Il Natale di Pinocchiessa

Pinocchiessa

Non tutti sanno che Pinocchio aveva una sorella gemella, figlia dello stesso tronco. Mastro Geppetto la fece nei ritagli di tempo, con capelli di granturco, la bocca dipinta di rosso vivo e due piccole pietre nere, rotonde e levigate, al posto degli occhi. Quello che tuttavia gli riuscì meglio fu il naso, che era quasi invisibile. La vestì con un vecchio quotidiano trovato ai giardini pubblici e le mise, unico lusso, un fiocco di raso celeste tra i capelli.
Pinocchio e Pinocchiessa litigavano sempre e, a furia di bugie, i loro nasi divennero robusti, coriacei e sempre più lunghi.
Sembravano due stecchi vestiti, cosa che in effetti erano.
<Non diventerai mai un bambino di carne e ossa, sei troppo bugiardo> diceva lei.
<Non diventerai mai una bambina di carne e ossa, sei troppo bugiarda> ritorceva lui.
Ogni sera Geppetto regolava al minimo i due nasi, che però il giorno dopo ricrescevano subito.
Benché fossero di legno, mangiavano come due veri bambini affamati.
Geppetto si mise a vendere prodotti da barba e rasoi di sicurezza pur di fare qualche soldo e mantenere i figli. Incominciava a racimolare i primi clienti, quando Pinocchio fuggì dietro al teatro dei burattini non tanto per scansare la scuola, dove era in ogni caso il primo in ignoranza e bestiologia, quanto per arraffare una marionetta bionda, riccia, con lunghe ciglia ed abito scollacciato.
Pinocchiessa fu chiusa al Pio Istituto delle orfanelle derelitte e Geppetto, col suo fagotto in spalla, partì per cercare Pinocchio.
Le orfanelle erano sempre tristi e a Pinocchiessa facevano pena. Si sentiva come un pezzo di legno più morbido nel centro del petto. Ce n’era una, in particolare, piccola, magra, con gli occhiali e una cipolla di capelli castani sul cocuzzolo. Si chiamava Maria Magda. Spesso restava a letto malata, Pinocchiessa giocava con lei e le raccontava un mucchio di bugie:
<Sono una principessa rapita dai briganti, mi hanno derubata dei miei abiti di seta e dei gioielli per abbandonarmi, quasi nuda e morta di fame, davanti a questo istituto>.
<Apposta sei così magra?> chiedeva Maria Magda accarezzandole una spalla di legno.
<Apposta> rispondeva Pinocchiessa, e ricominciava a raccontarle del suo castello con più di duecento stanze e trenta giardini, del re e della regina, suoi genitori, del fratello Pinocchio, principe ereditario, di tutti i giocattoli con i quali si divertivano quotidianamente, compreso un cavallo alato meccanico a cavalcioni del quale andavano a scuola, dove erano naturalmente i migliori della classe, anzi della nazione.
Il naso le cresceva regolarmente ed ogni sera la burattina se lo tagliava alla buona con un coltello rubato in cucina.
No che non si facesse male perché, pur essendo di legno, aveva quasi la stessa sensibilità di un naso normale umano. Avrebbe pianto tanto volentieri, ma non sapeva come si fa. Al posto del sangue usciva un pochino di segatura, Pinocchiessa si puliva col fazzoletto, si lisciava con la carta vetrata ed era come nuova.
Se l’avesse finita di raccontare bugie il naso sarebbe rimasto normale, ma Maria Magda sembrava assetata di quelle storie, si divertiva, fantasticava ed era più ammalata che mai.
Di giorno in giorno le bugie diventavano raffinate ed il naso sembrava un monumento.
Maria Magda aveva preso il raffreddore, che le durava da venti giorni. Il termosifone della sua stanza era sempre acceso.
E venne il Natale. Fatta la colazione, le orfanelle, le istruttrici e finanche il direttore con i suoi assistenti partirono per la messa, dopo avrebbero pranzato a casa di un benefattore, che li aveva invitati tutti.
Pinocchiessa volle restare con Maria Magda al posto di una giovane domestica. Le fecero tante raccomandazioni, carezze e promesse:
<Vi porteremo il pacchetto dei vostri pranzi, il panettone e la crema al cioccolato>.
<Vi porteremo i vostri regali>.
<Pregheremo per voi>.
Appena uscirono, si bloccò la caldaia elettronica e si spensero tutti i termosifoni.
Dapprima non se ne accorsero.
Pinocchiessa creava favole di corteggiatori che duellavano per avere il suo fazzolettino di batista ricamata. L’altra beveva avidamente ogni cosa.
Infine Pinocchiessa si tolse il fiocco di raso celeste, unico ricordo del suo papà, e lo porse a Maria Magda : <Tieni, è un regalo di Natale>.
<Oh…> rispose Maria Magda, ed incominciò a tossire. Pinocchiessa la coprì meglio e le diede lo sciroppo al lampone.
<Quando ero nel mio palazzo abbiamo fatto un ballo in maschera> affermò.
<E tu com’eri vestita?>
<Da fatina coi capelli turchini ed avevo centinaia di questi nastri>.
<Oh…> ripeteva Maria Magda sognando, subito dopo : <Fa freddo>.
<Mettiti sotto, più sotto> rispose Pinocchiessa. Nevicava.
<Fa freddo> gemeva l’altra stringendo il nastro nel pugno. Pinocchiessa si accorse che il termosifone era spento, allora si tolse il vestito e lo mise sulle altre coperte, ma era solo un vestito di carta.
<Fa freddo>.
Pinocchiessa si ricordò di quando Pinocchio si era bruciato distrattamente i piedi e Geppetto glieli aveva rifatti  meglio di prima, ma decise, in assenza del padre, che fosse più prudente bruciare il solo naso.
<Che bel calduccio> sorrise Maria Magda. Il naso bruciò e dopo un poco Maria Magda ripeté: <Fa freddo> e riprese a tossire.
Allora Pinocchiessa si bruciò i piedi, dopo le gambe, il braccio sinistro, i suoi bei capelli di granturco, che sembravano veri ed alla fine divampò tutta mentre l’altra diceva: < Che bel calduccio, sono sicura che guarirò>.
Ultimo bruciò il cuore e fu pura delizia, tanto che Pinocchiessa sentì una lacrima e dopo un pianto che le veniva, ma non dagli occhi. Allungò una mano, strano, ma non era divampata?
Toccò i suoi lunghi capelli rossi e ricci, che sembravano pannocchie di granturco.
Indossava un abito di raso celeste ed era una bambina di carne, ossa ed anima.
Ai suoi piedi c’era una cucchiaiata di cenere e due sassolini neri, rotondi e levigati.

