La follia ermetica

Il matto è un alienato: significa uno che sta altrove. Anche il poeta o pittore o artista è concentrato diversamente.
Personalmente non rimugino quello che scriverò, mi viene da solo con naturalezza e abbondanza, magari a frammenti o gocce o scintille come questi appunti sull’Ermetismo. Non lo faccio apposta, però mi piace, mi diverto, lo godo, ne capisco, almeno in parte, il dono ricevuto chissà come e chissà perché, cerco di non perderlo e di regalarlo agli altri più intatto possibile.
Oggi il movimento letterario che abbiamo chiamato Ermetismo ha scoperto che l’irrazionalità della parola, quando sale dal più profondo, cela nuovi mondi che tentano di apparire ed aprirsi. Forzare questa irrazionalità spontanea del poeta caricandola di artifici e figure retoriche alla moda la soffoca soltanto. Occorre semplicemente assecondarla e la posizione mentale giusta è l’ascolto in abbandono dei propri movimenti interiori. Qui le parole diventano farfalle in volo e il poeta ha un retino a maglie larghe per catturarne qualcuna da eternizzare nei propri versi.
La poesia è una voglia, e si ama con la volontà. La poesia è, quindi, un amore da fidanzamento ardente, foriero di speranze nuziali non immaginabili. La razionalità non basta al poeta  che, salendo progressivamente da un piano all’altro sempre più sottile, impazzisce ed esce fuori dal normale comune deviando felicemente verso eden labirintici, nei quali è bello smarrirsi,  aggirarsi, lasciarsi condurre dal mistero storico che germoglia o fermenta e crea terremoti dentro di noi per venire alla luce e farsi dire.
Si può, volendo, chiamare follia poetica dove l’irrazionalità della parola è un annuncio di altro, di nuovo e sempre più desiderabile.

                                                                                                          Domenica Luise

Miraggio

Una rosa nel mazzo di carciofi
e colori e profumi. Bellezza
del sogno che sembrò reale. Chi
mi risponde?

Fa caldo. L’asfalto nero
riflette i colori delle macchine
e il mio cuore i cieli. Così la ruota
del pavone in trionfo.

Io ci avevo creduto. Con arcobaleni intrappolati. Una
due tre niente. Cercate le mie uova
per farvi la frittata e saziarvi.

Gratis. Basta scartare la rosa.

La vita è breve ormai. Senza rimpianto.
Non pungetevi: non sta bene il sangue
alle piume. E poi sono indigesta
ermetica
colorata leggera
aerea, fantasma o poesia. Ora qui
no lì, su giù accanto. Sopra sotto
ora poi mai perché. Cucù.

 Trascino il carretto su quattro ruote di pavone.

                                                                                      Domenica Luise

(Fotografia di Francesco Rota)

Importante: Una scelta di mie poesie è stata pubblicata su Neobar di Abele Longo,vi metto il link:
http://neobar.wordpress.com/

