Disavventure della poesia dopo la fuga

La poesia si era sciupata e sembrava la gatta Cristina della professoressa in pensione Domenica Luise, eterna poetessa o aspirante tale anche in vecchiaia, quando avrebbe invece dovuto pensare al bastone, alle pillole da non dimenticare se voleva campare e ai pronipotini quasi pronti.
Anche la professoressa aspirante poetessa si era sciupata, era stata un’influenza, uno strano virus che attaccava lo stomaco. Si era trovato bene nella ciccia insieme alla sua famiglia e se la stavano mangiando, sicché la padrona e la gatta, sia pure per differenti ragioni, avevano assunto lo stesso sguardo infossato e talora smarrito. Non erano un gran bel vedere, tanto è vero che, dopo mesi di influenza imperterrita col mal di stomaco e la diarrea, la sorella, il cognato e i nipoti della prof. incominciarono a temerne un decesso del quale poteva, del resto, essere anche il momento opportuno mentre a sua volta l’aspirante (io) incominciò a meditare che, se le moriva la gatta, non le restava più nessuno che la festeggiasse con fusa e strofinamenti adoranti. E a me piace tanto essere festeggiata.
Tuttavia la poesia era peggio ridotta di me dopo l’influenza di moda e della mia gatta dopo avere difeso strenuamente la ciotola e la virtù, cosa che dopotutto non le riesce dolorosa essendo sterilizzata.
Queste poco strane vicissitudini familiari (molti hanno un gatto e quasi tutti, quest’inverno, si sono beccati l’influenza di cui parlo, anche se magari poi non gli è durata fino ad agosto) mi servono per la dimostrazione del mio assunto: se io depositavo in congelatore i cibi che non mi calavano e, periodicamente, li regalavo ai cagnolini randagi di Enza nascondendoli alla sorella preoccupata e se la mia gattina annusava le proprie polpette, ci girava intorno e si mangiava invece l’orlo della mia camicia da notte o del pantalone o della gonna che casualmente indossavo al momento ciucciando voluttuosamente là dove non c’era latte, quali cibi avevano messo nel piatto alla poesia per essere diventata così smunta? Perché qualcosa che le aveva fatto male gliel’avevano data.
La poesia di Dante non avrebbe mai camminato rasente ai muri come se si vergognasse e per di più coperta di veli neri, perennemente a lutto. Con Dante aveva fiammeggiato, adorato, gridato, sorriso e sprizzato luce, mai silenziosa. Con Petrarca si era lamentata di un amore struggente, un po’ ripetitiva eppure gradevole, Ariosto aveva favoleggiato, Torquato Tasso posto il dolore umano al centro delle favole, intanto i secoli passavano e il pensiero si adergeva, Vittorio Alfieri aveva esaltato le bollenti passioni e il sentimento, Leopardi si era lamentato, ma con così tanto stile e savoir faire che il suo pessimismo divenne poesia e Silvia si trasformò in un’amica degli allievi attoniti, simbolo della giovinezza stroncata. Mah. Pascoli scoprì dolcezze nuove e cuori di bambino sensibile, anche capriccioso, D’Annunzio si innamorò della parola, Quasimodo, Ungaretti e Montale cantarono la scarnificazione del pensiero e dei sentimenti, dopo di che la poesia,oggi, piange e basta, tipo epigrafe: Qui giace la poesia, madre e moglie esemplare, morta per anoressia d’anima. La vecchia partita a tennis di amore e di dolore è finita per sempre, amore non sorride più o così poco da essere niente mentre dolore fa gli strepiti e si tira i capelli anche quando è calvo.
Ma se la risata o lo scherno o la bonaria presa in giro non sono genuini, dal proprio profondo, non si possono inventare, sarebbe come accendere il fuoco nel caminetto senza scintilla né esca.
Non è prendendo una fiammella dal caminetto altrui e attribuendosela che si nutre il proprio fuoco, non funziona così. Copiare non serve perché non suscita, non riscalda, non si attacca.
Meglio tacere: è più dignitoso. Almeno io, per esempio, non potrò dire di avere chiaramente trovato, nelle cose altrui, questi appunti usciti dalla mia testa o tracce inequivocabili di me.
Adesso è chiaro il perché sia fuggita: troppa concorrenza sleale di una poesia finta. I cloni poetici nutriti di menzogne ed autoproclamantisi grandi autori, si moltiplicavano ad ogni crocicchio facendo concorrenza ai poveri negri lavavetri e consegnavano agli automobilisti foglietti colorati con la pubblicità del proprio libercolo (smilzo, brutto e pieno di errori di stampa e di ignoranza), i maschi facevano guizzare i muscoli lucidati ad olio d’oliva e le femmine chinavano la scollatura a V fino sul volante, quelli che ci andavano peggio erano i lavavetri, intanto scattava finalmente il verde e tutto ricominciava pochi metri più in su o in giù.
La pubblicità è l’anima del commercio, sempre che di anima si tratti e non di cartamoneta.
Alla fine la poesia dovette cambiare pianeta per bisogno di respirare, qua rimasero la televisione, internet e i giochini scacciapensieri, ogni cosa al suo prezzo.

