Ignari o quasi

Ognuno ha la sua goccia. Così andiamo
infiniti
ascoltando il brulichio
di vermi e grandi ali
con colori e tutù e dna.

Esistiamo. Pianeti di contrasti
in orbite senza occhi per vedere
sufficientemente
gli strani umori dell’erba
e le galassie di cui siamo il granello. Il giro
di un’armonia che non abbiamo suscitato
in equilibrio nel vuoto
fra altri equilibri e intelligenze
e grosse pietre che si muovono, ciò che sorprende
è l’ordine e come scintillano la notte
lucciole nelle siepi e stelle. La vis a tergo
del sangue nei nostri corpi. Nascono
crescono muoiono nascono.

Domenica  Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise su un proprio disegno)

La mia bambina

Cara, il tuo sguardo è remoto quando apri la porta della tua nuova casa tanto bella e vedi che ho preso un treno e due autobus per venirti a trovare. Sento la voce strascicata di tuo marito:<Chi è???> e so che lui non si allontanerà un minuto dalla stanza accanto, spostandosi se noi due ci spostiamo con la scusa di guardare quant’è bella la gardenia fiorita oppure i due micetti della gatta di lusso, tutta bianca con gli occhi celesti, che adesso hai al posto della nostra soriana.
Ci ascolta senza nemmeno nasconderlo, così diverso dal perfetto fidanzato amoroso e rispettoso.
Tuo padre sta morendo, vorrebbe rivederti. Sai, semplice vecchiaia, aveva vent’anni più di me. Com’è triste già pensare di lui al passato. Aspetta a casa e non so se lo troveremo ancora vivo. Oggi devo dirtelo perché non c’è più tempo, ma volevo dirtelo da sola e che tu piangessi un attimo tranquilla.
Gli ho lasciato tutto accanto, il vicino è con lui finché non torniamo, le tristi cose di chi è alla fine e a cui serve così poco: l’acqua, un succo di frutta, la carta igienica, le medicine in ordine, e sono tante.  L’ultima volta hai detto: lui ha vissuto la sua vita, io ho ventidue anni.
Come farti capire, adesso, che non esistono vite di seconda mano nemmeno a cent’anni? Già, tu sei un frutto tardivo, quando non speravamo più di avere un figlio ed io credevo che quei disturbi fossero chissà che tumore brutto, invece era la vita che rientrava e vinceva proprio in extremis.  Talvolta ho l’impressione che tu non possa perdonarci di averti generata in età avanzata, come se fosse colpa nostra. Una sera hai detto a me e a lui: siete i miei nonni, io ho vent’anni.
E subito ti sei fidanzata con un ragazzo della tua età, ricco e sciocco, col sorriso a trecentocinquanta denti, laureato e che sbagliava i congiuntivi e tutte le frasi secondarie relative ogni volta che parlava. Nessuna sorpresa che gli avessero regalato il diploma tirando i quattro a sei come a tanti altri milioni di asini raglianti, ma no uno con la laurea in lettere moderne e col massimo dei voti. Io e tuo padre, vissuti di cultura, lo guardavamo a bocca aperta, ma tu non ti accorgevi di niente. Cos’avrebbe fatto di quella laurea uno che non poteva parlare? Ci avrebbe pensato suo padre e difatti ci pensò: lui dirigeva per finta la ditta di pannelli solari ed un poveraccio capace, ma soltanto diplomato, faceva il suo lavoro come segretario, e ci furono soldi per tutti e un gran matrimonio, tutti contenti, compreso il vicedirettore che non ebbe più problemi, con un ottimo stipendio, tredicesima e premi vari.