 Domenica Luise

(Disegno di Domenica Luise rielaborato al computer)

Angeli, angiolesse, asini e Cupido

C’era una volta, più di duemila anni fa, un’asina bianca con gli occhi celesti e lunghe ciglia ricurve anche senza rimmel né kajal né niente. Era snella, ma con una bella pancia ricurva com’è di moda fra gli asini e, se non fosse stato per quel colore o non colore che fosse, avrebbe avuto  grande successo nella sua razza. Al solo vederla da lontano i maschi si strofinavano gli occhi con uno zoccolo e dicevano che li abbagliava, le femmine ridevano e si lisciavano il pelo grigio l’una con l’altra misurando l’altezza delle orecchie (vincevano le più lunghe) e la potenza del raglio (vinceva il più rumoroso e prolungato). Anche l’asina bianca si presentò per partecipare ai concorsi di bellezza, ma tutti la derisero e arrivarono a dirle che, piuttosto, si mettesse in fila all’ovile con quelle sceme delle pecore perché era l’unico posto degno di lei.
L’asina allora andò da mamma e papà a chiedere il permesso di fare la tintura grigia per diventare bella come tutti gli altri, <Statti come sei e pensa piuttosto a studiare perché sei un’asina> risposero quelli severi come al loro solito.
Allora Bianchina fece un fagotto delle sue cose in uno strofinaccio che legò in cima a un bastone com’è tradizione delle favole, se l’appoggiò sulla spalla e scappò di tana, dentro ci aveva messo la bottiglia con l’acqua, una pagnottella, la saponetta e lo spazzolino da denti, la maglietta della salute, un buon numero di mutandine e il suo computer portatile. Cammina, cammina, poco dopo ebbe fame e mangiò il pane, la notte ebbe freddo e indossò la maglietta della salute, l’indomani mattina fece toletta in un ruscello dove si lavò con la saponetta (che s’intitolava Pelo d’asino e assicurava lucentezza  e idratazione perfette dagli zoccoli alla punta delle orecchie) e strofinò energicamente i denti col dentifricio (il cui nome era Zanne d’asino e prometteva il massimo biancore e protezione dalle carie che anche gli asini hanno).
Stillante (perché aveva dimenticato un asciugamano) e profumata si guardò intorno e vide che passavano due signori, un uomo e una donna, con un asino bellissimo, grigio come gli asini vogliono e perfino sfumato di nero e antracite qua e là, Bianchina rimase di stucco e Cupido, in fretta, le conficcò un dardo rovente nel cuore, ma così rovente che da allora non sarebbe guarita mai più, lo sentiva.
La signora padrona dell’asino disse qualcosa all’orecchio del marito, egli subito l’aiutò per farla salire in groppa all’animale, che la portò come fosse una piuma, tanto era forte, alto, addirittura solenne. Bianchina li seguiva dopo avere abbandonato per terra il suo fagotto, compreso il computer portatile al quale teneva tanto.
E venne una notte serena, attraversata da una stella con la coda che si avvicinava sempre più. Chi cantava? Erano voci umane o sembravano tali. E chi riempiva il cielo di voli e strani movimenti? L’uomo aveva acceso una lucerna e adesso parlava a voce quasi alta, comunque udibile:
<Come ti senti?>.
<Benissimo> rispondeva lei.
<Guarda, dietro di noi c’è un asino senza padrone, ci segue da stamattina, si sarà sperduto, povera bestia>.
<Non preoccuparti, caro>.
<Qui avanti c’è una stalla, è meglio fermarci, sarai stanca>.
<Sì, dormirei volentieri un pochino>.
<Maria, mi dispiace che non ci fosse posto in nessun albergo>.
Lei ridacchiò: <In realtà quelli hanno pensato che non avessimo denaro e poi, una donna incinta grossa può partorire e dare dei fastidi>.
<E tu lo trovi divertente?>.
<Via, Giuseppe, Dio saprà pure come provvedere a noi due> fece lei.
L’asina bianca origliava interessatissima. La cometa sembrò sospendersi proprio sulla stalla.
<Dicono che le comete portino sfortuna>.
<Non mi diventerai pure superstizioso>.
<Perché, cos’altro sono?>.
<Impaziente, talora rabbioso, sempre affamato, brontolone> elencò lei.
<Beata te che non hai il peccato originale> rimbeccò lui.
Qui il loro asino ragliò con voce virile e talmente stentorea che la povera Bianchina sentì rimescolarsi tutta la ferita d’amore e la freccia di Cupido che scendeva e risaliva dal cuore alle viscere e viceversa. Dunque questo è il dolce amore di cui tutti parlano, pensò.
Cupido, mimetizzato tra angeli, angioletti e angiolesse, preparò il secondo dardo che non fallì e il raglio di soddisfazione di lui divenne un gemito appena la vide. Puntò le zampe, si fermò e l’aspettò.
<Ma> disse Giuseppe contrariato.
<Va tutto bene, caro> fece Maria.
<Signorina> sussurrò l’asino appena Bianchina gli arrivò a tiro, <dal primo momento che l’ho vista il mio cuore ha palpitato d’amore>.
<Pure io, pure io> balbettò lei in un raglio tremulo, <ma non si è accorto che sono candida come la neve invece che grigia?>.
<Sei una rarità bellissima> rispose galante lui, e le si affiancò strusciandole il fianco. Bianchina divenne di brace, ma non si scostò.
Intanto, nell’alto dei cieli, un’angiolessa in tunica di voile blu e lustrini all’ultima moda puntava il dito contro Cupido:
<Tu non sei un angelo cattolico e nemmeno cristiano> disse con tono alto e fermo.<È anch’egli una mia creatura amata> rispose solennemente la voce del Padre.