Domenica Luise

 

Cristina sul muretto

 Vi faccio vedere la mia gattina in agguato sul muretto del giardino, non sembra tanto spennacchiata in questa prospettiva, mi ha gratificata di un benigno sguardo verde e poco dopo è schizzata dietro qualche povera lucertola sopravvissuta ai suoi artigli.

(Fotografia di Domenica Luise)

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6 thoughts on “Disavventure della poesia dopo la fuga

  1. Da leggere ad un solo fiato.
    Innanzitutto mi spiace per le vicissitudini di salute, spero che quel virus faccia la fine che si merita!
    …e il micio? Io senza il mio Nerone mi sentirei persa. Spero che stia meglio anche lui.
    La poesia… la poesia non segue voci se non la propria, è bellissimo quando ti sveglia in piena notte e, per paura che si dissolva, scatti in piedi per coglierla com’é stata colta la barriera del polipo per farla scorrere sul legno trattato in fogliame… seguire le righe? col sonno appena lasciato e che ancora bussa alla porta delle palpebre? No, oh nossignore! la scrittura verrà sistemata al mattino, in quel momento la poesia deve fluire nelle sue scale dodecafonicali, il foglio deve divenire tavola armonica di colori che squarciano la notte e svegliano il sonno!
    Questo è un momento di poesia, solo un momento. Chi non conosce questo, o momenti simili in diverse ore della giornata, sia quando si pranza, sia quando persino si è in bagno, non può forgiarsi del titolo di schiavo della bellezza …anzi, a tutt’oggi, zappatore/trice di tastiere…
    (un abbraccio e grazie per le tue parole).

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    • Carissima Brigida, certo che un commento di questo calibro, con una tale partecipazione e profondità di sentire, difficilmente si è letto sul mio blog. Quel virus mi ha rimessa in linea, ma non intendevo affatto arrivarci con questo metodo drastico, adesso la padrona e la gatta, insieme, si vanno ripigliando, la piccoletta mangia di nuovo e, appena chiama, subito accorro per paura che ripiombi in quel digiuno. In quanto a me, ho di nuovo lo stimolo dell’appetito anche se poi mi sazio subito, ho provato a forzarmi ed è stato peggio. Mi salvo con un meraviglioso yogurt alla frutta e tanta altra frutta ogni giorno. Faccio fatica con carne e pesce, che calano a fatica anche se ogni tanto pare che me ne venga il desiderio. Io starei bene a base di uova e formaggi.
      Leggo sulla faccia degli altri l’incredulità per questa mia prolungata condizione, mi sento davvero molto fragile anche se tento di reagire, ho addirittura accettato un invito a Cosenza, da una mia cara e antica collega di insegnamento (una volta feci un mese in un istituto tutto di ragazze, fu splendido), ma non vi posso andare, non ne ho la forza. Vuol dire che le darò la poesia richiesta per i cinquant’anni di matrimonio dei genitori e non sarò la poetessa ospite d’onore, ci incontreremo a casa mia e staremo insieme un giorno, meglio di niente.
      Sono preoccupata per questa diffusione dell’ebola in Africa, povera gente e poveri noi, che siamo a tiro di tutti questi disgraziati. Lo stretto di Messina è pieno di lacrime e sangue.
      Ho amato tanto la poesia e ti ringrazio per le tue parole. Mi basti da sola.

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  2. “La poesia di Dante non avrebbe mai camminato rasente ai muri come se si vergognasse e per di più coperta di veli neri, perennemente a lutto. Con Dante aveva fiammeggiato, adorato, gridato, sorriso e sprizzato luce, mai silenziosa. Con Petrarca si era lamentata di un amore struggente, un po’ ripetitiva eppure gradevole, Ariosto aveva favoleggiato, Torquato Tasso posto il dolore umano al centro delle favole, intanto i secoli passavano e il pensiero si adergeva, Vittorio Alfieri aveva esaltato le bollenti passioni e il sentimento, Leopardi si era lamentato, ma con così tanto stile e savoir faire che il suo pessimismo divenne poesia e Silvia si trasformò in un’amica degli allievi attoniti, simbolo della giovinezza stroncata. Mah. Pascoli scoprì dolcezze nuove e cuori di bambino sensibile, anche capriccioso, D’Annunzio si innamorò della parola, Quasimodo, Ungaretti e Montale cantarono la scarnificazione del pensiero e dei sentimenti, dopo di che la poesia,oggi, piange e basta, tipo epigrafe: Qui giace la poesia, madre e moglie esemplare, morta per anoressia d’anima.” CHE SINTESI!
    Faremo anima, facciamo anima, Domenica Luise, in barba ai virus, alla pubblicità. alle mode, al commercio, agli editori, ecc., faremo anima fin quando ci sarà concesso, speriamo per molti anni ancora. Annienta il virus!