La mattina che ti dovevi sposare ti dissi: <Sei ancora in tempo a dirgli di no>.
Hai risposto: <Lo voglio>.
Così andammo e facemmo il matrimonio ed io con papà piangevamo e tutti ci credevano commossi. I congiuntivi e le relative erano un niente in raffronto alla sua disumanità: <E mica posso pensare io a tutti i mali del mondo> diceva.
Morivano le persone nel terremoto, veniva l’onda anomala, scoppiavano le bombe di metano davanti alla scuola? Lui sbadigliava e chiedeva il limoncello, per cui aveva una predilezione.
<Cambiamo canale, che noia>.
Era per questa assenza di compassione che tuo padre ed io piangevamo trattenendo i singhiozzi e ci sono le fotografie, <Mamma, sei sempre brutta, e non potevi smetterla di piangere?>.
Così ho corretto le foto con photoshop, non c’è voluto granché e ho trasformato tutte le mie lacrime in dolci sorrisi, ho messo i file sulla chiave usb e ho fatto sviluppare le foto, che ti ho regalato da mettere nel tuo album di pelle bianca e oro, ma tu le hai sempre lasciate lì, nella loro busta, in un angolo della libreria.
E dire che credevo di suscitare il tuo entusiasmo, figlia, cosa non mi perdoni?
Adesso porti la spilla antica che fu di mia madre e prima della nonna e prima non so. Te l’ho data il mattino del matrimonio dopo avere svuotato il conto in banca e ancora stiamo pagando i debiti residui. Non ho più niente nei cassetti e nell’armadio. C’era un copriletto azzurro di seta pesante dipinto a mano con fanciulle, fiori e farfalle, adesso ci dorme la tua gatta perché lui dice che non gli piacciono i fiorellini. Lì sotto quanto fummo felici io e papà. Provo la smania di rivederlo per passare questi ultimi giorni o minuti con lui, a ricevere le sue parole. A me non è importato che avesse vent’anni più di me, non era sensato e lo sapevo, ma lo amavo. Tu, forse, ami quest’uomo che hai sposato e al quale non dici mai la verità sennò si arrabbia? Perché è ricco, ma taccagno e ti conta i soldi che spendi.
<Ragazzi, vi debbo dire una cosa.
Papà sta male, forse muore.
Anzi, morirà senz’altro. Vi vuole vedere.
Non c’è tempo. Dobbiamo correre>.
Ecco, gliel’ho detto. Lui si altera in faccia.
<Potevi telefonare, perché venire? Oggi non posso, domani>
<Domani è tardi. Ora>.
Mia figlia corre a prendere la giacca, la borsa, in un momento è pronta. <Io non vengo> insiste lui, <il mio vice non può cavarsela da solo, c’è l’incontro con i giapponesi proprio fra mezz’ora>.
<Questa non te la perdono> sibila la mia bambina. Gli gira le spalle e corre al telefono a chiamare un tassì, faccio in tempo a sussurrarle: <Hai preso i soldi? Io ne ho pochi, giusto per treno e autobus>.
<Stai tranquilla, mamma>.
Annuso un attimo il buon odore di profumo firmato che emana da lei, lui sembra mortificato e sta zitto. Strano. Pensavo che si arrabbiasse. Dice: <Domattina vengo presto>. Ed aggiunge sottovoce all’orecchio di lei: <Così ti prendo e ti porto a casa>.
Sono vecchia, no sorda. E nemmeno rincitrullita.
L’unico desiderio che ho è di rivedere vivo mio marito, anche per altri soli cinque minuti.