 Conclusione

 <Dormi tranquilla> disse l’asino a Bianchina dopo averle preparato, a colpi di
zampe, una specie di conca nella paglia, <è tardi, fa freddo e sei stanca, ne parliamo domani mattina>.
<Sono dispiaciuta per i miei genitori, saranno preoccupati, non dovevo scappare di casa>.
<Vedrai che tutto si risolverà>.
La svegliò un vagito che sembrava lo squillo di una tromba, era nato il Bambino e le voci di angeli e angiolesse, Cupido compreso, gli facevano il coro. La luce della cometa era tanto brillante che Giuseppe spense la sua lampada.
<Così risparmiamo l’olio> disse a Maria.
Intanto arrivarono i pastori coi loro regali: la copertina, il pane, la ricotta, la bottiglia di vino e il brodo di pollo per la puerpera, alcuni portavano mazzetti di verdura selvatica poiché non avevano altro.
Tra tutte le voci Bianchina sentì anche quelle di papà e mamma:
<Cercavamo la nostra bambina, la luce della stella ci ha fatto trovare le sue cose>.
<Il computer, il dentifricio, lo spazzolino da denti>.
<La bottiglina vuota dell’acqua>.
<È scappata perché siamo stati troppo severi>.
<Coi figli, comunque fai, sbagli sempre>.
Bianchina si alzò di furia: <Mamma, papà, perdonatemi> ragliò con un acuto che quasi sembrava Maria Callas nella Tosca.
<Ci siamo fidanzati> tagliò corto l’asino mettendole una zampa sulla spalla come a dire: questa ragazza è mia.

Domenica Luise

La gazza ladra

Tutti sanno che le gazze, per lunga tradizione, sono raffinate ladre di gioielli. Non rubano per vanità né per avidità di soldi, ciò sarebbe peccato mortale. Rubano per pura bellezza. Ogni gazza che si rispetti possiede la cassetta di sicurezza in banca e, quotidianamente, passa ad ammirare la propria refurtiva da un minimo di mezz’ora ad un massimo di due ore. Loro lo chiamano “ andare in biblioteca “.

Anche Domilù aveva molti ori e gemme, ma il vero tesoro, lei, lo teneva in casa, nel buco.
Difatti le due ore legali di biblioteca non le bastavano. Era una passionale. Fissava tutti quei luccichii al chiarore di un candelabro d’argento, fino a quando migliaia di piccoli arcobaleni sembrava che cozzassero l’uno contro l’altro, si frantumassero in scintille di rapidissimi colori e poi si ricomponessero.
Quando si innamorò di un baldo giovine con le piume nere dai riflessi verdastri e le piume bianche che sembravano di neve, Domilù non sembrò più lei.
Incominciò a regalargli i gioielli più belli che aveva, infine gli mostrò il buco segreto.
Sebbene gli avesse donato spontaneamente le cose di maggior valore, egli non poté resistere alla tentazione di toglierle il resto. Domilù rientrò casualmente nel nido prima del previsto e lo colse sul fatto.
Non si fidò mai più di nessuno.
Fino a quel momento aveva guadagnato la vita onestamente facendo l’acrobata in un circo senza mai derubare persone inermi. Lasciò il lavoro ed incominciò a divertirsi.
Bivaccava nelle siepi degli ospizi e degli orfanotrofi. Più volte strappò il velo dalla testa a qualche suora, tanto per sentirla strillare un po’. Portava via finanche l’uncinetto dalle mani delle vecchiette e i lecca lecca ai bambini.
Tentarono di spararle ed una volta le strinarono una penna secondaria.
Era diventata una ladra  professionista. Le arrivarono parecchi avvisi di garanzia ed un paio di volte fu interrogata dalla polizia. Il suo atteggiamento indolente ed innocentino ingannava chiunque. Non c’erano capi d’accusa sicuri.
Il suo cuore sembrava un pezzo di marmo.
Adocchiò un’anziana signora che, ogni mattina, andava alla prima messa. Portava una giacca lisa, nera e lucida per il lungo uso, ma sul colletto brillava sempre un cammeo traslucido, con una piccola scena pagana: sotto gli alberi, Marte e Venere si abbracciavano circondati da vezzosi amorini. In un angolo Cupido tendeva un minuscolo arco.
Ma quello che fece perdere la testa a Domilù fu la cornice del cammeo, in filigrana d’oro, con perle vere e zaffiri di un blu profondo.
Prima o poi quella vecchia avrebbe dimenticato la spilla a casa.
Così ogni mattina la spiava, a quell’ora, fino a quando la vide uscire senza spilla. Era la vigilia di Natale. Con due colpi d’ala fu nel casermone dove lei abitava. Aprì il portoncino col grimaldello, fu facilissimo, il cammeo brillava sul comodino della misera stanza da letto.
Sulla toletta c’era un presepio con vecchie statuine scrostate.
L’armadio era piccolo, Domilù lo aprì, dentro c’era un’altra giacca nera, pure questa lisa e lucida, un vestito troppo leggero ed un cappotto troppo grande, rattoppato. Una maglia a collo alto e nient’altro.
Le venne un nodo in gola, forse perché pensò a sua madre, che era morta senza poterle dare gioielli dignitosi e per sé non aveva nulla, nemmeno una piccola cosa di stagno.
Scosse la testa e rise : < Vediamo cosa mangia questa vecchia domani che è Natale > disse a voce alta, ma nel frigorifero c’era soltanto una fettina di carne piccolissima ed una conca di verdura della più economica.
< E la pasta non se la fa? E non ha nemmeno il panettone? Ed è sola pure a Natale? > sussurrò Domilù. Perché quella vecchia non aveva nessuno, lei la controllava da mesi, nemmeno un nipote interessato, e poi, interessato a che cosa, cammeo a parte?
La spilla nascosta sotto l’ala le bruciava come un ferro rovente. < Non devo impietosirmi, non fa parte del gioco, gli altri non hanno avuto pietà di me > quasi gridò. Frugò convulsamente nei cassetti, in un portamonete mezzo rotto trovò due soldi di pensione.
Non c’era televisione né radio e, decisamente, niente buco coi gioielli dietro i quadri, che oltretutto non esistevano, a parte la modesta stampa di una Madonnina triste come capezzale. Muri spogli e neanche legna in una specie di caminetto rustico. Un freddo che pungeva le narici e riempiva i polmoni di umidità. Per questo tossiva sempre.
< Io non voglio affezionarmi ad una vecchia che poi muore > sussurrò.
Rimise a posto la spilla che, nella debole luce della lampadina, ebbe un bagliore blu.
Tornò nella propria, raffinatissima casa tutta bianca, con quadri d’autore incorniciati d’oro e d’argento alle pareti e forzieri di gioielli sparsi ovunque, perfino nell’armadietto del bagno. Le piaceva vivere in mezzo alla propria refurtiva, ma quest’oggi non si guardò intorno sostando compiaciuta come ogni volta che rientrava perché era troppo indaffarata a preparare un cestino con il pranzo, il panettone e un grosso ciocco trovato in giardino. Mise una busta con dei soldi lì in mezzo, una bella somma, corrispondente non so a quante pensioni della vecchietta. Era giovane e forte e si caricò il tutto sulle spalle quasi senza fatica.  Tornò a volo forsennato nel misero nido, sistemò la legna e accese il fuoco, preparò la tavola.
La spilla brillava come il frutto proibito nell’Eden, ma lei distolse gli occhi, <Basta > pensò.
Mise la busta coi soldi sul comodino.
Si sedette sul letto. “ Devo portarle anche una coperta di lana “ pensò, “ e una vestaglia. Non ha niente”. Il masso del cuore si sciolse all’improvviso e Domilù pianse tirando su col naso come quand’era bambina.  Chissà perché accarezzava il cuscino.
Il fuoco scoppiettava, ma lei non lo sentì. “ Devo alzarmi e andarmene o quella torna e…”.
<Cosa fa lei qui ? >, la vecchietta era apparsa all’improvviso e, tutta tremante, le puntava contro un ombrello blu scolorito.
Domilù sgranò gli occhi neri, un mare di capelli ricci coi riflessi viola le andò sul bellissimo volto, se ne liberò col solito gesto nervoso.
Subito dopo l’ombrello cadde dalle mani dell’anziana signora, che disse, con tono deliziato :< Mi hai portato da mangiare, la pasta al forno, il polpettone, il salmone, che profumo, le braciolette coi funghi… oh, grazie… Il panettone e lo spumante! >.
Le strinse le zampe gelide con le sue dita così bianche, sotto la pelle si intravedevano le vene azzurre, < Mi hai acceso il fuoco! >.
Le aprì le braccia, < Mamma > disse Domilù, < lei mi ricorda la mamma >.
Bel discorso sdolcinato per una ladra professionista.
<Avevo freddo e fame > disse la vecchia gazza, < ma tu sei un angelo… Chi sei ?>.
< Ero entrata qui a rubarle la spilla > balbettò Domilù, < dopo ho visto il presepio e io… Posso tornare a trovarla, qualche volta ? >.
< Sarai come una figlia per me >.
“ Non sono più una ladra “ pensò Domilù, “ sono una figlia “.

