Ma

Il volo della farfalla 1

vado precipitando nella nube
dell’inconoscibilità deliziosa, dove
vedo senza vedere, bacio senza baciare
vado e vengo a volo immobile
su correnti che non so come ci siano.

 È l’uno il tutto il sempre
l’incontenibile
l’inimmaginabile desiderato.

Una vita altra quasi sfiorata, annusata
respirata con parole
o non parole e silenzi senza pensiero.

 Sono il papavero nel prato e il grano
il fiordaliso e la sequoia
e neve sole orizzonti, il gattino che succhia
il topo in fuga, padre figlia madre
sorella sposa e la tigre ed il vento
dolore amore grido risata
ribellione morte vita passato
e futuro in presente. Ora.

 Il volo della farfalla.

 Ma
eccomi. Non aspetto: esisto.

Domenica Luise

(Disegno e rielaborazione grafica di Domenica Luise)

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Germogli quasi nel sonno

 Mimma fiore 8

Talora, nei meandri dello spirito dove il mio pensiero
si aggira poggia vola torna fiocca
trovo il nido
e intuisco il cibo e il cuore
caldo
finalmente. Ne riconosco il sapore
ed i fruscii. I ricordi
rimbalzano freschi, fu ieri
ma è ora. Le parole
tornano al silenzio. Deliziosamente.

 E nella notte scrivo quasi una poesia
come l’erba di prato che fiorisce
piegata sulla terra. La primavera
incalza
a germogliare in sangue verde.

 Sotto la notte c’è la pace.

 E il sonno mi prende con mani lievi
e dissolvenze mentali
qui sono e più non sono, questi quaderni sghembi
i compiti di una bambina
buona o quasi
e le voci amate. Ti ricordi
quando presi nove in matematica
io che indovinai per caso l’operazione?

 Si slabbrano i pensieri con i baci
alla vita.

Domenica Luise

(Composizione fotografica di Domenica Luise: Mimma a tre mesi, bambina, ragazzina e adulta festosa)

