Atto d’accusa

Con il mutamento climatico e l’avanzata dell’umidità tutto l’ospedale è pieno di zanzare estate e inverno. Prima dell’operazione mi difendevo a schiaffoni, ma dopo sono costretta immobile per due giorni nel letto.
L’operazione è andata bene, il professore è stato grande. Mi hanno fatto l’epidurale perché i miei polmoni, dopo le embolie incassate vent’anni fa, potevano avere problemi con un’anestesia generale vera e propria. Così abbiamo chiacchierato in diretta e mi hanno spiegato tutto quello che facevano, mi sarei volentieri risparmiata l’intervento, ma c’era un prolasso uterino col quale non potevo convivere e me ne dovevo liberare volente o nolente.
Vedevo le mie gambe immobili davanti a me come se non mi appartenessero. Le hanno infilate in due buffi salsicciotti blu  imbottiti di aria calda, che contemporaneamente un altro medico aveva cura di pompare anche sul mio corpo lateralmente con un tubo. Difatti io, dopo l’operazione, non ho sentito freddo, sono stata bene.
Sono uscita da lì dentro sveglia e contenta che fosse finita, a questo punto mi hanno abbandonata in una stanzetta da sola, gli infermieri ridevano e giocavano nella loro zona coi propri smartphone, ero sveglia e li sentivo. Il pulsante per chiamare ondeggiava irraggiungibile, tanto ho fatto torcendomi che l’ho agganciato col tubo della mia stessa flebo e me lo sono avvicinato. Ancora non sapevo che quei tipi di flebo non permettono comunque all’aria di entrare in vena.
Sono stata lì dentro per ore mentre gli schiamazzi continuavano, alla fine hanno riportato in camera una Mimma furibonda, che ha mandato via energicamente il cognato e l’amica del cuore di mia sorella Iole, accorsa per starle vicino, in questi termini: -E voi che fate qui? Andatevene a casa-, volevo dire a pranzare, ma a quell’ora del pomeriggio si poteva pensare già piuttosto a preparare la cena. Perché così è la vita su questa terra: un intervallo fra un pasto e l’altro.
Nella stanza era ricoverata con me una signora più anziana, per quella notte, che per lei era la seconda e per me la prima dopo l’operazione, siamo state assistite entrambe dalla mia amica Enza, che ha sostituito Iole, ormai giunta ai limiti delle forze. Senza di lei la mia vicina di letto sarebbe stata persa. Enza ha passato le ore ammazzando zanzare e fissando le flebo per chiamarli quando finivano, alla fine si è addormentata con la faccia  sulle mie coperte ed era già mattina ed è arrivata nuovamente Iole.
Io stavo benino, poco dopo è passato il professore coi medici al seguito e mi sono congratulata  per l’ottimo lavoro, loro felicissimi e sorridenti.
L’indomani mattina due infermiere, che davanti ai medici cambiavano faccia, hanno coperto me e la mia compagna di camera con derisioni e volgarità, noi immobili a letto, sporche, nude pronte da visitare a qualunque occhio puro e impuro, da girare e aprire come Gesù in croce. Si sono infilate entrambe sotto la divisa il cartellino con nome e cognome e da quelle boccucce di rosa è uscita tutta la malvagità umana e poco importava che io fossi una professoressa operata dal loro stesso capo e quell’altra madre di medico, eravamo inermi nelle loro mani. E mentre stavamo lì è entrato a dare uno sguardo un loro degno amico con cui hanno scambiato battute vergognose.
Sono stata operata mercoledì sette ottobre 2015 e dimessa al volo domenica mattina undici ottobre, non è stato possibile finire l’ultima flebo perché si è perduta la vena e tutti i tentativi di acchiapparne un’altra sono stati vani.
Oggi dovrei prenotare la visita di controllo a un mese dall’intervento e non ci vado né telefono né niente: non mi sogno di farmi nuovamente scoperchiare da chissà chi. Io sto bene, per quanto sia debolissima e abbia poca forza anche per parlare. La mia solita igiene semplice ha fatto miracoli.
Non è lecito permettere l’uso degli smartphone in ospedale. Bisogna proibirli. In ospedale si lavori se non per amore almeno per paura di essere denunciati.
Immediatamente ho riferito quello che era avvenuto a due infermiere e a una dottoressa ed ho fatto sapere tutt’intorno che l’avrei detto al professore.
Quando la prima serie di star trek arrivò in Italia anch’io mi appassionai alla vicende del capitano Kirk e del signor Spock, il vulcaniano dalle strane orecchie: allora ero una giovane insegnante all’istituto professionale di Barcellona, non quella spagnola, naturalmente, un paese piuttosto vicino al mio, raggiungibile quotidianamente con il trenino oppure l’autobus.
Il pomeriggio guardavo quelle vicende ambientate nel futuro e tra quei personaggi vedevo l’amicizia, non si abbandonavano mai in mano ai nemici, tanto facevano da uscirne vivi e vincenti. Ricordo una puntata di quella prima serie, tutti si erano appassionati ad un gioco che li istupidiva e salendo di livello in livello stavano sempre immersi in quelle fantasie non bene identificate. La presi come un’improbabilità assoluta ed invece era storia. Il film lasciava immaginare chissà quali piaceri dello spirito pestando sempre quei tasti fino ad una condizione letteralmente fuori dalla realtà, oggi è quello che sta avvenendo qua intorno con l’uso e l’abuso degli smartphone. In pratica la vita reale viene subordinata a quella virtuale, ma debbo essere sincera: non mi pare che sui social network ci siano questi piaceri supremi, gli amici di internet vanno e vengono, aprono e chiudono, cambiano nome e si nascondono, spesso e volentieri si manifestano di poche vedute, interessati unicamente a se stessi e alla propria, piccola cerchia. Direi che internet può essere noiosa come la vita concreta, non c’è nulla di più e nulla di meno. E quante bugie dapertutto, ma non si vergognano di guardarsi allo specchio al mattino quando si sbarbano e si lisciano i maschi e quando si imbellettano le femmine prima di iniziare la propria giornata. Non posso vivere così.
Una volta si parlava della pecora nera come dell’eccezione, adesso è tutto il contrario. L’eccezione è diventata la pecora bianca, che semplicemente osa compiere il proprio dovere di persona senza imbrogliare ad ogni passo.
Nessuno sembra accorgersi che il pianeta si avvia ad un’unica lingua tanto semplice quanto banale: l’inglese. Si lamentano dei dialetti che muoiono e non si accorgono dell’italiano, quello di Dante, esaltato da Roberto Benigni, che in questo ha fatto un nobilissimo lavoro senza annoiare nessuno e soltanto esaltando. Vorrei salvare la lingua che amo e nella quale è nata la mia passione poetica. I romani, quando sottomettevano un popolo che recalcitrava troppo, gli imponevano la propria lingua, oggi lo stanno facendo come una moda e segno di novità.
Che bellezza. In quanto alle tasse, spremono il medio ceto, sollecitano offerte con ogni scusa servendosi dei canali televisivi e mendicano invece di organizzare un onesto lavoro per chiunque ne abbia la buona volontà e sia capace. Gira e rigira la corruttela generale è sotto gli occhi di tutti e ulula dai telegiornali, anche se certe notizie delicate magari le dicono una volta sola e di notte. Ma poi lo scandalo esplode ugualmente e le bugie non bastano.