Domenica Luise

Mimma angiolettaElaborazione grafica di Domenica Luise

Auguri 2012 tre

I pastori del Natale che viene

 Sacra Famiglia

A mezzanotte, mentre i bambini dormivano sazi di panettone e papà faceva l’amore con la mamma perché l’indomani era Natale  e non dovevano alzarsi all’alba, si sentiva solo schizzare qualche macchina, poi le statuine del presepio incominciarono a stiracchiarsi.
<Ragazze, ma lo sentite quest’accidenti di freddo?> brontolò un vecchio montone alle sue mogli, <Sissignore, che freddo, che freddo> lo assecondarono le pecore belando in coro.
<Amore, ti preparo una minestrina bollente?>.
<Ma no, ma no, è meglio una bevuta e un sigaro, corro a prendere il vino dalla botte>.
<Che dici? Qua ci vuole un bel massaggio sulla nuca e ti rimetto al mondo, spogliati che vengo>.
<Ma perché non puoi dormire, tesoro mio? Cosa succede stanotte? Poi domattina non hai la forza di stare sulle zampe e lo sai quant’è rabbioso il tuo capoufficio>.
<Ma domattina è Natale, non si lavora>.
<Invece sono tutte storie per farti compatire, va bene che ormai sei abbastanza decrepito e da pensione>.
<Coi nostri governanti che ci spremono? Adesso, mogli mie, quando viene quella sanguisuga a chiedere i soldi che cosa gli diamo, un po’ di fieno? Gli dovrò consegnare stipendio e tredicesima>.
<Ma che fa, ce la danno anche quest’anno la tredicesima?>.
<E sennò con che cosa paghiamo le tasse e l’imu dell’ovile? E va bene, noi siamo pecore di speranza, forse fra duemila anni tutti questi problemi non ci saranno più>.
L’ariete controllò allo specchio grande dell’ingresso se le sue corna fossero abbastanza lucide o avessero bisogno di una ulteriore lisciata, poteva scegliere la preferita tra quelle mogli servizievoli, ma che pazienza ci voleva. Femmine, inferiori ai maschi da sempre e per sempre, deboli, lagnose, benché discrete donne di casa, ma quante storie per partorire, tutte che strillavano e soffiavano.
E com’erano gelose le une delle altre, una cosa inqualificabile, che ben dimostrava la modestia del loro cervello. Ancora gli andava bene perché non avevano inventato i telefonini, altrimenti non gli avrebbero dato più pace.
In fondo, molto in fondo, la sua vita non era poi così rosea, e doveva pure guardarsi dagli altri maschi rivali, che gli volevano togliere ora una ora l’altra moglie e aggregarla al proprio harem.
Gli avevano fatto slittare l’età pensionabile e non avrebbe confessato mai a nessuno quanto gli facessero male i piedi e le ginocchia per i reumatismi incalzanti. Mai dare segni di debolezza o gli avrebbero fatto il subentro.
<Io mi sono stufata di lavare panni di carta e stenderli su quel filo ad ogni Natale> affermò la lavandaia alzandosi impetuosamente dalle ginocchia sulle quali stava piegata, <ho un appuntamento>.
Dall’interno di una casetta di cartone venne una voce stridula: <Comportati bene, figlia, altrimenti resti zitella e siamo rovinati, Almeno pigliati uno che ha un lavoro sicuro>.
<Il lavoro sicuro è finito> rise la ragazza con una mano sul fianco e la cesta coi panni asciutti sull’altro, <loro dicono che sarebbe noioso e dobbiamo cambiare sempre e lavorare tanto per pagare il mutuo della catapecchia o l’affitto della catapecchia e comunque la catapecchia, ormai le banche pigliano troppi interessi e vogliono troppe garanzie e nessuno ha più una catapecchia decente>.
<Dove stai andando, figlia mia? Bada che gli uomini sono cacciatori> disse la voce della madre altrettanto rauca dalla casa di cartone, <Mi sono innamorata dell’incantato della stella> rispose lei lasciando la cesta sulla soglia, <ma non ho intenzione di andarci a letto, voglio cuocerlo bene prima o non mi sposa>. E la ragazza partì.
<Ho paura che pesca e pesca qua non abbocca niente come il solito> fece il pescatore sullo stagno di specchio circondato da pietruzze raccolte a mare nell’estate precedente. Il suo collega gli sorrise: <Tranquillo, anche stasera mangeremo verdura selvaggia, speriamo che sia rimasto un po’ d’olio e che il pane non sia troppo duro, mi stanno cadendo alcuni denti, sono vecchio, ma non posso andare in pensione>.
<Siamo tutti sulla stessa barca> considerò l’altro mentre l’onda li dondolava con una certa, impertinente soavità.
Intanto si mise a nevicare e la stella, dall’alto dei cieli, scivolò sulla cima di una capanna piuttosto malridotta, le mancava perfino una buona parte del tetto. La stella illuminò una coppia e un bambino che vagiva a braccia spalancate, ognuno vide perfettamente per quanto fosse lontano e fosse buio:
<È nato anche quest’anno> gridarono, belarono, ragliarono e muggirono tutti insieme, anche i pesci dello stagno piroettarono.
<Questa non me l’aspettavo> brontolò il mugnaio svegliando sua moglie che si era addormentata davanti alla televisione, per quanto non fosse stata ancora inventata nemmeno quella, <che fai, dormi, amore?> le disse strattonandola, <Quante volte ti devo ripetere di non chiamarmi così forte quando mi abbiocco? > gridò lei furibonda, <poi mi sento male come ora, ecco>.
<Ma Lui è nato anche quest’anno> fece il marito afferrando due pagnotte ancora calde da portare alla grotta come faceva regolarmente da quando l’avevano modellato così bello, era solo riuscito un po’ più grande degli altri, difatti nel presepio l’avevano soprannominato “Il gigante”.
<È nato in questo caos? Coi peccatori incalliti e mummificati, i poeti disprezzati, le mamme che hanno la depressione post partum e i politicanti scatenati, le escort e il bunga bunga?>.
<È nato anche stavolta> fece il mugnaio afferrando la pelliccia di visone e porgendogliela.
<Sì, vengo, ma non mi metto quella…mi vergogno di averla pretesa…dammi la vecchia mantella, l’ho appesa fuori dai piedi, in alto e non ci arrivo senza salire sulla sedia. Tu, invece, sei bello alto> lo lodò, l’uomo ringalluzzì e arrossì perfino.  La lavandaia, che stava scambiando un bacio passionale, ma non troppo per non dare luogo a procedere, con l’incantato della stella rizzò la testa:
<Hai sentito, forse, piangere un bambino? Lui deve essere nato un’altra volta. I pannolini si devono ancora stirare, vado, tu comincia a correre alla grotta> disse scappando. E pensava: <È nato, lo fa ogni anno, niente e nessuno lo può fermare>.

