Anni vecchi e vecchie befane

<Ah, ah, ah, l’anno vecchio non è ancora finito e già cerca moglie> disse una befana rattrappita alla sua compagna di tavola nell’elegante sala da pranzo dell’ospizio in collina dove vivevano ricoverate ognuna col suo sacco di carbone, residuato di tempi migliori, le calze spaiate e i giocattoli fuori moda che nessun bambino voleva perché ormai tutti riforniti di computer, tablet e telefonini.
<I genitori dovrebbero smetterla di viziare i figli, poi diventano tutti drogati, ubriaconi, politicanti imbroglioni e ladri, che si svergognano in televisione l’uno contro l’altro e così la gente capisce tutti i trespoli> rispose una secca, col mento puntuto e gli occhiali a specchio, da un paio di centinaia di anni incominciava a dimenticarsi le cose mentre le stava dicendo.
<Cosa c’entrano i trespoli?>.
<Di quali trespoli si tratta?>.
<Ma di cosa stavamo parlando?>.
<Con questa crisi perfino l’anno vecchio, che ha fatto il giovincello fino a tutta l’estate, si è dovuto togliere parecchi optional>.
<Ti sei messa pure tu a parlare inglese?>.
<Tanto quello c’è rimasto, ormai, l’italiano è una lontana memoria, chi lo ricorda più tranne qualche poetessa pazza?>.
<A proposito, cosa portiamo a Domenica Luise, oltre un sacchetto piccolo di carbone?>.
<E chi è questa?>.
<Quella dell’Usignola stonata, ha messo pure noi in una favola metaforica>.
<Perché, cosa c’è di metaforico? Noi siamo reali e artrosiche>.
<Magari un pacco di cinque o sei quaderni, qualche penna e una matita con la gomma sopra per fare le parole crociate quando la notte non dorme>.
<Ah, quella che crede di essere una poetessa>.
<Poveraccia, zoppica. Un paio di stampelle?>.
<Oppure una sedia a rotelle di seconda mano>.
<Non abbiamo tanti soldi. Forse un buono per un commento sul suo ultimo post>.
<E chi lo scrive? Io no>.
<Io nemmeno>
<Potremmo tirare a sorte, col metodo della cannuccia più corta o più lunga>.
<Sì, conosco i vostri brogli elettorali. Diamole il solo carbone>.
<Ma chi l’ha detto che tutti gli anni vecchi cercano moglie?>.
<Stava sulla gazzetta delle favole di stamattina. Ognuno di loro aspira a una befana, visto che nessun’altra donna li sopporta più>.
<E che cosa vogliono da noi?>.
<Quello che vogliono tutti i maschi dalle femmine: essere accuditi, coccolati e massaggiati, nutriti, lavati, stirati e rispettati>.
<Ma io credevo che alla fine morissero>.
<Sei una sognatrice. Ognuno vive nel ricordo che lascia: terremoti, onde anomale, guerre, politicanti corrotti, imbrogli e prevaricazioni>.
<Ma non c’è rimasto niente di buono?>.
<Resiste ancora qualche brava persona che non usa i poveri per arricchire se stessa, ma è sempre più raro incontrarne>.
<Ma voialtre, di carbone, ne avete ancora nell’armadio? Io l’ho distribuito tutto alla camera dei deputati>.
<Io l’ho dato ai mariti violenti e alle mogli crudeli>.
<Io a quelli che predicano bene e razzolano male>.
<Io ai figli maleducati coi genitori>.
<E basta, finitela con questi elenchi oppure non concludiamo niente. Il carbone è esaurito dapertutto, dobbiamo andare nel bosco, scavare una buca, riempirla di legna e accenderla. Ci sono volontarie?>.
<Alla nostra età?>.
<Siete befane o no?>.
<Siamo befane, no sceme, scava e accendi tu, dopo devi assistere il carbone finché è cotto>.
<C’è crisi, c’è crisi. Cosa potremmo dargli al posto del carbone?>
<Secondo me questa è una domanda di quelle senza risposta. Parliamo d’altro>.
<Una volta si diceva non vale un fico secco, oggi costano a peso d’oro>.
<I fichi secchi no, ho detto di cambiare discorso. Consolatevi, tra poco arriva l’anno nuovo, speriamo che non si ammazzino fino dal primo giorno>.
<Ma cosa vuoi sperare. Ti sei fatta perfino la crocchia con quei quattro capelli che ti sono rimasti>.
<Sarai bella tu, con la parrucca gialla e le rughe stirate dalla crema miracolosa alle cellule staminali>.
<Meglio il botulino, ti fa la faccia come una bambola di plastica>.
<Ragazze, finitela di litigare>.
<Ragazze un corno. E noi litighiamo quanto ci pare, del resto litigano tutti>.
<Non saresti buona nemmeno per accudire il 1943>.
<E perché proprio il 1943?>.
<È la data di nascita di una superbefana poetessa>.
<Ma è ancora viva?>.
<Sicuramente, ce l’ha fatta di nuovo>.
<Ammirevole. Che resistenza>.
<A lei il regalo bisogna farlo, magari una scopa nuova, in stile antico, di saggina vera naturale>.
<Ma tutti gli anni vecchi cercano moglie?>
<Già, nessuno escluso. E noi befane siamo numerosissime, possono scegliere>.
<Io non mi voglio sposare>.
<Io un marito ce l’ho ed è anche troppo>.
<Io sto bene single con la gatta>.
<E dagli con quest’inglese, si dice zitella>.
<Io un anno vecchio lo sposerei pure, ma solo se si può permettere una cuoca, due domestiche e un giardiniere> saltò su una befana ben tenuta a furia di bustino e stecche retro.
<Ma quelli sono vecchi bacucchi>.
<Noi, invece, pure> ammise Mimma, diceva sempre quello che pensava e perciò nessuno la sopportava, nemmeno gli anni vecchi più decrepiti>.
<A te non ti pigliano sicuro, sei strana>.
Mimma fece la sua tipica espressione imbronciata che, quand’era piccola, otteneva tanti consensi.
Cristina subito la difese: <Ma non vedete quant’è ingenua?>.
<Lasciatela stare in pace> intervenne la sorella Iole, <non è colpa sua, è stata sempre così>.
<Non dico il 1943, che è troppo antico, ma io un annetto vecchio lo sposerei, sono sincera> confessò una befana rossa, crespa, con la faccia bianca e il rossetto viola quasi nero assortito alle unghie, che sembrava anoressica tanto mangiava poco perché non voleva ingrassare.
<Meglio sola che male accompagnata> rispose una befana femminista a oltranza, in pantaloni aderenti, seno appiattito, maniche al gomito per mostrare le braccia tatuate e piercing che le tirava giù il labbro inferiore esibendo i pochi denti rimasti fra un buco e l’altro.
<Finché c’è vita c’è speranza> concluse una befana fachira sistemandosi nella posizione del loto sul suo letto di chiodi, <ed ora state tutte zitte, devo meditare sul futuro dell’umanità>.

