Il valore del mistero (pensiero mimmiano n° 12)

Luci
 

La nostra condizione umana è la sconoscenza. Il che deve essere nobilissimo
per andare proprio così.

                                                              Domenica Luise

                                            (Elaborazione grafica di Domenica Luise)

L'amica Marzia mi ha dedicato un bellissimo post, che ha provocato la mia ruota pavonesca spennacchiata. Se volete ammirarlo, fate clic QUI

 

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Celestina

Celestina

 
Miagola, soffia, difende il suo bambino
con pelo ritto e l’occhio glauco minaccioso
improvvisamente tigre. C’è un canto assordante
 di vagiti gemiti fusa invocazioni
e gridi. Siamo noi sul pianeta
anch’esso azzurro tra i deserti di sangue.
 
Qua in mezzo
il mio sussurro. Soffio lieve
alla tempia che sogna e gioco
o la sferzata che piaga l’osso a stroncare
nell’immensità dentro e intorno.
 
Il mio nome è Celestina
anche se ho gli occhi marroni.
 
 L’amore.
 
Oh, sì: l’amore, null’altro.
 

                                                Domenica Luise
                                                               
                                                                  (Fotografia di Iole Luise)

 

Libera salsedine

Il canto della sirena

 


 

Così il mare è la tua pupilla, dove mi smarrisco
nel surf intellettuale: ti amo anch’io.

Di guizzi
e meduse a navigare
come fiori o canti di sirene.

 Perché
qui l’amore è l’attimo felice

braccato dalla zavorra, ma

esiste
tuttavia. Ti corrispondo
vita a vita
davvero. Conservo
nella conchiglia dove il cuore è il frutto
una condensazione di raggi lunari.

 Bacio perpetuo.

 

 

Domenica Luise

(Disegno al computer di Domenica Luise)

 

 

Il mattino dopo

 

Cenerentola si svegliò per lo stranissimo rumore al suo fianco:
il principe azzurro russava.
Da vicino non  sembrava tanto giovane ed aveva un grosso naso, del quale
non si era accorta fino a ieri, giorno del matrimonio.
Guardò l’anello nuziale di brillanti, poi il diadema, che stava sul comodino ed
era pesantissimo. L’abito bianco giaceva ai piedi del letto insieme a scarpe,
bustino e sottogonna. Ah, ecco cosa puzzava tanto: i calzini di lui.
Con una smorfia Cenerentola li lanciò ad uno ad uno fuori dal letto facendo
centro sulle appliques, pure queste d’oro e brillanti, ai lati della toletta.
Il primo calzino dondolò, esitò e cadde per terra, l’altro rimase appeso.
Cenerentola guardò il principe, che mugolò qualcosa e si girò dall’altra parte.
Così era incominciata la sua vita matrimoniale.
Che noia.
“Mi verranno le rughe prima del tempo a furia di sorridere” pensò.
“E se mi nasce una figlia col suo naso” scosse la testa per scacciare l’idea.
Sua suocera, il giorno prima, al ricevimento, era stata più fredda del solito,
il suocero, invece, aveva voluto ballare sempre con lei stringendola con tutta
quella pancia. I sudditi applaudivano comunque. Per non parlare del nonno di
lui, della nonna e della bisnonna in carrozzina, tutti bisognosi di confidenza
e nessuno che si accontentasse del proprio maggiordomo privato oppure delle
dame di compagnia, stravedevano per lei tranne la suocera. Ecco.
Il suocero le aveva pestato i piedi per tutta la sera, il nonno le proponeva
partitine a briscola, la nonna voleva andare a vedere con lei l’ultimo film 3d
appena uscito e la bisnonna, tremolando per l’Alzheimer, affermava che
Cenerentola doveva ancora imparare a tenere l’ago in mano, fare le asole
e riattaccare i bottoni. Poteva insegnarle a tagliare e cucire, così si sarebbe
resa utile. Mah.
Cenerentola si massaggiò i piedi ancora indolenziti: quasi quindici centimetri
di tacco a spillo.
Sospirò e chiuse gli occhi.
Di buono c’era che, da ora in poi, non avrebbe più dovuto fare i lavori domestici
per la matrigna e le sorellastre, cucinare nel forno a microonde cibi dietetici, lavare a mano gli indumenti delicati e ammorbidirli, pulire tutta la casa, fare
loro il bagno, asciugarle, deodorarle e rivestirle.
Quelle avevano avuto il coraggio di scrivere sui loro blog di averla amata come
una figlia e una sorella, di non potere vivere senza di lei, lo credo bene:
chissà quanto costava una buona domestica.
Ma come avrebbe passato le giornate?
< Mi inventerò qualcosa > mormorò, < per esempio un rifugio di cani
e gatti abbandonati ed una casa editrice per pubblicare i poeti emergenti.
Il regno è pieno degli uni e degli altri, che non trovano ricetto.
Povera figliola, era giovane e non sapeva quanto il suo progetto fosse azzardato.
I cani e i gatti abbandonati sanno fare miao e bau, ma ben altri sono i versi
dei poeti di sicuro insuccesso.
“E così pubblicherò le poesie che scrivevo quand’ero disperata”. L’idea le piacque
e si addormentò. Poco dopo la svegliò il principe azzurro scrollandola:
< Che fai, amore, russi?> protestava a gran voce.
< Anche tu russi, non mi hai fatta dormire tutta la notte >.
< E tu non mi hai fatto dormire in mattinata >.
Così ebbero una specie di primo litigio, poi Cenerentola corse in bagno
e non usciva mai.
< Debbo ordinare di aggiungere un secondo bagno all’appartamento reale,
anzi meglio un secondo appartamento reale direttamente, così non mi sveglia
la mattina presto > brontolò il principe azzurro.
Dalle persiane color avorio filtravano i primi raggi di sole e si sentiva salire
il clamore dei sudditi osannanti.
 