 <Come ti senti, cara?> chiese Giuseppe a Maria mentre le luci della stella suscitavano mille colori di qua e di là e il focherello che egli aveva acceso sembrava un termosifone gigantesco, tanto riscaldava e sebbene nemmeno i termosifoni fossero stati ancora inventati.
<Bene, come tutte le volte. Il Bambino non mi ha fatto più male di un raggio di luce che mi ha attraversata>.
<Guarda, arrivano i pastori, come ogni anno>.
<C’è lo zampognaro nuovo e anche un gelataio… con tutta questa neve> ridacchiò Maria.


Domenica Luise

Rielaborazione grafica di Domenica Luise

Violetta e l’omino di neve

Vuoi giocare con me? È capodanno

e ti faccio un regalo. Balliamo, così

non avrò più freddo. Abbiamo

gli occhi innocenti entrambi

e bianchi e belli. Ridiamo

in faccia alla vita di cui tutti si lagnano

incominciamo per primi? Lo so, sembra

impossibile.

Adesso ti racconto la favola

dell’omino di neve triste, che cercava

la sua donna di neve, ma invece

trovò una bambina calda, che lo squagliava se lo toccava

e che rabbrividiva al bacio accennato

ed al respiro.

Così

aspettarono un poco vicini e lei

si stringeva le mani nei guanti e lui

pensava di avere un buco al posto del naso

e un altro buco per bocca e due buchi

come occhi e il mento a punta e non era un bel vedere.

Il tempo di una fotografia in bianco e nero, d’altri tempi

feriti dall’innocenza. Poi

la bambina tornò di corsa in casa, al caldo

e lui restò fuori finché il freddo durava, l’indomani

si era squagliato per quella carezza. Iridescenza sull’acqua

che scorreva accanto al marciapiede.

                                                                                                               Domenica Luise

(Fotografo sconosciuto)

Il Bambino


Asciugo quel sangue versato

dall’anima. E la sera

accende il silenzio, ne respiro

sussulti e segreti. Il mio petto

 è un’amaca che ti culla.

Ti scappa un vagito nel sonno

e mordi il mio capezzolo

mangiando un po’ di mamma. Col dito

 accarezzo la tua guancia

che mi trafigge e tocco

la bocca in abbandono.

Così

io vengo a te nel bacio. Guardami.

 Il culmine dell’amore

è che Dio si faccia Figlio a me.

                                                                                              Domenica Luise

(Madonna con Bambino, olio su tela di Domenica Luise)