Domenica Luise

Guardate cos’ha scritto Renzo Montagnoli, che vista sintetica politica e quale lucidità:

http://confrontodiopinioni.blogspot.it/2013/01/lagenda-monti-anzi-no-lagenda-montagnoli.html

La gazza ladra

Tutti sanno che le gazze, per lunga tradizione, sono raffinate ladre di gioielli. Non rubano per vanità né per avidità di soldi, ciò sarebbe peccato mortale. Rubano per pura bellezza. Ogni gazza che si rispetti possiede la cassetta di sicurezza in banca e, quotidianamente, passa ad ammirare la propria refurtiva da un minimo di mezz’ora ad un massimo di due ore. Loro lo chiamano “ andare in biblioteca “.

Anche Domilù aveva molti ori e gemme, ma il vero tesoro, lei, lo teneva in casa, nel buco.
Difatti le due ore legali di biblioteca non le bastavano. Era una passionale. Fissava tutti quei luccichii al chiarore di un candelabro d’argento, fino a quando migliaia di piccoli arcobaleni sembrava che cozzassero l’uno contro l’altro, si frantumassero in scintille di rapidissimi colori e poi si ricomponessero.
Quando si innamorò di un baldo giovine con le piume nere dai riflessi verdastri e le piume bianche che sembravano di neve, Domilù non sembrò più lei.
Incominciò a regalargli i gioielli più belli che aveva, infine gli mostrò il buco segreto.
Sebbene gli avesse donato spontaneamente le cose di maggior valore, egli non poté resistere alla tentazione di toglierle il resto. Domilù rientrò casualmente nel nido prima del previsto e lo colse sul fatto.
Non si fidò mai più di nessuno.
Fino a quel momento aveva guadagnato la vita onestamente facendo l’acrobata in un circo senza mai derubare persone inermi. Lasciò il lavoro ed incominciò a divertirsi.
Bivaccava nelle siepi degli ospizi e degli orfanotrofi. Più volte strappò il velo dalla testa a qualche suora, tanto per sentirla strillare un po’. Portava via finanche l’uncinetto dalle mani delle vecchiette e i lecca lecca ai bambini.
Tentarono di spararle ed una volta le strinarono una penna secondaria.
Era diventata una ladra  professionista. Le arrivarono parecchi avvisi di garanzia ed un paio di volte fu interrogata dalla polizia. Il suo atteggiamento indolente ed innocentino ingannava chiunque. Non c’erano capi d’accusa sicuri.
Il suo cuore sembrava un pezzo di marmo.
Adocchiò un’anziana signora che, ogni mattina, andava alla prima messa. Portava una giacca lisa, nera e lucida per il lungo uso, ma sul colletto brillava sempre un cammeo traslucido, con una piccola scena pagana: sotto gli alberi, Marte e Venere si abbracciavano circondati da vezzosi amorini. In un angolo Cupido tendeva un minuscolo arco.
Ma quello che fece perdere la testa a Domilù fu la cornice del cammeo, in filigrana d’oro, con perle vere e zaffiri di un blu profondo.
Prima o poi quella vecchia avrebbe dimenticato la spilla a casa.
Così ogni mattina la spiava, a quell’ora, fino a quando la vide uscire senza spilla. Era la vigilia di Natale. Con due colpi d’ala fu nel casermone dove lei abitava. Aprì il portoncino col grimaldello, fu facilissimo, il cammeo brillava sul comodino della misera stanza da letto.
Sulla toletta c’era un presepio con vecchie statuine scrostate.
L’armadio era piccolo, Domilù lo aprì, dentro c’era un’altra giacca nera, pure questa lisa e lucida, un vestito troppo leggero ed un cappotto troppo grande, rattoppato. Una maglia a collo alto e nient’altro.
Le venne un nodo in gola, forse perché pensò a sua madre, che era morta senza poterle dare gioielli dignitosi e per sé non aveva nulla, nemmeno una piccola cosa di stagno.
