Nives o un tentato femminicidio

Quando l’ippopotamo si invaghì della farfallina bianca, mandò subito un picciotto a farle la proposta, che significava: o mi sposi o ti schiaccio.
Nives ebbe paura, com’era logico, e cercò di prendere tempo. Rispose di avere l’influenza e di volere guarire prima dell’appuntamento, per non contagiarlo. Si chiuse in casa con mamma e papà cercando una soluzione che non c’era e così finirono col piangere insieme le loro lacrime più amare.
L’ippopotamo faceva squillare continuamente il telefono e i telefonini chiedendo notizie dell’amata : se la febbre fosse scesa, se avesse mangiato e quante volte avesse starnutito.
Risposero che aveva la bronchite per prendere altro tempo. Intanto egli mandava fasci di rose rosse, scatole di biscotti e di cioccolattini, secchiate di fango della sua proprietà, che era una palude grande quasi come un lago nella quale egli amava rivoltarsi.
Temendo che, fuori di testa com’era, chiedesse notizie anche al medico del giardino e quello cascasse dalle nuvole, dissero che era guarita, ma era molto malandata e non si sentiva di uscire, allora andò lui, com’era logico, con altre secchiate di fango, altri dolci ed altri fiori. Nives si fece trovare pallida come un cencio e dimagrita, tutta vestita di nero dalla testa ai piedi, senza un filo di trucco. Ciò lo commosse moltissimo, se la mangiò con gli occhi per tutto il tempo che stette, sudato, con le orecchie rosse, seduto in bilico sul piccolo divano buono che scricchiolava non poco sotto il suo rispettabile peso.
Se ne andò a tarda notte, più innamorato che mai. Nives si vide perduta e pianse ancora insieme ai genitori.
Quella notte, contro il parere di mamma e papà, ai quali l’impresa sembrava troppo pericolosa, la farfallina osò tentare la fuga appesa ad un soffione di tarassaco, purtroppo la videro le lucciole spie, che egli aveva sguinzagliato tutt’intorno, e gliela riportarono avvolta come un salame in una ragnatela. Egli si arrabbiò scuotendo molto fango e dando zampate  a destra e a sinistra, ma poiché era innamorato le credette quando Nives giurò che voleva solo prendere un po’ d’aria.
Per il giorno del matrimonio l’ippopotamo fece addobbare tutto il pantano con fiori e piante deliziosamente profumati, tanto che non sembrava più il solito posto. Nives non aveva mai avuto tanto cibo, tanti colori e tanta infelicità.
Gli bastava vederla posarsi su un fiore, con la proboscide schiusa, a succhiare il nettare, per sentirsi un marito felice e contento.
Continuava a regalarle secchiate di fango, di cui lei non sapeva che fare, e le mise a disposizione una cuoca, una dama di compagnia, una domestica personale, un’estetista che le spalmasse la crema idratante sulle ali e tre servi nerboruti per tenere ben sporco e denso il pantano,  sicché si vedeva Nives svolazzare lieve alla testa di tutti quegli ippopotami, con atteggiamento pettoruto, indicando a destra o a sinistra secondo dove voleva che andassero e sussurrando ordini perentori con la sua vocina a stento udibile.
Di lei si innamorò il giovane figlio del prof. dott. Bianchetti, esperto in farfallinite e primario dell’albero di limoni. Si consumava di dolore nel saperla così stranamente maritata e scriveva poesie disperate sui petali delle zagare. Studiava medicina pure lui e si chiamava Bello perché era, effettivamente, davvero bello, alto, bianco, con pettorali e bicipiti possenti, proboscide ben sviluppata, passionali occhi bruni, per non parlare delle larghe ali avvolgenti. In quanto a lei aveva trovato le poesie scritte sui petali delle zagare, ma da allora non lo guardava premeditatamente perché aveva paura che l’ippopotamo li spiaccicasse tutti e due dalla gelosia.
