Poetesse

Nel periodo natalizio mi sono arrivati due preziosi libri di poesie, che voglio illustrarvi in ordine alfabetico: il primo l'ha scritto Emma Barberis, che ho conosciuto sul club poeti, e si intitola Il viaggio.

Libro di Emma
Si tratta di un viaggio sia esteriore, cronologico, attraverso la vita di figlia e di donna, che interiore. Ne esce fuori una scrittrice raffinata e una creatura sensibile fino alle delicatezze più intense.
C'è un ricordo struggente delle proprie radici e del padre, rimasto come sospeso nella sua vita in un colloquio mai portato a termine né interrotto, una forte passione per la musica, che egli le ha instillato salutandola con una canzone di Sinatra ogni volta che si separavano ed un sentimento di compartecipazione alla vita degli altri amici o conoscenti come nella poesia Il portinaio: "Renato è partito…sessantaquattro famiglie sono orfane adesso".
Questo poemetto è come "un uomo disabitato che rinasce": l'espressione è di Emma, nella poesia Gli occhi si fanno piccoli, che vi trascrivo integralmente.
 
Gli occhi si fanno piccoli
in questa notte dove la neve
non può coprire le stelle
 
Un Natale vecchio di anni
percorre la tua strada,
raccoglie scaglie di luce
intorno ad un uomo disabitato.
 
Poi,
gli occhi si aprono
in un mattino senza nebbia
e tu rinasci.
 
Il secondo volume di poesie è di Flavia Isetta, anch'essa conosciuta sul club poeti, dove ho commentato una sua poesia assolutamente ermetica, che tracimava dolore, mi è venuto di scrivere "come per la morte di una sorella". Flavia mi ha risposto con una mail tramite club nella quale mi confermava che, appunto, aveva perduto la sorella amatissima. Così siamo diventate amiche e sorelle poetiche: eravamo state riunite misteriosamente.

Libro di Flavia
Vi voglio far leggere una piccola poesia pubblicata nel volumetto di Flavia, poche parole ed un'immensa vitalità doloramorosa. Sentite quale bellezza:
Con te
La gatta che miagola.
Il mio furente dolore
lasciato lì a perdersi tra strepiti inutili.
Cerco tra case i luoghi,
erranti fantasie oramai.
Agito il ventaglio per sentirti nel vento.
 
Poi c'è un altro verso che mi si è conficcato dentro, quel "rivestiremo insieme le nostre vecchie bambole", che conclude la poesia  Nell'altra parte. Al di là della vita terrena, Flavia spera in una sopravvivenza dove riprendere l'idillio interrotto crudelmente in terra dalla malattia. Non si accenna a un Dio o a una qualsiasi fede, qui c'è semplicemente la fede nell'amore, che non può finire perché è amore. Una bellissima ampiezza universale oltre le credenze.
Altri dolori gravi emergono dalle successive poesie, come in
Padri e figli:
È il desiderio di morirti accanto
per continuare a poterti vivere.
È il desiderio di morire insieme
per non riuscire più a deluderti.

E c'è il ricordo della "giovane madre" che la chiamava perché si era fatta sera e doveva rientrare a casa. I poeti danno voce a tutti questi struggimenti della vita, gli affetti perduti, il cerchio che si deve ricomporre.
E poi, ci sono gli oggetti che su questa terra ci siamo scambiati in gesti amorosi, come quell'orologio dal quadrante sciupato. Io, invece, conservo un colino di alluminio della mamma, lo tengo sempre a vista e lo uso perché è soltanto un po' ammaccato. Lì dentro lei filtrava il latte prima di bollirlo quando io e Iole eravamo piccole. Ha tutto il sapore della vecchia vita.
Così la poesia di Emma e Flavia diventa la mia poesia e la nostra poesia è universale, in un presente che ingloba passato e futuro umani.
 
                                          Domenica Luise

 
 
 

La fanciulla che dorme

 La fanciulla che dorme
 
Talora sono castelli di terra e acqua
senza colla aggiunta, puliti
e semplici.
 