Anno 2100: una riunione segretissima

<Questi debbono giocare, così non pensano alla politica> disse l’aspirante tiranno mondiale numero 1, un bel vecchione pluriottantenne con la barba candida, gli occhiali e le mani lievemente tremanti per l’avanzata del morbo di Alzheimer, che egli nascondeva sotto la sciarpa perché non si vedessero, almeno non tanto. Aveva famiglia, lui: la sesta, giovane moglie coi bambini e le altre cinque dalle quali aveva divorziato nel tempo da mantenere coi figli, nipoti e pronipoti di varie età, più le amanti fisse ognuna con villa, automobile, domestici e guardaroba di lusso e inoltre le ultime ragazze che si prendevano cura di lui, gli cucinavano il brodo vegetale con le polpettine, lo vestivano, lo accompagnavano dovunque e talora lo imboccavano in cambio soltanto di un appartamento in un condominio (di lusso) macchina discreta, autista, guardaroba e cuoca personale tuttofare. Con una botta di tirannide mondiale in cinque, sei mesi, anche meno, le avrebbe sistemate tutte per sempre coi soldi pubblici pagati dal popolo e lui se ne sarebbe andato lontano con le più devote e avrebbe vissuto felice, ricco, contento e rispettato in uno dei paradisi fiscali dove l’avrebbero accolto a braccia aperte, come tutti i suoi predecessori fecero.
<I festeggiamenti per l’anno 2100 sono l’occasione giusta. Così potremmo alzare le tasse sul gioco> concluse con un sorriso ad occhi sgranati:sembrava un bambino affamato davanti alla stecca di cioccolatto.
<Giocare sì, caro collega, è sempre una buona idea> rispose l’aspirante tiranno mondiale numero 2, che era un po’ più giovane, soltanto plurisettantenne, baldo e fiero, non tremava, lui, almeno non ancora, <del resto> aggiunse, <tra gratta, schiatta e vinci, lotta il lotto, quiz televisivi, lotterie d’oro e simili, ormai il novanta per cento dei contribuenti è succube del gioco, basta guardare le entrate, e mica possiamo lamentarci. Io sconsiglierei di insistere su questo punto, con una ulteriore tassa o altrimenti quei pochi che ancora ragionano e protestano apertamente si potrebbero mettere d’accordo fra di loro. Voci sparute non ci danno fastidio, personalmente suggerirei la pancia, elargizioni di cibo, direi banchetti aperti a tutti con qualche rappresentazione un po’ osé, non troppo, per non disturbare…>.
Si interruppe e indicò due capoccia con l’aria seria, anzi truce, che gli sedevano accanto, indossavano stole con frange sgargianti ornate di campanellini d’oro che tintinnavano ad ogni movimento per annunciarli, entrambi portavano un grosso anello al dito, i pendagli alle orecchie e al naso e un parruccone sormontato da un cappello a cilindro comodissimo per nascondere la refurtiva e i regalini in un doppio fondo. Rappresentavano il nobilissimo potere spirituale che deve guidare il volgo ignorante.
<Voi avete il potere di buttarli nella sofferenza eterna> intervenne mitemente l’aspirante tiranno mondiale numero 3, i due interpellati, simultaneamente, ebbero un sorrisetto strano, come a dire che questo era davvero troppo, <debbono rassegnarsi e dedicarsi al volontariato in cambio del pane>.
<Pane e che? Qualcosa dovranno pur mangiarla o ci si ribelleranno contro> intervenne una signora, aspirante tiranna mondiale numero 4, che tutti i maschi temevano per l’acutezza sintetica del pensiero, lo studio politico al quale si dedicava fin da bambina e perché si era sempre tenuta fedele ad un solo marito, era perfino magra e non troppo vecchia. Pericolosa e affascinante, sempre con la risposta pronta e la domanda di riserva, deodorata e ben truccata senza un filo bianco nei capelli.  Non indossava oggetti d’oro e nemmeno gemme, soltanto la fede e non portava quelle orride collane di pezza e di plastica di uso comune dopo l’anno duemila né braccialettoni né niente, ma un semplice orologio di acciaio inox col quale, volendo, poteva anche navigare su internet e badare alla posta elettronica. Non si capiva affatto, al vederlo così piccino, quanto invece fosse costoso, con tastiera tridimensionale arrotolabile e stampante quadridimensionale incorporata che poteva servire finanche un pranzo completo e un eccellente caffè.
<Io direi> aggiunse la signora scuotendo il carré bombato con un gesto vezzoso che la contraddistingueva, <di organizzare le poetesse ignorate di internet con una buona sovvenzione e lavoreranno tutte a vita senza null’altro chiedere che antologie cartacee e un minimo rimborso spese>.
A questa proposta tutti si tenevano le pance per il grande ridere, compresi i due spirituali o spiritosi che fossero.
<Perché, invece, non facciamo alleanza tra di noi qui presenti?> intervenne l’ultima aspirante tiranna mondiale aggiunta, che avevano messa lì perché ci stesse un’altra donna, ma era nessuno mischiato con niente e non doveva parlare né pensare, solo incassare l’enorme stipendio. Gli altri, soprattutto l’altra signora, le lanciarono occhiate storte e calcioni sotto il tavolo.
<A me l’idea di tirare su le poetesse ignorate che si sfogano su internet sembra eccellente, diamogli uno stipendio mediocre, anche basso, anche minimo: che so, venti o trentamila euro al mese esentasse, mettiamole in una categoria privilegiata e scriveranno tutto quello che vogliamo> osò aggiungere la ragazzina, che aveva una sorella minore autrice di giovanili poesie.
<Piano con le poetesse di internet> ribatté l’aspirante tiranna mondiale ufficiale senza calcolare che l’idea era partita proprio da lei, <tra di loro conosco gente pericolosa, che non si fa cambiare i testi e non è scema, odia le menzogne e ci crede davvero>.
<Sì, ma basterà affamarle, accusarle di ribellione al governo, troviamo cento testimoni falsi per due soldi o trenta denari. Oppure gli rapiamo un figlio, un marito, una madre, si sa, la ragion di stato…> affermò l’aspirante tiranno mondiale numero 2.
Qui intervenne l’aspirante tiranno mondiale numero 1, quello con l’Alzheimer incalzante, che sembrava babbo Natale, e disse: <Io sono contrario alla violenza>.
E tutti si tenevano nuovamente le pance dalle risate, ma una donna a capo dei capi nessuno la voleva, solo su questo si trovavano d’accordo e guarda come aveva parlato anche quella cretinetta aggiunta alla quale puzzava ancora la bocca di latte. Ci mancava pure, adesso, che le due femmine facessero alleanza fra di loro. Che idea le poetesse di internet, quelle ribelli indominabili perfino intelligenti.
<Conviene continuare a ignorare le poetesse> dissero in coro i maschi, <sono pericolose, hanno personalità>.
<E dove ci appoggiamo?>.
<Le offerte e le iscrizioni volontarie diminuiscono>.
<La gente non crede più alle promesse>.
<Le entrate del gioco sono sature>.
<I vecchi pensionati muoiono di giorno in giorno e si sono venduti tutto l’oro>.
<Non c’è più niente>.
<Bisogna creare una fonte alternativa di ricchezza e di persone che lavorino gratis per noi>.
<Nuovi volontari e nuovi iscritti>.
<Con un po’ di fantasia il modo si trova>.
<Sì, ma io ho fame. Per il momento andiamo a pranzo, siamo già in ritardo di cinque minuti. A pancia vuota non si lavora bene>.

 Domenica Luise

 

Ciò che mai dissi e forse mai dirò

 Onda bella

Poggiare il mio viso nei segreti
storici, evoluzioni, matematica
armonie universali, luoghi
anni luce speranze tormenti
e trasformazioni. I grandi silenzi.

