L’angelo e la miss

 

 

Gli arcangeli, tutti lo sanno, hanno diritto a due angeli portabandiera che ne annuncino il passaggio, ma Francesco Pasticcio, quando vide apparire quei mastodonti in ginocchio davanti a lui,  si mise a ridere tanto che quelli rialzarono lo sguardo celeste e rimasero a bocca aperta.

< Via, ragazzi > disse Ciccino, < mandatemi due angioletti di tre anni, con bandierine giocattolo, un maschio e una femmina affinché si veda subito che sono per la parità dei sessi. Voi due, piuttosto, andate a divertirvi >.

Il che significava “ andate a pregare “ poiché la preghiera è il divertimento del Paradiso.

Con questa compagnia al seguito, si presentò  davanti al Padre, che l’aveva chiamato, in tuta da lavoro  celeste e scarpe da tennis. I bambini scapparono subito a sedersi  su una gamba del Padre e Ciccino restò un po’ male perché quello era il suo posto, < Che fai, Ciccino, ti rammarichi ? > gli disse il Padre guardandolo così spiritosamente e con aria di monello che l’arcangelo si mise a ridere, < Salta su pure tu >, il Padre fece la rima e si baciarono ed abbracciarono quanto vollero, < Che gioia, che gioia > mormorava il vecchio gesuita e teologo, che nella sua vita terrena aveva avuto del Paradiso tutt’altra idea.

< Ciccino, ti debbo affidare una miss a cui salvare la vita > esordì il Padre con atteggiamento divenuto improvvisamente serio.

 

 

Era stata eletta miss Rometta Marea ( provincia di Messina ) per la calda bellezza bruna dei suoi occhi, le lunghe gambe, il culetto pimpante e le mammelle piccole e sode come un’arancia divisa a metà ed appiccicata  sull’eburneo torace. Per correttezza stilistica non descrivo a pieno i fianchi voluttuosi,  la vita, come suol dirsi, di vespa ed il pancino al vento decorato da un ombelico delicato, ecco, questo è l’attributo giusto, ma così delicato che neanche ad una mente prolifica come la mia viene un paragone paragonabile.

 

Le dettero la coroncina d’argento dorato con zirconi lampeggianti, un assegno da cinquecento euro, una coppa di acciaio inox  montata su un cubo di vero marmo rosa variegato, fu molto fotografata e proposta per partecipare al concorso di miss Messina.

Per la prima settimana tutto andò bene perché la cosa era nuova e le novità sembrano più belle, specialmente prima di viverle. All’ottavo giorno, tuttavia, la bella si era annoiata. A casa sua c’era stata una processione di amiche osannanti, nemiche invidiose e, molto spesso, le une e le altre identificate nelle stesse persone, anzi quasi sempre. Venivano accompagnate dai fratelli o dai padri  curiosi e invasivi, le madri no, mandavano a dire che dovevano cucinare e fare i servizi domestici oppure assistere la vecchia zia morente di embolia polmonare massiva bilaterale, che era stata ricoverata al reparto di rianimazione del policlinico di Messina.

La bella dapprima sbadigliò mettendosi educatamente la mano davanti alla bocca, ma ben presto sbadigliò come le veniva, facendo versacci che sembravano ragli, tanto nessuno la vedeva perché si era chiusa nel bagno, unico posto della casa fornito di chiave, dove si potesse godere un minimo di intimità.

D’un tratto, fra la mezza vasca da bagno e il bidet, comparve una lucina, che ingrandì, intensificò e prese forma l’angelo Francesco Pasticcio, con tunica di seta celeste a manica larga e taglio svasato, ali bianche di colomba ed aureola.  Accanto a lui, il maschio a sinistra e la femmina a destra, apparvero anche i due angioletti portabandiera, che ne annunciarono il nome e cognome e scoppiarono a ridere perché, così in bella copia, lui era proprio buffo.  Un’occhiataccia del suddetto li fece smettere subito e gli si inchinarono davanti chiamandolo eccellenza, che è il titolo ufficiale degli arcangeli.

La bella, emozionata da una simile scena, cadde in ginocchio accanto al lavandino.  L’angelo sorrise muovendo i piedini nudi ( ed erano due conchiglie, due boccioli di rosa! ) sul tappeto di spugna scolorita che c’era per terra e la bella aprì la bocca stupefatta.

< Non mi sembri felice > entrò lui subito in argomento, < ti vedo sbadigliare, ti sei stancata di fare la miss Rometta Marea? Posso realizzare un tuo desiderio >.

< Mi piacerebbe diventare miss Italia > rispose la bella a precipizio. Detto fatto. Si trovò al centro di un immenso teatro, stipata fra ragazze belle più o meno come lei, tutte erano attorniate da uomini, specialmente vecchi bavosi mugolanti esperti in materia, che applaudivano con entusiasmo e c’erano pure parecchie donne che battevano le mani mollemente sorridendo con le lacrime agli occhi dall’emozione, o almeno così pareva. Intorno al suo collo c’era una gran fascia dorata con sopra scritto miss Italia, sul capo una corona d’oro con gemme e perle forse vere o almeno coltivate, lo scettro in una mano e, nell’altra, un assegno con tanti zeri che perse il conto e si mise a piangere scioccamente e la corona le cadeva una volta di qua e una volta di là mentre gli uomini l’abbracciavano per consolarla ed alle donne, esclusa sua madre, scappava da ridere nel vederla così imbranata.