Scosse la testa e rise : < Vediamo cosa mangia questa vecchia domani che è Natale > disse a voce alta, ma nel frigorifero c’era soltanto una fettina di carne piccolissima ed una conca di verdura della più economica.
< E la pasta non se la fa? E non ha nemmeno il panettone? Ed è sola pure a Natale? > sussurrò Domilù. Perché quella vecchia non aveva nessuno, lei la controllava da mesi, nemmeno un nipote interessato, e poi, interessato a che cosa, cammeo a parte?
La spilla nascosta sotto l’ala le bruciava come un ferro rovente. < Non devo impietosirmi, non fa parte del gioco, gli altri non hanno avuto pietà di me > quasi gridò. Frugò convulsamente nei cassetti, in un portamonete mezzo rotto trovò due soldi di pensione.
Non c’era televisione né radio e, decisamente, niente buco coi gioielli dietro i quadri, che oltretutto non esistevano, a parte la modesta stampa di una Madonnina triste come capezzale. Muri spogli e neanche legna in una specie di caminetto rustico. Un freddo che pungeva le narici e riempiva i polmoni di umidità. Per questo tossiva sempre.
< Io non voglio affezionarmi ad una vecchia che poi muore > sussurrò.
Rimise a posto la spilla che, nella debole luce della lampadina, ebbe un bagliore blu.
Tornò nella propria, raffinatissima casa tutta bianca, con quadri d’autore incorniciati d’oro e d’argento alle pareti e forzieri di gioielli sparsi ovunque, perfino nell’armadietto del bagno. Le piaceva vivere in mezzo alla propria refurtiva, ma quest’oggi non si guardò intorno sostando compiaciuta come ogni volta che rientrava perché era troppo indaffarata a preparare un cestino con il pranzo, il panettone e un grosso ciocco trovato in giardino. Mise una busta con dei soldi lì in mezzo, una bella somma, corrispondente non so a quante pensioni della vecchietta. Era giovane e forte e si caricò il tutto sulle spalle quasi senza fatica.  Tornò a volo forsennato nel misero nido, sistemò la legna e accese il fuoco, preparò la tavola.
La spilla brillava come il frutto proibito nell’Eden, ma lei distolse gli occhi, <Basta > pensò.
Mise la busta coi soldi sul comodino.
Si sedette sul letto. “ Devo portarle anche una coperta di lana “ pensò, “ e una vestaglia. Non ha niente”. Il masso del cuore si sciolse all’improvviso e Domilù pianse tirando su col naso come quand’era bambina.  Chissà perché accarezzava il cuscino.
Il fuoco scoppiettava, ma lei non lo sentì. “ Devo alzarmi e andarmene o quella torna e…”.
<Cosa fa lei qui ? >, la vecchietta era apparsa all’improvviso e, tutta tremante, le puntava contro un ombrello blu scolorito.
Domilù sgranò gli occhi neri, un mare di capelli ricci coi riflessi viola le andò sul bellissimo volto, se ne liberò col solito gesto nervoso.
Subito dopo l’ombrello cadde dalle mani dell’anziana signora, che disse, con tono deliziato :< Mi hai portato da mangiare, la pasta al forno, il polpettone, il salmone, che profumo, le braciolette coi funghi… oh, grazie… Il panettone e lo spumante! >.
Le strinse le zampe gelide con le sue dita così bianche, sotto la pelle si intravedevano le vene azzurre, < Mi hai acceso il fuoco! >.
Le aprì le braccia, < Mamma > disse Domilù, < lei mi ricorda la mamma >.
Bel discorso sdolcinato per una ladra professionista.
<Avevo freddo e fame > disse la vecchia gazza, < ma tu sei un angelo… Chi sei ?>.
< Ero entrata qui a rubarle la spilla > balbettò Domilù, < dopo ho visto il presepio e io… Posso tornare a trovarla, qualche volta ? >.
< Sarai come una figlia per me >.
“ Non sono più una ladra “ pensò Domilù, “ sono una figlia “.