 E questo parlare a colori o musica di me.

 Lascio l’impronta al tempo che consuma
stalattiti e stalagmiti dove mai brillò
se non fosforescenza strana inaspettata
o parola da buio. I sogni
precipitarono nel buco interno
a diventare radici e speranza
malgrado tutto.

 Imperterrita, declivio verde e azzurro
diversamente squillante. Chi c’è?

 Un fruscio, ogni tanto.

 Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise

 

Anche i pidocchi hanno un cuore

I pidocchi avevano aperto una scuola di pugilato.
Il pidocchio Dracula, originario della Transilvania, fu il boss indiscusso fino a quando si iscrisse il calabrone, un certo Maciste, tanto più grosso di lui, che comandava furioso perché nessuna fanciulla lo voleva per i suoi modi violenti e per il corpo gigantesco.
Tutto si complicò quando il pidocchio Dracula si innamorò di una pidocchietta bionda, che egli era sicuro fosse rarità naturale mentre invece si tingeva ogni notte i capelli con l’acqua ossigenata a cui mescolava qualche goccia di ammoniaca, dopo sciacquava bene per togliere la puzza e ci faceva l’impacco emolliente con burro di karitè e olio essenziale di rosmarino, che era pure disinfettante.
La notte dormiva con i bigodini, al mattino si pettinava stile Gilda, indossava uno dei suoi bustini che alzavano seno e fianchi e strizzavano la vita, l’abito nero con lo spacco sexy sul lato sinistro, una collana sgargiante di plastica, bracciali vari di pezza intrecciati l’uno nell’altro e un solo orecchino che le pendeva pure dal lato sinistro, leggero, ma grosso com’è d’uso in questi tempi dai gusti raffinati.
Usciva cautamente dal proprio ciuffo di capelli dove viveva, con cautela perché intanto si era messa le scarpe col tacco a stiletto e non voleva rischiare di pungere troppo la vecchia signora dove aveva messo su casa, aveva paura che l’acchiappasse e la strizzasse com’era già successo a molte delle sue sorelle e fratelli. E difatti ne succhiava anche il sangue più delicatamente possibile per evitare che se ne accorgesse, oltretutto restava sempre con la fame perché non voleva ingrassare.
La pidocchia si chiamava Raffaelina, che per i pidocchi è un nome insolito. Il pidocchio Dracula le piaceva molto, ma la corte indiscreta del calabrone la lusingava di più, così si creò il triangolo amoroso con rivalità, scatole di cioccolattini, fasci di rose rosse infiocchettate, regali, anellini con zircone e presentazioni in famiglia. La pidocchia si divertiva molto e non diceva di no a nessuno dei due.
Le rivalità fra calabrone e pidocchio non sfociarono in una lotta esplicita con morto perché il pidocchio non era scemo e scappava essendo tanto più piccolo dell’altro. Si consumava per lei e dimagrì non poco, che per i pidocchi è grave, mentre il calabrone ronzava e la portava sempre sul dorso a volo nelle altezze che Dracula non poteva raggiungere, tentò anche di farle mangiare il nettare dei gelsomini, ma Raffaelina vomitò impetuosamente essendo una femmina sanguinaria, ciò fece alquanto schifo al calabrone, che la riportò, senza più tanto entusiasmo, sui capelli  della vecchia. Quella notte, per caso, il pidocchio Dracula, disappetente, passeggiava come un’anima in pena invece di dormire e vide che Raffaelina si tingeva i capelli con l’acqua ossigenata e l’ammoniaca. Che fu, che non fu, questa cosa lo smontò perché si accorse che gli aveva mentito giurando tutti i santi giorni di essere una rarità naturale, una pidocchia albina unica al mondo, girò le spalle all’amata o ex tale e si accorse di essere affamato, così si fece una bella mangiata a spese della vecchia signora che, disturbata nel meglio del sonno, si lamentava rabbiosamente menando manate tutt’intorno.
L’indomani mattina apparve dal nulla (o dal giardino accanto) una calabrona biondo tinta, con bustino che alzava seno e glutei oltre misura, tutta profumata di nettare di gelsomino, il calabrone Maciste, appena la vide, entrò in trance e la seguì sparendo rapidamente alla vista di Raffaelina, che restò tanto male da saltare la colazione e si mise alla ricerca del pidocchio Dracula. Rimase basita ritrovandolo così freddo, egli quasi non la guardò né le disse che l’aveva vista tingersi i capelli di notte, semplicemente quando la vecchietta uscì a passeggio con suo marito, Dracula si trasferì da una testa all’altra e qui trovò che i pidocchi avevano aperto una scuola di danza e salti in alto, si iscrisse subito e vissero tutti felici e contenti. Si sposò con una pidocchia bruna come la pece, che detestava busto e tacchi a spillo, ed ebbero tanti pidocchietti.

Domenica Luise