Domenica Luise

 

 

Polline

Scrivo poesie senza perché o così poco
da essere nulla. Polifema con un solo occhio
a lente d’ingrandimento, guardo
e penso. Dentro fuori dentro
il minuetto immobile, passo a due
dove l’altro è amore dolore gioco
che sono io. Saltellante
sulle ferite dei miei piedi di ballerina, quasi
a volo
paroleggiando.

Tutto questo biancore con l’aureo suo centro
da dove mi diparto.

Domenica Luise

(Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)

 

L’imperfezione ermetica

L’imperfezione è il motore della vita. Esistono molte bellezze e tutte sono imperfette. Nessuna religione è in mano a persone che dicono e fanno sempre le cose giuste o la piena volontà di questo e di quel Dio.  Certo i grandi peccati sono un altro discorso: uccidere, prevaricare sui deboli, violentare i bambini. Qui non parlo di questo, che sono crimini contro l’umanità. Direi che l’imperfezione è uno scarabocchio, il tremito della mano, una radice storta, di secondaria utilità, che però dà vita ad altre radici forti.
La poesia è imperfetta per propria natura essendo una continua ricerca senza traguardo o una supposizione senza parole insostituibili. E proprio nessun poeta è stato talmente grande da raggiungerla, possederla ed esprimerla in maniera ottimale e continua. Capito ciò, il secondo punto è l’imparagonabilità di un poeta con un altro o un’altra. Che significa? Ognuno è se stesso. Al massimo si possono mettere in rilievo influenze di autori precedenti ai quali lo scrittore si è ispirato anche involontariamente perché è ovvio che, per scrivere poesia, bisogna conoscerne le poetiche e la storia umana nei secoli. Il grande poeta, comunque, sorpassa tutti i maestri precedenti e tocca un gradino oltre perché il concetto di poesia evolve come i continenti alla deriva, la catena alimentare e la nascita delle stelle nell’universo. Nulla vi è che sia stabile.
Per questa mancanza di stabilità, la poesia può essere ottima, ma non perfetta e oggi, finalmente, abbiamo capito di capire così poco da raccogliere semplici barlumi di un mistero di fronte al quale ci troviamo sempre meravigliosamente inadeguati.

Domenica Luise

Dolceamarissima

Avrei difeso i miei alunni con  le mani nude
e dato la vita per loro. Ventiquattro
ore fa
tu dormivi nel tuo letto o chiacchieravi con gli amici
progettavi il tuo sabato, adesso
sono rimasti papà e mamma
in cuore di ghiaccio.

Quale follia serpeggia negli esseri umani
e morde. Discorsi inaspettati
alla tua giovinezza: la tomba.

 Dove i genitori sopravvivono ai figli
e non bisogna pensare più al tuo futuro né
sperare
una buona fortuna
come dicono le mamme e pensano i padri
Melissa. Sei diventata per noi
un sorriso di fiele
che beviamo a larghi sorsi .

Combatteremo in nome dei tuoi occhi belli, noi
non taceremo
dicendo tanto è inutile.

Cara, a te buon riposo e grandi ali.

Domenica Luise

Poeti di oggi, Simonetta Bumbi: buongiorno Padre

allora c’era un’ora in cui tutti si riunivano alla cena. era, l’incontro dei familiari, e dei racconti di tutte quelle ore fuori, a lavorare. e si portava in casa l’esperienza, e le parole erano pietanze. ora solo silenzi, e sedie senza posti a sedere, ché tutti rincorrono la fretta, per non vedere.

e si cambia vita, nel generare ciò che vorremmo, lasciando alla balìa dell’incoerenza il pane e la pazienza.
e non è più tavola imbandita, la partecipazione, se ogni frutto nasce senza amore.

nemmeno l’immondizia si parla più. hanno separato anche lei, e come lei ci dividono con consapevolezza unita alla nostra, e l’accettiamo, di mano nostra, ma nostra non è più nemmeno l’idea, e ci gettiamo via. e con lei buttiamo tutto ciò che un giorno riciclavamo. per giocarci, per viverci, per completarci.
e la beneficenza è solo la gratificazione per la nostra coscienza.
oddio, tu sei Padre, e dai il seme. ma oggi il matrimonio non è più da conservare, ché dei nostri schifi facciamo marmellata da mangiare.

e c’era il pane e la misericordia, ed il timore s’invocava a purificare il peccato. e poi la grazia, che spezzava le catene, e la mattina ci si affacciava allo specchio col sorriso sulle vene. che forza, Padre, che mi dava il tuo perdono, e come pannocchie scoppiettanti si andava incontro al futuro.