I grassi e i magri

Si conobbero sul set del film “ I grassi e i magri “ , dove recitavano come comparse, e fu subito amore.
Avvenne nella scena horror in cui i grassi, con in primo piano la balena, divoravano vivi i magri, fra i quali c’era l’acciuga Violina.
La balena era, in realtà, un baleno, che si chiamava Mimmone. Quando Violina si trovò comodamente seduta fra i denti, anzi fra i fanoni di Mimmone, incominciò a raccontargli tutte le proprie disavventure amorose, il baleno Mimmone fece altrettanto e da allora incominciò lo strano feeling.
Per quel film le due comparse presero l’Oscar come attori non protagonisti, tanta era stata la passione con cui avevano recitato, specialmente nella scena (audacissima) del bacio muso a musino.
Stavano sempre insieme. Violina faceva il bagnoschiuma tutta nuda nello schizzo di Mimmone. Erano stati fotografati alla piscina Colosseo, nella grotta dei coralli viola, sul ponte dei sospiri spasimanti e nel tunnel dell’amore marino. Si tenevano sempre per le pinne e non nascondevano il loro sentimento irregolare.
L’acciuga Violina passava il tempo, con scalpello e martello, a scrostare i parassiti dal morbido corpo del baleno Mimmone. Dopo, con ardenti carezze, gli passava una crema idratante a base di olio di fegato di merluzzo.
Tutti e due si misero a dieta sperando che il baleno potesse dimagrire e l’acciuga ingrassare talmente da diventare uguali o almeno avvicinabili e sposarsi.
Dopo due giorni l’acciuga aveva l’indigestione perché aveva mangiato troppo, il baleno, invece, aveva la faccia smunta, due grosse occhiaie e gli venne una specie di collasso perché aveva mangiato troppo poco.
Così smisero la dieta, che non faceva per loro, e andarono alla pubblica biblioteca per consultare la Nuovissima Enciclopedia dei sortilegi e delle bacchette magiche, dove c’erano tutti gli indirizzi dei personaggi delle favole, dai quali speravano aiuto.
Cappuccetto rosso dichiarò di non possedere capacità magiche, in quanto a Pollicino non gli volle nemmeno dare udienza perché si era smarrito nuovamente nel bosco e stava affannosamente cercando la strada di casa. La bella addormentata aveva avuto una ricaduta nel colpo di sonno e il principe non si trovava per risvegliarla col solito bacio.
Biancaneve affermò che lei disponeva soltanto dell’elisir dell’eterna giovinezza, lo teneva in cassaforte, in un’ampollina d’argento. Ne potevano prendere tre gocce mattino, mezzogiorno e sera, dopo i pasti,  per tre giorni, ma non avrebbe risolto il loro problema. Cenerentola ammise subito che la fata madrina le aveva regalato, per le nozze, un pezzetto di bacchetta magica, ma che era poco potente per un tale incantesimo. Comunque, era disposta ad imprestargliela. Un consiglio : andassero dal mago Merlino. Il quale si grattò a lungo la barba guardandoli: < Ci vuole una cooperativa di fate con l’uso di tutte le bacchette magiche disponibili sulla faccia della terra> disse convinto. Aggiunse che ciò non era possibile perché quasi tutte le fate erano emigrate in altri pianeti meno rissosi del nostro.
Così il baleno Mimmone e l’acciuga Violina ricominciarono a fare la dieta, ma dopo un mesetto dovettero smetterla definitivamente perché lui sveniva e lei vomitava.
Andarono da tutti i medici e paramedici sperperando i loro averi fino all’ultimo soldo. Visto l’interesse provocato dalla loro love story e considerato l’Oscar che avevano vinto, i produttori associati della Oceano Cinematografica li volevano ingaggiare come protagonisti di un film a luci blu, nel quale si narrava il sorgere del loro folle amore.
Il baleno e l’acciuga dapprima si rifiutarono decisamente. I produttori aumentarono il compenso e promisero la gloria, Mimmone e Violina rifiutarono meno decisamente. I produttori offrirono ancora più soldi e gloria, allora Mimmone e Violina, pressati dagli ammiratori, ma più ancora dalle proprie tasche vuote, non seppero dire di no.
Fu invitato un autore di moda a scrivere la sceneggiatura del film. Si trattava di un acciughino fine fine, che portava gli occhiali, sempre vestito in principe di Galles, con camicia celeste acqua, spilla d’oro alla cravatta, fazzoletto di batista olezzante di profumo “ Mare profondo “ .
L’acciuga Violina, quando lo vide, sentì uno strano turbamento.
Il baleno Mimmone, nel frattempo, vide per caso una balena bella grassa, che spazzava l’acqua ad ogni colpo di coda. Anche lui sentì uno strano turbamento, che subito confidò all’acciuga Violina, la quale, a sua volta, gli confidò il proprio strano turbamento per l’acciughino.
E così si sposarono baleno con balena e acciuga con acciughino, e pensavano di potere vivere, felici e contenti, nella stessa casa, ma in verità incominciarono a litigare subito perché la balena  moglie era gelosa del baleno, che voleva bene all’acciuga Violina, e l’acciughino era geloso dell’acciuga, che voleva bene al baleno Mimmone.
Così è la vita.
Nel frattempo procrearono da tutte e due le coppie ed ebbero ben altro da fare.
Finì che i padri divennero amici per solidarietà maschile: la partitina a poker, il calcio marino, la pesca e la caccia ai tesori degli antichi galeoni naufragati…e le madri? Divennero amiche per solidarietà femminile: i pannolini, il poppatoio, le ninne nanne, le ricette da cucina a base di alghe, i massaggi per evitare le smagliature, il lavoro a uncinetto e l’ultima telenovella scema.
Da allora vissero sempre felici e contenti, perché così è la vita.