Dopo i primi cinque giorni la bella si rimise   a sbadigliare. Stavolta abitava in un grand hotel di Milano, immerso nella nebbia dalle fondamenta alle terrazze, dentro i termosifoni, ai quali  non era abituata, surriscaldavano l’aria.  Un tale con la faccia di ranocchio in amore le suggeriva tutto quello che doveva fare e dire per raggiungere la gloria e diventare una star. Intanto lei aveva litigato con la mamma, scandalizzata dalle minigonne con le quali andava su e giù per l’albergo, e con la sorella, che le chiese in prestito i soldi dell’assegno o almeno un piccolo regalo, e col padre, che non aveva mai approvato, come affermò, quella squallida avventura.

Stavolta l’angelo prese forma accanto a un quadro antico della hall, dove era raffigurata la casta Susanna e i due vecchioni  sullo sfondo. La bella vide dapprima una grossa farfalla bianca rifinita di celeste con due farfalline che le giravano vorticosamente intorno e  dopo un poco di girandole colorate qua e là, apparvero Francesco Pasticcio, stavolta in doppio petto a strisce tipo galeotto bianche e azzurre ed ali spennacchiate, insieme ai due angioletti che suonavano energicamente un tamburello per uno andando fuori tempo e facendo un gran chiasso. La bella si tappò le orecchie dicendo: < Basta, basta, non ne posso più >.

< Non sei felice nemmeno così > attaccò l’angelo, < anche stavolta posso esaudire un tuo desiderio >.

Poggiò un attimo la sua mano di luce  sul braccio della bella, che provò una sorta di pace suprema assolutamente deliziosa.

< Nessuno mi vuole bene > disse lei appena ritrovò la forza di parlare, < fai in modo che tutti mi amino >.

< Va bene > Francesco Pasticcio si diede una grattatina sulla nuca pelata e la visione svanì senza lasciare traccia. Subito una folla di ammiratori, maschi e femmine di tutte le età, circondò la poltrona dove la bella stava accasciata, la sollevarono di peso e la portarono in trionfo tutta la notte per le vie della città, nella nebbia e nel freddo, scandendo a lungo il suo nome, una cosa assolutamente seccante per non dire insopportabile. Alla fine un baldo giovine la prese sul proprio cavallo bianco, pardon,  sul proprio motorino scoppiettante e, pregato da lei che la salvasse, la riportò all’albergo da dove non volle saperne di andarsene prima che la bella accettasse la sua irruente proposta di matrimonio. Appena entrata in camera subito il telefono squillò: erano i genitori e la sorella pentiti, non potevano vivere senza di lei, gridarono convinti, stavano per saltare sul primo aereo e raggiungerla. Finanche la domestica, che chiamò per avere una premuta d’arancia, le confessò una profonda ammirazione e tutta piegata, quasi genuflessa, le chiese se potesse farle la dama di compagnia.

Quando arrivò nel letto era mattina, staccò il telefono e vide la solita luce che cresceva, si sentirono movimenti rapidissimi, vorticarono arcobaleni a scintille tutt’intorno ed apparvero una colomba bianca con il becco, gli occhi e le zampe celesti accompagnata da due colombine piccole, di uguali colori, tutto girò ed ecco Pasticcio coi bambini seduti comodamente sulla mantovana, stavolta lui si lisciava l’ala destra come se fosse un po’ distratto. Indossava un abito celeste a lustrini, il cappello a cilindro ed era più buffo che mai, anche se in quel momento la bella non aveva nessuna voglia di ridere. Gli angioletti  agitavano una bandierina per uno saltando come fanno i bambini quando sono contenti.

< Non voglio più essere amata a questo modo > sbottò la bella con una sorta di disperazione,

 < fammi innamorare >.

Egli la guardò, le parve, con pietà e ciò la stupì: < Sia fatto > rispose.

Subito la bella ripensò al ragazzo che aveva lasciato a Rometta Marea per lanciarsi in quel mondo di gloria e vide che non poteva fare a meno di rievocare ogni suo atteggiamento.

La canna da pesca a cui teneva tanto, come andava sott’acqua a raccogliere alghe per lei, tutto quello che gli piaceva, per esempio le cozze crude col limone e l’insalata di pomodori e rucola.  Ogni ricordo era una stilettata di fuoco dolcissima e dolorosa al centro del petto. In verità l’aveva amato così poco, adesso si struggeva. Arrivò a un punto che le parve di morire d’amore. Ma ormai era giorno fatto, la parata ricominciava,  l’estetista, i capelli, il produttore,  lo stilista che voleva farle lanciare il suo ultimo profumo. Non aveva dormito e non poté toccare cibo, i mass media incominciarono a favoleggiare di una sua misteriosa dieta  per mantenersi così bella e magra, con le curve giuste. Ebbe un paio di interviste e qualcosa bisognava pur dire. La bella, ferita d’amore,  sgrammaticò come poté e tutti la presero in giro. L’angelo non si vide per tutto quel giorno né la notte né poi.

La fanciulla telefonò all’amato bene che, freddo freddo,  le rispose di essersi fidanzato ufficialmente con una ragazza senza grilli per la testa.

E l’angelo non veniva più e la miss deperiva, le fecero fare un film abbastanza banale dove recitò senza convinzione, così fu ribattezzata dai giornali “ La bella statuina “ , però subito dopo incominciarono a scrivere che era anoressica, sciupata ed invecchiata.