Domenica Luise

Mimma angiolettaElaborazione grafica di Domenica Luise

Auguri 2012 tre

I pastori del Natale che viene

 Sacra Famiglia

A mezzanotte, mentre i bambini dormivano sazi di panettone e papà faceva l’amore con la mamma perché l’indomani era Natale  e non dovevano alzarsi all’alba, si sentiva solo schizzare qualche macchina, poi le statuine del presepio incominciarono a stiracchiarsi.
<Ragazze, ma lo sentite quest’accidenti di freddo?> brontolò un vecchio montone alle sue mogli, <Sissignore, che freddo, che freddo> lo assecondarono le pecore belando in coro.
<Amore, ti preparo una minestrina bollente?>.
<Ma no, ma no, è meglio una bevuta e un sigaro, corro a prendere il vino dalla botte>.
<Che dici? Qua ci vuole un bel massaggio sulla nuca e ti rimetto al mondo, spogliati che vengo>.
<Ma perché non puoi dormire, tesoro mio? Cosa succede stanotte? Poi domattina non hai la forza di stare sulle zampe e lo sai quant’è rabbioso il tuo capoufficio>.
<Ma domattina è Natale, non si lavora>.
<Invece sono tutte storie per farti compatire, va bene che ormai sei abbastanza decrepito e da pensione>.
<Coi nostri governanti che ci spremono? Adesso, mogli mie, quando viene quella sanguisuga a chiedere i soldi che cosa gli diamo, un po’ di fieno? Gli dovrò consegnare stipendio e tredicesima>.
<Ma che fa, ce la danno anche quest’anno la tredicesima?>.
<E sennò con che cosa paghiamo le tasse e l’imu dell’ovile? E va bene, noi siamo pecore di speranza, forse fra duemila anni tutti questi problemi non ci saranno più>.
L’ariete controllò allo specchio grande dell’ingresso se le sue corna fossero abbastanza lucide o avessero bisogno di una ulteriore lisciata, poteva scegliere la preferita tra quelle mogli servizievoli, ma che pazienza ci voleva. Femmine, inferiori ai maschi da sempre e per sempre, deboli, lagnose, benché discrete donne di casa, ma quante storie per partorire, tutte che strillavano e soffiavano.
E com’erano gelose le une delle altre, una cosa inqualificabile, che ben dimostrava la modestia del loro cervello. Ancora gli andava bene perché non avevano inventato i telefonini, altrimenti non gli avrebbero dato più pace.
In fondo, molto in fondo, la sua vita non era poi così rosea, e doveva pure guardarsi dagli altri maschi rivali, che gli volevano togliere ora una ora l’altra moglie e aggregarla al proprio harem.
Gli avevano fatto slittare l’età pensionabile e non avrebbe confessato mai a nessuno quanto gli facessero male i piedi e le ginocchia per i reumatismi incalzanti. Mai dare segni di debolezza o gli avrebbero fatto il subentro.
<Io mi sono stufata di lavare panni di carta e stenderli su quel filo ad ogni Natale> affermò la lavandaia alzandosi impetuosamente dalle ginocchia sulle quali stava piegata, <ho un appuntamento>.
Dall’interno di una casetta di cartone venne una voce stridula: <Comportati bene, figlia, altrimenti resti zitella e siamo rovinati, Almeno pigliati uno che ha un lavoro sicuro>.
<Il lavoro sicuro è finito> rise la ragazza con una mano sul fianco e la cesta coi panni asciutti sull’altro, <loro dicono che sarebbe noioso e dobbiamo cambiare sempre e lavorare tanto per pagare il mutuo della catapecchia o l’affitto della catapecchia e comunque la catapecchia, ormai le banche pigliano troppi interessi e vogliono troppe garanzie e nessuno ha più una catapecchia decente>.
<Dove stai andando, figlia mia? Bada che gli uomini sono cacciatori> disse la voce della madre altrettanto rauca dalla casa di cartone, <Mi sono innamorata dell’incantato della stella> rispose lei lasciando la cesta sulla soglia, <ma non ho intenzione di andarci a letto, voglio cuocerlo bene prima o non mi sposa>. E la ragazza partì.
<Ho paura che pesca e pesca qua non abbocca niente come il solito> fece il pescatore sullo stagno di specchio circondato da pietruzze raccolte a mare nell’estate precedente. Il suo collega gli sorrise: <Tranquillo, anche stasera mangeremo verdura selvaggia, speriamo che sia rimasto un po’ d’olio e che il pane non sia troppo duro, mi stanno cadendo alcuni denti, sono vecchio, ma non posso andare in pensione>.
<Siamo tutti sulla stessa barca> considerò l’altro mentre l’onda li dondolava con una certa, impertinente soavità.
Intanto si mise a nevicare e la stella, dall’alto dei cieli, scivolò sulla cima di una capanna piuttosto malridotta, le mancava perfino una buona parte del tetto. La stella illuminò una coppia e un bambino che vagiva a braccia spalancate, ognuno vide perfettamente per quanto fosse lontano e fosse buio:
<È nato anche quest’anno> gridarono, belarono, ragliarono e muggirono tutti insieme, anche i pesci dello stagno piroettarono.
<Questa non me l’aspettavo> brontolò il mugnaio svegliando sua moglie che si era addormentata davanti alla televisione, per quanto non fosse stata ancora inventata nemmeno quella, <che fai, dormi, amore?> le disse strattonandola, <Quante volte ti devo ripetere di non chiamarmi così forte quando mi abbiocco? > gridò lei furibonda, <poi mi sento male come ora, ecco>.
<Ma Lui è nato anche quest’anno> fece il marito afferrando due pagnotte ancora calde da portare alla grotta come faceva regolarmente da quando l’avevano modellato così bello, era solo riuscito un po’ più grande degli altri, difatti nel presepio l’avevano soprannominato “Il gigante”.
<È nato in questo caos? Coi peccatori incalliti e mummificati, i poeti disprezzati, le mamme che hanno la depressione post partum e i politicanti scatenati, le escort e il bunga bunga?>.
<È nato anche stavolta> fece il mugnaio afferrando la pelliccia di visone e porgendogliela.
<Sì, vengo, ma non mi metto quella…mi vergogno di averla pretesa…dammi la vecchia mantella, l’ho appesa fuori dai piedi, in alto e non ci arrivo senza salire sulla sedia. Tu, invece, sei bello alto> lo lodò, l’uomo ringalluzzì e arrossì perfino.  La lavandaia, che stava scambiando un bacio passionale, ma non troppo per non dare luogo a procedere, con l’incantato della stella rizzò la testa:
<Hai sentito, forse, piangere un bambino? Lui deve essere nato un’altra volta. I pannolini si devono ancora stirare, vado, tu comincia a correre alla grotta> disse scappando. E pensava: <È nato, lo fa ogni anno, niente e nessuno lo può fermare>.