Non voglio raccomandazioni per piantare i miei gradini
 sulla faccia degli innocenti. Lì dentro
scelgo il riposo e ci sono
i capelli della poesia
sul cuscino selvatico. Respiro
in afflato.
 
Dicono: è una sognatrice. E i corvi
gracchiano risate.
 
Aggiungono: è pigra, non vuole
spazzare cucinare lavare. Ha rotto
il binomio donna-serva, è una ribelle
che nessuno sopporta. E’ strana
anzi pazza.
 
Urlano il mio nome e scuotono il castello.
 
Apro gli occhi sulla realtà
pronta a impastare nuovamente i miei cocci
per rifarmi la casa.
 
                                                          Domenica Luise
                         (Quadro di Domenica Luise, olio su tela 40 per 50)

 

Biscottini alla ricotta

 Biscottini alla ricotta di Mariachiara
300 gr. di farina 00
150 gr. di ricotta
150 gr. di zucchero
1 bustina di vanillina
1 uovo
Mezza bustina di lievito per dolci
2 cucchiai di latte
 
Posizionare su di una spianatoia la farina a fontana. Al centro porre lo zucchero e la ricotta precedentemente sbattuti insieme, la vaniglia, l'uovo ed il lievito sciolto con i due cucchiai di latte.  Si può sostituire la vanillina con la buccia grattugiata di un limone non trattato con anticrittogamici. Mischiare il tutto ed impastare, se piace, si possono aggiungere scaglie di cioccolato fondente. Modellare i biscottini e mettere in forno a 180 gradi finché saranno dorati.
 
(Ricetta e fotografie di Mariachiara Crisafulli)

 

Il caporeparto

Il proprietario della boutique si era subito accorto del potere che il giovane commesso Marius esercitava sulle clienti. Nessuna usciva dal negozio
senza il suo pacchetto e un sorriso ebete sul viso, quando egli poi riuscì
a fare comprare ad una donna grassa una cintura di cuoio firmata da strizzare
in vita con una pesante fibbia che sembrava di bronzo, convincendola
dell'eleganza, del buon prezzo e che sarebbe dimagrita a breve, tutto
in cinque minuti, il signor De Meo, che chiamavano dottore perché era ricco,
ma non aveva alcuna laurea in nulla, pensò di affidargli la propria
nipote prediletta per istruirla nel mestiere.