Dopo almeno tre mesi l’angelo riapparve come niente fosse,  aleggiava accanto al lampadario in vetro di murano mentre gli angioletti portabandiera suonavano a più non posso un fischietto per uno roteando vertiginosamente da un capo all’altro della stanza. Francesco Pasticcio portava un mantello di seta celeste e i piedi nudi , venne giù e si mise accovacciato su un cuscino enorme per terra, serio serio, con una ruga al centro della fronte.

< Basta, basta > urlò la bella appena lo vide, < fammi tornare a prima del concorso, non voglio diventare miss Rometta Marea e nemmeno miss Italia né niente. Dammi una vita normale >.

< Ti restituisco la tua vita > rispose l’angelo, anzi sua eccellenza l’arcangelo, ricominciando a sorridere.

Lei, allora, sentì l’odore del suo paese. Passò il pescivendolo, c’era un gran cielo azzurro ed il suo ragazzo la stava supplicando:

< Non partecipare a quello stupido concorso, sposiamoci, piuttosto >.

Allora la sua voce di fanciulla felice trillò nel sole: < Va bene, tesoro >.

E dopo si baciarono e vissero felici a lungo e Francesco Pasticcio non tornò più perché non v’era bisogno di lui. 

 

Domenica Luise

 

Se vi volete divertire di più, fate clic alla vostra destra su categorie e poi di nuovo clic su Favole giocose: andate in fondo alla pagina e le troverete in ordine, Francesco Pasticcio è il protagonista di altre due: L'angelo, il muratore e la poetessa  e  Mimma e Cristina all'inferno.

 

 

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Le vittorie della poesia (pensiero mimmiano n° 6)

Bocciolo

La morte esiste così poco da essere nulla
in confronto al pensiero di un solo poeta
o ad un solo pensiero di un poeta.

                                      Domenica Luise

                                           (Fotografia di Cristina Bove)

 

 

L’oca senza nome

 

Scopo della comunità in cortile era la gerarchia: dapprima mangiava il gallo dai fieri bargigli turgidi, di un rosso ciliegia che al sole prendeva strani riflessi. Subito dopo toccava al gallo piccolo, seguivano le galline dell’harem: Pettoruta cercava di tenere più dentro che poteva la pancia. Donzella era una creatura bionda e fine, molto chic, sempre un po’ distratta, almeno in apparenza. Morena, tipo mediterraneo, avanzava impetuosamente, giocherellando coi capelli lunghi, mossi e sparsi sulle spalle per nascondere la schiena dove il gallo aveva pizzicato un po’ troppo e le aveva strappato piume e sangue. Funeralia procedeva pensosa, a piccoli passi e testa bassa, portava una catenella d’argento alla zampa sinistra con la medaglietta dove c’era il ritratto di suo marito, buonanima, finito recentemente al forno con le patatine nelle orge umane. Seguivano la gallina Iole con sua sorella Mimma, zampa nella zampa per darsi coraggio ed evitare di farsi sorpassare dalla plebe che incalzava dietro a becco aperto e starnazzando vergognosamente.

L’oca senza nome era proprio l’ultima e così viveva di molliche, quando ne trovava. Mangiava finanche dopo i pulcini e una volta che, affamata da due giorni, aveva osato farsi avanti con uno sguardo al piatto, la gallina Iole, divenuta chioccia da poco, le dette un colpo tale da farle uscire a lungo il sangue da sotto l’ala destra.

L’oca senza nome dimagriva e questo, per un’oca, non era buono. I maschi le volevano polpose ed alla fine, pur di non rimanere zitella e sopportare i lazzi di tutto il cortile, accettò di uscire con uno spazzino, pardon, con un operatore ecologico più vecchio di lei, meno colto e, soprattutto, poco intelligente. Egli la corteggiò alla buona, con pannocchie di granturco di seconda mano, già rifiutate dalle altre e cenette in rosticceria, la baciò con esitazione e le chiese di sposarlo a voce bassa, senza gridare come fanno tutte le oche quando sono felici. L’oca senza nome rispose che doveva pensarci e questo sì, gli fece avere una reazione adeguata alla propria specie. Sarebbe a dire che si infuriò e la beccò giusto dove era già stata colpita dalla gallina Iole. Uscì altro sangue e si dovette mettere a letto con la febbre e nessuno che si prendesse cura di lei perché era l’ultima della gerarchia.

L’oca senza nome pensava che nemmeno gli uomini l’avrebbero mai cucinata, essendo così magra, e le sarebbe toccato passare molti anni in quella triste compagnia. Non vedeva una speranza. Sul comodino aveva solo un bicchiere di acqua, raccolta quando c’era stata la pioggia e la bevve facendo finta che fosse latte zuccherato, magari con qualche pezzetto di pane fresco dentro. Era uscito molto sangue e si sentiva debole, si accucciò sotto la coperta e sognò.

                              Camminava dondolando due bei fianchi opulenti, proprio da oca, in un sentiero d’erba fresca, dove crescevano graziose pratoline. Aveva un appuntamento ed era ansiosa, sotto le piume si sentiva scoppiare il cuore. Però non ricordava chi fosse lui: strani misteri dei sogni. Raggiunse il cespuglio di aspidistra dove egli già l’attendeva e sembrò che qualcosa di molto soave le si squagliasse nel petto. Le dava le spalle e non poté vedere subito il suo viso. Dopo lui si girò e l’oca senza nome provò una lunga serie di aritmie: “ non potrò mai sposare quello squallido spazzino “ pensò sorridendogli.