 <Come ti senti, cara?> chiese Giuseppe a Maria mentre le luci della stella suscitavano mille colori di qua e di là e il focherello che egli aveva acceso sembrava un termosifone gigantesco, tanto riscaldava e sebbene nemmeno i termosifoni fossero stati ancora inventati.
<Bene, come tutte le volte. Il Bambino non mi ha fatto più male di un raggio di luce che mi ha attraversata>.
<Guarda, arrivano i pastori, come ogni anno>.
<C’è lo zampognaro nuovo e anche un gelataio… con tutta questa neve> ridacchiò Maria.


Domenica Luise

Rielaborazione grafica di Domenica Luise

Presepio

Natale 2012

La fanciulla antica
che portava l’acqua in anfore dorate
una sul fianco e l’altra sottobraccio. La lavandaia
coi panni di carta
ritagliati ad asciugare nella neve
sotto la stella di lustrini e l’angelo
vestito di azzurro a mani aperte
e il viso proteso.

Quante piccole case ritagliate negli scatoli
accattati per casa. Il calzolaio
col martello per aria. Il muschio vero
raccolto in giardino
e la nostra fede di bambine. Il cammello
i re magi, la Madonna e San Giuseppe
in ginocchio di fianco al neonato.

Ed era la vita.

 Poi
accendevamo le stelline e lampadinette
che si fulminavano sempre, papà le aggiustava
se aveva voglia e tempo.

