Il matrimonio di Mariachiara

Sposi 4

Il giorno 24 maggio 2014 è quello delle nozze. Qui si vede Mariachiara all’uscita di casa con la damigella (scattata dal fotografo Antonio Abbate).

Sposi 2

La sposa si specchia e si accerta di essere a posto (l’autore di questa meraviglia è sempre il fotografo, nello specchio si riflette l’affresco dipinto da me sul muro di fronte).

La zia felice

La zia Mimma felice, fotografata nel giardino di casa mentre aspetta l’uscita della sposa. (fotografia di Enza Donato, la signora che si prende cura di me ).

Sposi 15

Al braccio del papà, l’entrata in chiesa (foto di Yasmine Palano) .

Il velo e la lacrimaL’incontro degli sposi (fotografia di Iole Luise)

foto di Flavia Gugliandolo 1

La celebrazione nuziale (fotografia di Flavia Gugliandolo o almeno così credevo, mai pensando che tale superba panoramica della chiesa sia stata scattata da sua figlia Gaia, anni sette).

In chiesa, con la damigella

Davanti all’altare, con la damigella (fotografia di Iole Luise)

Il papà e la mamma dello sposo

Il papà e la mamma dello sposo (fotografia di Domenica Luise)

Mimma e Iole al matrimonio bis file piccolo

Mamma Iole e la zia esultanti (Fotografia di mio nipote Giovanni).

abbraccioL’abbraccio con mamma Iole (fotografia di Domenica Luise)

Bacio doppio

Duplice bacio (è opera di Antonio Abbate, il fotografo)

con mamma Iole e il nipote Giovanni

Con mamma Iole e il nipote Giovanni (Fotografia di un amico di Giovanni)

Iole, Giuseppe e SannyMamma e papà con la testimone della sposa , che è anche figlioccia di Iole (Fotografia di Domenica Luise).

Mimma e Iole al tavolo degli sposi 2

Al tavolo degli sposi (Fotografia di mio nipote Giovanni).

Sorriso di Iole ultima

Il sorriso di mamma Iole (fotografia di Domenica Luise).

foto di Jasmine Palano

La danza degli sposi (fotografia di Yasmine Palano. In mezzo ai fotografi ci sono anch’io).

La danza degli sposi

Primo piano degli sposi che ballano (fotografia di Domenica Luise).

Il ballo

E qui si vede un ballo di mamma Iole e papà Giuseppe insieme ai giovani sposi.
(Le fotografie di mia sorella col marito sono di Enza Donato, quella degli sposi che ballano nella nuvola è mia, il fotomontaggio è mio. Mi piacciono queste immagini dai toni un po’ retro).

Gli sposini a Parigi

Questa foto arriva da Parigi, tramite facebook, io vi ritrasmetto il loro sorriso.

Passeggiando a eurodisney

Qui i due baldi giovani , sempre da facebook, ci fanno ammirare un autoscatto mentre si sollazzano a eurodisney.

Aggiungerò le foto più belle man mano che saranno disponibili. Un abbraccio a tutti da Mimma.

