Stelle


Fanciulla serena

I poeti hanno tutte le stelle del cielo
in una parola
e i miliardi dei miliardi di anni
e di spazi e ogni storia
favola speranza religione o amore
amore, amore. Sono i giocolieri
dell'eternità. Camminano
sugli orli di notte svagatamente
e si alzano a volo sul tetto
di una casa sognata.
 
Sono incompatibili alla morte.
 
Tra quelle mani di piuma
ogni dolore sussulta di primavera
come una violetta nel prato di ortiche.

                                                              Domenica Luise
              (Particolare dell'affresco Le poetesse radiose di Domenica Luise)


 

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Il cuore del padre

 
Il padre pianse in segreto perché il figlio più grande gli aveva chiesto la propria porzione di eredità e se n'era andato senza dire dove: <Sono maggiorenne e non voglio più sentire le tue prediche> gli aveva risposto quando egli, fino all'ultimo, lo aveva pregato almeno di dirgli cosa avesse intenzione di fare.
Allora il padre prese il telefono e chiamò un investigatore privato costosissimo e sicuro, perché gli dicesse se il figlio se la cavava.
I primi tempi i soldi c'erano e il figlio si divertì: donne, amici, banchetti, discoteca, alcool e droga, anche quella, purtroppo. Finì arrestato parecchie volte, ma il padre, in segreto, pagava la cauzione e il figlio usciva senza nemmeno domandarsi perché e chi l'avesse fatto liberare. "La colpa è mia" pensava il padre, "io l'ho fatto crescere troppo viziato, l'ho accontentato in tutto anche prima che me lo
chiedesse, era tanto un bel figlio sempre allegro, sornione, accattivante".
Ma suo fratello minore e la sorella piccola non erano come lui: studiosi, sempre promossi, entrambi con la testa sulle spalle, affermavano che il fratello era matto con una durezza che trapassava da parte a parte il cuore del padre.
I due ragazzi rimasti, per quanto il padre fosse riccone, si davano da fare coi primi lavoretti da piccoli guadagni come fanno i giovani che ragionano: distribuivano volantini di pubblicità alle famiglie nelle buche della posta, facevano lezioni private e in estate aiutavano i bagnini sulle spiagge, qualche volta salvarono una vita umana e il padre pianse anche stavolta, ma  di gioia.
Poi la femmina incominciò a fare la parrucchiera a domicilio e intanto si pagava gli studi, il maschio aiutava le persone a compilare la dichiarazione dei redditi e anche lui si pagava gli studi, cosa di cui erano orgogliosissimi entrambi.
E venne la sera in cui il fratello minore festeggiò la propria laurea in giurisprudenza ottenuta col massimo dei voti e la lode. Portava  un cravattino blu a farfalla, camicia immacolata con piegoline eleganti, completo dello stesso blu del cravattino e in mano una carpetta con dentro i suoi primi progetti. Aveva tentato di ordinare i riccioli mediante un gel che gli teneva i capelli appiccicati, il padre lo trovava un tantino buffo, ma tratteneva il sorrisetto. La sorella scollata in lungo con tacchi così alti che si trascinava, comunque belli tutti e due. Mentre mangiavano al ricco tavolo si presentò il figlio maggiore, poveramente vestito, col suo sorriso sornione e l'aria spavalda malgrado fosse tanto dimagrito e gli tremassero le mani. Il padre gli si gettò subito al collo, lo fece accomodare vicino a sè, lo ascoltò tutta la sera e si commosse per il modo famelico con cui mangiava. Poco dopo gli diede un grosso assegno, gli fece preparare la camera più bella, il letto più morbido,  lo baciò ancora e l'indomani mattina si svegliò felice e ben riposato dopo tanti anni di insonnia perché era tornato a casa. Quando lo cercò trovò il letto disfatto, la camera in disordine, le bottiglie di liquore che teneva nell'angolo bar dell'ingresso erano sparite e il figlio se n'era andato di nuovo con l'assegno.
Il padre pianse ancora in segreto mentre gli altri due figli mormorarono, altrettanto in segreto, del fratello cialtrone, egoista e ubriacone,
ma anche del padre sciocco.