Vergogna al mondo.

Domenica Luise

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Amore e Mimma

Quando Mimma incontrò Amore era una ragazzina sventata, che leggeva sempre, anche i giornali vecchi nei quali, allora, avvolgevano i pesci che la mamma comprava per risparmiare. In particolare c’era un giornaletto che s’intitolava Bambola e lei sapeva tutto a memoria, peraltro conosceva anche le poesie studiate a scuola e, per intero, il libro di lettura della seconda elementare, che declamava a testa alta nella noia generale della classe e della maestra. Ecco.
Tuttavia le avventure di Pupetta, Pippetto, l’ometto lampadina e fata stellina erano le sue predilette.
Zia Maria la provvedeva di tali tesori, che ottenevano molteplici effetti: improvvisamente la furia di casa, rintanata nell’angolo più remoto del cortile, sotto il gelsomino che, dal giardino dei vicini si arrampicava per fiorire sul muro in comune, non si vedeva e non si sentiva più per un’ora e mezza, forse due se la lettura esigeva fantasia. Intanto il mondo mi attendeva sollevato per la momentanea stasi.
Mimma non si accorse di avere due tentativi di campanellini al posto del seno fino a quando una mattina a mare, mentre faceva impetuosamente un fosso nella sabbia, non le scapparono dalla pettorina uno a destra e l’altro a sinistra e se non fecero din don a festa poco ci mancò. Una signora vicina di ombrellone incominciò a prendermi in giro, subito si creò un capannello, tutta rossa di vergogna e di innocenza Mimma fuggì, discinta o quasi, verso casa, bastava attraversare la strada, salì le scale difendendosi i campanellini saltellanti e bussò di furia gridando che quel prendisole non l’avrebbe messo mai più.
Invece l’indomani lo indossai, ma la mamma, armata di ago e filo, dovette praticamente cucirmelo intorno, così imbracata mi presentai sulla spiaggia, con disappunto dei compagnetti maschi e divertimento di tutti. Orgogliosissima, mi scatenai con un occhio al secchiello e l’altro alla pettorina, che non si mosse, ma il problema venne dopo, al momento che la mamma dovette togliermelo e non veniva via in nessun modo, mi ci aveva cucita dentro troppo bene. In quel momento lei doveva preparare il pranzo e la prese con me, dopo non mi ricordo come finì, si sarà rassegnata a comprarmi il prendisole nuovo.
Bazzecole, inezie, carabattole. I ragazzini  di allora, nella foto ricordo, hanno gli occhi puntati su di me, che rido ignara con addosso il prendisole incriminato, era giallo a fiorellini grigi.
Quando intravidi Amore, egli fece per me un balletto di luce, che mi lasciò a bocca aperta. Non si poteva resistere a tante seduzioni e mi preparai al matrimonio.
Avevo una così grande felicità che poteva bastarmi per sempre, ma il mio sposo non voleva mostrarmi i suoi occhi, diceva che m’avrebbero accecata. Ridendo, gli rispondevo che sembrava il mito di Amore e Psiche, ma a noi non sarebbe mai accaduto. Allora egli mi sorrise a sua volta, ma con una strana tristezza. Difatti, quando ci baciammo, gli disobbedii e lo guardai. Un lampo azzurro mi abbagliò davvero e strinsi l’aria.
Adesso gli chiedo sempre: <Dove sei?>.
Interrogo la pesca succosa e il fiore pietoso, l’erba che buca la terra e il sole che va a dormire rosso di vergogna per i peccati umani. Mi sto addormentando anch’io, buonanotte, Amore, dove sei, chi sei? Protendo la mia cecità verso di te.

