronto alle ferie
Quando devi ricevere una notizia
Vorresti sempre quella buona prima
Perché la cattiva già la sai
L’hai commessa
C’è un palazzo maestoso
Si consegnano fiori agli ospiti
E per le conseguenze tocca all’amore
Perdonare
Barare
Fuggire
Diceva una poesia che quando fa male
Torniamo su certi luoghi
A pensare al primo amore.

La poesia di Carmine Vitale mi dà l’impressione di procedere per voli pindarici, con gli argomenti che si presentano d’impatto , senza connessioni evidenti coi versi precedenti e, in questo, aiutati dall’uso di lettere maiuscole a inizio verso, come a isolarli e isolarli ancora. In fondo ogni respiro è diverso dal precedente e dal seguente.
L’inizio della poesia è doloroso: l’autore  parla con le cose “Perché le parole sono sporche”. Sono state già usate più e più volte, si sono ingrigite in se stesse. Triste considerazione per un poeta, che vive di parole. Ma subito, nei versi seguenti, si introduce una spiegazione sia pure insufficiente per questo pensiero: “Sulla facciata di una chiesa una volta lessi Che è difficile pisciare controvento”.
Già: ecco perché le parole “sono sporche”.
E in realtà le poesie sicuramente camminano “controvento”, specialmente in questi tempi tristi in cui la cultura è derisa e la scuola usata soltanto per avere il diploma e la laurea, non per imparare.
Ma io sono una donna di speranza e oso illudermi che ci sia qualche lodevole eccezione, per esempio qualche poeta vero.
Alla lacerazione delle parole corrisponde “questa perdita enorme d’innocenza” che tutti possiamo vedere intorno e dentro di noi, negli altri e in noi stessi, purtroppo. Nemmeno i bambini possono essere preservati, hanno televisione, internet e gli amichetti dell’asilo che li scaltriscono più o meno veracemente su cose più o meno importanti “Come se non si potesse mai più tornare indietro”, e questo è vero, ma è anche buono: perché tornare indietro, a quando eravamo ignari perché troppo piccini? Non possiamo, è invece avanti che va la ruota conducendoci nei suoi ingranaggi. Intanto “è nel cuore che non posso entrare”, è chiuso per ferie. Ma “c’è un palazzo maestoso Si consegnano fiori agli ospiti”, che appare all’improvviso dal nulla (ecco i voli pindarici), qui tutto il gioco viene fatto dall’amore: “Perdonare Barare Fuggire “, sì, tutte reazioni degli innamorati, e chi di noi ha mai smesso di perdonare infinitamente l’uomo o la donna amata, che rifilavano schiaffoni? Anche barare: chi ama vuole apparire degno e talora mente per farsi bello. Altre volte fuggire: che si può anche fare perché sopraffatti da quello che uno sente e che è troppo. Su tutto questo risplendono gli ultimi tre versi come se fossero un lungo e vero titolo posto alla fine anziché all’inizio della poesia: “Diceva una poesia che quando fa male Torniamo su certi luoghi A pensare al primo amore”. Quando la vita fa male noi come reagiamo? Ripensiamo al primo amore innocente in certi luoghi dell’anima interni a noi stessi, dove lo conserviamo nel segreto.

                                                                                         Domenica Luise

 

 

Poeti di oggi, Malos Mannaja: Va il ribollir di trino

Va il ribollir di trino, l’anime a rallegrar
|. Periglioso parapen-Dio (parte A): sogno pupazzo
Sottotitolo esplicativo: colto in deflagrante!

Poi m’è tornato in mente questo sogno.
Disteso sotto il cielo nera ardesia, stavo. Ed era notte. Ed ero quasi bosco.

Estrassi da una tasca un gesso bianco
(giocavo al “cosa apparirà”)
unendo insieme i punti delle stelle
(da uno all’infinito).

M’apparve Dio, ritratto mentre usciva a prendere le sigarette
il giorno del *Big Bang*
lasciando il gas aperto in universo.
-“Bum-bum”- mi disse e strizzò l’occhio
piegando in su due vertici al triangolo divino
(il ghigno trino)
-“…a risentirci il giorno del giudizio, nano!”-
e sgommò via, guidando un suv celeste
il dito medio alzato dietro
(il fines-trino).