Dopo altri due anni in cui il figlio entrava e usciva dalla prigione per piccoli furti, che però diventavano sempre più azzardati, si laureò anche la femmina in scienze della comunicazione. Quella sera indossava un abito rosso aderente, che non lasciava nulla all'immaginazione. Il padre, quando la vide apparire, rimase male e involontariamente a bocca aperta. Si accorse subito che alla ragazza piaceva un giovanotto biancastro di pelle, con una gran zazzera liscia e la maglietta a mezze maniche da cui uscivano due braccia muscolose e tatuate. Il maschio aveva al fianco la sua bella fidanzata, anch'essa in bilico sui trampoli attualmente di moda, che gli si stringeva addosso aggrappandosi per non cascare.
Mentre tutti mangiavano il menu a base dei pesci più squisiti, apparve il figlio maggiore, ancora più malridotto della volta precedente. Sembrava su di giri e incominciò a protestare perché non era stato invitato.
 Il padre l'abbracciò, lo fece sedere accanto a sè, ascoltò tutti i suoi lamenti e quanto egli si fosse sentito abbandonato dalla famiglia, gli fece preparare una bella stanza per dormire e fermarsi quanto volesse ed anche stavolta gli diede un  grosso assegno.
 Quella notte il figlio maggiore prese una statuina d'argento massiccio ed entrò nella camera del padre incominciando a frugare nei cassetti. Egli dormiva tranquillo, fece un piccolo gemito, si girò e riprese sonno. Il figlio rimase con la statuina pronta a sferrare un colpo sulla testa del padre, ma subito si rimise a cercare. Portò via tutto il denaro, il brillante di matrimonio e l'orologio d'oro del padre, prima di infilare la porta afferrò due bottiglie di liquore dal solito angolo bar.
Stavolta il padre si ammalò e temettero per la sua vita anche se non l'aveva visto in procinto di colpirlo.
L'anno dopo la figlia si sposò col giovanotto dalla pelle biancastra, quello coi tatuaggi, che si rivelò un bravo ragazzo  e fu proprio lui, con compassione inespressa, a fare ritornare il sorriso sul volto del padre.
Mentre erano tutti seduti al tavolo degli sposi, apparve il figlio primogenito, stavolta non era soltanto modestamente vestito, ma anche stracciato e chiaramente ubriaco. Inveiva e gridava che avrebbe ammazzato il padre per averlo scacciato di casa togliendogli la propria eredità.
Ancora una volta il padre lo fece sedere accanto a sè, chiamò i servi perché gli facessero un bagno, del quale aveva estremo bisogno perché puzzava, lo fece rivestire e quando egli riapparve, con la solita faccia insolente, ascoltò tutti i suoi lamenti ed infine gli fece preparare un letto nella stanza accanto alla propria sperando di sentirlo se di nuovo se ne fosse andato.
Prima di mandarlo a dormire volle parlargli. Gli diede un assegno con parecchi zeri, per ricominciare tutto daccapo, affermò, poi gli mostrò un gancio nell'ingresso, sistemato proprio sopra l'angolo bar, e disse: <Promettimi che, se un giorno tu dovessi di nuovo cadere in miseria ed io non ci sarò più, ti impiccherai a questo gancio>.
Il figlio baciò le mani del padre e promise stringendo forte l'assegno ed in quel momento aveva anche delle buone intenzioni serie.
L'indomani mattina egli se n'era di nuovo andato e, malgrado l'assegno, si era portato anche via le bottiglie di liquore. Stavolta il padre durò pochi giorni e morì.
Gli angeli discesero a prendere quell'anima ferita e la condussero in una gioia tale che nessuno, su questa terra, può immaginare.
Quando battezzarono la prima bambina della figlia femmina ed erano tutti intorno alla culla ad ammirarla, riapparve il figlio maggiore sporco, stracciato e a mani tese per mendicare. Stavolta il padre non c'era ad accoglierlo e i fratelli gli diedero un pezzo di pane e un sacchettino di confetti invitandolo ad andarsene senza disturbare oltre.
Il ragazzo si allontanò, uscendo vide il gancio e ricordò. Si nascose dietro una tenda senza fiatare.
Quando la festa finì e tutti andarono a dormire, prese la grossa fune di seta che reggeva la tenda, salì su una sedia e s'impiccò al gancio.
Non soffocò, ma cadde perché il gancio era murato in uno scatolone di compensato leggero, che  per il suo peso si spaccò, dall'alto vennero giù gioielli, un testamento per il quale egli, il figlio degenere, era erede di una fattoria e di una rendita, infine gli caddero sulla testa parecchi pacchi di denaro liquido di grossa taglia ognuno col suo nome e cognome sopra: una fortuna.  Non di più di quello che avevano avuto gli altri due, ma uguale perché uguale era l'amore senza confine del padre per i figli.