Il letargo dell’orsa Concettina

Sposarsi durante un’aurora boreale, tutti gli orsi lo sapevano, portava fortuna. Significava che la coppia sarebbe stata prolifica amandosi per la vita senza tradirsi mai. E così fu.
Concettina e Peppino, nel loro paese di ghiaccio, divennero ben presto un’istituzione. Conservarono atteggiamenti da perfetti fidanzati. Egli non dimenticava mai il compleanno né l’onomastico né l’anniversario di nozze, lei gli preparava i piatti che gli piacevano, per esempio gli spaghettini al miele, le frittelle di miele, il latte col miele per la colazione e pane e miele a merenda. Rispettò, onorò, ospitò e si prese cura della madre paralitica di lui, della sorella nubile, del padre cardiopatico, del fratello disoccupato ed alla fine, quando proprio non ci sperava più, restò incinta come natura vuole e generò un figlio maschio, uno solo, ma bello.
Lo chiamarono Ciccio ed impazzirono per quest’unico frutto del loro amore. Tentarono, per tutta la vita, di avere altri figli, piansero, pregarono, fecero analisi e cure, consultarono tutti i professori della banchisa polare, partirono per l’Europa, l’Asia, le Americhe e l’Africa nera, andarono perfino da un mago, che tentò di estorcere loro denaro con strani riti contro le fatture, ma quei due non erano scemi e se ne tornarono a casa ben felici di avere almeno un pargolo, che crebbe viziatissimo.
I genitori l’avevano fatto che già erano anzianotti, adesso diventavano vecchi del tutto e quello ancora non si era laureato in analisi e cultura della pelliccia orsesca. Perdeva tempo con tutte le scuse: la fidanzata del momento, i suoceri del momento, la banda musicale, il ballo, la pizza, lo spasso del momento. Al futuro non pensava. Infine si invaghì di una dolce fanciulla, una certa Tiramisù, e volle sposarla subito oppure, disse ai genitori attoniti, sarebbero scappati e l’avrebbe messa incinta.
Concettina e Peppino dovettero sorridere e mostrarsi entusiasti, ci fu il matrimonio, i confetti, il velo bianco e la coroncina di zagare, il pranzo tutto a base di miele e di salmone. La ragazza sembrava gradevole ed educata e trasecolò quando Concettina le disse che non era il caso di affrettare tanto il matrimonio con la minaccia che altrimenti avrebbero fatto la scappatella. Giurò che non ne sapeva niente e litigò col marito fresco di giornata, nel senso più vero del termine, seduta stante, e voglio dire proprio seduta al tavolo nuziale, sia pure con un certo atteggiamento mite. Gli disse che era stato bugiardo e Ciccio, miracolo, tacque, arrossì, a momenti chiedeva scusa. Concettina e Peppino tirarono il sospiro di sollievo: il pargolo aveva trovato pane per i suoi denti. Allora Peppino volle stravincere e disse alla giovane sposa che Ciccio intendeva lasciare l’università e mettersi a fare il cantante rock ricostituendo la banda musicale dei quattordici anni per andare ad esibirsi nei bar, < Che lascia lui? > disse la ragazza fulminandolo con uno sguardo inequivocabile e Concettina sentì che gli diceva a bassa voce: < Stasera, questo matrimonio, lo vuoi consumare sì o no? >
Spiazzato, egli allungò zampa per abbracciarla, ma la moglie lo respinse scrollandolo via, < Ti giuro, amore, io scherzavo. > mormorò Ciccio con una vocina flautata che non pareva la sua.
Fu subito chiaro chi era il capo di casa. Ciccio si chiuse in tana a studiare e si laureò a tamburo battente e perfino col massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, tanto che il professore lo volle assumere come assistente e Ciccio pigliò, tanto per incominciare, uno stipendio che era il doppio della pensione di suo padre, un modesto insegnante di lettere del professionale.
Tiramisù incominciò a concepire, gestire, generare ed accudire coppie di orsetti gemelli, che divennero la gioia dei nonni. Vivevano felici e contenti.
La disgrazia avvenne dopo cinque anni che i ragazzi si erano sposati e poco prima del letargo. Peppino era andato a pescare gli ultimi salmoni che risalivano la corrente e, nello sporgersi un po’ troppo, cadde nel fiume gelato, prese la polmonite, rimase a letto al caldo, col termometro in bocca, carico di antibiotici e vitamine, ma una notte, mentre Concettina si era appisolata seduta
accanto a lui, egli si trovò dentro i raggi di un’aurora boreale bellissima, voleva chiamarla perché anche lei vedesse, non riuscì a parlare né a stringerle la zampa e si abbandonò. L’indomani mattina non si svegliò più.
Ella fu forte al funerale del marito, com’è d’uso per gli orsi, che non hanno l’abitudine di piangere. I ragazzi e tutti i nipoti erano già in letargo da una quindicina di giorni ed anche l’orsa Concettina, al ritorno dal cimitero, finita la frettolosa cerimonia con i pochi amici semiaddormentati ed il prete che non riusciva a concludere due parole senza dimenticarsi il verbo della frase principale, si preparò per andare a letto.