M’alzai di scatto in piedi
(eppure non ne crebbe la statura)
riuscivo a malapena a superare i fili d’erba…

Sembravo un pupazzetto di peluche
(per giunta allergico alla polvere!)
così, tra uno starnuto e l’altro e strepitai:

-“Basta!
Voglio provare!
…ad essere stato felice…”-

*

Passato nel presente mi ritrovo
mero peluche di carne
trastullo di un istante
della Tua vita eterna.
Dammi gratuitamente una carezza
(salviamo le apparenze)
poi spegnimi la sigaretta addosso.
Cavami gli occhi fatti coi bottoni!
Cacciami un dito in fondo all’ombelico
e aprimi il ventre:
sanguino gommapiuma.
Essere poco più di un soprammobile
è straziante…però non-essere è anche peggio!
Così per un momento nella vita
lascia che io rida prima di
ridarmi
al freddo abbraccio della polvere
del mio scaffale.

Ebbene sì: per sopravvivere
mi aggrappo a uno sberleffo a Te
che non esisti
e già mi va di lusso
se quando mi strattoni via il sorriso
non mi lusso.

Questo poeta ha per me un merito speciale: non mi fa soltanto piangere, ma anche ridere.
Fin dal titolo noterete l’estrosità che l’autore non dissimula affatto. Inizia con una parodia del S. Martino carducciano, che c’entra, secondo me, così poco da essere nulla: tanto serioso, descrittivo e noioso il Carducci quanto sagace e satirico fino allo scherno Malos, una cosa in comune tuttavia c’è: l’irriverenza verso la religione, solo che l’invettiva di Malos tocca ben altre profondità dolorose del suo animo: “Ebbene sì: per sopravvivere / m’aggrappo a uno sberleffo a Te / che non esisti”.
Ma i paragoni tra i poeti non mi piacciono e qui lo chiudo, del resto Malos ha usato Carducci solo per sostituire “il ribollir dei tini” col suo “il ribollir di trino”, un semplice gioco di parole che gli interessa unicamente per riferirsi a questo Dio nel quale non crede e che infatti è una forma senza amore, di sole parole e assonanze. E un Dio siffatto non può esistere.
La fantasia di Malos lo vede il giorno del Big Bang, mentre esce a prendere le sigarette dimenticando il gas acceso nell’universo, ecco il motivo di tante esplosioni: che gli scienziati smettano di rompersi la testa supponendo altre  origini dell’universo, era solo che Dio voleva fumare.
Dio lo schernisce, il poeta è un pupazzetto di peluche, che strepita:
“Basta! Voglio provare… ad essere stato felice…”.
Ora uno vuole provare adesso ad essere felice, non ad esserlo stato chissà quando: sottile assurdo che determina il concetto di un’infelicità umana ineluttabile, coi tempi sbagliati.
Segue la preghiera di uno che crede di non credere e si difende schernendo: “dammi gratuitamente una carezza…”, questo è il vero anelito, subito sopraffatto da quel “cavami gli occhi fatti coi bottoni…sanguino gommapiuma…è straziante…però non essere è anche peggio”.
Quante preghiere formali sono meno sincere e umane di questa. E quand’anche scappa il sorriso di fronte a certe trovate, com’è amaro e palpitante quel sorriso e quanto partecipe.

                                                                                                                                                            Domenica Luise

 

Poeti di oggi, Simonetta Bumbi: buongiorno Padre

allora c’era un’ora in cui tutti si riunivano alla cena. era, l’incontro dei familiari, e dei racconti di tutte quelle ore fuori, a lavorare. e si portava in casa l’esperienza, e le parole erano pietanze. ora solo silenzi, e sedie senza posti a sedere, ché tutti rincorrono la fretta, per non vedere.

e si cambia vita, nel generare ciò che vorremmo, lasciando alla balìa dell’incoerenza il pane e la pazienza.
e non è più tavola imbandita, la partecipazione, se ogni frutto nasce senza amore.