In verità Marius era una specie di nome d'arte perché il ragazzo cantava
in un piccolo complesso di notte, con sparuti guadagni e quasi sempre gratis.
Il fatto che avesse i denti grossi, storti e sporgenti sul davanti  lo
penalizzava quando apriva la bocca, piuttosto tumida, nell'insieme
non era un bel vedere, ma in negozio le clienti compravano appena
egli appariva. Le faceva sentire regine con una sola parola di approvazione.
Il signor De Meo non aveva figli ed amava quell'unica nipote
svisceratamente, la reputava mite, ma in realtà la ragazza era un po'
scema, non sapeva cavarsela da sola, così un bel giorno egli chiamò
Marius, con atteggiamento stranamente riguardoso.
Lo lodò ampiamente per l'ottimo lavoro che egli compiva in negozio
e Marius pensò che forse l'avrebbe nominato caporeparto, come
sperava da un anno. Avrebbe avuto più tempo per studiare le nuove
canzoni, parole e musica, che continuamente gli venivano in testa
pure la notte dormendo, ed un aumento del modesto stipendio.
Invece fu subito chiaro che avrebbe dovuto insegnare il mestiere
alla ragazza, una certa Angela,  ed a Marius venne l'istinto di
piangere come un bambino perché ai suoi compiti se ne sarebbe
aggiunto un altro gravoso e non pagato.
Aveva visto alcune volte la nipote del capo girare curiosamente
oziando per il negozio, guardava una pezza di seta arabescata,
un abito di velluto, sceglieva un pantalone a vita bassa che le stava
malissimo perché aveva pure un po’ di pancia, il maglioncino
traforato, il pendaglio con le pietre verdi di plastica, Marius,
in sè, pensava che aveva gusti orridi.
Dovette mettersi con lei e la cosa fu lunga, noiosa e poco
gratificante. Le insegnò, come prima cosa, a camminare con le spalle
e la testa erette, a sorridere come se le importasse davvero delle clienti,
a trovare anche nella racchia più brutta qualche cosa di positivo.
Tutto ciò che egli aveva capito in circa dieci anni di lavoro nutrì
la robusta fanciulla a piccole dosi, divenne più sicura dapprima
apparentemente, dopo nella sostanza, aveva perfino momenti
con prese di posizione fermissima, quando si incaponiva. Ad un certo
punto Marius temette che si fosse incaponita con lui e la cosa gli dispiacque moltissimo. Intanto il suo gruppo musicale non  aveva un grande successo,
volavano fischi e qualche ortaggio di tanto in tanto. Dovette misurarsi
con la sfortuna che si accaniva contro di lui, la nipote del capo
diventava sempre più invadente, rabbiosa se egli non le dedicava
tutti i minuti liberi dal lavoro, intanto aveva mandato l'ennesimo
cd ad una cantante famosa, che non rispondeva da tre mesi e
doveva pure sopportare sua madre, che lo pressava dicendogli di trovarsi
una brava ragazza benestante  per mettere su casa e darle dei nipotini.
Erano appena passati due mesi da quando egli istruiva la ragazza
nell'arte del vendere in qualsiasi più disperata situazione, quella mattina
Marius era partito da casa ancora più inferocito per l'ennesima
scenata della madre, < Non lo vedi? Non lo vedi come stiamo? Non
ci sono a metà mese più i soldi per comprare i libri al bambino >.
Il bambino era il fratello minore di Marius, iscritto da dieci anni
all'università in scienze della finanza. Era uno che faceva sempre
quello che voleva, schioccava le dita e tutti accorrevano. Marius,