                                                                              Domenica Luise

Manette

 

Senti il fragore dei gabbiani
e il volo. Gridano, gridano
come umani affamati di libertà
non raggiungibile.

Questo mare che sbatte e picchia
e si ribella mugghia, mugghia
in se stesso privo
di pace. Vorrei, ma non so
e non posso. Troppo serrato
il collo della bottiglia al pianto.

 I pensieri di alghe
vanno e vengono  aggrovigliati
dalla catena ineluttabile.

 Lo chiamiamo destino.

Domenica Luise

(Quadro di Domenica Luise, olio su tela 70 x 50)

 

Poeti di oggi: Pasquale Vitagliano

Se Dio può essere donna,
perché un padre non può essere madre?
Così non sarei stato lasciato solo
all’inizio della storia,
perché tutto era stato scritto.

Neppure si sa quando sono morto,
forse nemmeno a metà del viaggio.
Mentre voi realizzavate la profezia,
sono sparito senza rimorso per ritrovarmi
santo in una vita che non ho vissuto.

Quanto avrei pagato per stare là,
ad addolorarmi più di una madre,
a tirarti giù senza più pietà per me,
a seppellire un figlio non putativo.

 Sono finito invece sulle icone lontane,
stilita incomodo dentro un presepe altrui,
colonna fuori del tempio estraneo.
Malinconica comparsa nel copione divino,
resto la maschera sudata di tutte le storie.

Maschile e femminile in Dio coincidono, non in un’incertezza di sesso, ma in novità d’amore inaccessibile a pensiero umano terrenamente inteso. Quando papa Giovanni Paolo I, durante il suo unico mese di pontificato, affermò che Dio è mamma, alcuni giornali lo derisero, invece diceva il vero perché la mamma è la tenerezza di compassione mentre il papà è la mano che guida con fermezza. Gesù è fisicamente uomo, ma piange come un bambino perché Lazzaro è morto e manifesta viscere materne ogni volta che guarisce.
Nella poesia di Pasquale Vitagliano parla san Giuseppe che, nell’avventura del figlio di Dio in terra, si sente un personaggio di secondo piano.
“Se Dio può essere donna”, ed abbiamo visto che lo è  sicuramente, “perché un padre non può essere madre?”.
In realtà un padre può essere madre di desiderio così come san Giuseppe è definito padre putativo di Gesù per modo di dire, a livello puramente didascalico, perché paternità e maternità sono una realtà d’amore ben oltre la questione carnale.
Sicché non è vero che san Giuseppe era assente durante la crocifissione di Gesù, e  nella poesia se ne lamenta, ma soltanto per un proprio struggimento d’amore: se ci fosse stato avrebbe tirato giù suo figlio dalla croce “senza più pietà per me”, cioè senza timore che i soldati l’ammazzassero e di dare la propria vita per lui; avrebbe voluto esserci almeno “per seppellire un figlio non putativo”: dice bene perché l’amore ha reso vero quel figlio non della sua carne, ma del suo spirito, ed è l’emblema dell’amore con cui tutti noi, salvati da un sacrificio divino incomprensibile, direi fino al ricatto che implora il ricambio, ci volgiamo verso il crocifisso e lo riconosciamo nostro figlio putativo per modo di dire, reso figlio vero dall’amore, anche se ci sembra che sia troppo bello che egli sia realmente disceso sulla terra e morto e risorto a quel modo per ognuno di noi, e come non sappiamo perché nemmeno noi c’eravamo a quel tempo, ma ci siamo adesso e non è tardi per una coscienza d’amore.