nemmeno l’immondizia si parla più. hanno separato anche lei, e come lei ci dividono con consapevolezza unita alla nostra, e l’accettiamo, di mano nostra, ma nostra non è più nemmeno l’idea, e ci gettiamo via. e con lei buttiamo tutto ciò che un giorno riciclavamo. per giocarci, per viverci, per completarci.
e la beneficenza è solo la gratificazione per la nostra coscienza.
oddio, tu sei Padre, e dai il seme. ma oggi il matrimonio non è più da conservare, ché dei nostri schifi facciamo marmellata da mangiare.

e c’era il pane e la misericordia, ed il timore s’invocava a purificare il peccato. e poi la grazia, che spezzava le catene, e la mattina ci si affacciava allo specchio col sorriso sulle vene. che forza, Padre, che mi dava il tuo perdono, e come pannocchie scoppiettanti si andava incontro al futuro.

(odDio che confusione!)

da quando sono entrata, sto cercando un copione.
ma sono stata attirata da una certezza: cercavo una carezza…

Simonetta Bumbi ha pubblicato un lungo testo in prosa apparente, che qui, per necessità, ho stralciato con rammarico o altrimenti nel commento ci saremmo persi. Per addentrarci bene conviene considerare le virgole come degli a capi.  Noterete subito che dopo i punti non ci sono lettere maiuscole, l’arbitrarietà soggettiva della punteggiatura nella poesia moderna non è una pura questione tecnica e tanto meno di una moda,  ma tende a mettere in evidenza lo stato d’animo e ad accentuare la confusione umana che si esprime.  Difatti la Bumbi conclude, fra parentesi, che è come scendere di un gradino nei livelli del proprio pensiero: (odDio che confusione). In questo suo brano è ricercata la continuità irruente di un pensiero struggente, simile a una violenta onda anomala intrattenibile, che tutto travolge, a capi e maiuscole, lasciando solo a puntello quelle virgole. Siamo a un passo dalle parole in libertà.
Non è un testo tanto ermetico quanto spontaneo, pensato e scritto di corsa, mai ripensato, o almeno questa è la precisa sensazione che l’autrice vuol dare.
Perché la tecnica, in arte, per poetare o dipingere o danzare, è assolutamente indispensabile,  chi legge o guarda un quadro deve pensare: “Questo l’ha fatto Mimma” perché io aspiro ad essere identificata da quello che creo anche se non l’ho firmato.
È il punto più nobile di un autore: essere se stesso.
L’abuso della tecnica soffoca la creazione come anche l’abuso della disinvoltura è un limite. L’equilibrio non è facile, ma qui mi pare che Simonetta l’abbia perfettamente raggiunto.
Quante volte, vedendo i nostri figli alzarsi da tavola prima del tempo e lasciare le sedie vuote per correre nella loro stanza a tuffarsi su facebook, abbiamo provato lo stesso stato d’animo? Tristezza, impotenza e confusione. Scrive l’autrice che lasciamo “alla balìa dell’incoerenza il pane e la pazienza”.
Non si parla più nemmeno di immondizia: vero, tanto più che nessuno la vuole gettare anche se tutti l’hanno prodotta. In genere è la mamma ad occuparsene sbuffando e trascinandola o al massimo il papà, i figli si stanno organizzando il pomeriggio dopo le fatiche smisurate della scuola odierna, pallida immagine di quella quando si andava a studiare. Quel boccone non è realmente consumato insieme con lietezza perché ci siamo gettati via insieme all’immondizia, perfino la beneficenza è una gratificazione per la nostra coscienza: verissimo. Noi mangiamo più volte al giorno, o peccatori che siamo, abbiamo sgobbato tutta la vita eppure ce ne facciamo un rammarico. E non per amore, ma per triste rimorso, mettiamo mano al portafogli.
C’è un pensiero di questa autrice che mi è molto piaciuto, quando scrive che con la spazzatura “buttiamo tutto ciò che un giorno riciclavamo. per giocarci, per viverci, per completarci”.
Già. Abbiamo la spazzatura facile e ce ne vantiamo pure. Poi, quando ci serve una bottiglia di vetro così e cosà oppure quella mia maglietta celeste che mi piaceva tanto, ci ricordiamo che sono finite nel sacco insieme al resto.
Ho notato che in questo testo di tanto in tanto appaiono rime occasionali, per esempio “oggi il matrimonio non è più da conservare, ché dei nostri schifi facciamo marmellata da mangiare”.
E quella marmellata così stucchevolmente dolciastra  ha reso insopportabili i delicati frutti amorosi che forse all’inizio abbiamo avuto o almeno sperato.
Allora “c’era il pane e la misericordia” : il grande danno della modernità è questo vuoto tecnologico degli affetti più sacri e del rispetto vicendevole. Ma cosa cercava Simonetta addentrandosi in questi convulsi ragionamenti così attuali? Guardate i due versi conclusivi: “cercavo una carezza…”
Eccoti la mia carezza, cara, insieme a quella di don Tonino.