Domenica Luise

PS: se volete ascoltare Mimma che canta inventando nell’attimo, fate clic su http://beatiipoeti.blogspot.it/

Nemo

Ditemi voi se si può gettare dal balcone un gatto bello come me, di appena un mese di vita. Per mia fortuna sono caduto sul tetto di una macchina, che ha attutito il colpo, così dicono sempre le mie mamme tra le cui mani, che mi accarezzavano, sono rinvenuto. Si chiamano Enza la grande e Giada la ragazza, che è sua figlia. Dice che sul momento mi avevano creduto morto. Ho anche un papà, che mi sembrava severo e invece no, è buono e mi fa stare nella sua casa dove sono padrone di molti cuscini e peluches tra i quali gioco e mi mimetizzo. Col mangiarino che mi danno tutti i giorni mi sono ingrassato, così gli sento dire.  Non sono riuscito ad addomesticare anche la gatta ufficiale di casa, che è bellissima, tutta rossa e si chiama Iris, quando cresco la sposo, forse, se non ne trovo un’altra che mi piace di più. Gli ha fatto un buco nella zanzariera da dove entra ed esce, è molto pratico, peccato che da lì si infilino anche le zanzare e gli umani dopo si grattano. Non vedo l’ora di inaugurare il buco anch’io, per sdebitarmi tento di acchiappare le zanzare e le mastico, hanno un buon sapore. Appena esco il primo topo che prendo è per i padroncini: se lo meritano.

Domenica Luise

(Fotografie di Giada Donato, la mia mamma piccola)

Lettera di Nina agli amici poeti

Carissimi,
direi una bugia se vi dicessi che sono “guarita”. Il caso è aperto: l’aritmia, i tremori e tutto il resto – non passano. Ancora non esiste una motivazione oggettiva che porti a comprendere la causa di quello scompenso al cuore… Forse sto recuperando il motto “Non mollo!”; riesco a stare di più al pc e lavorare e tenere i contatti. Ci siete voi, mio grande supporto… Non avete un’idea di cos’ha rappresentato per me il vostro affetto, le vostre attenzioni, la vicinanza: forza, energia, amicizia, sodalizio. Sto meglio psicologicamente.
Mi è sempre successo il contrario.
La mia salute è cagionevole sin da quando ero bambina. Ho vissuto periodi in cui l’indifferenza di pseudo amici si faceva sentire.
Diciamola tutta: il sano tende, per timore o per atto involontario, ad allontanare il malato. Parlare di malattie fa paura, diventa una quasi “colpa” sociale, induce persino alla discriminazione. Da anni studio questo fenomeno, in ascesa tra l’altro.
L’ospedale diventa luogo metainfernale. Se va meglio – purgatoriale… Molta gente vive una solitudine che consuma, e spesso stille lacrimose le intercetti nei pazienti isolati, negli stanziali delle corsie ospedaliere, persino nei ragazzi… Esiste la malattia, è vero, ma in questi luoghi si vive, contemporaneamente, una condizione aberrante: il proprio lutto. La propria morte – da vivo. Ed è uno stato psicologico grave, orribile, da non sottovalutare affatto.

Vi racconto una cosa, poi chiudiamo l’argomento: accanto al mio lettino, c’era una persona (neanche tanto anziana) che borbottava in continuazione, e lo faceva con tono piuttosto alto. Doveva stare fermo, essendo monitorato, invece si staccava tutto – persino l’ago cannula per le flebo. S’alzava privo d’equilibrio, andava avanti e indietro a zig-zag… C’era la scusa del bagno; poi rivendicava la necessità di un ansiolitico per dormire. E quando l’infermiera glielo portava, rifiutava l’assunzione perché non avrebbe dormito ugualmente. Un incubo, insomma.
Furono in due, alla fine, ad urlare: lui e l’infermiera. Ok…
Mi avevano sedato con una massiccia dose di bromuro e non riuscivo a dormire. Cioè, dormivo a corrente alternata. Ero anch’io monitorata, e più volte hanno dovuto ricorrere all’ossigeno. Stavo da schifo… E il tipo accanto fuori di sé, perché reclamava il MIO ansiolitico, il MIO ossigeno e un’attenzione altrettanto privilegiata. Avevo capito tutto e non capivo nulla, ma ho avuto la forza di chiamare l’infermiera e chiederle di eliminare il telone verde che ci divideva.
Impossibile, sembrava. Sia per le mie condizioni, che per le sue eventuali stranezze reattive… Ho fatto chiamare la capo-infermeria, a stento le ho chiesto la stessa cosa. La capo-infermiera ha svalvolato con me, ricordandomi che non era uno scherzo quello che avevo avuto…
Non capivano! Queste due non capivano che togliendo quel telone facevano cosa sacrosanta! Lui non sopportava quel divisorio, voleva annullare le distanze – perché, nella sua testa, dall’altra parte del telone c’era qualcuno che veniva trattato meglio di lui… 