                                                                         Domenica Luise 

(Questa favola è ispirata ad una rielaborazione della parabola del
figliol prodigo che papà raccontò a me e a mia sorella Iole quando eravamo
bambine. In questo modo egli cercava di insegnarci l'amore e il rispetto, ricordo ancora oggi la grande impressione che ne ricevetti e voglio dedicargli questo mio breve scritto. Egli ci intrattenne soltanto con un'altra storia, quella
di "Marietta", che non aveva voglia di studiare ed era ignorante.
Che io sappia, le ha raccontate entrambe una sola volta, ma mi è bastata).

Il bianco mangiare

Il bianco mangiare

In paese è la delizia di tutti i bambini sia piccoli che grandi. Io ne sono golosissima. Le dosi sono: un litro di latte, cento grammi di zucchero, cento grammi di fecola di patate o amido per dolci, la buccia grattugiata di due limoni non trattati oppure due bustine di vanillina o un goccio del liquore preferito. Si può anche fare al cioccolatto aggiungendo cacao amaro e dolce, ma tradizionalmente noi lo chiamiamo comunque "il bianco".
A me piace un po' meno dolce, quindi la dose dello zucchero è suscettibile di piccoli aggiustaggi.
L'importante è il passaggio che adesso vi sottolineo. Prendete il latte dal frigorifero o a temperatura ambiente, mettete i cento grammi di fecola di patate in un colino e versate una metà del latte nella pentola dove poi cuocerà. Delicatamente versate l'altro latte nel colino e rimestate con un cucchiaio in modo che fecola e latte filtrino unendosi al latte della pentola. Alla fine l'amido sarà perfettamente sciolto e senza grumi, togliete il colino, sciacquatelo e mettetelo a posto. Girate bene il miscuglio, aggiungete lo zucchero, che si scioglierà subito e la buccia dei due limoni, sempre rigirando in senso orario mettete sul fuoco a fiamma bassa e in alcuni minuti addenserà. Non smettete di girare con un cucchiaio di plastica, lo preferisco a quello di legno, che è poroso e non mi sembra tanto igienico. Alla fine versate subito il budino nelle coppette già pronte sul tavolo, lasciate raffreddare e mettete in frigorifero. È squisito, rapido, senza uova né burro né grassi. Se poi fate una macedonia e la mettete in cima al budino, sarà un dessert magnifico anche per ospiti. Suggerisco fragoloni e banana a fettine ripassati in due cucchiaiate di zucchero sciolto in un pentolino. Ma tutto dipende dal gusto.
In questo modo sia i piccoli che i grandi mangeranno latte e frutta gustosamente senza appesantirsi e le signore in dieta potranno anche sostituire lo zucchero con un dolcificante ( però non eccedete con i dolcificanti, non si sa mai). Vi faccio due rapidi conti: un litro di latte parzialmente scremato sono 460 calorie, cento grammi di zucchero 400 calorie, cento grammi di fecola di patate 400 calorie, in totale un litro e duecento di prodotto sono 1260 calorie, centoventisei calorie ogni cento grammi. Mangiate pure senza rimorsi la vostra coppetta, vi fa solo bene.

                                                          Domenica Luise
                                                       (Fotografia di Domenica Luise)

PS: Lo stesso identico metodo va bene per preparare la besciamella, soltanto non si mette, ovviamente, lo zucchero, ma una noce di burro e quando il latte e la fecola di patate si addensano, si spegne il fuoco e si aggiunge un'abbondante manciata di parmigiano reggiano con una grattatina di noce moscata.

     

 

Il bambino sul prato

Il bambino
 
È l'innocenza dell'aquilone che vola
con gli occhi e i pensieri appesi
d'aria nell'aria. Toccata
e fuga azzurra
e larghi orizzonti al galoppo
alto, alto
alto.
 
L'amore urge. Nessun obbligo:
pura passione. Nessun guadagno, semplice
regalarsi al respiro
che svapora in poesia
mistero e nuvola a celare
mentre si dice.
 