 Domenica Luise

 

 

Poeti di oggi, Anna Costalonga: Ouadi gravidi di sabbia

 partoriscono acqua
dirompe
germoglio dell’Insperato
linfa dell’Inatteso
acqua sporca
di calcare compatto
argilla
accumulo di polvere
E dalla tua dimora
sulla sommità
di questo deserto
redarguisci:
Benedetto fare!
Benedetto tranciare
piallare
inchiodare
e le schegge che si conficcano nella pelle!
Tu, acqua sporca
ed io
siamo i piccoli falegnami dell’Idea.

È la parte iniziale della poesia che si sviluppa in tre porzioni con unico titolo. Siamo nel deserto dove tutto brucia quando ecco che le dune secche partoriscono acqua dirompente: il cielo si è unito al deserto in germoglio dell’insperato e inatteso Figlio di Dio. La poetessa vede l’incarnazione di Cristo in terra come una sorpresa, in realtà biblicamente era annunciato che egli sarebbe nato da una madre vergine e sarebbe stato l’ uomo dei dolori. Era scritto e Maria ne era cosciente insieme a Giuseppe, ci credevano e crescevano il Figlio che sarebbe salito sulla croce. Magari speravano che fosse soltanto una metafora, qualcosa potesse mutare e una volontà divina oltrepassasse l’evento annunciato, ripetendo quanto era già avvenuto ad Abramo, quando condusse sul monte  Isacco, unico figlio della sua vecchiezza che Dio gli aveva chiesto in sacrificio, ma all’ultimo minuto un angelo gli fermò il braccio: non fare alcun male al ragazzo!
Chissà quante volte, nel deserto egiziano, dove avevano trovato ricovero da esuli, Maria e Giuseppe hanno sperato che un angelo simile fermasse i crocifissori. E quanto fango si mescolò all’acqua dissetante dell’amore. Quell’acqua fangosa è imbevibile, insopportabile, anche inammissibile: perché Gesù deve diventare un capro espiatorio? Egli innocente condannato, per amore, a portare su di sè tutti i peccati della storia presente, passata e futura. Un grande assurdo. L’acqua del deserto è più fango che acqua, ha smesso di dissetare, amareggia e avvelena. E Dio, dalla sua dimora celeste, vede, sa, benedice la fatica di tutta l’umanità crocifissa nel crocifisso. Di qualunque religione o non religione siamo, la sofferenza è il nostro brodo primordiale. Non si sfugge. Io, cattolica praticante, non sto meglio dell’ateo convinto. È duro per tutti e con tante migliaia di buone ragioni. Così quelli giovani, belli e sani hanno le proprie infelicità gravi ed è inutile compassionare i vecchi perché tutti facciamo compassione a qualunque età, poveri o ricchi che siamo oppure, com’è di solito, nella mediocrità economica.
Gli uomini faticano, si agitano, costruiscono, pensano ai figli, anche Maria e Giuseppe, in quel deserto, pensavano al figlio. E continuavano a lavorare, proprio come facciamo noi, sperando contro ogni speranza perché tutto può sempre avvenire.
“Benedetto tranciare piallare inchiodare e le schegge che si conficcano nella pelle”. Insieme al Dio bambino,sebbene acqua sporca, “siamo i piccoli falegnami dell’Idea ” e compartecipiamo alla salvezza del mondo ogni volta che amiamo.

                                                                                     Domenica Luise