                                                              Domenica Luise

 

Stasera

Ballerina

 


non ho voglia di essere saggia
e nemmeno paziente. Sono un cielo storto
dove mi arrampico senza fatica
come una formica sul cupolone, mi basta
una mollica e ne avanza
per chi ha voglia di un tozzo.

E mi sento anche allegra
o una tazza sbeccata, che ha preso


il colpo d’amore.

La mia anima
si appoggia. Guardo


una luna improvvisa a illuminare
i muri del pozzo. Chissà perché
ho sognato di danzare sul tetto
senza peso
né fatica.

 

Ed io, che mi muovevo
nell’universo come in una culla, adesso


mi accorgo del volo di saetta
e stupisco oltre.
 

                                                                Domenica Luise
                                         (Elaborazione grafica di Domenica Luise)

 

 

Vita virtuale di una leonessa


Era una leonessa buona, ma così buona che tutti la credevano scema.
Suo padre la comandava a bacchetta, lui direttore d’orchestra dei ruggiti familiari e lei ultima pedina della scacchiera gerarchica.
Ogni mattina a caccia, strisciare contro vento, rincorrere la preda, azzannarla,  ucciderla, scuoiarla, trascinarla fino alla tana e portarla alle sue fauci, dopo mangiava la moglie di lui e madre  prolifica, i fratelli e le sorelle si rialzavano dalla solita posizione a pancia all’aria e con indolenza si accostavano alla preda , a lei restavano le ossa e la coda.
Così era magra come la morte in vacanza, il gran correre quotidiano e il poco mangiare le modellarono un corpo da indossatrice.
Non somigliava agli altri leoni, che dormivano venti ore al giorno, era una persona attiva, di notte leggeva e scriveva poesie su internet, con un nick presto divenuto famoso: Foglia al vento della savana.
Un po’ lunghetto, per la verità, ma ormai era fatta. Le giovani leoncine si rivolgevano alla sua posta del cuore per ottenere un consiglio, i poeti emergenti la corteggiavano via computer sperando che li aiutasse a riordinare i propri versi sconclusionati, finanche gli enti benefici osarono chiedere offerte a lei, che era nullatenente. Allora si inventò una famiglia con marito innamoratissimo e un buon elenco di figli e figlie, ognuno dei quali aveva un nome, un soprannome e una storia.
Alla fine osò mettere sul blog una sua fotografia : occhi truccatissimi, parrucca lunga biondo sfumato come si usa adesso, bocca ciclamino scintillante, zigomi pronunciati e sorriso tremante, che sembrò suadente.