Domenica Luise

(Disegno a penna di Domenica Luise colorato al computer)

Una suocera perfetta

 La guardava e cercava di capire quanto ancora potesse vivere quella vecchia incartapecorita. I suoi figli andavano matti per la nonna, come del resto la moglie, gli amici e i conoscenti: a lei bastava entrare nella stanza dove uno qualunque si aggirava e subito ne calamitava sorriso e mano tesa: Io sono esente, pensò lui. E rise da solo perché, da subito, col suo diploma di ragioniere,ne aveva dominato la laurea in lettere classiche magna cum laude.
Nessuno aveva mai saputo come rapidamente egli avesse fallito all’università , quando si era trattato di passare, necessariamente, dallo studio mnemonico e razionale a quello sintetico intuitivo.
Odiava quella donnicciola che metteva il grembiule e preparava pranzi sontuosi tutte le domeniche ogni volta che volevano, e sua moglie voleva sempre, i bambini chiedevano della nonna appena svegli al mattino, <Lei ci aspetta> dicevano.
Combattendo uno contro tre, almeno una volta al mese riusciva a portarli a pranzo dai suoi nel paese in collina vicino, i ragazzini vomitavano regolarmente per la strada tutta curve, sua moglie muta, lui furioso, arrivavano e per prima cosa venivano informati di tutti i morti del paese, incredibile quanti fossero in un mese: <La sarta, sai, la signora Palmina, che mi faceva i tailleur, ha avuto un colpo, che bella morte>.
Già.
Invece la suocera, a quell’età, si era comprata il computer e faceva la grafica come se niente fosse, i bambini, uno a dritta e l’altro a manca, stringevano in mezzo la nonna coprendola di baci davanti al monitor e provavano il mouse con mano tremolante.
Impararono presto, lui no, non gli piacevano queste cose. Anche sua moglie si appassionò, “Se Letizia mi chiede di comprarle il computer mi sente” pensava lui, ma glielo regalò sua madre ed egli la detestò ancora di più per questo.
<Mamma, ti ci vuole una visita di controllo, sei troppo dimagrita, perché mangi così
poco?>.
<Non ho fame, è un periodo così>.
<Sennò come potrebbe mantenere quella bella linea?> ironizzò malignamente lui.
Quella volta il pranzo era stato meno sontuoso, la suocera sembrava stanca.
<Mamma, perché dondoli così e ti appoggi al tavolo? >.
<Niente, una vertigine>.
Tre giorni prima di Natale si seppe il verdetto: cancro allo stomaco, due mesi di vita. Lei decise che glielo avrebbe detto il ventisei dicembre.
<Venite a passare il Natale con me?> chiese per telefono.
Lui nicchiò un poco: gli piaceva tenerla sulla corda e affermare il suo potere: <Ci hanno già invitato mamma e papà> disse anche se non era vero.
Si sentì l’urlo di protesta dei bambini, che incominciarono subito a piangere.
Letizia afferrò l’apparecchio: <Mamma, perché non vieni tu da noi, stavolta? Tutti qui a casa nostra> disse.

La vecchia incartapecorita tentò di alzarsi dal tavolo dove aveva fatto finta di mangiare spostando il cibo da destra a sinistra e viceversa.
<Sapete, è morto quel mio compagno di collegio, il povero Gaetano, aveva un anno meno di me> disse il padre di lui.
<Questo è niente, almeno era vecchio. È morta la figlia di Carmela, vi ricordate, quella che ci faceva i servizi? Usciva dalla discoteca a prima mattina, dico io, poveri genitori> fece la madre  di lui.
La suocera dette un passo e incespicò, lui passava in quel momento per accendere di nuovo i termosifoni perché faceva freddo e sbatterono l’una contro l’altro. La donna gli si aggrappò per non cadere ed egli dovette afferrarla, nell’abbraccio ne sentì la magrezza e ne previde la fine. Un dolore aguzzo lo penetrò fino alle viscere e provò rimorso e compassione simultaneamente. <Come ti senti, mamma?> chiese con voce tremante.
<Bene, Ugo, bene> rispose lei, <buon Natale, caro>.

Sì: glielo avrebbe detto l’indomani.

Domenica Luise

PS:

Se volete leggere i post dei Natali precedenti, fate clic alla vostra destra su categorie-buon Natale.
Lo so che i miei doni per voi sono piccini, ma sono sinceri e di meglio non ho. Un grande abbraccio ed un augurio di gioia da Mimma.

La nuova stagione

 Frutta con bambola

L’uva è matura adesso, d’oro e nera
a diventare vino
per la bambola dei melograni, che porta
il suo cappello da passeggio sulle gambine storte
e guarda
dinanzi a sè con occhi di vetro
nel viso di porcellana.

I frutti segreti, amari fuori
e  aggrovigliati dentro in altre membrane
anch’esse amare,  ma non come la vita
quando mangi la scorza e tutto
diventa un grigiore marroncino
e la bocca piena di cemento
immobilizzata nel sorriso e la spalla
madida delle lacrime altrui raccolte
a secchiate.

Buon appetito, poetessa dell’amore che nessuno vuole.