                                                                                                    Domenica Luise

Gluoni

C’è un’ala che batte libera da qualche parte
o è il cuore? Si può volare
con un’ala?  Se la luce mi prendesse
ancora dalla pietra. Strano, crescono
unghie e capelli, il tempo
è dritto, ha inizio durata fine, quale Maciste
ha la forza di piegarlo a cerchio
e farne un punto? Gluoni
è una parola strana che mi piace
misteriosa, ecco. Imbevuta
come il pan di Spagna della torta nel suo liquore.

Coincidenza di inizio e fine nel momento perfetto
amore pensiero slancio gratitudine
perché la scintilla della vita ha appiccato.

Dov’è Dio?

Così battiamo parole sui tamburi di pelle
inchiodate nella terra dei morti
in Golgota nuovissimo quotidiano. Qui
e ora.

Dagli effetti li distinguiamo
ma non si lasciano acchiappare. L’origine
ignota del tutto ignoto quasi per intero
irrisolvibile indicibile non immaginabile
imprevedibile. Strano.

E noi qui dentro sempre oltre. Addensamento oscuro
per eccesso di luce.

Le domande zampillano trafitte.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

I misteri dell’Ermetismo: la poesia che trema

I poeti hanno scoperto la cecità umana e, dall’illusione di essere maestri sulle folle ignoranti, sono passati all’ignoranza comune interrotta dai barlumi della conoscenza scientifica sempre più sorprendente man mano che interpretiamo un minimo dell’infinito cruciverba.
Talora il caso svela una casella e miracolosamente incrociamo tentando, tentando, tentando. Così passiamo dall’universo alla terra e dalla terra all’universo, dall’interiore all’esteriore e viceversa e ci chiamiamo poeti perché non abbiamo altro suono convenzionale . Poeta e poetessa sono parole con le ali e senza aggettivi adeguati, più che altro vorremmo essere tali, ma non per l’applauso: sostanzialmente.
La scrittura, oggi, è necessariamente frammentaria come la conoscenza: non posso spiegare quello di cui, a malapena, conosco il titolo. Ecco perché. Il poeta trema anziché indicare, si domanda anziché dare risposte, è uno della folla e si è tolta ogni decorazione. Adesso è un uomo o una donna che ama scrivere e lasciare l’orma di sè e della propria contingenza storica.
Il costume è la minigonna e non la crinolina, ma l’animo maschile e femminile passa integro nei secoli e sempre più riconosce che il cruciverba nel quale siamo incastrati è ancora quasi tutto scoperto. O felice ignoranza, che sempre ci spinge.
Attualmente la distanza tra prosa e poesia va diminuendo sempre più, anche la prosa è divenuta frammentaria, comunque sempre meno densa della poesia e più pacata. La poesia ribolle come l’Etna in eruzione, spara, spacca, si arrabbia, grida, supplica, gioca, tutto rapidissimamente e per accenni. Quando precipita nell’irrazionale istintivo, spiegarla è impossibile, anche inadeguato, come spiegare l’innamoramento. È avvenuto, punto. Ognuno può leggerla come vuole, qualcuno si avvicina di più all’autore, qualcun altro ci ritrova dentro se stesso, tutti pensano e partecipano: non è poco.
Trema l’autore che dice e trema il lettore che ascolta, trema la poesia e moltiplica i propri contenuti soggettivamente, lettore per lettore, e oggettivamente, secondo il pensiero vero dell’autore.
Infine “Ma cosa significa” diventa una domanda vana. Siamo tutti ignoranti e non lo sappiamo completamente nemmeno quando è uscita da noi come una figlia che vagisce perché vuole farsi sentire.