L’angelo in estasi

Era un unico blocco di resina, si girava la chiavetta e il carillon suonava le note di Tu scendi dalle stelle. La maestra raccontò di Maria, Giuseppe e come Gesù fosse nato in una grotta perché non avevano trovato posto all’albergo. Disse che lì dentro scesero gli angeli e cantavano.
Noemi non poteva staccare gli occhi da uno di quegli angeli che stava nel gruppo poggiato sulla cattedra: era vestito di azzurro, aveva l’aspetto di un ragazzino, le ali aperte e il viso rovesciato all’indietro, allora Noemi chiese perché facesse quella faccia, la maestra rispose che era in estasi e tutti i bambini vollero sapere cosa fosse l’estasi né fu facile spiegarlo nell’entusiasmo generale.
Poi la maestra dette ad ognuno dei bambini un biglietto, che costava tre euro, e disse che lei regalava il presepio per sorteggiarlo, l’indomani avrebbero riunito i soldi e comprato i panettoni da portare, tutti insieme, al vicino orfanatrofio dove tante bambine, se nessuno le invitava, avrebbero passato il Natale senza mamma e papà.
Così avrebbero giocato e mangiato tutti insieme.
A Noemi piacque tanto l’idea del gioco, dei panettoni da mangiare insieme, ma soprattutto l’attirava l’angelo in estasi. Anche la Madonna era carina, San Giuseppe era vecchio e le piaceva meno, e poi aveva barba e baffi, che lei non sopportava perché il nonno la pungeva ogni volta che la baciava.
Alzò la mano: <Posso comprare tre biglietti invece di uno?> chiese essendo proprietaria di dieci euro. Sperava di vincere.
Le sarebbe sempre rimasto un euro per qualche masticante alla fragola.
<Certo> rispose contenta la maestra, <il Signore vede il tuo cuoricino generoso>.
Noemi restò perplessa perché invece si sentiva abbastanza egoista e, quando l’indomani vinse davvero ed ebbe il suo tesoro fra le mani, si mise a saltare di gioia.
Letteralmente.
Adesso bisognava nasconderlo perché la sua mamma, totalmente atea, faceva sparire immediatamente qualsiasi oggetto religioso appena qualcuno azzardava il pensierino da Lourdes oppure da padre Pio. In casa sua c’erano stanze, spazio, quadri e ricchezze, ma non s’era visto mai un crocifisso nemmeno piccolo oppure un’immaginetta. Il papà lasciava fare volentieri e preferiva anche lui tenersi lontano dalle superstizioni. Si sa, erano soltanto speculazioni sulla paura della morte che tutti gli esseri umani coscienti provano. Egli preferiva affrontare la verità.
Non aveva, del resto, nemmeno il tempo di pensarci col suo lavoro di dirigente dei dirigenti, come scherzosamente si autodefiniva.
La fabbrica di tessuti in pura lana era sua e sapeva che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Voleva essere informato di tutto, specialmente delle minime lamentele.
Così non gli restava tempo, quando sarebbe andato in pensione avrebbe ripreso i pennelli in mano, visto che da giovane aveva tentato di fare il pittore, ma poi la fame era troppa e si era trovato un impiego.
“Da galoppino a padrone” pensava sempre anche se non lo diceva.
“Lo nasconderò nella pancia di Babì” decise Noemi. Babì era l’orsacchiotta rosa fucsia con la quale dormiva abbracciata, aveva una cerniera sulla schiena dalla quale si poteva estrarre l’imbottitura per lavarla. Coi suoi pugnetti Noemi fece un piccolo fosso e infilò lì dentro, al sicuro e nel morbido, il suo presepio.
Nessuno l’avrebbe mai trovato. Si addormentò sorridendo quasi con la stessa espressione dell’angelo. Era il ventiquattro dicembre.
L’indomani mattina sotto l’abete mostruoso e carico di palline e luminarie c’erano grandi pacchi multicolori, poi arrivarono gli zii con altri pacchi ancora più grandi e più colorati e i nonni ed anche una bisnonna col cammeo sulla gola e pizzi bianchi che venivano fuori dal cardigan blu.
Noemi fu sballottata, baciata, punta dalla barba e dai baffi del nonno Espedito, venne alzata per aria dal cugino Ippolito, che a lei sembrava un po’ cretino perché rideva sempre e la maestra diceva che il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi. Dopo di che l’abbandonarono a giocare con le Barbie principesse in abito sontuoso e diadema di plastica insieme con le cuginette più piccole di lei, e quelle due incominciarono:
<La mia Barbie vuole un fidanzato>.
<Anche la mia cerca marito>.
Allora dobbiamo comprare l’abito da sposa e le fedi.
Noemi sbadigliava e pensava all’angelo nella pancia di Babì, <Mamma> fece, oggi ci sono tre  bambine dell’orfanatrofio che sono senza mamma e papà, ho sentito la maestra dire che non le ha invitate nessuno perché sono brutte, posso farle venire a mangiare con noi?>.
Anche il papà si interessò subito e poco dopo tre bambine intirizzite, con i cappotti un po’ corti e gli occhi spalancati, entrarono nell’elegante salone. Vennero accolte come ospiti d’onore, messe a loro agio e in breve finirono nella stanza di Noemi, dove si sentì ridere e chiacchierare fino all’ora di pranzo, quando si presentarono con gli occhi accesi ed erano tutte bellissime.
<Ho diviso con loro i miei giocattoli e anche i vestiti> disse Noemi orgogliosa.
<Hai fatto bene> rispose la mamma.
<Brava la mia bambina> disse il papà.
Nella pancia dell’orsacchiotta fucsia sembrava che l’angelo sorridesse più in estasi che mai.

Domenica Luise

Gatta natale

Dolù natale 3

Non solo prima si sono bevuti lo spumante schiamazzando,
dopo hanno tolto alla bottiglia l’abito di babbo natale e
hanno vestito me, che non c’entravo niente,
sono arrabbiata, arrabbiatissima,
molto più arrabbiatissima assai. Ecco.

                  (Fotografia di Domenica Luise,
modella furente la gatta Dolù)

Il Natale rubato

Mariachiara natalizia
 
Non togliete il sogno ai bambini
e nemmeno ai grandi, che i re magi
fossero proprio tre, dei quali uno nero, forse
anche con una lunga carovana e la cometa una stella
molto vicina e splendente a guidare la strada
fino alla stalla con il Bimbo, Maria
Giuseppe, l’asino e il bue. Che importa
se era il venticinque dicembre o prima
o dopo, e come la storia
divenne afflato?
 
Venne quel tepore
a fare scorrere il sangue semimorto
 e ancora ci riscalda, se vogliamo.
 
O altrimenti
a che servono tante luminarie
e auguri, altri auguri e sorrisi.
 
Vermi con due occhi
che si divincolano mangiando
dopo avere procreato, cos’è
questo?
 
Rompo l’anello alla catena del disamore.
 
                                               Domenica Luise
                                                      (Fotografia di Iole Luise. La modella è
                                                             mia nipote Mariachiara Crisafulli).

 

Il pastore, la pecora nera e il Natale

                  

  Era la pecora nera di un  vecchio pastore, che per lei ebbe tenerezza,
la difese dalle altre pecore che l’avevano emarginata, la crebbe e la chiamò
Brunella. Le mise un fiocco rosso al collo e lei lo seguiva ovunque, quando egli si fermava anche lei si fermava standogli timidamente vicino in silenzio,
desiderosa di una carezza.
Il pastore era povero, possedeva soltanto cinque pecore e tre galline col gallo.
C’era una grotta naturale proprio di fronte alla sua catapecchia e lì
dentro teneva questi animali, insieme ai buoi, agli asini, al numeroso gregge
ed al grande pollaio recintato di suo fratello ricco.