Il vino inacidito
e la bambola è lesionata. Voglio
cambiare tavolo. L’inverno è arrivato
davvero. Prendo un fiammifero
per il mio corpo di paglia,  distruggere
purificare  ricreare.

Domenica Luise

(Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)

 

I misteri dell’Ermetismo: limiti e valori

 

Molti rifiutano la poesia moderna perché non ne sopportano l’incomprensibilità premeditata. Ogni momento storico poetico ha i suoi valori, limiti e slanci. I valori sono il suo presente, i limiti vengono dal passato e gli slanci lo conducono al futuro momento storico. E non c’è crescita senza cadute.
Valori della poesia moderna: la nudità della parola, la semplicità espressiva, la sincerità e l’equilibrio nell’uso della retorica, che non si deve sentire, la scoperta del mistero umano come substrato comune e anima universale.
Limiti della poesia moderna: l’abuso delle figure retoriche sovrastanti sul contenuto troppo debole o artificioso, la voglia di stupire, una specie di rivalutazione del barocco oppure una nudità semplicistica e priva di addensamenti sintetici dove l’eliminazione di articoli e aggettivi mal si sposa con la pochezza del contenuto o peggio troppi aggettivi a coprire il nulla.
Poi ci sono la mancanza di studio serio, la fretta, la presunzione di valere con l’imbroglio e le scopiazzature, l’improvvisazione spacciata per ispirazione e i paroloni per i paroloni, l’abuso sul proprio stesso stile nel momento del successo vero o illusorio.
E concludo con i concorsi poetici dove commissioni di chissà chi giudicano chissà che cosa: se proprio vi piacciono i concorsi e le competizioni almeno fate quelli seri, a me non piacciono perché mi rattrista la rivalità fra poeti, ma sono contenta quando vince un’amica che ha partecipato, è sempre una soddisfazione. Invece io penso che si debba mettere in comune la propria poesia sostenendosi sinceramente con i commenti nei reciproci blog, e cerchiamo di non scrivere stupidaggini quando osiamo entrare in casa d’altri a pubblicare quella che deve essere un’opinione oculata. Tolta la zavorra dentro e intorno, la poesia decollerà.

Domenica Luise

 