Se l’era scattata da sola tenendo in mano la propria macchina digitale e provando tutte le opzioni, alla fine una nitida e chiara venne fuori per forza.
L’avatar, appena apparve, provocò una rivoluzione sessuale con accese proposte di divorzio dall’attuale supposto marito e successivo matrimonio, richieste di indirizzo, telefono, telefonino, dichiarazioni nei commenti e fasci di rose rosse virtuali con dediche poetiche le più strampalate immaginabili e non immaginabili. Alcuni leoni, che lei conosceva benissimo, finanche tre o quattro suoi fratelli, minacciarono il suicidio se non avesse accettato le loro urgenti profferte amorose.
PVT in numero incontrollabile intasavano regolarmente il blog provocando un continuo sforzo di manutenzione da parte di splinder.
In casa non sapevano nulla della sua identità nascosta, anzi nemmeno supponevano che sapesse usare il computer.
Bastava che ogni mattina partisse a caccia e tornasse il più rapidamente possibile a sfamarli tutti.
Mai un fiore né un augurio per il compleanno, per l’onomastico il problema non sussisteva poiché non avevano mai pensato di chiamarla in qualche modo.
“L’amore, quando c’è, si vede e quando non c’è si vede pure” pensava sempre la leonessa. Ed in casa sua non ne vedeva.
Aveva fatto di tutto per ottenere il loro affetto, ma non era servito. Così una mattina, invece di riportargli  la preda, dapprima mangiò quanto volle e dopo, accortasi di un bel maschione che guardava, l’invitò a pranzo.
Egli si presentò con centouno rose rosse e una poesia d’amore che aveva scritto ammirandola.
<Però voglio provvedere io al tuo sostentamento> affermò serio serio, per quanto non sia consuetudine dei leoni maschi andare a caccia, <sono un dissidente e penso che le donne debbano piuttosto dedicarsi ai figli, alla casa e a qualche sfizio come scrivere, dipingere, leggere, fare shopping con le amiche e andare su internet. Una cosa ti devo confessare: mi ero innamorato di una certa Foglia al vento della savana, stavo sempre sul suo blog, mi firmavo Criniera gialla. Adesso però ho messo giudizio e voglio crearmi una famiglia>.
La leonessa si mise a ridere: <Ma sono io quella “Foglia al vento della savana” >.
Il leone cadde ginocchioni sulle zampe davanti a lei, <O meraviglia, mia regina>.
E da allora in poi Regina fu il nome della leonessa. In quanto ai genitori e fratelli, poiché si vergognavano di mendicare, impararono a procurarsi da soli il cibo e vissero tutti felici e contenti quasi sempre.

Domenica Luise

 

Grande Madre

Macchia di Madonna con Bambino

 
Poggio le mani sui tuoi fianchi, nido ai morti
grondanti fiori. Io ti accarezzo nelle ferite
fonti di fiumi che dissetano. Terra
dalla terra e nella terra, erba
figlia vagito profumi e colori. Sono
dinanzi a te, o generazione
e bacio. Con le mie radici minime
toccherei il tuo cuore di magma
a nutrirmene in pensieri.
 
Irraggiungibile centro della vita
e universo interno.
 

                                              Domenica Luise
                                                                                        (Acquerello di Domenica Luise)

 

Il caldo abbraccio dell’ispirazione (pensiero mimmiano n° 10)

Vortice


L'arte non è una composizione, ma un abbandono.

                                                                          Domenica Luise
                                         (Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)