Il ragazzo l’abbracciò impetuosamente e cantò a lungo, con potenza e voce tenorile, il suo amore per lei ed il desiderio di farla sua sposa. Dopo l’oca senza nome ricevette e restituì il bacio e non ebbe bisogno di tempo per decidersi, capì subito chi fosse il suo amore.

< Però potremo vederci solamente in sogno >, le disse lui, ed aggiunse come a scusarsi:

< Sai, io non sono di qui >.

< E da dove vieni ? >, chiese l’oca senza nome disposta a tutto pur di averlo in qualche modo, egli le sorrise, la strinse a sé, ma non poté o non volle dirglielo.

Quando si svegliò si accorse subito che il sangue si era stagnato e si sentiva stranamente sazia, come se davvero avesse ancora in bocca il sapore di latte con zucchero e pezzetti di pane fresco. Così, invece di correre a raccattare qualche rimasuglio del pastone, incominciò a mettere in ordine la casa, scopò, spolverò e, quando ebbe finito, prese la sua borsetta di paglia ed uscì sperando di trovare qualche pratolina da sistemare nel portafiori.

Si accorse di camminare senza dondolarsi come nel sogno, si guardò i fianchi scarni e le venne da sorridere. Però il sentiero sembrava proprio quello ed in fondo c’era il cespuglio di aspidistra, dove avevano avuto l’appuntamento. L’oca senza nome raccolse le pratoline e le ripose nella piccola sporta che teneva sotto l’ala. Ai piedi del cespuglio di aspidistra, in una pietra cava e pulitissima, trovò un mucchietto di grano croccante, di prima qualità, che mangiò di gusto. Era perfino condito con abbondanti gocce di miele, una cosa mai assaggiata. Accanto, in una foglia a forma di cuore, si era accumulata l’acqua fresca: l’oca senza nome poté bere a suo piacimento e, sentendosi una regina, tornò a casa. La bloccò lo spazzino facendo gli strepiti:

< E così la signorina se ne va a raccogliere fiori? E quando mai si è detto che la femmina faccia aspettare tanto il maschio? >.

L’oca senza nome lo guardò stupendosi che egli non le facesse più nessuna paura:

< Non ti faccio aspettare oltre >, gli rispose tranquilla, < non ti posso sposare perché non sono innamorata di te >.

Egli restò a becco aperto, come, era l’unico maschio adatto a lei, non aveva rivali ed osava rifiutarlo?

Le girò la schiena e decise di cambiare cortile, là dentro le oche erano tutte magre e stupide. Lo videro gli uomini mentre infilava la porta, l’agguantarono e l’indomani tutto il pollaio sentì un ben noto odore provenire dalla cucina.

Le oche femmine, pian piano, in ordine di ciccia, dalla più grassa alla più magra, vennero sacrificate, restò soltanto l’oca senza nome, che era tutt’ossa. Ogni volta che andava a letto a dormire lo sognava, e tale era la gioia, che le passava completamente la fame, le bastavano i chicchi di grano, sempre insaporiti col miele, e l’acqua che ogni mattina trovava misteriosamente ai piedi dell’aspidistra.

In un sogno egli le disse: < Ti piace il grano col miele che ti preparo ogni giorno?>, < Mi piace, sapevo che era un tuo regalo e provvedevi a me, che sono povera >, rispose lei, ma senza parole, perché era troppo commossa.

< Ti amo proprio perché sei così povera > rispose lui, stringendola a sé con tanta dolcezza che l’oca senza nome si svegliò e rimase a lungo sorridente, con gli occhi chiusi, beandosi.

In un altro sogno le sussurrò abbracciandola: < Adesso non sei più senza nome, ti chiamo Mia Amata, ma è un segreto fra me e te, non dirlo a nessuno >,  e Mia Amata promise, anche stavolta senza parole né versi da oca, perché si stava struggendo per lui.

Certe volte Mia Amata non ricordava i sogni d’amore, però gliene rimaneva la percezione nell’anima.

Non fece mai un uovo in vita sua e non ebbe bambini. Gli uomini dicevano che quell’oca non mangiava niente e non capivano come campasse, tanto era magra. Finirono col non guardarla più.

Era diventata tutta bianca mentre prima aveva parecchie piume marroni striate di nero qua e là. Strano fenomeno che nessuno notò, nemmeno lei.

Una notte egli le disse : < Vedi come sei bella? Adesso sei tutta bianca >.

Mia Amata, finalmente, si vide e gli sorrise. Aveva sempre una domanda sulla punta del becco, ma non osava fargliela.

Così una notte fu lui a chiederle cosa volesse sapere e lei, tutta rossa, sussurrò:

< Da dove vieni? >.

Ciò che egli, allora, le confidò fu tanto straordinario che le sembrò di morirne. Gli rispose:

< E potrò restare sempre con te?>.

< Sempre > affermò lui.

 
 

Domenica Luise
 

E' una fiaba simbolica, lascio a voi l'interpretazione e la conclusione: chi è l'oca senza nome? Chi è l'innamorato del sogno? Cosa vi fa venire in mente questo racconto? Vi intriga, commuove, incuriosisce o cosa?

 

Il cappello a cilindro

Mimma cappello a cilindro

 

Venite, signore e signori, è per voi
succo d’anima e volo.

Ecco il mormorio della colomba, il bacio
sulle tegole
nel tramonto. Sorpresa.