Giorgio, questo il suo nome, cominciò ad ascoltare una voce flebile – la mia: “Giorgio, puoi chiudere un po’ il telone?”.
Non aspettava altro.
Gli chiesi se mi raccontava qualcosa, anche una favola. E lo fece, iniziando a narrare la sua storia partendo dagli avi!
Ora si comportava in modo “paterno” e “affettuoso”, non voleva più disturbare, si scusò se l’aveva fatto e del resto aveva una grande agitazione e in fondo lui non aveva bisogno dell’ossigeno perché respirava bene… Voleva un trattamento paritario: pensava fossi ricca, quando lui era povero. Pensava che il giorno dopo lo avrebbero buttato fuori dall’ospedale, perché senza soldi e con un brutto carattere… Francamente non ricordo se ebbi la forza di dirgli qualcosa per rassicurarlo, i battiti del cuore stavano diminuendo sempre più, non respiravo neanche con la maschera, pensavo che stessi morendo… Giorgio aveva intuito che stavo male, si ritolse l’ago cannula, buttò all’aria l’armamentario di fili, si staccò dalle macchine ed ebbe la forza di andare dalla capo-infermiera dicendo che stavo morendo… (questo me lo hanno raccontato il giorno dopo).
Lascio a voi le conclusioni.

                                                                 Nina Maraccolo

Poeti?

 

Sembra che tenere un blog di poesia sia prestigioso e gli aspiranti poeti
sono tanti.
Meno valgono e più trovano clienti ai quali piacciono i pochi contenuti
e la forma raffazzonata.
Copiando a dritta e a manca dalle opere minori dei grandi poeti,
uno di costoro vinceva i concorsi, il che dimostra la preparazione
letteraria dei presunti giudici.
Un giorno mi aspettò in agguato all'ingresso della scuola e mi consegnò
un mazzo di fogli chiedendomi un giudizio, risposi che erano belle, e difatti
lo erano, per quella volta aveva saccheggiato Ungaretti, nientepopodimeno.
Allora, senza perdere tempo, mi chiese di correggerle, e difatti i versi
erano belli, ma senza connessioni sintattiche, risposi che io
non correggevo i poeti (e nemmeno i prosatori: chi vuole scrivere
faccia da sè). Allora mi diede un fascio più corposo di altri fogli.
Presi tempo, ogni mattina mi aspettava all’entrata, le prime volte salutava,
col passare dei giorni si preoccupò e mi chiese se avessi letto le poesie,
risposi di sì e gli domandai  se fosse tutta farina del suo sacco.
Sbalordito rispose: <E chi ero io? Alessandro Manzoni?>.
Magari Alessandro Manzoni no, che so io, Tizio de Caio oppure il
signor Smith, Giovanni, Mimmo o Franceschino, in ogni caso se stesso.
Gli riconsegnai il malloppo e non so quanti altri concorsi abbia continuato
a vincere. Mentre scrivo un dubbio atroce s’insinua nella mia mente:
avrà imparato a usare i congiuntivi?
Ma se li ignora nello stesso modo in cui io sconosco la fisica dei quanti,
non so che dire.
Via, ragazzi. Ma come si fa?
Poi ci sono quelli che copiano documentandosi sui libri e sui blog altrui.
Alcuni pochi sono in grado di rielaborare, gli converrebbe
mettersi in proprio scavando in se stessi anziché nelle cose degli altri
oppure rimarranno a vita nella mediocrità o poco meno.
Per i puri copisti il discorso è diverso: smettetela e basta perché prima o
poi qualcuno più sveglio se ne accorge e sarete svergognati coram populo.
 
                                                                              Domenica Luise
 

PS: Coram populo significa davanti a tutti, è una frase idiomatica latina che
mi è scappata e la lascio perché mi piace, ci sta bene, aggiunge
una qualche solennità sarcastica.
 
 
 

La teoria mimmiana del cappuccino

Il cappuccino

 

