L’invidia e il rimorso

L’ometto pelato con la pancia prolassata sentì di detestare quel ragazzo appena lo vide avvicinarsi per l’interrogazione orale del difficile concorso.
Aveva sbagliato una sola risposta su settanta test da svolgere in settanta minuti per essere ammesso ed aveva scritto un compito di quattro facciate di carta protocollo, brutta e bella erano nitide, con pochissimi ripensamenti, l’italiano fluido, nessuna ripetizione.
Il ragazzo era alto, snello, aveva la testa piena di capelli e lo sguardo febbrile: sapeva che col suo curriculum, se anche gli avessero messo il minimo, sarebbe schizzato in testa alla graduatoria e avrebbe avuto il posto di insegnante che si sognava pure la notte.
Sedette di fronte all’ometto e attese osservandolo stupito per la pausa di silenzio, infine l’esaminatore iniziò chiedendogli minutamente conto del compito scritto: se egli anche fosse riuscito a copiare, cosa possibilissima perché dovevano copiare i raccomandati e quindi bisognava lasciarli liberi tutti, sarebbe cascato immediatamente.
Peraltro l’ometto e altri due componenti della commissione sapevano che doveva essere bocciato per fare spazio ai raccomandati più importanti, ai quali nessuno di loro avrebbe potuto dire di no perché ognuna delle mogli aveva ricevuto una pelliccia in regalo e la promessa di una crociera di lusso a promozione avvenuta.
Ma il ragazzo non aveva copiato il tema e ne spiegò tutti i passaggi con lo stesso italiano fluido della sua scrittura, addensando i concetti eppure con una semplicità che incantava. Tutta la commissione, anche l’ometto, rimase in silenzio, oppressa da tanta intelligenza.
Come avrebbero fatto a bocciarlo?
<Lei è sprecato per un posto di insegnante, si esprime troppo bene> affermò l’ometto.
<Se vuole posso parlare con più semplicità> rispose il ragazzo sbiancando.
<Non occorre, signor…come si chiama?>.
“Mi chiamo nessuno” pensò il ragazzo dicendo il suo nome a voce bassa.
Fu bocciato con un voto in meno del minimo indispensabile.

L’ometto pelato si sporgeva dal parapetto della nave di lusso vomitando perché c’era tempesta, le mogli chiuse in cabina, gli altri due colleghi esaminatori semisvenuti in infermeria a maledire il momento in cui si erano lasciati convincere. I medici di bordo avevano un gran da fare, tutti con la xamamina in corpo, passeggeri e personale.
Se avesse avuto coraggio si sarebbe buttato a mare e l’avrebbe fatta finita col rimorso che lo perseguitava da quando avevano bocciato quell’innocente e come era sbiancato appena aveva capito.
E se avesse fatto una scemenza con una corda al collo come quell’altra ragazza pure bocciata allo stesso concorso? L’avevano salvata in extremis.
Per caso aveva visto l’articolo sul giornale: non era un professore molto attirato dalla lettura, come certi suoi colleghi che non apparivano in sala professori senza il corriere della sera sotto il braccio, tanto per farsi vedere colti, e discutevano sempre di politica, dove lui doveva tacere perché non ci capiva niente.
“Non sopporto questo rimorso” pensava guardando le onde alte e livide, dovevano essere ghiacciate.
Ma l’ometto non aveva coraggio, cosa che sapeva peraltro benissimo, e i suoi non erano veri pensieri di suicidio, ma una specie di abbandono malinconico alla tristezza della propria vita.
Nemmeno i suoi colleghi avevano coraggio e non parlavano mai del ragazzo. Ne aveva interrogati e promossi o bocciati tanti, ma si ricordava solo di quello. Per l’intelligenza e la bellezza.
Non osava nemmeno chiedere a quei due se ci pensassero mai.
Le mogli, invece, sembravano felici, contente e cinguettanti, almeno fino a quella tempesta, tutte scollacciate sotto le pellicce.
Certo, loro non l’avevano visto.
Guardò ancora i flutti agitati e si girò  per tornare in cabina ad ascoltare i soliti lamenti della sua adeguata metà o tre quarti che fosse.