Infilo la mano nel feltro
per estrarre gioia o trasformazione del dolore. Sono
una vecchietta
anche se mancano il tuppo e la dentiera.

Forse un angelo con ali di farfalla
o una strega a pipistrello, giorno e notte
simultaneamente. Batto lo stecchino
su teste coriacee
ma l’incanto non funziona
e cavo il carbone della befana.

Fatevi il braciere come gli antichi
o la bistecca al sangue. A qualcosa
serve anche quello.

Adesso, signore e signori, lo spettacolo
è finito, anche la commediante
deve dormire. Sogni d’oro a me
e peggio per voi. Non ho soldi
qui dentro, solo poesia. Dove andate?

               Domenica Luise

 (Fotografia  di Iole Luise disegnata da Domenica Luise)

Oggi si festeggia il primo anno di vita di questo blog,
cos'altro uscirà dal cappello a cilindro?

 

Estate

Mimma estate

 

Molliche di biscotti e pane di casa
nell’antica cucina fra i monti
e la fontanella in giardino, dove i colombi
facevano il bagno, i gatti
i cani, mamma e papà. Cantavo
a squarciagola.  

 

Domenica Luise

                      (Fotomontaggio di Domenica Luise: in una stampa antica
ho sostituito il volto della ragazza con  il mio)

Icara

 

 

Guardava sempre il mare dalle finestre della sua casa, sarebbe bastato attraversare la strada e correre fino alla battigia sui piedi nudi, a sentire le onde fra le dita.

Ma adesso non poteva.

Le bambine avevano cenato ed erano a letto tutte e due, lui stava per arrivare. Il tramonto trasformava i colori sullo stretto di Messina.

Non voleva che si arrabbiasse, a fine giornata era sempre pronto a scattare. Controllò che l’acqua già bollisse, appena sarebbe entrato dalla porta avrebbe dovuto buttare gli spaghetti e, nel tempo necessario a mettersi comodo, sarebbero stati al dente. La sera gli piaceva la pasta condita sempre in maniera diversa, stavolta olio, aglio e peperoncino.

Voleva anche mangiare insieme a lei e bere un bicchiere di vino rosso, di quello che gli regalavano.

Molto rispettato in paese, allegro con tutti tranne che a casa,  generoso, protettivo,  serio con le signore anche se galante. Era diventato rapidamente capomastro da giovane apprendista muratore e, nel tempo,  si era trovato a comandare, lui diceva guidare, schiere di ragazzi in quell’arte difficile. Quanto fatto sotto di lui era perfetto, i muri non si scrostavano, le mattonelle resistevano appese senza lesionarsi, i tubi non perdevano mai, gli scarichi dei bagni erano silenziosi ed efficienti e le luci dei lampadari si accendevano docilmente senza lampeggiare, perfino la marca delle lampadine che lui faceva avvitare aveva una durata maggiore.  Nessuno doveva protestare, era la sua logica  ferrea e tutti pagavano volentieri un lavoro eseguito secondo le regole oppure, si sa, dovevano rivolgersi agli incompetenti che, in questo campo, sono innumerevoli.

Così Manuela, per tenerlo calmo, quando era sola mangiava il meno possibile e si sedeva a tavola con il piatto pieno davanti:

< Perché così poco ? > diceva suo marito, < non ti sarai messa in dieta tu pure > e caricava, né si poteva dire basta o spaccava qualcosa.

Le raccontava minutamente la propria giornata e si informava: < Hanno fatto le brave le bambine? Chi ti ha telefonato? Si è sentita tua madre ? >, frasi normali, ma le reazioni erano sopra le righe:

< Accidenti accidentaccio, non ti telefona mai >.

< Accidenti accidentaccio, ti telefona sempre >.

Si stirava sbadigliando contro lo schienale delle sedie che, sotto il suo peso facevano cric croc e spesso si spezzavano: < Ti mando un amico domattina, deve ritirare la sedia e andarsene subito. La riporterà nel pomeriggio, ma ci sarò io >.

Era pieno di amici per tutte le necessità.

< Vedi che il macellaio ti deve portare un capretto già tagliato a pezzi, fallo tutto per pranzo con le patate al forno >.

Manuela annuiva con entusiasmo, sarebbero stati almeno in sette.

< Va bene pasta al ragù, ti raccomando, abbondante. Patate al forno per contorno, vedi che l’ultima volta le hai lasciate crude. A che pensi? >.

< Che devo andare a comprare la frutta >.

< Macchè comprare,  mi hanno regalato una cassetta di pesche, ma le ho dimenticato giù in macchina, ora vado e te le porto >.

Il tempo che egli andasse sotto, Manuela sparecchiò e mise a posto quei due piatti. Da anni ci pensava. Ormai le ali erano quasi finite sia per lei che per le bambine, potevano spiccare il volo quando le piccole sarebbero state pronte. Bastava che battessero forte le braccia  una volta salite tutte e tre sul parapetto del balcone e non avrebbero volato troppo in alto perché il sole non sciogliesse la cera né troppo in basso per non essere risucchiate dall’acqua del mare. Una volta in Calabria avrebbero fatto una gran sorpresa a sua madre e non sarebbero tornate indietro mai più.

Per il momento le bambine avevano ancora paura di cascare dal balcone e volevano scendere subito dal parapetto dove lei tentava di farle abituare.