per lungo tempo, non aveva dubitato  di lui, ma da un po' provava
uno strano senso di malessere. Dieci anni sono troppi per una
laurea e il bambino vestiva di lusso, in lino, seta e morbidi colori,
non nel suo negozio, dove non si vedeva mai anche se gli avrebbero
fatto lo sconto, lui andava libero, in città. Certe volte telefonava
a casa che restava con un amico, a turno Roberto o Giovanni oppure
Maria Teresa, così una volta gli scappò, < voglio dire Mario
Tereso > , si era corretto sfacciatamente per telefono, era stato
allora che all'improvviso Marius aveva capito.
< E smettila di cantare in quella stupida band, pensa a tuo fratello
che si deve laureare, con quali soldi gli facciamo la festa?> gli aveva
gridato dietro sua madre quella mattina, pazza del figlio più
piccolo perché ogni tanto le portava la rosa strappata alla siepe del
vicino oppure il cornetto alla crema di agrumi del quale era golosa.
Marius si sentiva nervoso e avrebbe volentieri spaccato qualcosa:
il vetro lucidissimo della porta, il pomello di ottone striato di argento,
la testa della biondona tinta e traboccante voluttà, troppo alta,
troppo scollata, troppo tutto per lui.
Entrò nel negozio e la vide che strillava contro due commesse,
colpevoli di avere fatto uscire " quella cretina senza niente in mano ".
Intanto le altre clienti, a bocca aperta,  infilavano la porta e se ne
andavano in fila zitte zitte.
La voce di Angela divenne bassa e sensuale appena lo vide, < Marius,
tesoro, tu vedi in me la nuova caporeparto > modulò in falsetto
e chinando modestamente gli occhi, < adesso sei mio sottoposto,
dovrai obbedirmi > scherzò, ma aveva un tono minaccioso.
Gli occhi le brillarono quasi crudelmente.
Egli rimase a bocca aperta davanti a lei e non parlò per un pezzo. 
Aprì e richiuse più volte la bocca, gocce di sudore freddo gli
scivolarono sulle tempie ed impallidì a vista traballando. Dovettero
sostenerlo a farlo sedere, sentì che un collega diceva: < Aspettava questa promozione da tanto tempo, poveraccio, che delusione >, l'altro rispose:
< L'avrebbe meritato lui fin dall'anno scorso > le commesse, che
Angela stava maltrattando all'ingresso di lui, si allontanarono dietro a
due clienti appena entrate ed apparve il dott. De Meo.
< Cosa c'è, cos'ha il nostro artista? Marius, ma lei ci fa prendere queste paure? Angela,  riaccompagnalo a casa, oggi giornata pagata, si deve festeggiare
la nuova caporeparto>.
Il ragazzo, finalmente, ritrovò la parola: <Voglio stare da solo > disse,
girò le spalle e corse via.
La biondona, che già fremeva stringendo nelle mani le chiavi della
propria macchina, non aveva l'agilità per corrergli dietro.
< Ecco, lo vedi, zio  > piagnucolò, < te lo dicevo che non mi vuole >.
< Parla piano che ti sentono > rispose lui con un piccolo scatto di impazienza,
ed era la prima volta che gli veniva un momento di contrarietà con
quest'unica nipote.
Pensò: < Dove vuoi che vada? Ti sposa e si sistema per sempre. E' un
poveraccio con un fratello che non si laureerà mai e non ha voglia di
lavorare. Ho mandato i soliti a fischiarlo nel locale dove canta, stanotte,
gli hanno pure tirato un cavolfiore. E' nelle nostre mani>.
Sospirò perché la vita era proprio una giungla, ma non per lui né per
Angela: per tutti gli altri.
 