    Con affetto e stima
    franca

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    • Ah, ah, ah. In vita mia non avevo mai ancora provato dolori di pancia, così adesso che sono andati via mi tengo attenta ai cibi dei ristoranti e mi curo a base di enterogermina, fermenti lattici di varie marche, yogurt e frutta a volontà. Ogni tanto tento di mangiare qualcosa in più, ma è un errore, il mio corpo si rifiuta e debbo seguirlo. Sarà il brutto male della vecchiaia incalzante?
      Per la poesia ci vuole innocenza, Franca. Come per le favole, ma la poesia è più delicata. Va anche bene lo sdegno, la consapevolezza, la tristezza dei tradimenti ricevuti, la falsità letta negli occhi altrui che amammo, vanno bene amore e dolore sinceri che si scambiano il gioco a tennis, anche la delusione acerba e sentirsi quasi senza speranza, non va bene la falsità della vita e lo sfruttamento del sudore altrui, bisogna sudare da sè. La poesia non accetta imbrogli.
      Molti scrissero viaggi immaginari nell’oltretomba ai tempi di Dante, ma egli solo ne ebbe la potenza e la lingua.
      Il miracolo vivente della poesia più alta e immaginifica e concretizzata che si potesse lontanamente sperare.
      E se avesse avuto le conoscenze astronomiche di oggi, che Divina Commedia avrebbe scritto?
      Chi era questo vate nelle cui mani teologia e storia si trasformano in vita variegata?

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      • Un fedele d’amore (secondo le mie ultime informazioni) con un’immaginazione potentissima, che oscurò di gran lunga quelle degli altri. A pochi chilometri da casa mia c’è il Casentino, il territorio con i castelli e le pievi dove visse e scrisse la Commedia; era molto affascinante, quando insegnavo portarci i ragazzi in gita e vedere da vicino quei luoghi che, a detta degli esperti, ispirarono anche l’architettura del poema.

        “Per la poesia ci vuole innocenza, Franca. Come per le favole, ma la poesia è più delicata. Va anche bene lo sdegno, la consapevolezza, la tristezza dei tradimenti ricevuti, la falsità letta negli occhi altrui che amammo, vanno bene amore e dolore sinceri che si scambiano il gioco a tennis, anche la delusione acerba e sentirsi quasi senza speranza, non va bene la falsità della vita e lo sfruttamento del sudore altrui, bisogna sudare da sè. La poesia non accetta imbrogli.” …ed è come in tutto ciò che facciamo: l’impegno personale, la dedizione e il conseguente sudore, anche in questo nostra società dell’apparire più che dell’essere, alla fine pagano sempre, se non altro per il percorso di conoscenza che abbiamo fatto e che ci ha arricchito.
        Buon ferragosto cara a yogurt e frutta, facilmente digeribili.
        franca

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        • Grazie, cara, altrettanto. Qua fa un caldo… e ci vuole una pazienza a coprirsi le spalle e le braccia dolenti. Uffa. Oggi pranzo in famiglia, mi sono incominciata a fermare fino dalla pasta, però lo stomaco va meglio anche se per ora sono delicata e non mi posso allargare. Io ho paura che questo tipo di malanno non finisca qui, siamo invasi da strani moscerini resistenti ai miei vari attrezzi elettromagnetici e ad onde radio, compresso il raid liquido che dura trenta giorni, ne ho messe due bottigline in due stanze contigue, dove mi aggiro maggiormente, ma anche alcune zanzare resistono, sono schiattati aggiungendo disinfettante a spruzzo in quantità industriale tutt’intorno a me. E in giardino le rose sono piene di parassiti che non vanno via, tornano subito e se le mangiano. Mai capitato. Mi si stava pure seccando un ficus beneamina variegato, ormai albero, colpito al centro da un fulmine, coccolato, si è richiuso da solo come se niente gli fosse accaduto. L’ho fatto potare affinché verdeggiasse stupendo per il matrimonio di Mariachiara e invece sembrava decisamente morto, ho insistito con acqua e concime, adesso ha ritrovato ogni bellezza, amo quell’albero e lo difendo, periodicamente lo fotografo. Del buco nel centro che gli aveva fatto il fulmine non c’è più traccia. Sono come lui o lo voglio sperare.

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