Il covo di vermi o vipere
è stato scoperchiato, la vita
 fa da boomerang agli assassini
di corpi e di anime. Non avete conosciuto
la potenza della carta velina
a colori sgargianti. E l'ansia buona
di guardare intuendo.
 
L'amore
è l'appiglio nel cielo.

                                                Domenica Luise
                         (Disegno eseguito al computer da Domenica Luise)

 

Lo scarafaggio e la farfalla Gelsomina

 
La farfalla Gelsomina stava sempre col tutù e le scarpette da ballo a volare di fiore in fiore succhiando il nettare. Viveva onestamente , insegnando acrobazie aeree ai bambini in un asilo privato dove le davano due soldi di stipendio e
le facevano finanche pulire i pavimenti della propria classe a lezione finita.
Certe volte venivano le mamme a prendersi i
figli e la trovavano affannata,
ancora con la scopa in zampa e il secchio accanto pieno di acqua sporca.

Lo scarafaggio Linuccio, invece, si era messo nella politica e trafficava cavando fuori leggi con le regole adatte ai propri amici e, soprattutto, a se stesso, ad esempio sovvenzioni per chi presentasse un progetto di costruzione di un supermercato in zona depressa psicologicamente e civilmente.
Già l’amico era pronto e informato, le carte pure. Bastava firmare, intascare e dividere il malloppo in parti eque, sarebbe a dire tre quarti allo scarafaggio
ed un quarto all’amico.

Intanto la farfalla Gelsomina scriveva poesie e favole che gli editori,
timidamente contattati, si dichiararono disposti perfino a pubblicare, ma naturalmente a spese di lei, cambiandole il testo qua e là per adeguarlo maggiormente al gusto popolare e a patto che l’autrice girasse di casa
in casa rivendendo da sé il proprio stesso libro.

Ciò alla farfalla ballerina sembrò triste, ma così triste che non poté mai farlo.
Un editore, infine, si trovò che stampò due libretti di quelle poesie senza rimaneggiarle, anzi lodandole molto, ma poiché non ebbe i mezzi né la voglia di
fare pubblicità nessuno le lesse e la farfalla Gelsomina li ricomprò perché
non andassero al macero, ed oltretutto c’erano dentro molti errori di stampa,
che dovette correggere a penna, e li regalò a tutti quelli che capitarono: all’uscita delle chiese, nelle scuole, alle mamme dei propri alunni ed ai mendicanti.
Ognuno poté sbadigliare e giudicare quell’anima di farfalla, e ciò le fece male
per sempre, come una ferita dentro. Per questa ragione non cercò più editori, scrisse soltanto per gioia e fu molto felice.

Dipingeva pure, trasformando in colori la propria poesia, quei pochi che vedevano
i quadri dicevano: <Belli, belli, ma non fai le mostre? A quanto li vendi?>, dopo
glieli chiedevano in regalo affermando che volevano “un suo ricordo“, come se lei stesse per morire all’istante, insistevano con l’occhio commosso, anzi avido, anche invidioso per tutto quel talento inutile ed ignoto, si prendevano il quadro e lo appoggiavano a terra, in un angolo magari polveroso e senza luce della propria
casa, in attesa di appenderlo o magari di regalarlo o comunque di farci qualcosa perché non ingombrasse.

Quando la farfalla Gelsomina, una volta, vide un proprio quadro, che aveva regalato per una prima Comunione, in castigo nell’angolo con la faccia al muro, capì e da allora in poi non cercò oltre né mercanti d’arte e nemmeno acquirenti per i
propri quadri. Continuò a dipingere soltanto per gioia e fu molto felice.

Ora un giorno lo scarafaggio, il cui conto in banca stava scoppiando a causa
delle sovvenzioni per un progetto di ospedale in collina, mai iniziato a
costruire, casualmente vide, a casa di un suo lontano cugino, un quadro
della poetessa, che lei gli aveva regalato molti anni prima, quando egli l’aveva
presa in giro facendole il cascamorto ed assicurandole che le avrebbe
organizzato una mostra. Si era portato via il quadro e se l’era appeso
nell’ingresso senza nemmeno incorniciarlo.

Era talmente bello che saltava agli occhi perfino di uno scarafaggio
dall’intelligenza artisticamente sottosviluppata come Linuccio.
Egli pensò che una cretina del genere, e talmente cretina da regalare un
quadro di quel valore al primo venuto, potesse essere redditizia e si informò.