Marius raggiunse il garage dove provavano ed afferrò la chitarra.
Lo stanzone era buio e odorava di umido.
Incominciò dapprima a strimpellare, poi a suonare e a cantare
alternando urla alle note e trasformando tutto in un lamento delicato,
prorompente, che nessuno al mondo avrebbe mai più sentito,
solo lui e solo quella volta. Finì gettando a terra la chitarra, che era
la cosa più cara della sua vita e calpestandola sotto i piedi.
Dopo raggiunse la stazione ferroviaria e salì sul primo treno che
andasse lontano. Aspettava con una sorta di strizza allo stomaco
che si mettesse in moto. Appoggiò le dita sudate,  stringendo la sciarpa
di lana che gli aveva regalato sua madre al compleanno, dopo si
affacciò al finestrino e la buttò fuori insieme al telefonino.
Coi primi guadagni avrebbe comprato una chitarra buona.

                                                                               Domenica Luise

                                                      (Fine della prima puntata. Continua)

Marius un anno dopo

Il ragazzo cantava e suonava la chitarra elettrica cavandone ondate di vibrazioni. Il pubblico urlava, ballava e tendeva le braccia.
<Uffa> disse la vecchia, che noia, non sopporto tutti questi strilli,
abbassate la televisione>.
La biondona sbuffò senza muoversi, suo marito si alzò dal divano e incominciò
a cercare il telecomando sulla tavola ancora apparecchiata, infine lo trovò
sotto un tovagliolo sporco perché, mentre mangiava, come tutte le volte,
lei aveva vomitato. Lo stomaco gli si strizzò per il disgusto.
Quando si erano sposati era opulenta, adesso aveva già preso altri
venti chili. <Angela> la chiamò così sottovoce che lei non lo sentì. Stava sferruzzando un golfino rosa, <Sarà femminuccia come noi, le donne
della tua vita> disse a voce acuta. Le porse il telecomando, <Papà ha detto
domattina di andare al negozio un'ora prima perché sono arrivati i cappotti
nuovi da sistemare nella vetrina> fece la ragazza. Lui annuì e pensò
a come si era dovuto piegare a prendere il posto di suo fratello
in tutto e per tutto, anche al fianco di lei, perché non potevano più
andare avanti con la pensione minima di sua madre.
<Questo cantante somiglia a Marius> disse Angela sbadigliando, e si mise
in bocca un altro gianduiotto, <soltanto ha gli occhi neri invece di azzurri
slavati, i denti dritti e i capelli scuri>. Chinò la testa sul petto come se
un pensiero la turbasse, <brutto era brutto> aggiunse, si volse al marito:
<Tu sei più bello> affermò, <mi hai sposata per interesse, ma almeno
ti si può guardare>.
<Io non ti ho sposata per interesse>, si difese lui, con la testa al
fastidio di alzarsi prima l'indomani per i maledetti cappotti, già.
<Marius non ha telefonato più> disse la madre, alla quale bruciava
ancora che il figlio più grande se ne fosse andato in quel modo,
aveva chiamato una volta sola per dire che stava bene, ma non
sarebbe tornato ed aveva interrotto la comunicazione.
Era orgogliosa che il "bambino" avesse fatto quel matrimonio da favola
e adesso le stessero dando anche la prima  nipote. Suo figlio poteva essere soddisfatto, cosa importava se alla fine non si era più laureato?
Ormai lei si occupava della casa e i ragazzi lavoravano insieme.
L'interesse comune li avrebbe legati sempre più e sarebbero
vissuti felici e contenti. Ogni tanto lui sbuffava girando il viso
dall'altra parte, è vero, Angela era un po' seccante, lagnosa,
anche nervosa, diciamo pure prepotente, bella non era mai stata,
ricca sì, ma non si può avere tutto dalla vita.
 Appena la bambina sarebbe venuta al mondo le cose si sarebbero
stabilizzate in meglio.
 <E poi> aggiunse la nuora, <Marius aveva quelle labbra grosse
che mi sembrava un negro, questo invece ha una bella bocca e canta meglio>. Continuava a guardare il video concentratissima, <Come gli somiglia>
ripeté, <lo stesso modo di muoversi. Ma non ha quella brutta gobba sul naso>.
Non aggiunse che a lei, quella gobba, piaceva accarezzarla e dovette
trattenere un sospiro. Quei due erano scemi, ma non tanto.

Il concerto era finito. Marius si lavò la faccia nel grande camerino,
si tolse le lentine  nere e si pettinò scuotendo via i lustrini che gli si erano impigliati nelle ciocche dei capelli. Quando lei entrò sorrise con la sua bella dentatura rimessa a posto da un grande medico, quello dei vip, un altro professorone di chirurgia estetica gli aveva diminuito le labbra tumide
e una graziosa parrucchiera gli sfumava di scuro le ciocche alla radice
ogni dieci giorni. Lei era la cantante famosa alla quale, allora,
aveva spedito il cd con i propri pezzi. Era andato a cercarla
appena arrivato perché voleva guardare in faccia la persona che non
gli aveva risposto ed uscì fuori che invece stavano tentando affannosamente
di rintracciarlo dopo avere scritto e riscritto all'indirizzo di casa senza
mai ottenere segno di vita.
Marius pensò che le lettere si fossero smarrite, in realtà la madre,
credendo che fossero stampe inutili, le aveva sempre gettate via.
All'improvviso egli si trovò catapultato nel mondo soltanto sognato fino
a quel momento. Venne rivestito,  nutrito e servito. La cantante famosa si
prese cura di lui ed egli l'amò profondamente come non gli era capitato mai. Insieme conobbero un'intensità tale che tutto il resto, come le loro
stesse carriere,  divenne un optional. Gli amici li prendevano in giro,
ma in realtà li invidiavano, sia pure bonariamente.
L'unica cosa della sua storia che gli dispiacque fu che non poté chiamarsi
Marius perché sarebbe stato troppo riconoscibile.