Tirava vento ed aveva paura delle persiane cigolanti. Dopo il vento cadde e ci fu troppo silenzio. Dopo si mise a piangere perché da sotto la porta si intravedevano i riflessi di un’aurora boreale, che le ricordavano il giorno del matrimonio e tutte le notti nelle quali lei e Peppino ammiravano il cielo nell’intervallo tra un bacio e l’altro. “ Non posso vivere senza di lui “ pensò. Si alzò, prese un sonnifero e mise la loro canzone preferita: “ Inno dell’orso in amore “. Si coricò di nuovo e le venne freddo. Si fece la borsa dell’acqua calda e spense lo stereo. Si scottò una zampa. Rimise la canzone, ma la fece appena iniziare e la tolse ancora. Sentì il bisogno di bere qualcosa, che le desse sollievo, anche se era astemia. Si bruciò la gola con un bicchiere di liquore amaro e forte. Bevve liquore e lacrime. Le venne da vomitare. Andò in bagno, si coricò, si rialzò, le arrivarono i calori per tutto il corpo. Non si dormiva, niente letargo, Fuori il vento aveva ripreso a fischiare con una specie di disperazione. Si alzò, afferrò una piccola valigia, si mise il cappotto col cappuccio e, nella notte, con fiocchi di neve ghiacciata che le entravano negli occhi e in bocca, singhiozzando e gridando il nome di Peppino, dopo una lunga strada fatta quasi alla cieca, bussò come una mendicante alla tana di Ciccio e Tiramisù, e dovette aspettare un bel pezzo prima che qualcuno si svegliasse ed aprisse.
Apparve il nipote piccolo, che sbadigliava e a momenti non riconosceva la nonna. Si svegliò la nuora, che appena seppe della tragedia subito le venne in aiuto con una tenerezza della quale Concettina aveva estremo bisogno. Le preparò la tana degli ospiti, accese un gran fuoco nel caminetto, l’aiutò a spogliarsi e a fare il bagno. Le diede una tisana di valeriana, menta e foglie di arancio amaro, insaporita con tanto miele Le stette vicina ed aspettò che si addormentasse, ma appena la nuora si allontanò Concettina riaprì gli occhi e ricominciò ad agitarsi.
Niente letargo per la vecchia vedova dalla pelliccia scolorita. Niente pace. Prese un’altra pillola di sonnifero e, finalmente, crollò in un incubo dal quale si risvegliò urlando come una pazza mentre Tiramisù, con gli occhi cerchiati dal sonno e nascondendo come poteva gli sbadigli, l’abbracciava e la chiamava.
Concettina si vergognò di dare tanto fastidio e temette che suo figlio avesse un attacco di furia se qualcosa o qualcuno l’avesse disturbato mentre dormiva. Disse, anzi giurò, che si sentiva meglio e che era stato soltanto un brutto sogno. Volle che la nuora tornasse subito nella tana coniugale a riposare e, appena restò sola, accese la luce perché le venne paura del buio e dei raggi di un’altra aurora boreale che si intravedevano dietro i tendaggi della finestra e della brace, che scoppiettava nel caminetto, e del vento e del silenzio e di tutto. Pensò di fare le pulizie primaverili, così si sarebbe stancata e avrebbe dormito, invece non poté dormire e, finite le pulizie, iniziò a lavorare maglioni ai ferri per tutta la famiglia, intanto diceva il rosario e questo le fece bene, fu come un balsamo sulla ferita. Quella piccola luce sempre accesa nella stanza degli ospiti attirò un bell’orso bianco, che soffriva di insonnia. Avrebbe tanto voluto fare quattro chiacchiere con qualcuno della sua razza ancora sveglio. Aveva letto e riletto tutte le sue riviste di computer, aveva navigato su Internet per chattare nei vari siti di orsi insonni, adesso si era stancato di stare da solo e si faceva quattro passi alla ricerca di un amico. Però dormivano tutti della grossa, forse quella lucina era stata soltanto dimenticata. Guardò attraverso le stecche delle persiane e vide una signora bruna, con una pelliccia bianca, seduta accanto al caminetto, che lavorava ai ferri e muoveva dolcemente le labbra come se parlasse fra sé e sé. L’orso rimase con gli occhi spalancati dalla meraviglia e gli unghioni aggrappati al davanzale della finestra. Gran bella donna. Deliziosa scenetta di angelo del focolare, nel senso vero del termine. Bei capelli, bella linea, bella pancia molto pronunciata, bellissimo doppio mento. Osò bussare dolcemente su un vetro, lei sollevò la testa ed egli vide che aveva occhietti scuri, incantevoli e rotondi su due labbra anch’esse nere ed un paio di baffi sontuosi.
L’orsa Concettina, per quella volta, parlò un poco dalla finestra e non le sembrò di intrattenersi con uno sconosciuto.
Fu una storia tutta diversa dall’amore della giovinezza, ma ebbe anch’essa i suoi letarghi fatti insieme ed altre aurore boreali ammirate fra un bacio e l’altro.
Perché l’amore vince sul dolore, la vita sulla morte e la speranza sulla tristezza.