(odDio che confusione!)

da quando sono entrata, sto cercando un copione.
ma sono stata attirata da una certezza: cercavo una carezza…

Simonetta Bumbi ha pubblicato un lungo testo in prosa apparente, che qui, per necessità, ho stralciato con rammarico o altrimenti nel commento ci saremmo persi. Per addentrarci bene conviene considerare le virgole come degli a capi.  Noterete subito che dopo i punti non ci sono lettere maiuscole, l’arbitrarietà soggettiva della punteggiatura nella poesia moderna non è una pura questione tecnica e tanto meno di una moda,  ma tende a mettere in evidenza lo stato d’animo e ad accentuare la confusione umana che si esprime.  Difatti la Bumbi conclude, fra parentesi, che è come scendere di un gradino nei livelli del proprio pensiero: (odDio che confusione). In questo suo brano è ricercata la continuità irruente di un pensiero struggente, simile a una violenta onda anomala intrattenibile, che tutto travolge, a capi e maiuscole, lasciando solo a puntello quelle virgole. Siamo a un passo dalle parole in libertà.
Non è un testo tanto ermetico quanto spontaneo, pensato e scritto di corsa, mai ripensato, o almeno questa è la precisa sensazione che l’autrice vuol dare.
Perché la tecnica, in arte, per poetare o dipingere o danzare, è assolutamente indispensabile,  chi legge o guarda un quadro deve pensare: “Questo l’ha fatto Mimma” perché io aspiro ad essere identificata da quello che creo anche se non l’ho firmato.
È il punto più nobile di un autore: essere se stesso.
L’abuso della tecnica soffoca la creazione come anche l’abuso della disinvoltura è un limite. L’equilibrio non è facile, ma qui mi pare che Simonetta l’abbia perfettamente raggiunto.
Quante volte, vedendo i nostri figli alzarsi da tavola prima del tempo e lasciare le sedie vuote per correre nella loro stanza a tuffarsi su facebook, abbiamo provato lo stesso stato d’animo? Tristezza, impotenza e confusione. Scrive l’autrice che lasciamo “alla balìa dell’incoerenza il pane e la pazienza”.
Non si parla più nemmeno di immondizia: vero, tanto più che nessuno la vuole gettare anche se tutti l’hanno prodotta. In genere è la mamma ad occuparsene sbuffando e trascinandola o al massimo il papà, i figli si stanno organizzando il pomeriggio dopo le fatiche smisurate della scuola odierna, pallida immagine di quella quando si andava a studiare. Quel boccone non è realmente consumato insieme con lietezza perché ci siamo gettati via insieme all’immondizia, perfino la beneficenza è una gratificazione per la nostra coscienza: verissimo. Noi mangiamo più volte al giorno, o peccatori che siamo, abbiamo sgobbato tutta la vita eppure ce ne facciamo un rammarico. E non per amore, ma per triste rimorso, mettiamo mano al portafogli.
C’è un pensiero di questa autrice che mi è molto piaciuto, quando scrive che con la spazzatura “buttiamo tutto ciò che un giorno riciclavamo. per giocarci, per viverci, per completarci”.
Già. Abbiamo la spazzatura facile e ce ne vantiamo pure. Poi, quando ci serve una bottiglia di vetro così e cosà oppure quella mia maglietta celeste che mi piaceva tanto, ci ricordiamo che sono finite nel sacco insieme al resto.
Ho notato che in questo testo di tanto in tanto appaiono rime occasionali, per esempio “oggi il matrimonio non è più da conservare, ché dei nostri schifi facciamo marmellata da mangiare”.
E quella marmellata così stucchevolmente dolciastra  ha reso insopportabili i delicati frutti amorosi che forse all’inizio abbiamo avuto o almeno sperato.
Allora “c’era il pane e la misericordia” : il grande danno della modernità è questo vuoto tecnologico degli affetti più sacri e del rispetto vicendevole. Ma cosa cercava Simonetta addentrandosi in questi convulsi ragionamenti così attuali? Guardate i due versi conclusivi: “cercavo una carezza…”
Eccoti la mia carezza, cara, insieme a quella di don Tonino.