La farfalla ogni mattina, verso le otto, faceva colazione al bar Girasole.
<Pittrice Gelsomina! Poetessa! Ma è proprio lei?>.
<Ma come, mi conosce?>, chiese la farfalla arrotolando la proboscide dal
nettare di gelsomino che aveva nella tazza.

<Ma tutti la conoscono! Lei ha stampato due libri di poesie meravigliose,
che tengo sempre sul comodino e leggo tutte le sere>.

In realtà lo scarafaggio Linuccio, come molti altri, aveva, è vero, i due libri
in casa perché li aveva ricevuti in regalo a suo tempo, ma in fondo all’ultimo cassetto della libreria e nemmeno li aveva aperti mai né conosceva gli
argomenti né niente. Del resto la libreria non gli serviva per leggere,
ma solo per bellezza. Gli scarafaggi non sono creativi né amano lo studio, preferiscono poltrire e, nel tempo libero, massaggiarsi il corpo peloso
con le creme idratanti.

Lo scarafaggio era brutto, è vero, ma la farfalla Gelsomina, alla quale nessuno diceva mai una lode, gli credette e, con entusiasmo, gli mostrò le foto dei suoi quadri.
Egli fiutò l’affare: <Se lei mi dipinge trenta quadri, le organizzo io una mostra indimenticabile. Metà per uno. Va bene? Solo dovrebbe anticiparmi le spese, facciamo diecimila euro, bisogna pagare il locale, invitare la stampa, le porto finanche Il Corriere Farfallino, poi bisogna pagare gli scrittori degli articoli perché pubblichino quello che vogliamo noi, poi il buffet, il catalogo, la
pubblicità in televisione. Ci penso io. Per lei sarà l’inizio di una nuova vita.
Perché deve restare così?> , e l’indicò col dito dall’unghia adunca. In effetti Gelsomina, come ogni giorno, indossava un abitino del mercato quasi fuori moda.

Lo scarafaggio era brutto, grasso, peloso, nero, bavoso e bugiardo. Lei era
tutta bianca.

La farfalla sentì una fitta nella ferita del cuore e tacque.
<Non dice niente, poetessa?>.
<O brigo o creo>, rispose allora Gelsomina, <preferisco creare>.
Lo scarafaggio restò senza parole. Quella era pazza. E’ vero, lui voleva solo sfruttarla, ma lei era pazza di sicuro.
La guardò negli occhi e d’improvviso provò come il ricordo lontano dell’innocenza perduta. <Ha ragione>, rispose, <mi scusi. Non avevo capito>.
Quella era una donna che egli, se ne fosse stato degno, avrebbe potuto amare
per la vita.

Annusò un’ultima volta il buon sapore di gelsomino che emanava da lei e, senza
osare di porgerle la zampa, confuso, quasi con lo sguardo annebbiato, girò sui
tacchi e, pesantemente, tornò al proprio ufficio: aveva molti imbrogli in
sospeso e non poteva permettersi distrazioni o l’avrebbero ammanettato.

Invece Gelsomina si alzò dalla sedia dopo avere fatto zuppetta con la brioche
nelle ultime gocce di nettare, proprio come una povera , che mangia anche le briciole; raccolse la piccola borsa del mercato, bianca lavorata a uncinetto,
pagò, dette una moneta a uno più povero di lei poco più avanti e si librò
sulle grandi ali per tornarsene a casa, nel cespuglio di gelsomino.
Si sentiva molto felice perché poteva scrivere quello che voleva senza che
nessuno le cambiasse il testo qua e là e dipingere come le pareva. Libera.

 
                                                       Domenica Luise

 

 

Il vento e l’oblio

La ballerina bianca

La solitudine della ballerina
è una voragine di arcobaleni
via dalla pazza folla stipata
finta felice col fior di loto
dalle orecchie al cuore.
 
I colori del silenzio
e l'anima fratturata. L'incomprensibilità
oggettiva incolpevole e le ampiezze
interstellari. La compassione
per l'altro solo nella folla
come me.
 
Talora il prato sboccia insperato
e quel verde buca le spine. Rivedervi
dieci minuti o venti
o un giorno della giovinezza, ricordate
quell'Admiral mostruoso che si guastava sempre
Lascia o raddoppia, la lira, la vecchia
padrona di casa: Non è che oggi o domani…
 
Quanto vento stasera ad asciugare
grandi acque di un mar Rosso indivisibile.
 