Dunque: qui in famiglia e dintorni tutti conoscono il mio amore
viscerale,è proprio l’attributo giusto, per il cappuccino.
La mattina non transigo. Dentro una bella tazza panciuta riverso un
po’ di latte e molto caffè, che deve essere appena amarognolo.
Riscaldo a microonde e ci inzuppo, poiché sono in dieta, tutti i cereali
che mi pare, quelli semplici senza cioccolatto né mandorle né frutti secchi.
Con questo metodo dimagrisco rapidamente, se però passo
ai biscotti ingrasso nella stessa maniera.
Quindi niente dolci, mai o quasi: mi conforto col cappuccino.
Ecco.
Quando Iole era incinta di Mariachiara, io facevo il catechismo
ai bambini della prima Comunione la domenica mattina.
Avevamo un libro di testo che seguivo a modo mio leggendolo e spiegandolo
insieme ai bimbi. Rapidamente scattò fra noi un’intesa profonda per cui
la domenica, alla fine del catechismo, c’era la gara a chi mi potesse
stare più appiccicato e, soprattutto, impadronirsi di una delle mie mani.
Ricordo la risata del parroco quando, una volta, mi vide uscire
dalla saletta del catechismo con due grappoli di bambini,
uno a dritta e l’altro a manca, tutti vogliosi di sedersi
accanto a me durante la messa che sarebbe seguita.
Il culmine lo toccò Grazia, che faceva il fioretto di NON sedersi
accanto a me. Eppure io non sono una che incita alle “grandi” penitenze. Mah.
Grazia era un caso a parte, adesso è una dottoressa e pittrice.
Mi disse, sottovoce, che Gesù “le allargava il cuore”.
Ricordo come avvenne quella preziosa confidenza. Basterebbe
un momento così ad accendere una luce perpetua nella vita di una catechista.
Ora il libro di testo iniziava col segno della croce e un accenno
alla santissima Trinità.
Ed io dovevo spiegare un tale argomento a una schiera di infanti inquieti,
perché all’inizio gli allievi non sanno cosa li aspetta e provano
a divertirsi un po’, dopo ascoltano per rendersi conto con chi hanno
a che fare e, se trovano un punto debole, non li pigli più.
Non ricordo se mi sono raccomandata l’anima a Dio il primo giorno, all’incontro,
ma suppongo di sì poiché lo disturbo continuamente per molto meno.
Ho detto che c’è un solo Dio in tre persone e ogni persona ha un proprio compito.
Il Padre crea l’universo, la terra e tutti gli esseri viventi; il Figlio
si sacrifica sulla croce per salvare ognuno di noi e lo Spirito santo
tiene sempre uniti Padre e Figlio col suo amore e dove va l’uno
lo segue anche l’altro perché stanno sempre abbracciati.
Ho abbracciato due bimbi: <Se noi ci vogliamo tanto bene e
non possiamo vivere separati, dove vado io ci siete anche voi>.
A questo punto mi è venuta l’ispirazione: <Che cosa mangiate la mattina?>.
Subito è iniziato il coro: il latte, il cioccolatto, il cappuccino.
Appunto.
<Prendiamo il cappuccino, come si fa?>.
<Col latte, col caffé, con lo zucchero>. Questo lo sapevano tutti.
<Quindi ci vogliono tre cose diverse, come le tre Persone della santissima Trinità>.
<Certo, tre cose>.
<Allora al Padre che crea tutto l’universo ed è come una mamma
facciamo fare il latte?>.
I bambini riconobbero che il ruolo del latte gli calzasse a pennello.
< E a Gesù, che prova i dolori della croce, cosa facciamo fare?>.
<Il caffè perché è amaro>.
<E allo Spirito Santo lo zucchero, che addolcisce latte e caffè>.
Tutti d’accordo.
<E dopo che mescolate il cappuccino, potete più separare latte, caffè e zucchero?>.
La risposta fu un coro trionfale: <NOOOOOO>.
<Proprio come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo> conclusi, anch’io in trionfo.
Dopo un anno, le prime Comunioni si avvicinavano e ne interrogai uno.
<Parlami della santissima Trinità> dissi.
<La santissima Trinità è come un cappuccino> rispose lui.
< E noi siamo il biscotto che s’inzuppa dentro> concluse un altro.
Dieci con lode a tutti i bimbi.
Diteglielo a qualche teologo…ah, ah, ah.
 

                                             Domenica Luise              
 
 