L’ape paralitica

Era un’ape paralitica, che abitava in un paesino interno della Sicilia.
Lì c’erano ancora ragazze come lei che, il pomeriggio, passavano alcune ore a ricamarsi il corredo sedute a crocchio davanti alla porta di casa.
Non sempre era stata paralitica.
Da piccola il volo l’annoiava, ma era sempre meglio delle faccende domestiche. Suo padre e sua madre, su questo, non transigevano: o volava come natura vuole o si trovava un lavoro oppure, al limite, avrebbe cucinato il miele per tutta la famiglia.
Perfino gli esseri umani sanno che le api sono operose, questa qui, invece, era nata pigra.
Le piaceva leggere, diceva, ma a scuola aveva sempre ripetuto le classi ed, alla fine, le avevano dato la terza media per vetustà.
In pratica, la piccola ape sognava coi libri aperti davanti: ecco, adesso incontro un baldo giovane, che mi rapisce a volo e mi porta nella sua cella di lusso.
Invece, a furia di poltrire nel letto e di non esercitare le ali, divenne sempre più grassa e la prima volta che i genitori l’obbligarono a raccogliere un secchiello di polline, lei inciampò su di una foglia di margherita, sbatté violentemente la testa contro un bocciolo di rosa e giacque a lungo, a zampe all’aria, finché non la portarono, incapace perfino di raddrizzarsi, al pronto soccorso.
Consultarono i più rinomati professori, ma il verdetto fu sempre uguale: immobilità nervosa.
Le analisi erano perfette eppure la ragazzina non muoveva affatto le ali. In quanto alle zampe, gliele dovevano piegare e raddrizzare i fratelli e le sorelle. Quelli si stancavano di interrompere continuamente lo studio o il gioco e così la piccola ape provò il bisogno e il disamore.
Forse, se avesse imparato a volare bene finché era in tempo, non si sarebbe fatta male inciampando così stupidamente.
Provò a ricamare il corredo alle sorelle perché la trattassero meglio, quelle si presero la roba senza nemmeno ringraziarla, come se ogni cosa fosse dovuta.
Regalò ai nipoti tutti i suoi risparmi, quelli si presero i soldi, ma le sbadigliavano davanti e certe volte facevano finta di non sentirla quando li chiamava.
Sua madre si lamentava sempre della disgrazia che le era capitata, suo padre l’accusava di essersi andata a cercare i guai col lanternino.
Immobilità nervosa. Che bella malattia nuova!
I giovanotti dei sogni, si sa, non esistono e la piccola ape invalida rimase zitella. Dalla disperazione perse l’appetito, ma nessuno se ne accorse.
Una volta ricamato il corredo alle sorelle, le fecero lavorare a uncinetto, coi rimasugli di lana, le coperte per tutta la famiglia. Era lei che pelava le patate per il minestrone o sbatteva a lungo le uova quando cucinavano il pan di Spagna. Almeno si passava il tempo e faceva qualcosa.
Insegnò l’alfabeto ai nipotini piccoli e fu così che riprese i libri in mano.
Un giorno si ritrovò a disegnare un’ape ballerina sul margine del sillabario. A scuola era stata sempre brava in disegno, ma a quei tempi era troppo pigra e annoiata per accorgersene.
La notte sognò di danzare lieve lieve in un raggio di luna. Si trovava sul tetto spiovente di una casa di vetro, aveva le scarpette da ballo ed un tutù di velo candidissimo.
Si svegliò con la faccia bagnata di lacrime. Chiese un quaderno e una matita, sua madre vide che disegnava e dapprima la lasciò stare, dopo un paio d’ore, tuttavia, le portò il lavoro a uncinetto dicendole che, almeno, facesse qualcosa di utile.
La piccola ape sbagliò tutti i punti e dovette scucire più volte il lavoro. Suo padre se ne accorse e non disse niente, ma era evidentemente contrariato.
Il nipote minore volle fatto un problema, il mezzano un tema, la più grande le portò altra lana per un plaid ai ferri.
Chissà se la zia sarebbe stata capace di farle un vestito, una giacca o almeno un gilet, che si usava tanto.
Quel pomeriggio la piccola ape meditò. In fondo, le venne da pensare, si trattava di immobilità nervosa. Non era nulla di reale.
Provò invano, per tutta la notte, a muovere le zampe.
Il giorno dopo le riportarono il lavoro a uncinetto, venne anche la vicina di casa con un grosso pacco di altri rimasugli di lana.
< Così almeno fa qualcosa, povera creatura > disse.
Accanto alla sedia a rotelle della piccola ape c’era un cesto rigurgitante di gomitoli multicolori.
Dopo averci provato per tutto il giorno, riuscì a muovere appena l’alluce del piede sinistro. Ciò l’esaltò.
“ Se guarisco” pensava, “ vado a scuola di ballo e volo artistico. A dito a dito mi muoverò di nuovo.”Ebbe a malapena il tempo di disegnare ballerine per un’oretta, dopo si addormentò a piombo col quaderno sul petto.Con suo rammarico, quando si svegliò, si accorse che era già giorno fatto. La nipotina grande le portò  il caffelatte e, con l’occasione, le chiese se le sapesse fare un gilet a uncinetto. Sua madre le trascinò accanto, contemporaneamente, un sacco di patate da pelare.Il papà non la guardò nemmeno: stava pensando ai propri guai col capoufficio.
La piccola ape provò di nuovo a muovere l’alluce, cosa che le riuscì senza difficoltà, e subito si accorse che aveva tutte e due le zampe libere.
Stava per gridare forte la sua gioia, ma all’ultimo momento si trattenne:
voleva prima volare.
Per tutto il giorno tacque, lavorò a uncinetto, pelò patate e sbatté le uova del pan di Spagna. Non sentì nemmeno il bisogno di disegnare.
La notte, di nascosto, si alzò e si accorse subito che poteva camminare.
Allora si vestì e vide che era dimagrita tanto. L’abito di lino rosa, nel quale entrava a malapena e si sentiva come una torta alla fragola, adesso le stava più che a sacco. Cercò di sistemarsi stringendo un cordone della tenda intorno alla vita, si profumò per gioia e provò le ali: funzionavano, o così le parve.
Senza pensare al pericolo che correva, prese lo slancio e si buttò dalla finestra. Precipitò nella notte, terrorizzata, chiuse gli occhi aspettando l’impatto, ma ormai era talmente leggera che l’aria la sostenne e fluttuò soavemente.
Si ritrovò stretta al petto di un giovane uomo, che l’aveva afferrata a volo. Aveva gli occhi azzurri, la barba ed i capelli biondi inanellati che brillarono nel plenilunio, odorava di miele e la cingeva con un solo braccio mentre con l’altra mano le sollevava il viso:
< Quanto sei bella > ronzò lui.
< Anche tu > rispose lei arrossendo fino alle ali.
< Quanto sei magra e lieve > l’ammirò lui, < da dove vieni, come ti chiami, mi vuoi sposare?>
Lei tacque, oppressa dalla sorpresa. Un grillo romantico li vide, accordò il violino e si mise a suonare. Il cuore della piccola ape sembrava un ordigno bellico pronto a scoppiare di gioia.
< Mi chiamo Vita > rispose.

Domenica Luise