Tu, adesso, vieni.
 
                                                                Domenica Luise

                    (Quadro di Domenica Luise, olio su tela 70 per 50)

 

La cucina

È il luogo dove la famiglia si riunisce a mangiare e chiacchierare, facciamo in modo che ciò sia piacevole. Oggi è invalsa la consuetudine che ognuno fa quello che al momento gli pare: si alza alle due del pomeriggio poiché si è ritirato alle sei dopo la notte a bighellonare, non ha fame, mangia alle tre da solo col telefonino che squilla per organizzare i sollazzi della notte seguente, la festa di compleanno, laurea, diploma, la discoteca, le ragazze, i ragazzi, lo studio mai.
Oppure il pranzo avviene litigando o coi telegiornali sulle varie disgrazie italiane e mondiali. E basta.
Fin da piccoli occorre abituare i figli che si mangia insieme, salvo rare eccezioni: la gita scolastica della figlia più piccola, il consiglio del primo pomeriggio per il papà, la zia che è caduta, si è ammaccata e la mamma è corsa in aiuto. Fondamentalmente, la famiglia mangia riunita e durante il pranzo o la cena o quello che è si parla di noi, si fanno progetti e si cerca di stare sereni: non sono questi i momenti delle meditazioni sulla morte, i lamenti e le arrabbiature.

Fisicamente la cucina deve essere accogliente, con tutto a portata di mano.

 

cucina 2

Non importa un ordine asettico, basta un ordine disordinato come questo mio, che mette allegria.
Intorno ai pensili ho fatto fare dei cassetti a vista dove tengo gli oggetti di uso più immediato, in alto ho sistemato quello che mi rallegra e mi piace guardare sempre.

 

cucina 3

Questo è il piano dove lavoro,  gli oggetti più piccoli, che non si trovano mai, sono appesi ad angolo sul lavello, così non debbo rovistare ogni volta tra le posate e pensili vari. Nella teglia che vedete in primo piano, davanti al frullatore,  ho messo la bottiglia dell'olio extravergine di oliva, la bottiglia dell'olio di semi, sale, pepe, l'attrezzo per aprire le bottiglie di plastica dell'acqua (uno schiaccianoci) , zucchero, miele, aceto, le pentole sono sempre pronte, pulite e già sistemate sul gas, nella piccola teglia rotonda accanto al contenitore giallo e celeste dello zucchero, tengo due macchinette per il caffè, una piccola e l'altra da sei tazze.
 

cucina 1


Questo è il tavolo dove mangio ogni giorno, in fondo potete vedere
appese le presine di zia Mimma, da me ricoperte a colori.

È una cucina che mi somiglia?
E adesso vado a dormire: incomincio a sbadigliare.

                                                               
                                                       Domenica Luise

                                                  (Fotografie di Domenica Luise)

PS: una volta le sedie erano impagliate ma, dopo l'intervento distruttivo delle gattine Coccola e Cristina, le ho fatte ricoprire al tappezziere con la stessa pelle del divano e della poltrona, che stanno nell'altra stanza comunicante con un archetto. Attualmente tutta la zona è invasa dalle cose tolte nella seconda parte di casa in  ristrutturazione (studio, camera da letto e un altro bagno), sul tavolo della cucina c'è un computer che mi occupa i tre quarti dello spazio ed ogni angolo libero è intasato anche in bagno. Mi aggiro tentando di mantenere libero il passaggio ai movimenti indispensabili e sogno che questi due mesi necessari ai lavori passino presto.

 

L’impronta

La bambina

 I colori dei miei quadri ballano intorno
appesi in croce di bellezza
sulla guerra e anime drogate
di sesso soldi potere. Un'innocenza
che faccia cantare l'usignola stonata
(tacque gorgheggiò tacque
e rifiorì
crebbe si accartocciò divenne seme
e seme storto e seme nero
e brutto calpestato sepolto col tacco
distrattamente).
 
E che mi corrisponda
o muoio.
 
Poesia contro il muro. Mani in alto.
 
Fuoco, ma che sia amore.
 
                                                            Domenica Luise

                                                                                  (Disegno di Domenica Luise)