 
                                                              Domenica Luise

                               (Fine della seconda puntata. Continua)

Marius due anni dopo

<Perché, amore, ti sei chiamata Gianna Ly?> chiese Marius accarezzandola distrattamente. La ragazza gli sgranò gli occhi negli occhi :
<E tu perché ti sei chiamato Marius?>.
<Così> risero insieme.
<A me Gianna Ly è sembrato come un ruscelletto che scende limpido
e spensierato, una cosa pulita>.
<A me, invece, Marius è sembrato solenne, un nome patrizio> disse lui. Si baciarono.
<Affermano tutti che questo tipo di amore finisce presto>.
<Perché, che tipo è il nostro amore?>.
<Passionale> fece lei.
<Canterino anche> affermò lui.
<Un amore rosso secondo le tradizioni>.
<Anche verde di speranza>.
<Facciamo un bambino> disse la ragazza, ma non come una domanda.
<Subito> rispose Marius.
<Pigliamoci un anno tutto per noi. Intanto prima ci riposiamo e dopo
prepariamo il cd col quale ripresentarci. Nel frattempo partoriamo>.
Marius rise per quel "partoriamo" al plurale.
<Però deve essere un cd che nessuno ha mai sentito. Bellissimo. Voglio mescolare
la musica melodica con quella più ritmata e le nostre due voci debbono anche intrecciarsi, opporsi e incontrarsi. Proprio come un buon matrimonio>.
Quelli della casa discografica stralunarono quando sentirono quel programma: <Scomparite dalla scena per un anno e sarete dimenticati> risposero tutti concordi. <Guardate che per voi abbiamo speso fior di quattrini>.
<Adesso cantare incinta con la pancia all'aria è perfino di moda> disse il capo.
<Ma non se ne parla proprio> strillò il capo dei capi, <carpe diem>.
<Significa cogli il momento, approfitta dell'occasione> sussurrò Gianna,
che aveva fatto il liceo classico,  all'orecchio di Marius.
<Ci sono cantanti più bravi di voi, che non hanno sfondato> aggiunse.
<Sì, ma vogliamo comunque diminuire gli impegni> insisté Marius.
<Tu non sai quello che dici. Abbiamo  esigenze a cui non si può venire meno.
E poi avete firmato un contratto>.
Marius e Gianna non osarono chiedere delucidazioni. L'atteggiamento della produzione, nei loro confronti, non era più così rispettoso, ammirato, scodinzolante. Il loro sguardo sembrava di ghiaccio. Si calmarono subito appena i due ragazzi intonarono insieme l'ultima canzone che era venuta in mente a Marius la sera prima.
Egli, per un triste attimo, si sentì sfruttato esattamente come nella sua vecchia vita, dalla madre, dal fratello e dai De Meo, zio e nipotona. Almeno, tuttavia, qui aveva la donna di cui era innamorato, tanti soldi e faceva il lavoro che voleva. Ragionò che nella vita non si può avere tutto, così le cose continuarono come prima fra serate, nottate e spettacoli. Si annunciò un bambino e la produzione mise a loro disposizione un'ulteriore schiera di medici, dottoresse e domestici, ma l'ingranaggio non si fermò se non in extremis.  I giornalisti riuscirono ad inseguirli fin dentro la clinica con domande idiote e i lampi delle macchine fotografiche mentre lei strillava: prassi comune per le vite pubbliche come le loro. Sempre meglio di fare
il commesso o l'idraulico oppure il parrucchiere. O meglio il parrucchiere?
Marius ci pensò e ripensò. Lasciare di nuovo tutto, aprire un bel negozio di parrucchiere, appunto, lui avrebbe diretto e gli altri lavorato.
Ne parlò con Gianna e insieme decisero che avrebbero aspettato la scadenza
del contratto e dopo si sarebbero messi in proprio, il negozio di parrucchiere avrebbe prodotto soldi e loro avrebbero cantato per diletto.
<Cercheremo nuovi talenti e creeremo una casa discografica nostra.
Ormai sappiamo come muoverci. Tranquillo, tesoro. Ci vogliono
soltanto sedici mesi e dopo saremo liberi> disse Gianna.
Risero insieme pensando a quant'erano stati felici quando avevano firmato quel contratto per due anni e come adesso non vedessero l'ora che arrivasse la scadenza.