 Domenica Luise

 

 

Il pinguino snob

Tutte le femmine erano affascinate dal suo perfetto corpo ovoidale, che dondolava a piccoli passi. Iulius non aveva mai fretta, non si preoccupava di nulla, la banchisa crollava sotto le sue zampe? Egli sorrideva di compatimento, come se si divertisse. Lo bocciavano all’esame di fisica termonucleare del ghiaccio? Poca cosa, era stato incompreso. Investiva con il suo fuori strada l’utilitaria della professoressa di storia pinguinesca? Pazienza, l’avevano investito. In casa teneva tre computer per giocare, quattro telefonini, dodici paia di scarpe, cinquanta pantaloni, settanta camicie, trenta cappotti, sessanta cappelli e quaranta maglioni tutti per lui. I papillon non si contavano.
I genitori erano ricchissimi ed avevano quell’unico figlio. Studiare non gli era mai piaciuto e così dovettero aiutarlo facendogli dapprima loro i compiti, dopo facendoli fare a vari professori, impegnatissimi al posto del ragazzo, si sa, delicato di salute. Però la salute gli veniva per stare in discoteca tutte le notti a dimenarsi in mezzo all’harem di ammiratrici, nell’emozionante bagliore dei riflettori colorati, che aggiungevano un mistero sexy alla sua persona ondeggiante.
Si laureò col massimo dei voti e la tesi scritta da una povera pinguina bisognosa, piccola, castana ed insignificante. Egli fu gentile con lei affinché dapprima facesse e dopo gli spiegasse quella stupida tesi in aurore boreali anomale, il cui argomento tanto piaceva al professore e tanto dispiaceva a lui. La ragazza lo credette sincerissimo e se ne innamorò, i primi tempi, fino al mattino della laurea, egli l’assecondò, dopo non l’invitò alla gran festa che seguì ed incominciò a non telefonarle più e, addirittura, a non salutarla se l’incontrava per caso. Lei capì rapidamente, soffrì un poco e poi se lo scordò. Conobbe un pinguino un po’ meno bello, ma molto più intelligente e, gioiosamente, lo sposò dimenticandosi del tutto di quell’Iulius o come si chiamava.
Una volta laureato, i genitori dovettero sborsare ancora perché superasse il concorso ed avesse un posto. < Pazienza, caro, lo sai che il ragazzo è cagionevole, e del resto fanno tutti così >, diceva lei conciliante e preoccupata perché vedeva che il marito dava segni di impazienza. Distribuendo regali ed anche qualche assegno qua e là, trovarono chi gli fece passare onorevolmente l’abilitazione, anche se fu duro per l’équipe di insegnanti, appositamente assunti, prepararlo sulle domande che gli avrebbero fatto.
Divenne professore di Sopravvivenza Pinguinesca in un prestigioso liceo classico del centro banchisa e si trovò davanti tre classi di diavoli scatenati e disinteressati come era stato lui per tutta la vita. Prima, seconda e terza classe.
Il primo giorno di scuola egli entrò in classe dondolandosi mollemente come al solito e sentì che qualcuno rideva, guardò accigliato e le risatine vennero dal lato opposto, fece la faccia brutta dall’altra parte e sentì un verso strano, che sembrava proprio una pernacchia, questa volta il suono arrivava dal fondo. Volle fare l’appello e i ragazzi incominciarono a confonderlo scambiandosi i cognomi:
< No, professore, Pinna di ghiaccio sono io >.
Egli, perplesso, restò a bocca aperta dimenticandosi completamente di tutte le volte che aveva fatto lo stesso agli insegnanti nuovi. < Professore, io non sono nell’elenco, mi chiamo Matusalemme > saltò su un pinguino magro e biondo, con innocenti occhi azzurri.
Ora Iulius nemmeno sapeva chi fosse questo Matusalemme e chiamò il bidello per avvisare il preside che uno dei ragazzi non stava nell’elenco, stavolta in mezzo alle risate esplicite di tutta la classe.
Dopo sarebbe stato necessario presentarsi e porre delle regole di convivenza valide per tutti gli anni di studio insieme. Disorientato dal comportamento degli alunni, egli saltò a piè pari questo importante passo pedagogico e si mise a spiegare la prima lezione del libro, che aveva imparato a memoria, con grande fatica, il pomeriggio precedente.
Alcuni ragazzi, col libro aperto sul banco, seguivano le cose che diceva schiamazzando senza potersi più trattenere e gli urlavano la parola giusta quando egli sbagliava.
Perché Iulius sbagliava, e non di poco, non avendo egli stesso mai conosciuto quell’argomento.
Fu a questo punto che il primo gli fece una domanda piuttosto difficile, alla quale egli non poté rispondere, ma gli venne l’idea luminosa e disse che avrebbero portato quell’argomento come ricerca per l’indomani.