Il cuore di un cane

LupacchiottoLupo Cuordileone

Avrebbe fatto di tutto per la sua padrona, anche se era nato timido e, forse, vigliacco. Da piccolino lei gli metteva il guinzaglio e lo portava a spasso sulla Nazionale, non per un lungo tratto, ma Lupo, nome solenne e ben poco adeguato, aveva terrore delle macchine, che sfrecciavano noncuranti dei limiti di velocità e soprattutto si impuntava alla vista degli autotreni sbuffanti, puzzolenti e minacciosi. Allora la padrona lo portava in una traversa che giungeva fino al mare, che però egli non poté vedere mai perché sulla destra, in un giardino recintato, c’erano due cani che facevano la guardia e gli abbaiavano contro selvaggiamente. Anche di quei due lui aveva terrore, così la padrona tornava sulla Nazionale, dopo avergli detto, con grande pazienza, che non c’era nulla da temere perché i cani erano chiusi, girava verso destra quindi non verso casa, ma egli era contento perché lo portava dalla fotografa, la prima volta Lupo ebbe la ciotola con l’acqua e subito gli scappò la pipì per tutto il negozio, vide che la padrona, tutta rossa, si scusava e che la fotografa, sorridendo, puliva come se invece le facesse piacere, la seconda volta pure. Entrambe le volte, all’uscita, Lupo tirava il guinzaglio con tutte le forze a sinistra, per tornarsene subito a casa.
                Per questo la padrona lo ribattezzò Lupo Cuor di leone e da allora rinunciò alle passeggiate fuori dal suo spazio, sarebbe a dire dallo spazio del cane,  che era abbondante. Tutto il giardino, davanti, intorno e di dietro, gli apparteneva indiscutibilmente. Lupo faceva la ronda, specialmente quando appariva la padrona, per farsi bello davanti a lei, abbaiava con impegno contro chiunque passasse sul marciapiede e segnalava che la zona era sua con i propri escrementi liquidi e solidi scrupolosamente esibiti davanti al cancello, cosa che non poche volte causò non profumate pedate della padrona, sorella, nipoti, cognato, parenti, amici e conoscenti distratti o ignari. Lupo era un bel cane, un incrocio ben riuscito, nero rifinito di bianco, una specie di pastore belga molto morbido, con grossa testa e robusti pettorali, orecchie sempre tese, coda piumosa e fieramente arricciata sul cocuzzolo, sguardo marrone. E’ vero che non era nemmeno niente di speciale, ma sembrava bello alla sua famiglia, specialmente alla padrona, e tanto gli bastava. Da ragazzo appariva al fischio, dopo però divenne sordo e doveva, con vergogna, orientarsi tramite i gattini, che pure riconoscevano il fischio e volevano bene alla padrona. Lupo li tollerava, era un bravo cane, una volta sola aveva addentato l’orecchio alla rossa, di nome Marilina, perché proprio quella non lo temeva anche se lui era tanto più grosso ed un cane, per quanto vigliacco, ogni tanto perde la pazienza.
Gli piaceva molto mangiare nella propria ciotola di plastica arancione ai piedi della padrona, il mattino, lei si metteva seduta sugli scalini dell’ingresso e lo vezzeggiava dicendogli che era bello e sincero.
Mimma con LupoQualche volta, più contenta, incominciava a
cantare ed anche se egli, ormai, non sentiva più bene, quello che gli arrivava del canto felice lo spingeva a saltare di gioia dimenando più fortemente la coda. Guardava la padrona con tutto il suo cuore di cane, la festeggiava ogni volta che entrava ed era triste ogni volta che usciva, gli cadeva giù la coda anche se lei gli diceva che sarebbe tornata presto. Non avrebbe voluto farla arrabbiare, ma ogni tanto capitava perché aveva bisogno della sua tenerezza oppure gli veniva fame e la chiamava abbaiando dietro la porta e facendosi tutte le finestre ad una ad una fino a quando magari lei spuntava, con gli occhi semichiusi perché stava facendo la pennichella e una bottiglia d’acqua in mano, lo sgridava e lo spruzzava, brutto segno: Lupo scappava e non si sentiva più…fino alla prossima volta.
Il quindici di marzo la padrona uscì, Lupo aveva mangiato al mattino con appetito tutto quello che c’era nella ciotola, sembrava in perfette condizioni, ma quando la padrona tornò lo trovò buttato per terra, che rantolava con la bava alla bocca. Si era fatto addosso i suoi bisogni, nei quali giaceva senza dare segni di riconoscerla. Subito lei telefonò al veterinario, che le parlò di stato preagonico del cane, la padrona scappò in farmacia e gli fece una puntura sul dorso. Più tardi arrivò il veterinario, che confermò la diagnosi: Lupo stava morendo.
Gli fece altre iniezioni, ma così, per scrupolo. Quando se ne andò la padrona pregò per lui e disse al Signore:
< Non farlo morire adesso che sono da sola. Se Tu vuoi, Tu puoi guarirlo >.
Poi la padrona se ne andò a fare la pennichella, però quella volta non poté dormire anche se lui non abbaiava dietro la porta né sotto le finestre. Poco dopo tornò, mise la sedia di plastica bianca accanto a lui, che giaceva sempre per terra e gli disse: < Non darmi il dispiacere di non riconoscermi >.
Subito, all’istante, Lupo sentì qualcosa che gli riscaldava le vene scorrendo forte, si alzò, il suo pelo così morbido divenne nuovamente lucido, le si mise di fronte, muovendo dolcemente la coda ed aspettando le carezze, che non mancarono. La padrona restò a lungo con lui, che dapprima era un po’ malfermo sulle gambe, poi prese forza, fece pipì, mangiò i croccantini, bevve l’acqua, riprese a girare per il suo giardino e, quando lei sbalordita rientrò in casa, si rimise a fare la guardia e ad abbaiare.
Per altri quaranta giorni Lupo stette con me. Perché questa è una favola vera, avvenuta proprio così. Pimpante, allegro, affettuoso. Ebbe solo un altro malessere il mattino di Pasqua, e quella volta non ero da sola, ma con mia sorella, il cognato, Giovanni e Maria Chiara. Gli passò subito tutto al pensiero: “ Signore, non farlo morire proprio il giorno di Pasqua”.
Lo vedevo in perfette condizioni e partii per tre giorni di convegno, mentre ero lì, il mattino del 24 aprile, lo trovarono morto in giardino sotto la cycas ed i suoi cari, venuti apposta da Messina, lo hanno seppellito in giardino ed io non c’ero a fargli l’ultima carezza, ma gliene avevo fatte tante prima.
Sei stato l’unico cane della mia vita e mi ricorderò sempre del tuo sguardo marrone posato su di me. Nessuno al mondo mi fissa con tanto amore e non si stanca mai di me.
Sono anche sicura che adesso tu provi le carezze divine ed hai in Paradiso una tua coscienza d’amore: te la sei meritata.

                                                                Domenica Luise

( Fotografie di Domenica Luise. La mia foto con Lupo è stata scattata da un allievo )
 
 

La festa della donna

 
 