Domenica Luise

Otto marzo 2083, festa della donna

Eva, distesa sul divano e col giornale sparso sulla pancia, a furia di fare finta di dormire per ascoltare i discorsi di suo marito col figlio si era addormentata davvero.
<Zitto Pipò, non svegliare la mamma o si arrabbia> fece lui a voce bassa strofinando il tegame incrostato dal sugo del ragù domenicale. Pipò guardò la mamma, che era corrucciata anche nel dormire.
<Poi si mette a rovistare in tutti gli stipetti e i cassetti della cucina per attaccare briga, una scusa la trova> continuò lui  imitandola con una mano sul fianco:
<Ecco, la pasta ha fatto gli animaletti, sei tu che non la consumi, sta lì iniziata da un anno>.
<Ma guarda quanta polvere qua sotto, non ci pulisci mai?>.
<Possibile che io ti debba sempre dire tutto? E metti il coperchio su quella maledetta pentola, perché dobbiamo sprecare tutto questo gas, poi dici che arrivano le fatture>.
Il signor Caio ammiccò al figlio, che pure lui si mise una mano sul fianco e continuò l’imitazione:
<Pipò, sparecchia. E stai seduto in cucina mentre papà lava i piatti, asciugali uno per uno e guai a te se li rompi. Dopo asciuga le posate, lo straccio deve passare tra i rebbi delle forchette. Non si chiamano denti, ma rebbi, quante volte te lo debbo dire>.
Pipò aveva sei anni ed era un attore nato. Risero insieme, Eva si girò nel sonno, il giornale cadde a terra e lei si svegliò. Marito e figlio si precipitarono, insieme, a raccogliere il quotidiano e a metterglielo delicatamente accanto.
<Accidenti, ma non hai ancora fatto il caffè? > bofonchiò con gli occhi semichiusi. Il signor Caio ingoiò il resto della risata e si affrettò ad accendere il gas sotto la macchinetta già caricata. Eva si girò verso il muro. Era soddisfatta, marito e figlio, quella mattina, le avevano portato la colazione a letto con un gran fascio di mimose e rose rosse, adesso Caio, sbrigata la pulizia della cucina, sarebbe andato a farsi la solita partita settimanale a scopone con Tizio, Sempronio e Smith, altri tre esseri a lui molto simili come personalità, e lei si sarebbe goduta tutto un pomeriggio con sua madre, ma appena lui sarebbe tornato l’avrebbe rimproverato per qualcosa:
perché aveva fatto tardi;
perché l’alito gli sapeva di liquore;
perché aveva portato in casa quella terribile puzza di sigaretta;
perché aveva perduto tempo;
perché era tornato troppo presto e lei non era ancora pronta;
perché mancavano i soldi: questo era  l’argomento jolly,  che andava bene in tutte le circostanze.
<Pipò, smettila di mangiare tutte quelle patatine> pontificò Eva dopo un minuto sentendogli fare cric croc. Pipò interruppe la masticazione di colpo, ormai era convinto che la mamma avesse un paio di occhi supplementari pure sulla schiena, sapeva sempre tutto.
Come sempre l’avevano svegliata.  E dire che poteva vivere libera, di maschio in maschio, come facevano tutte le sue amiche, tranne una che proprio sembrava innamorata del marito, nemmeno gli pigliava lo stipendio né lo fustigava se alzava l’occhio su qualche altra donna, non gli chiudeva la televisione per castigo, qualche volta, addirittura, cucinava per lui e non le veniva il mal di testa quasi mai.

                                                                                                             Domenica Luise

Il raggio

In te è la fonte, sempre
ne sei attraversata. Un’anima
intrappolata
in circa il settanta per cento di acqua, poco meno
o poco più. I capelli al vento
sciolti e la fantasia, il riso
della tua bocca improvvisa, sposa
sorella madre e figlia, lottatrice
di sumo che sguazza.

 Delicatezze di acciaio inox.

 Cade sabbia a granelli, uno al giorno
uno alla notte
a turno le compagne salgono
la ruota all’orizzonte, nessuno
ha le risposte e nessuno si ferma
nemmeno i maschi, che tacciono.

 Per un tuo bacio, donna. La gota
nella luce o nell’ombra e un gesto
fra i tanti, ora alzi la testa
dopo l’abbassi. Hai odore
di mimosa
e d’incendio e di lavoro ingiusto
talora pezza sotto piedi feroci, tradita
tenuta in vita morta dentro per servire.

 Inginocchiata, sepolta, mai vinta
sempre raddrizzata dalle ceneri. Araba fenice
di morte, libertà e vita altra.

Domenica Luise

(Fotografo sconosciuto, variazione notturna di Domenica Luise).

Modella: mia nipote Mariachiara Crisafulli).