Allora il secondo fece un’altra domanda, con linguaggio talmente elevato che il povero Iulius si vide perduto perché non capì cosa volesse dire. Stava per affermare che per l’indomani avrebbero dovuto portare anche quell’argomento, quando fu salvato da un discreto bussare alla porta.
Subito, nella classe, ci fu un silenzio da cimitero.
< Deve essere la vice preside, riconosciamo come bussa > disse il biondino, tirò giù i piedi, che aveva sollevato sul banco, mettendosi seduto composto.
Ed entrò la pinguina castana, che gli aveva fatto la tesi di laurea e l’aveva tanto sinceramente amato e che lui aveva così bruciantemente offeso ignorandola appena ottenuta la laurea.
Egli la guardò come il naufrago che si appresta ad afferrare la ciambella di salvataggio.
Scattò in piedi sulle zampe tremanti e le cedette la propria sedia. La vice preside non fece complimenti e si accomodò, sorridente e senza dare segno alcuno di averlo riconosciuto.
Con tono di voce sereno chiese perché strillassero tanto, nessuno osò rispondere. Il silenzio si poteva tagliare col coltello.
< Ci scusi, professoressa, non ce ne eravamo accorti > disse infine uno bruno, un po’ troppo panciuto e con un jeans tutto strappato sulle cosce e alle ginocchia.
Lei lo guardò come a giudicarlo e rispose: < Igloo, lo sai che non mi piace vedervi a scuola così conciati. E niente tatuaggi né orecchini né niente. Qua si viene a studiare >.
< Ho capito, professoressa > rispose Igloo.
< Mi scusi, signorina, forse lei mi riconosce, si ricorda di me? > osò dire il povero Iulius chinandosi verso di lei in una specie di inchino così deferente che si udì scappare ancora qualche risatina.
La ragazza volse verso di lui il suo volto sereno : < Adesso sono signora, mi sono sposata due anni fa ed ho una bambina > rispose.
< Ma si ricorda di me? > insisté con una specie di tono supplichevole lui.
< Vagamente > disse lei. Si alzò e infilò la porta mentre tutti i ragazzi scattavano in piedi.
Da quel primo giorno di scuola Iulius tornò a casa sconvolto. La mamma gli aveva preparato il pranzo di gala, pesce infornato con ripieno di alghe dolci, che gli piacevano tanto, vino rosso forte e cassata siciliana, ma egli quasi non toccò cibo né diceva niente di cosa fosse successo quella mattina, perché qualche gran cosa doveva essere accaduta per forza, visto come stava. Allora il padre indagò esplicitamente:
< Com’è andata, figlio mio ?>.
< Preferisco non parlarne > rispose Iulius. Mica gli poteva dire che si erano messi a ridere appena l’avevano visto, che non aveva saputo rispondere alle loro domande e che la vice preside dell’Istituto era quella cretina che gli aveva scritto la tesi di laurea. Per non parlare della pernacchia.
< Perché non ne puoi parlare, figlio? > insisté il padre interrompendo di masticare.
< Sono tutti maleducati, hanno fatto chiasso, li hanno abituati male, non mi vogliono ascoltare > gridò allora Iulius, alzandosi da tavola e battendo le pinne in aria dalla rabbia.
< Domani andrò a parlare col preside > disse allora la mamma, < magari gli regaliamo una damigiana di olio extra vergine delle nostre campagne >.
< Forse è meglio aggiungere una bella botte di malvasia dei nostri colli > rispose il padre,
< chissà se accetterebbe una bustarella, sarebbe più pratico >.
Iulius perse completamente tutta la propria pinguinesca compostezza: < Vi dico di no, mi volete svergognare del tutto ? > esplose, < se lo viene a sapere quella! >.
< Quella chi ? > chiesero in coro papà e mamma, com’era logico.
Qui Iulius si sfogò e confessò tutto.
< E tu hai trattato così una ragazza che ti voleva bene? > chiese la mamma ad occhi spalancati dallo stupore. Ai tempi lei aveva sperato tanto che Iulius la sposasse e si sistemasse.
< E adesso cosa vuoi fare? Vatti a preparare la lezione per domani, cialtrone che non sei altro > affermò il papà.
Iulius  passò tutto il pomeriggio sui libri senza capire niente perché, stavolta, doveva andare nella classe terza, quella da portare agli esami di maturità e non conoscendo la materia dall’inizio non gli riusciva di afferrare i riferimenti. Del resto non era abituato a studiare.
Così l’indomani restò a letto affermando di avere il raffreddore e facendo finta di sternutire, dopo disse che gli era venuto l’esaurimento nervoso per il troppo studio ed alla fine, poiché un lavoro doveva pur farlo per vivere, divenne aiutante dell’aiutante del bidello in una scuola elementare dove tutti i bambini lo prendevano in giro.
Il che dimostra che ci si può anche laureare con gli imbrogli, ma ci pensa poi la vita a raddrizzare le cose. E la vita non perdona.