 Domenica Luise

Annunci

Il principe consorte

Si chiamava Mariella, ma dissero in coro che non andava bene, troppo paesano, banale, comune, così tolsero la e perché diventasse Marilla.
Quando vedi tua moglie strizzata tra le braccia di un altro, che apre la bocca al bacio, discinta, ma non troppo, come contratto vuole, ti sembra di non poterlo sopportare, voglio dire che il suo sguardo somigli tanto a quello che rivolge a me in certi momenti, ma è vero: ci siamo risollevati dai debiti in un fiat, i bambini contenti, i suoceri beneauguranti, lei enigmatica, è la parola giusta. Io perdente apparentemente lieto, che mi ero giocato tutto a poker con una compagnia di bari amici finti e suadenti rapidamente divenuti minacciosi. E gli strozzini, ultima sponda, così mia moglie, al primo provino, seppe spogliarsi con pudicizia ed era quello che volevano, non la solita sgallettata.
Doveva sembrare un film di valore, si impegnarono molto per questo, ed io, guardando, pensavo che era una forma di prostituzione.
Dicono che sono geloso anche se non ho mai fatto una scenata o perfino invidioso del suo successo, che ha posto riparo ai miei casini. Oggi hanno pubblicato un articolo intitolato “Il principe consorte” con mie varie fotografie scattate sul set: accigliato, pensieroso, affettuoso mentre l’abbraccio e lei così bella da qualunque parte la si giri.
Hanno subito scoperto la storia dei debiti di gioco, la moglie che salva il marito dal baratro, ed è tutto vero.
Mia madre è morta quand’ero piccino in uno scontro e non ha almeno avuto il dolore di tutto questo, papà, invece, tace, preferirei che mi pigliasse per il bavero.
“L’accompagna ovunque come una mamma che porti la propria bambina all’asilo”: stava nell’articolo di oggi.
E domani ce ne sarà un altro o alcuni altri.
Appena entriamo noi in una sala, gli sguardi dei maschi diventano frecce di fuoco. E sorrido sempre, hanno scritto : “la faccia ebete del marito felice e danaroso”.
Non le voglio avvelenare questo successo e così faccio finta di niente. In quanto a Marilla, sembra che nemmeno si accorga di emanare tanta seduzione e non fa niente per accentuarla né trattenerla, è semplicemente così com’è.
Sembra assolutamente felice con me, perfetta, bisogna dirlo, non si finge un amore così. E anche fedele, mai nemmeno per scherzo uno sguardo scorretto o una parola vezzosa con nessuno, un giornale ha scritto: “sarebbe noiosa se non fosse così bella”.
Lo spettacolo deve continuare.
La notte la sento dormire come sempre, il suo tepore sul mio fianco e mi viene una inutile voglia di piangere, nel sonno mi abbraccia anche quando c’è caldo e ha talora un piccolo gemito d’affetto che, se fosse proprio per me, sarebbe meraviglioso, ma è vero che sono geloso e non mi sento sicuro. E poi, non l’amo così solo perché sono innamorato di tanta bellezza, c’è molto altro, è il suo sapore, un mistero bello e oscuro quanto inafferrabile,lo chiamano fascino, ma per me ha un nome oltre.
Ho cercato invano un lavoro. Ci vuole talento, noi due ci siamo innamorati all’istituto d’arte, compagni di scuola e, quasi, di banco: ci sedevamo vicini nella fila perché accanto non ci lasciavano stare. Dopo il diploma lei superò subito il concorso, io no, né al primo né al secondo tentativo, eppure ci ero andato sicuro.
Così i primi tempi insegnava lei, io mangiai col suo stipendio per anni, fino al poker, ai bari e al cinema.
<Quello è il marito di Marilla, beato lui. Una bella moglie, due bei figli, non fa niente dalla mattina alla sera>.
<Che cialtrone>.
<Io, al suo posto, sarei Otello>.
<Già>
E viene un sabato di maggio, ieri il film è finito e finalmente Marilla è libera, così partiamo per andare in campagna come due ladri, su un’utilitaria grigia prestata e travestiti pure, i bambini dai suoceri, perché mi ha chiesto con tono quasi implorante:
<Voglio dirti una cosa, da soli io e te>.
Ogni tanto guarda indietro, ma non ci insegue nessuno. Non come quella volta che un flash del fotografo ci interruppe il respiro e il bacio.
Stamattina siamo partiti che ancora era buio fitto, con le stelle, una falce di luna e un velo di rosa in fondo.
Le colline si succedono.
<Che pace> dico.
Gli uccelli cantano.
<Caro> fa lei a un tratto, <non sono felice così>.
“Ecco”, penso, “adesso mi lascia, si è innamorata di un altro meglio riuscito, tutti sono meglio riusciti di me”.
<Possiamo comprare una casa in campagna e riprendiamo a dipingere tutti e
due?> chiede lei timidamente, e aggiunge:
<Il cinema non mi basta, non ci servono altri soldi, mi sono stufata>.
Sento una gioia divorante e tutta la pace intorno  che mi entra dentro, c’è un gregge di pecore quasi bianche che emanano odore di latte e di sterco, ma l’aria è pulita, purissima, l’azzurro, all’orizzonte, sale sempre più.
Sono costretto a fermare la macchina in mezzo alle pecore che ci belano contro.
<Pensa come saranno felici i bambini>, rispondo.

Domenica Luise