<Però loro non debbono conoscere le nostre intenzioni. Vedrai che quanto prima ci proporranno un nuovo contratto per trattenerci> disse lei arrotolandosi una ciocca castano dorato sul dito, era un gesto che faceva quando non si sentiva tranquilla.
Nessuno dei due si aspettava mai quello che trovarono l'indomani mattina,
anzi era una "quella": alta, smunta, con una voce acutissima.
<Loredana interverrà per arricchire le vostre canzoni nei momenti salienti,
sentite che estensione, l'ho scoperta ieri sera, che gorgheggiava come un
usignolo nel bar Papillon e non potevo lasciarmela sfuggire> disse il capo.
Il bar Papillon, malgrado il nome gentile e francese, era un buchino di
periferia con una pessima reputazione di spaccio e gioco d'azzardo.
Loredana strizzò la faccia  in quello che voleva essere un sorriso e le brillarono due dentoni sul davanti. Oh, l'avrebbero sistemata in breve e sarebbe anche ingrassata ai punti giusti. Aveva una gran cascata di riccioli selvaggi nerissimi, ma era la stessa cosa di Angela la biondona. Marius si mise in guardia e sentì la gelosia per quella che considerò una rivale. Invece Gianna sembrava contentissima, l'abbracciò subito e si misero a chiacchierare come vecchie amiche. Provarono insieme e Loredana, che conosceva tutte le loro canzoni, si rivelò geniale: c'era tecnica, ma tutto sembrava assolutamente spontaneo, come se il canto venisse fuori d'impeto e potesse essere soltanto così com'era e nulla ci fosse di più perfetto. Quando la sentì a Marius passò tutto, batté le mani entusiasta, <Sei bravissima> disse, <proprio quella che ci voleva, così adesso siamo un terzetto>.
Il capo, che li scrutava, sembrò disorientato. In verità si era aspettato tracotanza, superiorità e anche rifiuto da parte di quei due scemi. Oh, e non capivano nemmeno che Loredana poteva togliergli il successo già raggiunto? Le avrebbe fatto firmare un contratto per cinque anni e così avrebbe avuto il meglio del meglio sul mercato.
Però, però. Il terzetto funzionava, le loro voci si intrecciavano, salivano, scendevano, si inseguivano, si sfioravano, si perdevano e tornavano insieme. Una cosa sorprendente. Alla fine della prima prova erano tutti eccitatissimi.
Si abbracciarono e il capo telefonò al capo dei capi per dirgli la grande novità. Quello, all'inizio, nicchiò un poco perché faceva sempre così e si sa che un capo dei capi deve essere rigido o i vassalli diventano disobbedienti, ci vuole una guida ferma, le decisioni può prenderle chi è in alto. Insomma cedette e il duetto fu promosso terzetto.
<Lo dicevo io che non potevo finire al Papillon> si confidò Loredana con Gianna e Marius, <prima o poi qualcuno mi avrebbe sentita cantare e avrebbe capito. Ma ho sofferto tanto per restare onesta>.
Marius, a lungo, provò vergogna per quella sua segreta, e mai confessata
nemmeno a Gianna, prima reazione di rigetto.

<Guarda> disse la vecchia al figlio sonnecchiante davanti alla televisione, <adesso c'è una ragazza nuova che canta con quei due, come si chiamano?>.
Angela, che da quando era incinta aveva sempre mal di denti e carenza di calcio, disse che la ragazza "secca secca" aveva un sorriso che poteva fare
pubblicità a un dentifricio.
Un acuto di Loredana svegliò definitivamente "il bambino", che strabuzzò
gli occhi: <Ma è bellissima> affermò.
<Adesso ti piacciono queste magre come la morte in vacanza? > ribatté Angela mettendosi in bocca un altro gianduiotto. 
 
                                                         Domenica Luise

 
Fine

 

Ampiezze

croce multicolore 4

O canto d'amore e di pietà, che sali
al risveglio. C'è il cielo
sopra di me
ad infinito.
 
E dentro.

                                              Domenica Luise
                           (Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Con gioia vi comunico che sul blog di Francesco Marotta
"La dimora del tempo" è stata presentata una scelta di belle poesie
di Cristina Bove, se volete rileggerle e commentarle fate clic
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