Piangeva, quando nessuno la sentiva, per quello strano matrimonio a cui era stata obbligata da un capriccio spietato. Suo marito, invece, sembrava felice e contento, mangiava, beveva, dormiva e stava sempre a fare i bagni di fango. La farfallina dubitò che fosse perfino analfabeta perché non lo vide mai leggere, non seguiva i telegiornali e non gli importava niente del resto del mondo.
La notte lui dormiva nel bagno di fango e lei su un mazzo di fiori a capo della piscina.
Una mattina, al fiume, una giovane ippopotama procace osò insidiare l’ippopotamo marito spruzzandogli l’acqua fangosa negli occhi, il che , nel loro linguaggio del corpo, significa : < Mi piaci >.
Egli bofonchiò, imprecò, si arrabbiò, si rabbonì, la guardò, l’ammirò, ricambiò la spruzzata ridendo e finirono a rotolarsi nel fango tutti e due.
Ciò gli piacque non poco e gli venne il disamore verso la farfallina moglie legittima. L’unico desiderio che aveva adesso era di dormire nella piscina ogni notte con quella bella ippopotama  e mettere fuori di casa i fiori della farfalla perché ormai gli provocavano allergia. Gli dava fastidio, e non poco, anche la fedeltà e l’attaccamento che Nives gli dimostrava, pensò di accusarla, ma vide che era innocente e tutti le volevano bene, poteva schiacciarla fingendo di sbagliare, recitando poi la parte del marito disperato, ma se qualcosa fosse andato storto non gli avrebbero creduto e sarebbe finito in galera, dove il fango era annacquato e di pessima qualità e non c’erano femmine con le quali rotolarsi.
Così, mentre studiava come eliminarla senza danno per sé, la faceva controllare dai suoi scagnozzi: niente, quella faceva fiori e casa senza dare confidenza a nessuno, tantomeno a quel Bello, che una volta gli era tanto antipatico perché se la mangiava con gli occhi.
Intanto la maltrattava e, piano piano, anche la servitù assecondò il proprio padrone e tutti incominciarono a starle lontani così come prima scodinzolavano mitemente davanti a lei con le loro piccole code.
L’ippopotamo, davanti a tutti, l’accusò, a zampa tesa, di avere le ali troppo chiare e la proboscide floscia, di trascurare la tana lasciandogli premeditatamente il fango liquido, addirittura di non essere in grado di dargli dei bambini. Poi l’accusò di truccarsi troppo le ali e di avere la proboscide rigida, di pensare sempre a lustrare la casa anziché prendersi cura di lui lasciandogli premeditatamente il fango solido e comunque di non essere in grado di dargli dei bambini.
Sperava che, così facendo, lei se ne andasse, ma Nives aveva troppa paura di lasciarlo né poteva dimenticare quella volta che le lucciole l’avevano imprigionata nella rete di ragno e gliel’avevano abbandonata tra le zampe. Nella sua sventura l’amore del farfallino le appariva come un miraggio e un conforto.
< Tu non mi ami, non mi hai mai amato > l’accusava l’ippopotamo, < non ti importa niente di me >.
< Ma caro, ma che dici > rispondeva Nives tremando.
< Basta, vattene ora, subito, non ti voglio più vedere > tuonò egli alla fine, esasperato dalla sua pazienza. Fuori dalla porta di tana stava l’ippopotama fremente, pronta a tuffarsi nella piscina di fango con lui.
Nives uscì a volo dalla finestra senza nemmeno lo spazzolino da denti, poiché il pianto l’accecava sbagliò strada e, anziché raggiungere la stazione ferroviaria per prendere il treno e tornarsene dai genitori, andò a sbattere giusto contro i rami opulenti dell’albero di limoni, tra le ali robuste di Bello.
Essa credeva di essere veramente maritata con l’ippopotamo, ma il matrimonio fu dichiarato nullo perché aveva detto quel terribile sì a causa delle minacce. Quando del resto si seppe che tutto il matrimonio era consistito nel dormire ogni volta l’uno nel letto di fango e l’altra in un mazzo di fiori, sempre separati, l’annullamento fu confermato fra complimenti e sorrisi di tenerezza per l’inesperta farfallina, la quale, con stupefazione, conobbe presto com’è fatto il vero amore.

Domenica Luise

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