Quella sera faceva fresco e si sentiva quasi un re sul trono col braciere ai
piedi e una bella coperta di vera lana sulle ginocchia. La pecora nera,
sua
prediletta, stava accucciata il più possibile vicina a lui sul pavimento
di terra battuta. Per risparmiare aveva spento la piccola lampada palpitante,
pensò a sua moglie, che era morta molti anni prima, ai figli lontani sotto
un padrone, alla vita e a come gli facevano male le articolazioni, ciò gli
provocò un poco di tristezza ed allora pregò il Dio altissimo nel quale lui e
la sua famiglia e tutta la sua razza credevano fermamente. Egli sarebbe
disceso in terra a liberarli, nascendo da una vergine, era scritto. Come
ciò potesse avvenire il vecchio non sapeva immaginare, ma del resto nemmeno
si spiegava perché i fiocchi di neve fossero così morbidi e bianchi né da
dove fosse venuto fuori il sole o come facessero gli astri a restare sospesi
per aria senza cadere. Mentre pensava a tutte queste cose che non capiva,
ma gli sembravano belle, dalla porta socchiusa vide passare un gran chiarore,
si alzò ed andò a guardare: una stella con la coda veniva giù rapidissima
dal cielo come se volesse incendiare la terra, egli gridò sgomento, ma
all’ultimo minuto la cometa si fermò sulla grotta dove lui teneva gli animali
insieme ai buoi, agli asini, al gregge ed al grande pollaio di suo fratello ricco.
La luce divenne sempre più intensa ed il vecchio alzò la testa spalancando
gli occhi e le orecchie: nella sua catapecchia stavano entrando giovinetti

Angeli

 

bellissimi, in massa, cantavano e dicevano che il Dio bambino era appena

nato e riposava nella mangiatoia proprio lì di fronte.
 

 

Il fratello povero con la pecora

La pecora nera,
a sua volta, alzò il capo a guardare gli angeli e le uscì un belato che sembrò anch’esso una dolce nota musicale.
I canti di lode divennero fragorosi ed il vecchio sentì la propria voce
mescolarsi al coro, e non tremava né era roca per l’età.
Corse, con la pecora nera, verso la grotta senza sentire più male
alle articolazioni né freddo né niente.

 

Ester la vedova, quella sera, non aveva potuto dare ai suoi tre bambini che
una fetta di pane per uno ed un po’ d’acqua presa alla fontana. Si vergognava
tanto di chiedere nuovamente una pagnotta alla moglie del fornaio.
In quanto a lei, aveva fame. Si stringeva i pugni sulla pancia nel tentativo
vano di calmare i crampi. I figli avevano piagnucolato che volevano
un poco di latte caldo, anche mezza tazza, anche un sorso. Le si era
spezzato il cuore ed aveva cantato a lungo dopo averli messi a letto,
alla fine si erano addormentati vicini. Faceva freddo e la legna
stava per esaurirsi, i pochi soldi rimasti erano finiti quella mattina.
Non poteva prendere sonno sia per la fame e sia perché non sapeva come
fare a sopravvivere dopo la morte improvvisa di suo marito.
Si avvicinò al piccolo letto nel quale avevano dormito insieme ed accarezzò,
come sempre faceva, il cuscino di lui striminzito e duro.
Di giorno in giorno spariva il sapore della vita di prima, il ricordo della
sua voce,  i baci e le carezze dell’amore coniugale, i figli, il lavoro, tanto,
troppo lavoro, ma anche tutto quell’amore.
Quali gioie segrete avevano vissuto insieme e come egli le mancava, e non
soltanto perché adesso non sapeva più come sopravvivere.
C’erano tanti mendicanti nei posti affollati, frequentati dai ricchi e dai
profeti, ci sarebbe andata anche lei a tendere la mano per i figli.
Incominciò a piangere senza riuscire a smettere. Badava a fare piano
per non svegliare i piccoli, affinché non ricominciassero a chiederle un
po’ di latte caldo.
Il fuoco, adesso, si stava spegnendo e lei aveva finito l’ultimo pezzetto
di legna. Andò a prendersi la mantellina dal gancio al quale la teneva
appesa, era troppo sottile, consumata per il lungo uso, non l’avrebbe riparata granché, sospirò e se la strinse sulle spalle, era giovane e forte, ce l’avrebbe
fatta a trovare qualche rametto lì in giro prima che venisse a nevicare.
L’aria le punse il naso ed incominciò a starnutire.
Si mise a ridere nel gelo, come a confortarsi da sola, e guardò le stelle
così nitide. Una di esse, in quel momento, sembrò precipitare dall’alto
puntando dritta verso di lei o così le parve. Ester gridò dalla paura, ma
anche per uno strano incanto, in quel chiarore si accorse che, tutt’intorno
a lei, erano sparsi tanti rami di legna, sia piccoli che grossi. Si chiese
come avesse fatto a non vederli il giorno prima e li raccolse, un occhio
alla stella ed un occhio per terra, ne ebbe presto le braccia cariche e
vide che la cometa si era fermata sulla grotta dove i due fratelli pastori,
uno povero ed uno ricco, tenevano gli animali.
Si avviò verso casa ed aggiustò il fuoco, che subito riprese a lampeggiare.
I bambini, intanto, si erano svegliati, anche perché si sentiva un canto
bellissimo, delicato e forte contemporaneamente e quella piccola stanza
presto fu piena di esseri alati, giovani e ridenti, che annunciavano la
nascita del Re, Figlio di Dio, proprio in quella grotta lì accanto,
nella mangiatoia, riscaldato dal respiro di un bue e di un asinello.
Subito i bambini incominciarono a vestirsi, ed era la prima volta che il
più piccolo lo faceva da solo, < Ma cosa gli portiamo,
non abbiamo niente>

 

Ester e i bambini

disse Ester guardandosi intorno,
< Perché non raccogli i fiori che nascono
qui avanti ? > le rispose uno degli angeli indicandole la nuda terra coperta
di neve, Ester seguì con gli occhi il suo dito e vide che c’erano parecchi gigli
alti e bianchissimi ed una pianta di rose scarlatte, tutte fiorite contemporaneamente, proprio sull’uscio di casa.