Aveva confezionato le ali con le piume delle oche che, nel tempo, un contadino regalava a suo marito: per precauzione le aveva prima cucite su una stoffa molto resistente  e dopo incollate con la cera che stava attorno alle provolette. Lui aveva subito trovato le ali nello stanzino, ma lei gli aveva detto che servivano per giocare con le figlie a carnevale e, poiché non gli costavano un euro, aveva lasciato fare, sia pure brontolando che era tutto tempo perduto.

Le bambine si divertivano in casa facendo finta di essere gabbiani oppure angiolette,  ma non erano ancora pronte a lanciarsi. Voleva che provassero quell’ansia di libertà come l’aveva lei.

Del padre avevano tanta paura che in sua presenza ammutolivano.

In Calabria sarebbero state sempre felici.

E poi le ali erano resistenti, montate e incollate bene su cartone. Mancavano solo ancora alcune piume, poche, e che le piccole si decidessero.

Era  da anni che aveva una poesia in testa, si intitolava Icara:  una poesia senza parole.

Nessuno doveva saperlo, però voleva salutare l’edicolante sotto casa prima di partire, era un buon vecchio che aveva qualcosa nello sguardo. Forse aveva capito perché una volta lui era stato sgarbato mentre comprava il giornale e l’aveva chiamata “ cretina “.  Poi l’aveva subito accarezzata : < Scusami, amore >, e quella era stata l’ultima volta che lei gli aveva creduto, portava ancora i segni delle nerbate, appena a casa si era levato la cinghia e, mentre le piccole piangevano e lei gridava : <  Andate a chiudervi nel bagno >, lui l’aveva colpita più volte, due colpi le erano andati sulla gola e sul seno. Non doveva più capitare.

 

Il vecchio edicolante guardò la ragazza, che lo salutava così gioiosamente: < Vado dalla mia mamma con le bambine  > diceva, < partiamo appena le ali sono pronte, a volo >.

< E quando tornate? >.

< No, non torniamo.  Mancano solo poche piume d’oca , ma le piccole hanno ancora paura a lanciarsi dal parapetto >.

< Mi scusi, signora, non capisco >.

< Non importa. Volevo soltanto salutarla, tutto qui >.

< Ma suo marito che dice ? > .

<Nulla, lui non c’entra, non viene >.

< Ma… >.

< Mi scusi, è tardi, devo andare. Grazie di tutto >.

L’uomo la fissò a lungo mentre si allontanava con quell’andatura danzante che lo affascinava. Bella era bella. Chissà perché teneva, da alcuni giorni, una sciarpa di seta intorno alla gola col caldo che c’era. Scosse la testa e si dedicò a due ragazzine che non si capiva cosa volessero e ridevano sfrenatamente ammiccando fra di loro.

 

Una notte che tornava a casa sbronzo parve all’edicolante di vedere sospesa, sul davanzale del muratore, la santa Vergine che tendeva il Bambinello al cielo. Si stropicciò gli occhi e pensò che avrebbe bevuto di meno. Per di più il Bambinello piangeva, anzi gridava disperato.

Tutte le notti, alla stessa ora, tornò lì sotto in piena coscienza, ma nulla successe.

Tenne la bocca chiusa con tutti, moglie compresa anzi, specialmente la moglie, o l’avrebbe preso per pazzo e diffuso la notizia ai quattro venti.

Dopo sette giorni si convinse che era stato l’alcool, si congratulò con se stesso per non essersi fatto scappare il fatto con nessuno e non ci pensò più.

Riprese anche a bere come prima della visione, sorridendo di se stesso. Dopo cena diceva che andava a farsi la solita partita con gli amici e certe volte si ritirava alle tre di notte o dormiva sotto un fanale, tanto sua moglie non protestava. Una volta l’aveva amata, adesso non sopportava il suo sguardo che lo evitava e le parole smozzicate.

Così la rivide, ma stavolta i bambinelli erano due, uno in braccio e l’altro che gridava aggrappato alla sua gonna. Trasvolava all’altezza della casa del muratore, gli parve anche di sentire come se cantasse una specie di ninna nanna.

Restò a bocca aperta stropicciandosi gli occhi.

Certamente uno era Gesù e l’altro, più grandicello, un angioletto.

“ Ho le allucinazioni da alcool, stavolta smetto “ mormorò abbattendosi sul selciato in ginocchio.

La visione non accennava a scomparire, anzi scese dolcemente giù ed entrò in casa attraversando la porta a vetri come un fantasma.

 

La moglie del muratore e le due figlie stavano sedute sul parapetto del balcone con le gambe a penzolare nel vuoto. Una piccola folla di paesani si era radunata di sotto.

< Vi saluto tutti, stiamo partendo > gridò lei, ma le parole non si capirono.

Egli corse a chiamare i carabinieri e telefonò al capomastro sul telefonino: < Tua moglie sta per buttarsi dal balcone con le bambine > gridò. Dopo averci pensato un attimo chiamò anche il medico. Ed in fondo era sollevato di avere visto soltanto la sua vicina di casa e non la Santa Vergine.

Arrivarono praticamente insieme e i carabinieri fecero appena in tempo ad afferrarla insieme alle bambine. La ragazza svenne, le piccole urlavano.

La misero sul letto e il dottore incominciò a spogliarla, appena le tolse la sciarpa di seta dal collo vide i lividi.

E poi, giù giù, sia sul petto che sulle spalle, segni viola e rossi di fuoco. La febbre altissima con un tremito convulso dalla testa ai piedi.