Domenica Luise

 

Le madri

Mimmuccia a un annovedono ciò che i figli non distinguono e aspettano. Sanno
quello che i figli cercano
e dicono o rosari ad infinito
oppure gridano in silenzio. Chinano
gli occhi di perla
quando i figli le rimproverano
perché sono arrabbiati con la maestra
con la fidanzata col padre o chiunque sia.

Mamma, Mimma e Iole

Contro quell’amore
si fermano le tempeste
perché le madri non sono giuste
o non sarebbero madri.

Il sorriso della mamma

Domenica Luise

 

Lo scemo del paese

Le ragazze l’avevano soprannominato Stenterello perché era magro, curvo, nanerottolo e figlio del becchino.
Aiutava il padre nel suo mestiere, e cos’altro avrebbe potuto fare? Componeva le ghirlande, trasportava i morti e li seppelliva. Sembrava impossibile che in quelle quattro ossa ci fosse tanta forza fisica. Era un ricciolino coi baffi gialli, la testa robusta, che sembrava appoggiata per caso sul corpo, le mani stranamente grassocce.
Il lavoro, si capisce, era sempre lo stesso. Quando usciva a farsi una passeggiata, perché gli piaceva guardare i monti, il cielo e il laghetto blu, i bambini l’inseguivano, sempre però a rispettosa distanza, gridando: <Lo scemo! Lo scemo>.
Lui sembrava che nemmeno se ne accorgesse e non gli facessero niente. Era proprio scemo, a furia di praticare coi morti.
La sera, nella sua stanza, l’abat jour restava acceso fino a tardi. D’estate la gente lo vedeva dalla finestra aperta: scriveva seduto a tavolino.
Certamente non erano lettere d’amore! D’inverno la luce filtrava dalle persiane. Qualcuno, con una scala, andò a curiosare.
Scriveva sempre. Mah! Anche nei giorni festivi, tanto per lui era uguale.
Perché così doveva essere.
Tutti lo compiangevano. In fondo era un bravo ragazzo educato, salutava sempre per primo.
E non sembrava affatto infelice.
Sorrideva continuamente, si sa, perché era scemo.
Nessuno, mai, l’aveva sentito lamentarsi di qualcosa, eppure le ragioni le avrebbe avute.
Con quel lavoro per buscarsi il pane, la casa scalcinata, il fratello e la sorella così diversi da lui, alti e ben fatti. Poveraccio. I genitori raccomandavano ai figli di non tirargli sassate, non aveva mai reagito, ma tutto era possibile, e con la forza che aveva quel mingherlino, se s’infuriava, magari poteva scaraventare qualche monello giù per le ubertose valli.
Quasi quasi le madri lo vedevano, nella fantasia, lanciare urla di belva ferita, che si scatena.
Ma il nanerottolo non fece nulla del genere, anzi si prese in pace qualche sassata, del resto erano pietruzze. Sembrava indifferente. Era scemo.
Una mattina che nevicava arrivò fin lassù un macchinone grigio argento con due gran signori dentro e una bella ragazza. Chiesero alla gente dove abitasse il poeta.
Avevano le telecamere e la bella ragazza sembrava impaziente.
<Qui non abita nessun poeta> affermarono tutti convinti.
Allora uno di quei signori mostrò un gran libro rilegato e sulla copertina c’erano una foto a colori del nanerottolo ed il suo nome e cognome, con un titolo strano, che scappò subito di mente a tutti.
Centinaia di migliaia di copie vendute, la prima edizione esaurita in un mese, la seconda edizione in quindici giorni, la terza in una settimana, la quarta in urgente ristampa, il caso letterario più imprevedibile, un poeta geniale, loro compaesano, e non ne sapevano niente?
<Chi>disse uno dei ragazzini che gli tiravano le pietre, <il figlio del becchino, quello dei morti?> .
<Ma è diventato ricco?> chiesero le madri delle ragazze da marito.
La sera videro l’intervista alla televisione. Non era poi tanto gobbo, dissero tutti. <Noi siamo dello stesso paese, lo conosciamo bene, siamo amici>  si vantarono.
Non era nemmeno un nanerottolo, a guardarlo bene. Molte ragazze ammisero di trovarlo interessante.
E, soprattutto, non era scemo.

Domenica Luise