Non era bello né alto, bene impostato, con un volto dalle mascelle energiche come piacciono a me, invece  rotondetto, due occhi neri neri e il sorriso da un orecchio all’altro. Allora ero ricoverata in una grande stanza a sei letti, ma non mi ricordo quale fosse la ragione, forse i postumi dell’embolia polmonare seguita da altre embolie recidivanti a catena. Il ragazzo veniva a trovare una signora che stava in un letto di fronte a me, accanto a lei giaceva una vecchietta che gridava e si lamentava sempre affermando di essere stata tradita: pare che avesse messo non so che firma alla domestica la quale, adesso padrona, scompariva volentieri.
Stavo troppo male per ricordarmi lucidamente tutti gli eventi di quel ricovero, quindi vado a sprazzi. Una mattina entrarono i dottori, uno disse ai colleghi:
< C’è sentore? >, capii che parlava della morte di quella povera vecchia, così avrebbe smesso di dare fastidio a tutti. Mi sembrò indicibilmente triste. Disumano, ed un medico non dovrebbe mai essere disumano o è meglio che faccia un mestiere più adeguato al suo spirito. Tuttavia nemmeno io sopportavo la vecchia,
questo debbo dirlo perché il ruolo della santa non mi si adatta.
L’ospedale è un pianeta a parte. Lì dentro non ero più la professoressa, ma quasi un numero. Ricordo, molto annebbiata, una signora che mi imboccava con la pasta al forno che le avevano portato, o almeno c’era il sugo rosso. E ancora mi andava bene perché ragionavo,  potevo chiamare, sapevo esprimermi. Avevo i miei spiccioli se passava quello delle riviste e volevo un giornale oppure una bottiglia d’acqua.
Il fatto di strizzare il tempo delle visite era odioso: mia sorella con i bambini dovevano aspettare che arrivasse il verdetto, certe volte, con sorrisi e lusinghe, riuscivano a sgusciare. Ogni tanto arrivava mio cognato, più abile ad entrare
fuori orario. Mi portava le arance della sua campagna, buonissime.
I parenti e gli amici venivano a trovarmi con la faccia triste e le buone parole ed anche qualche alunno marinava la scuola per presentarsi orgogliosissimo in ospedale.
Le mie quotazioni salirono, e non di poco, quando vennero a trovarmi il mio preside con la moglie, una signora dolcissima, che ancora lo trattava come un fidanzato.
 Lui era rimasto vedovo e si erano sposati da poco.
La giornata, in ospedale, si somiglia sempre. Avevo una radiolina con la cuffia, sì, lo so, il computer mi avrebbe salvata, ma ancora non ci pensavo proprio. Poi la sorella e il cognato mi portarono un piccolo televisore, ma una compagna di camera
mi chiedeva sempre di vedere quel programma di Iva Zanicchi
che c’era allora, OK, il prezzo è giusto. Ciò divenne il mio incubo.
E venne il mattino della festa della donna, un otto marzo al quale nessuna di noi pensava anche se ogni tanto guardavamo la libertà fuori dalle finestre.
Entrò lui, dalla porta: il ragazzo, figlio o nipote o non so cosa della mia dirimpettaia, aveva le braccia cariche e rideva allegrissimo.
Portò ad ognuna di noi, anche alla vecchia che gridava sempre e capiva ormai ben poco, un cappuccino con un cornetto per una ed un incantevole mazzetto di mimosa ed anemoni avvolti con fiocchetto nella carta del fioraio, erano freschissimi. Mi ritrovai a piangere nel letto con la tazza in mano, i fiori nell’altra
e il cornetto sul risvolto del lenzuolo.
Non potevo, in quel momento, bere il mio cappuccino che mi piace tanto
né mangiarmi il cornetto, ma per me è stato lo stesso.
Chiesi subito un bicchiere d’acqua e sistemai i fiori.
Nessun estraneo aveva mai avuto per me un gesto d’amore talmente gratuito.
Poco dopo entrò un’infermiera che stridette: < E come, lei ( la vecchia rimbambita
o così credeva ) deve avere i fiori e io no? >.
Andò al comodino della signora, che non dette cenni di comprendere
e le tolse i fiori anche se non tutti.
Si prese quelli che volle ed uscì.
                                                                           Domenica Luise

 

Gli alunni ed io

 

 

Insegnavo, ai tempi, italiano e latino in un liceo scientifico.  Lui era un ragazzone sempre col sorriso stampato sulla faccia e l’andatura dinoccolata, rigorosamente svogliato.  Passava la giornata in trance, a tutto interessato tranne che a me. Ora di letteratura latina.
< Stai attento, non distrarti > ( io ).
< Sì, professoressa > ( lui, con atteggiamento rassegnato assente ).
< Vedete che poi queste cose le voglio tutte >.
< Sì, professoressa > ( piccolo coro della classe ).
< Facciamo così, dopo vi interrogo e mettiamo un voto >,  gli allievi sollevarono il capo appena più svegli : meglio in letteratura che nella sintassi.
Proseguii dopo avere guadagnato il minimo dell’interesse necessario, ma non da lui.  Allora, quando prendevo le mie vendette, prima facevo finta di sputarmi nei palmi delle mani, dicevo < Ah, ah, ahhhh > , aprivo il registro : < Interroghiamo >.
Fingevo di andare con la penna a casaccio e chiamavo chi pensavo ne avesse bisogno.
Feci il suo nome. Egli restò lì a guardarmi come sorpreso.
< Debbo mettere due subito ? >.
< No, professoressa, vengo >.
Arrivò a passo lento, incominciai a fare domande, i compagni, col libro aperto davanti, suggerivano tutto, egli ripeteva, ma era rosso e sudato un pochino sulla fronte.
Per il suo bene non potevo impietosirmi né dovevo. Il più seriamente possibile toccai qui o lì gli autori svolti, i suggerimenti arrivavano prima a me che a lui. Del resto tutti gli alunni da subito si accorgevano del mio udito sottilissimo e, dopo i primi tentativi, preferivano stare zitti anche per non essere la prossima vittima.
Poiché non dicevo nulla,  essi continuarono a dettargli le risposte ed egli, ma sempre più incerto, a ripeterle.
Alla fine gli detti l’unghiata del leone: volli sapere in quali periodi fosse suddivisa la letteratura latina. Non lo chiedevo mai a nessuno ( non amo il nozionismo forzato ) ed era risaputo quindi tutta la classe, quella mattina, se lo ripassò, giunti all’ultimo, quello di decadenza, egli  apriva la bocca e non fiatava, i compagni suggerivano sempre più forte, ma Salvatore niente.
< Insomma, come si chiama quest’ultimo periodo ? > sbottai ormai all’estremo della pazienza e lui:
< Periodo di catalessi, professoressa >.
< E un’altra catalessi sei tu > gli risposi scrivendo il due necessario.
Stessa classe, Divina Commedia, Inferno. Quella mattina avevo preparato per loro un canto, ma non mi ricordo più quale fosse,  sul quale a scuola si preferisce sorvolare per le difficili connessioni tra