Interrogarono il marito, che continuò a negare a testa alta, poi a testa bassa, poi piangendo:

 < Non so chi sia stato,  mi conoscete, io non l’ho mai sfiorata, sono innamorato di lei. Vi giuro che non sono stato io >.

 

< Mamma > disse Manuela, < allora siamo arrivate. Le bambine avevano paura di volare, io no >.

< Mamma, le ferite mi bruciano di meno, mi hai curata tu con la crema che fa bene a tutto, quella bianca ? >.

< Mamma, non piangere. Non tornerò più da lui >.

< Mi aveva chiamata cretina davanti all’edicolante. Ma io ho costruito le ali >.

< Dove sono le bambine? >.

< Mamma, ho sete >.

 

Domenica Luise

 

 

Bea Giobba

Oggi attribuisco il premio Giobba a Bea
per la sua presenza costante su questo blog,
l’affettuosità e la sincerità.
Questa è la foto che mi ha mandato Bea, opera di una sua amica veramente bravissima.
io nello specchio e in una _
Ed ecco i tre risultati che ho scelto fra le mie varie prove:

Bea 1
Bea immersa in un arcobaleno frammentato di colori,
mi è piaciuto vederla in doppia sembianza, se dovessi
spiegarvi il perché non ve lo saprei dire.

Bea 2
Bea con effetti geometrici alla Picasso,
il tutto di grande modernità.

Bea 3

E per finire un fuoco d’artificio che spara da
destra e riempie l’immagine.

( Fotografia concessa da Bea.
Effetti computerizzati di Domenica Luise )

 

Poesie

 

 Due arcobaleni


Vivono soltanto quando escono dai cassetti
a sciami di cavalle e di terra
battuta dagli zoccoli con cuori
a tam tam. Allora
fumano in desolazioni
verdi furiose allegre amorose
mentre si addensano i fiati.

Arcobaleni distesi
a coprire i lividi dell’anima.

E guariscono. Dal rigo musicale
suonano ondate presenti, passate e future.

Ma poi
c’è un cavalluccio marino nelle mie mani
e un cavallo di legno che gira dove inizio e fine
coincidono, nascita e morte in giostra.

Adesso gli arcobaleni sono due, emblemi
degli infiniti invisibili.

 

    Domenica Luise

      (Fotografia di Renzo Montagnoli)

      Se volete leggere l'intervista che mi ha fatto Renzo Montagnoli,
      fate clic QUI

 

 

 

 

 

L’esaurimento nervoso dell’elefantessa

 

L’elefantessa Cicciona  non ne poteva più della casa, del marito, dell’elefantino figlio e tantomeno della famiglia di lui.

Era una vaporosa signora ossigenata, tutta pizzi, bigiotteria e profumi. Le piaceva truccarsi la proboscide e portava due vistose buccole in similoro coi campanellini alle orecchie. Una volta alla settimana faceva il peeling ed aveva vagamente pensato ad una chirurgia estetica per arrotondarsi la pancia, un po’ troppo scarna per un’elefantessa, alla fine, però, desistette dall’idea perché aveva paura di andare sotto i ferri.

Suo marito Ciccione la lasciava fare e diceva che era bella sia con le incrostazioni di fango sul dorso sia senza, sia con i parassiti sia senza, se si fosse dipinta i capelli di verde non se ne sarebbe accorto nemmeno. A lui bastava farsi strada nel lavoro, e voglio dire farsi strada nel senso vero del termine, visto che trasportava legname dal bosco al cantiere dove fabbricavano navi.

Il lavoro, per suo marito, era tutto, dopo venivano sua madre, suo padre e le sue sorelle, dopo i suoi amici, dopo il cane, dopo del cane, probabilmente, suo figlio Ciccino e dopo lei.

Dopo di lei sembrava che non venisse più niente tranne lo sbadiglio perpetuo. Non aveva interessi, non leggeva, dormiva regolarmente davanti alla televisione  e, da sveglio, era nervoso finché non tornava a trascinare tronchi, lì era il più forte e tutti lo cercavano per scaricargli, sempre nel senso più vero del termine, anche la propria parte sulle spalle.

L’elefantino figlio era cagionevole di salute, il che per un pachiderma è estremamente umiliante. Sempre a letto con le tonsilliti, la febbre e la proboscide infiammata. Un lamento perpetuo. Bisognava fare l’operazione, ma l’elefante padre tentennava. In realtà non voleva assentarsi dal lavoro nemmeno per un giorno perché aveva soggezione del capo.

Ogni pomeriggio veniva la suocera, con la proboscide irta, a visitare il malatino, e si impicciava:

< Ma quando lo operate questo povero piccolo? >

Al che il povero piccolo incominciava a barrire di paura e la nonna lo cullava fra le zampe dicendo a Cicciona: Hai cambiato di nuovo colore ai capelli? > come ad insinuare che lei era una cattiva madre, capace soltanto di pensare a se stessa.

Dopo la suocera annusava, annusava scuotendo la proboscide:

< Hai comprato un altro profumo? E come ti sei vestita, ti si vedono tutte le zampe. Ma tuo marito non ti dice niente? Se lo facessi io…>

Cicciona sorrideva prima di potersi controllare al pensiero della suocera in minigonna e le zanne le scintillavano.

< Come ti brillano i denti, cosa ci hai fatto? > diceva lei scrutandola con due occhietti tondi e acquosi.

< Ho soltanto usato un dentifricio alle erbe > rispondeva mamma elefantessa mordendosi la lingua per non barrire di rabbia.