                                                                                                      Domenica Luise

 

Il mantello invisibile

 

come una chiocciola nella sua casa.

 E ridevo e ballavo cantavo. Invece
a bocca chiusa sussurrando zoppa
nascondo la mia mente
nella carta scritta
e la carta scritta nel cassetto
chiuso a chiave e la chiave
sopra sotto o dietro, dove so solo io.

E altri cassetti
dentro le parole e le parole
nei geroglifici.

L’istmo si è rotto
l’uccello è uscito dalla gabbia d’oro
e l’isolotto
è compiuto.

 Tutti i fiori
si sono liberati.

                                                                                         Domenica Luise

 

(Fotomontaggio di Domenica Luise con fotografie di fiori da lei coltivati)

 

 

 

Lacrime amare

Ormai non sa bene cosa rispondere quando le chiedono come stai, per un po’ diceva: <Sono piena di dolori> oppure <Vivacchio, e tu?> e così l’altro-a la delucidava sui mali propri, della famiglia, degli amici, dei paesani e del mondo.
Allora incominciò a dire :<Benino, grazie>, sperando di chiuderla lì, ma era talmente in contrasto con l’aspetto sbattuto e trascurato che aveva da non potersi sostenere, l’altro-a incominciava coi buoni consigli non richiesti: perché non vai dal parrucchiere, la dieta, le medicine sconsigliabili, tesoro mio (con tono pietoso)  e alla fine comunque approdava sempre sullo stesso discorso: i mali propri, della famiglia, degli amici, dei paesani e del mondo.
Ha sempre avuto questa passione di scrivere, era successo da piccina, quando tutti sbalordivano sentendole declamare poesiole alla mamma, papà, sorella, zia Concettina, zio Peppino, zia Maria, onomastici, compleanni, matrimoni, battesimi, esclusi soltanto i funerali. Allora ebbe la gloria. Ai suoi tempi non era tanto facile prendere l’esame di maturità con sette in italiano, la situazione era ben diversa dai dieci che fioccano oggi. Si sa, i valori cambiano e gli allievi hanno altre cose a cui pensare, anche i professori sono diversi. Così lei decise che, se le avessero confermato il sette di ammissione, avrebbe fatto la scrittrice. Purtroppo lo confermarono.
Non fu molto fortunata. Quando a ventitré anni pubblicò il primo racconto su una rivista femminile, superbamente illustrato a colori, con tanti complimenti sviscerati del giornale e dieci copie omaggio, ma senza alcun compenso in vile denaro, si sentì la donna più felice del mondo malgrado il poco entusiasmo mostrato dalla madre, il disinteresse del padre e i vari zii e zie che non capivano niente né sapevano quanti rifiuti avessero preceduto quella pubblicazione. Una volta lesse un suo racconto alla zia Concettina, che si addormentò. Un’altra volta ne lesse uno alla zia Maria, che si addormentò, e furono le uniche due volte nella vita che chiese alle zie di ascoltare un proprio racconto.
Dopo due mesi, quando stava per uscire la sua seconda novella e la terza era stata accettata, una buona amica la guardò storto e le disse: <Esistono anche gli altri>. Significava tirati indietro, presuntuosa. Si trovavano a Messina, nella povera stanza da pranzo con buffet e controbuffet anni trenta dei suoi genitori. Unica cosa bella, al centro del tavolo un superbo piatto d’argento sbalzato, regalo di nozze del compare prediletto per papà e mamma. Poco dopo il giornale, che si chiamava Così, chiuse all’improvviso e la novella pubblicata fu soltanto la prima.