 

 

La moglie del pastore ricco aveva appena finito di litigare con suo marito
perché si sentiva trascurata e disse che lui la lasciava sempre sola in quella
casa troppo grande, egli aveva strillato a sua volta che il proprio lavoro
non era uno scherzo e la sera si ritirava stanco morto e affamato, col
desiderio di buttarsi a dormire senza nemmeno togliersi i calzari.
Aggiunse che avrebbe dovuto essere contenta di vivere in modo talmente
opulento, con una serva che veniva tutti i giorni a mettere a posto la casa, provvedere a prendere l’acqua, lavare, stendere e cucinare. Lei, piuttosto, si passasse il tempo a filare e si rendesse utile: nessuna moglie di nessun pastore
stava così bene, sbraitò, sempre con la pancia piena, guardasse quel
poveraccio di suo fratello vedovo e povero, aveva quattro figli, lui,
tutti lontani e poveri a loro volta.
< E noi, invece, non abbiamo figli > disse piano la donna, ma così piano
da non farsi sentire per non ferirlo, < e nessuno ci vuole bene
né si ricorda di noi >.
Si slanciò sul suo petto per fare la pace con le lacrime agli occhi,
mentre gli chiedeva perdono ed egli chiedeva perdono a lei, ed erano
due vecchi tremanti e pieni d’amore,
sentirono uno strano e delizioso rumore che veniva dal cielo, aprirono il
loro elegante portone di legno massiccio e videro la cometa precipitare
in un lampo di luce sulle loro teste. Gridarono entrambi di panico e di
una insolita gioia. La stella aleggiava lì davanti, sulla grotta dove lui
teneva gli animali ed ospitava anche quelle quattro bestie di suo fratello,
che altrimenti avrebbe fatto la fame.
In quel momento, al ricco, non sembrò poi di avere fatto granché per
il fratello povero, che abitava nella catapecchia più indietro.
Simultaneamente molte creature alate, giovani, bellissime e canterine,
si affollarono intorno al portone proclamando che, proprio in
quella grotta, al chiarore della cometa ed al caldo del fiato di un bue
e di un asinello, era nato il Re del cielo.
I due vecchi restarono sbalorditi, si buttarono i mantelli buoni sulle spalle, prepararono in un grande canestro latte, uova, formaggio, burro, ricotta
ed una bella pagnotta di pane fresco e si precipitarono alla grotta, dove

Il fratello ricco con la moglie

incontrarono il fratello povero, che aveva portato in un canestrino latte,
uova, formaggio, burro, ricotta ed una pagnottella di pane del giorno prima.
Lo tallonava, come sempre, la pecora nera. Nel frattempo arrivava Ester
coi suoi tre bambini , che avevano in mano i gigli e le rose, < Li ho raccolti
davanti casa > disse Ester dinanzi al loro sguardo interrogativo.
Dietro, a piccoli gruppi, venivano tutti i pastori dei dintorni. E dovunque
c’era lo splendore della stella cometa, sempre più intenso e tiepido, ed il coro
degli angeli e quel profumo di fiori.
Incominciò a nevicare, ma non faceva freddo.

Madonna con Bambino

Maria Vergine santissima  si alzò dalla comoda pietra sulla quale stava
seduta e mostrò il Bambino ai pastori aprendo la mantellina ricamata
nella quale l’aveva avvolto. Non sembrava una donna che avesse appena
partorito: serena, colorita, ridente come se niente fosse stato.
Gesù era preciso a  tutti i bambini appena nati: rosso, grinzoso ed urlante, nell’insieme bellissimo.
Tese le piccole braccia proprio verso i pastori e smise di piangere.

San Giuseppe

San Giuseppe badava ad aggiungere legna al fuoco.

Tutti i pastori si affollarono con le proprie ricottelle, il latte, le uova
ed il pane fresco oppure del giorno avanti.
La Madonna sistemò Gesù, che intanto si era addormentato, nella mangiatoia,
la pecora nera ne approfittò subito per accucciarsi lì accanto,
allungando il muso verso di Lui.
Dopo Maria vergine si rivolse ad Ester, i cui bambini le porgevano
gli splendidi fiori:
< Grazie > disse soavemente, con una nota di pietà così tenera che nessuno al mondo si sarebbe potuto offendere, < è un dono raro. I fiori sono la cosa più gratuita e bella della terra. Ma i tuoi figli non avevano voglia di latte caldo e di pane? >.
I piccoli si ricordarono di avere la pancia quasi completamente vuota e si imbronciarono come fanno i bambini.
Intanto la grotta si riempiva di ogni ben di Dio portato dai pastori.
< Per noi è troppo tutto questo cibo > disse san Giuseppe, < se i tuoi figli hanno
fame, puoi prendere quello che vuoi >.
La Madonna sembrò che si rivolgesse proprio alla moglie del fratello  ricco :
< Questa signora cerca un lavoro > disse.
< Io ho latte, burro, uova e pane a sufficienza per me e per loro > rispose
subito il fratello povero.
< Ed io avrei bisogno di una brava rammendatrice > aggiunse altrettanto rapidamente la moglie del fratello ricco, < ma saresti un’amica per me e
non una lavorante, anche se ti pagherò il giusto prezzo. Mio marito
è sempre fuori al lavoro ed io mi sento sola >.
< E voi due fratelli, perché non vivete insieme, nella stessa casa ?
Forse non avete posto? > chiese la Madonna. A nessuno parve strano
che sapesse tante cose della loro vita.
< Mi sembra una buona idea > rispose subito il fratello ricco,
ed abbracciò il povero, che  lo abbracciò a sua volta. < La nostra casa
è grande ed è vuota. I tuoi figli, invece di stare lontano, potrebbero
tornare qui e lavorare con noi >.
Erano tutti commossi.
Il canto degli angeli diventò sublime. La pecora nera, strusciando di muso
e di zampe, tanto fece che si slacciò il suo bel fiocco rosso, al quale teneva moltissimo, e lo lasciò nella mangiatoia, in dono per Lui.
A Gesù, che faceva finta di dormire, scappò da ridere.

                                                      Domenica Luise

(Se volete leggere i post degli anni precedenti, fate clic qui sotto su
“buon natale” e vi appariranno tutti dall’ultimo (questo) al primo)

Cristina Bove ha creato un video bellissimo dove legge per noi una sua poesia,
è una meraviglia, vi metto il link:

http://cristelia.splinder.com/post/23740923/per

                                                        (Schizzi a matita di Domenica Luise)