In questa elegante schermaglia passavano le ore del pomeriggio. Dopo la suocera si lamentava dei reumatismi del marito, dei propri bruciori di stomaco con la colite, dei soldi, che non bastavano mai, delle tasse da pagare, del canone TV, delle deprecabili condizioni del governo e del calo dell’euro.

Così veniva la sera, se ne andava all’ora di cena, ogni volta le serviva qualcosa: una bustina di camomilla, la bottiglia del latte, un pochino di crema idratante da spalmare sui calli delle mani,    <Chissà se tu hai carta da lettere e penna, pensi che domani mi potresti comprare il pane, forse ti avanza qualche pacco di pasta, ce l’hai delle forbicine che tagliano? >

Quando lei usciva, il marito entrava, finalmente poteva rilassarsi, mettersi in poltrona con le ciabatte e la cena pronta. Muto. Si lasciava servire oppresso dall’avere allegramente trascinato tutti quei tronchi, i suoi e quelli degli altri, i nervi gli venivano appena oltrepassava la soglia di casa sua e Cicciona gli faceva quelle stupide feste con quello stupido bacio di benvenuto, a cui seguiva l’immancabile lamento dell’elefantino figlio:

< Papà! Papà! >

L’elefantessa andava dal ragazzino: < Papà è stanco, dopo cena verrà a darti  il bacio della buona notte. >

Lui sbadigliava. Certo, voleva bene al figlio ed amava la moglie, ma almeno potevano lasciarlo un poco in pace, visto che l’indomani avrebbe dovuto tirare gli altri tronchi, facendo credere a tutti che non si stancava per niente.

L’elefantessa Cicciona, ogni giorno che passava in questo modo, perdeva un poco di speranza. La domenica era ancora peggio, col marito che guardava sempre l’orologio e contava i minuti per tornarsene al lavoro.

Incominciò a non fargli più festa la sera e a non dargli più il bacio, lui nemmeno se ne accorse.

Portò, da sola, l’elefantino in ospedale, dove assistette all’operazione, quando la sera lui tornò a casa e glielo disse, le rispose: < Hai fatto bene. >

E con un sospiro di sollievo si buttò nella solita poltrona chiedendo le solite ciabatte.

Dopo due giorni il piccolo uscì dall’ospedale con la mamma, che era andata a prenderlo in tassì.

Quella sera l’elefante Ciccione non trovò nessuno in casa: né moglie, né figlio, né biglietto d’addio.

Naturalmente si precipitò dalla mamma, che gli diede la cena, le ciabatte, un buon posto sul divano ed un comodo letto.

Ma egli pianse perché si accorse del bene perduto, mentre la mamma, che è sempre la mamma, lo consolava con tante buone parole:

< Vedrai, tua moglie tornerà. Non è possibile che abbia rapito il bambino ed abbia abbandonato un grande lavoratore come te. Vedrai che verrà a chiederti perdono. Io lo dicevo che aveva l’esaurimento nervoso. Quei pizzi neri, le camicette trasparenti, le minigonne, i profumi, i trucchi, quel vizio di far vedere la giarrettiera dagli spacchi, che vergogna, mai un’elefantessa si era conciata in questo modo. Speriamo che non faccia male al bambino, in fondo è anche figlio suo.>

Così disse l’elefantessa mamma e suocera. < Tu sei il padrone, questa è sempre tana tua > rincarò la dose l’elefante padre e suocero, < resta sempre con noi, ci farai felici. Qui avrai tutto quello che vuoi. >

Ma adesso tutto quello che voleva erano sua moglie e suo figlio.

Si sentiva un uomo distrutto, vinto dal rimorso.

Quante volte aveva distolto la proboscide davanti al bacio della sera.

Si mise in aspettativa dal lavoro per motivi gravi di famiglia, con grande disappunto dei colleghi, che dovettero infine decidersi a trascinare i propri tronchi.

Partì e la cercò invano, a lungo, con disperazione.

Passarono quindici giorni. Dimagrì e perse un po’ della sua bella forza.

Ne passarono altri sette. Era ancora più sciupato.

Assunse due investigatori privati perché la cercassero e dette fondo ai risparmi. Infine gli dissero che faceva la cassiera al bar della stazione di un paese lontanuccio, ma non erano sicuri che fosse lei perché era molto diversa dalla vaporosa signora della quale Ciccione gli aveva dato la foto.

Egli partì subito, andò, la vide, era lei, ma non osò presentarsi. Era irriconoscibile, senza capelli ossigenati, con un vestito grigio accollato e largo perché era dimagrita tanto. Aveva perfino la proboscide floscia e senza trucco.

Si era tolta la fede nuziale.

Allora lui, agitatissimo, corse dal fioraio e comprò una rosa rossa, una sola, ma meravigliosamente bella.

Quando Cicciona vide Ciccione voleva fare la sostenuta ed invece gli cadde fra le zampe con grande fracasso, rottura di tavolini ed arredi vari, che erano nelle vicinanze, ed urla di clienti terrorizzati.

< Papà, papà mio > diceva l’elefantino.

< Ciccione, amore bello di Cicciona tua > diceva l’elefantessa annusando la rosa che, in verità, non aveva nessun profumo.

Da allora si videro meglio a vicenda e si amarono davvero. Perché, certe volte, l’amore sembra scontato ed è il più grande sbaglio.

L’amore è l’amore.

Bisogna barrirselo l’un l’altro frequentemente.

 

Domenica Luise