la Bibbia e la mitologia greca : Dante se ne va per fulgurazioni sintetiche, in una forma metrica rigorosissima, come si usava ai tempi, ma con uno stile assolutamente moderno.  Io sono un’appassionata. La dose della lezione era mezzo canto, la regola che dovevano subito essere in grado di ripetermi la spiegazione dimostrando di avere capito tutto: il significato  parola per parola, l’insieme e l’analisi logica e del periodo.
Potevano fare tutte le domande necessarie ed io avrei ripetuto più volte la stessa cosa con parole diverse, ma se al mio : < Avete capito ? > rispondevano di sì, dopo dovevano dimostrarlo.
In questo modo
la Divina Commedia andava bene per tutti ed era per loro facilissimo prendere sette.
Sicché mi chiedevano sempre di essere interrogati in Divina Commedia. Quella mattina si presentarono concordi senza libro.
Ricordo ancora Luigi, con un braccio disteso sul banco e l’aria assonnata :
< Spieghi pure, professoressa, stiamo attenti lo stesso >.

Dissi che il canto era difficile e che dopo li avrei interrogati. Tutti.
< Non si preoccupi, professoressa, stiamo attenti lo stesso > ( piccolo coro della classe ).
Spiegai il mezzo canto dovuto e afferrai il registro. Avevano capito in maniera perfetta. Era stato uno scherzo, la voglia di dimostrarmi quanto fossero diventati bravi. Ridemmo insieme e misi sette a tutti.
Franco era l’alunno più indisciplinato dell’istituto, del genere che una mattina, come mi disse lui stesso davanti a tutti i compagni, si fece cogliere in flagrante dalla vicepreside con una  borraccia di coca cola in mano e le lasciò credere che fosse droga, la poverina mandò il liquido ad analizzare dopo essere salita su una sedia ( era formato mignon ) e avergli stampato due schiaffoni ( aveva il consenso disperato della famiglia ) , egli entrò in classe lamentandosi e massaggiandosi la faccia, ma era compiaciuto. Un’altra mattina me lo trovai, in pieno inverno, rapato a zero da capellone che era, la solita vicepreside gli ripeteva sempre di tagliarseli , Franco si presentò a scuola col cranio nudo e le disse: < Vanno bene così o ancora più corti ? >.
Non sopportava il professore di filosofia e così, quando era interrogato, non parlava. Con me aveva sette in letteratura italiana ( in latino no! ) e scriveva articoletti per il giornalino di classe. Mi faceva dei bei temi in calligrafia sbilenca e studiava di gusto.
Quando dettai sette alla chiusura del primo quadrimestre, il collega di filosofia mi attaccò pubblicamente dicendo che non poteva essere. Risposi che andava bene e valeva sette.
Ogni volta che l’anno finiva quello di filosofia restava indietro con le interrogazioni e mi chiedeva sempre di sedersi in fondo alla classe per esaminare i soliti ritardatari, lì l’aspettavo. Lui si sedette ed io chiamai Franco alla cattedra in letteratura italiana, sapevo benissimo quanto avesse studiato. Incominciai con domande terribili e approfondite, il ragazzo si mise a esporre il tutto con la massima disinvoltura, dopo un pezzo sentii una voce dal fondo della classe: < Ma allora è vero che questo non parla soltanto con me >.
Quell’estate ricevetti una cartolina da Franco, diceva così: Grazie di tutto. La ricorderò sempre.

Mi mancano.

 

                                  Domenica Luise

 

 

Un’esperienza dall’al di là

 

Un mio conoscente ottantenne, poco istruito ( massimo terza elementare ), poco interessato al mondo spirituale, affatto credente, ha subito mesi fa un grave incidente automobilistico. E’ stato trasportato in ospedale in coma per trauma cranico ed in seguito operato per emorragia cerebrale.

Non ricorda nulla né dell’incidente né dell’intervento, quando si è risvegliato aveva problemi al braccio destro, ma nel complesso stava bene.

Mi ha raccontato, meravigliandosi egli stesso, di una visione o sogno avvenuto nel suo coma.

< Mi trovavo in un immenso spazio pianeggiante e c’erano milioni di persone in piedi, tutte vestite con una tunica grigia. Il terreno era arido, con delle stoppie secche, come di un campo che era stato falciato. Improvvisamente dal fondo si stagliava una figura di uomo più grande delle altre, che sembrava vestito di luce, camminava verso di me e le persone gli facevano spazio. Passava e muoveva la mano destra come fa il papa, quando mi è arrivato vicino io ho allungato una mano per toccarlo, ma la mia mano l’ha trapassato. Il sogno o la visione è finita qui, però da quel momento ho la certezza che c’è un’altra vita dopo di questa > .

Questo mio conoscente, ogni tanto, lo sentivo bestemmiare, ora non è capitato più.

 

Iole Luise

 (Testimonianza di Iole Luise)