Più avanti vennero due libri di poesie, che l’editore fece rivendere il primo ad un amico dell’autrice, la quale era incapace di fare la commerciante a se stessa, ed il secondo era appena pubblicato quando l’amico morì sicché l’autrice lo ricomprò e lo regalò a chiunque lo prese.
Dopo alcuni anni pubblicò cinque racconti su un’altra rivista, che si chiamava Alba, questi, col loro tempo,  pagavano una miseria e mandavano un mare di carte per ogni novella, ma lei era contenta e si sentiva soddisfatta. Poi incominciarono a non risponderle, allora scrisse alla direttrice chiedendo il perché e venne fuori che “la redattrice avrebbe dovuto risponderle”, la signora sembrava furibonda, lei pazientò e spese i soliti soldi alla posta per mandare i successivi plichi raccomandati come sempre, ma non ebbe più alcuna risposta. Successivamente anche  questa seconda rivista femminile chiuse.
Seguì il silenzio, alla fine di vicissitudini più o meno banali, a cinquant’anni non fu facile imparare ad usare il computer, ma tale fu l’entusiasmo che adesso lei ci fa di tutto: programmi di grafica, fotografia, arte, impagina i propri libri e, soprattutto, si cura di un blog di prosa, poesia e critica poetica.
Ci tiene molto ed è un blog originale dove nulla è rubato o scopiazzato. Pensava che i conoscenti di una vita l’avrebbero sostenuta e invece no, nessuno. Così va avanti da sola, come sempre, seguita soltanto da alcuni pochi amici virtuali, con cui scambia i commenti.
L’altro  ieri ha pubblicato un racconto divertente e ha invitato la sorella e i due nipoti a leggerlo. Sono tutti e quattro davanti al computer, con gli occhi puntati sullo schermo, quando i ragazzi e la sorella incominciano a piangere a calde lacrime tutti e tre con una strana irritazione agli occhi. E meno male che non si sono pure addormentati.
Lei ha due amiche del cuore principali, una virtuale a Roma e l’altra reale al paese dove vive, qualche giorno fa questa seconda è passata a trovarla, si è seduta sul divano e le ha detto di punto in bianco: <La poesia moderna non mi piace, cosa ti devo scrivere nel blog, che non mi piace? Preferisco non commentarti>.
Così adesso lei mi ha detto ridendo che, se vogliono sapere come sta oppure cosa pensa, possono andare a interpretarselo sul blog dalle poesie.

                                                                                       Domenica Luise

Azzardi

Una ballerina di notte sulle punte
sulla punta del tetto
ed è gioia che rischia se stessa
in tulle e gardenie. D’estate
mi profumano la casa di bianco
danza immobile. Sei bella
fanciulla di venti anni e un giorno
che sali sposa. È avvenuto
spontaneamente
il lifting dell’anima profonda, da concime
a fiore. Ti tengo sul petto.

Ma…

La parola si trasforma in bacio.
Ecco.
Alla vita. Al cielo, all’universo
senza porte da aprire. Libera
finalmente.

                                                                                      Domenica Luise

(Disegno a matita di Domenica Luise)