Il volto di Cristo

Cristo 2013

Il volto di Cristo è quello del pugile deformato dai colpi, quello
della prostituta stanca
quello della sposa, che partorisce nel dolore.

 Il volto di Cristo
è quello del fuggitivo dalla patria e dai più cari
affogato nella stretto di Messina, stesso mare
dei miei bagni abbronzatura nuotate inquinate
e speranza disperazione annullamento
e ricordi. Il volto di Cristo
è quello dei disoccupati giovani di mezza età anche sessantenni
senza soldi senza mutuo col mutuo
con gli strozzini, ma
il volto di Cristo è anche quello degli strozzini
ladri politicanti bugiardi assassini
e assassinati. Il suo volto
è il mio tuo nostro. Uno solo
schiaffeggiato colpevole
innocente, lui
e non innocenti: noi.

Signore, amo il tuo volto
e voglio accarezzarlo, non ho schifo di te
se sei grigio e sporco di sangue. Ti riconosco
mio padre figlio fratello
schiacciato,  incredulo
affamato di gioia. Tu
poeta della vita.

Domenica Luise

Disegno di Domenica Luise eseguito al computer

Buona Pasqua a tutti

Grafica di Domenica Luise

 

Annunci

L’agnellino

Samuele l’aveva trovato ferito accanto a una grossa pietra e l’aveva portato a casa.
<Questo piccolo ha bisogno di latte, sennò muore> disse il papà, <chiederò al padrone se posso tenerlo nel suo gregge, forse abbiamo fortuna e qualcuna delle pecore madri l’accetta>.
La mamma scosse la testa poco persuasa: <Ma poi il padrone se lo terrà lui> affermò steccando e fasciando la zampetta rotta all’animale, che si lamentava come un bambino piccolo.
Samuele seguiva il discorso senza intervenire, ma i suoi occhi neri come il carbone guizzavano attentissimi dal padre alla madre e viceversa.
<Il mio padrone è un uomo giusto> fece lui, <e ha stima di me. Salverò l’agnellino e te lo porterò> promise.
<Grazie, papà> disse infine Samuele con voce un pochino rauca. Sorprendentemente l’animaletto leccò la mano al bambino, poi dette un sospiro come di sollievo, reclinò la testa e subito si addormentò.
Crebbe allattato da Albachiara, la pecora più bella del gregge, che lo accettò subito senza problemi. Quando fu svezzato il padrone chiamò il pastore e gli disse di prendere l’agnello per il suo bambino. Quel giorno, nella misera casa, fu festa grande, la mamma impastò una focaccia tutta coperta di miele e ne mangiarono quanta ne vollero. Da allora l’agnellino dormì in casa con loro e divenne una pecora opulenta, che seguiva sempre il bambino.
Erano felici e non pativano mai la fame. Il padrone era generoso e, da qualche tempo, Samuele andava ad ascoltare le prediche di Gesù, con la pecora appresso.
Una sera non si ritirarono, lo trovarono in un dirupo sul quale si era sporto  per raccogliere la verdura selvatica che piaceva alla mamma. Era morto, con la pecora accanto che belava lamentosamente.
Una piccola comitiva di amici e donne che si battevano il petto portava a casa il cadaverino quando incontrarono Gesù coi discepoli.

<Donne, perché piangete? Uomini, cos’è accaduto al bambino?>.
<Maestro> la madre e il padre gli si buttarono ai piedi, <è caduto nel precipizio ed è morto, è morto>.
<Che dici? Gli è soltanto preso un colpo di sonno> fece Gesù, e toccò il piccolo con la mano, Samuele si dimenò, balzò in piedi e chiese a sua madre:
< Chi mi ha rubato la verdura che avevo raccolto per te?>.
Anche quella sera fu festa grande e bisognava vedere come saltava la pecora. Si improvvisò una cena  e tutt’intorno alla povera casa amici, conoscenti e anche quelli che mai avevano sentito parlare di loro prima di quel giorno venivano a portare pane, formaggi, ricottelle , frutta, miele e tanta verdura selvatica, così mangiarono insieme e bevvero un po’ di vino buono, che volle donare il padrone, compresi Gesù e i discepoli.
< Cosa darò al maestro , che ha restituito la vita al mio bambino?> chiese il padre alzando il terzo bicchiere colmo, o era il quarto?
<La nostra unica ricchezza è la pecora, così potrà mangiarla per la Pasqua>.
I discepoli incominciarono a ringraziare e corsero a prendere la pecora, che li seguì obbediente. Samuele, nel sentire il discorso, si stava affogando con un boccone di pane e ricotta che masticava in quel momento. Voleva dire <No, no>, ma non poté perché era troppo occupato a tossire.
Gesù accarezzò la pecora sulla testa e lei gli leccò la mano, gesto che riservava soltanto al suo padroncino. Docilissima, gli poggiò il muso sulle ginocchia . Gesù guardò Samuele occhi negli occhi:
<Noi non mangeremo la tua pecora, piccolo> disse con disappunto degli apostoli, <questa vi darà latte e lana a lungo e tanto affetto>.
Dopo Gesù si chinò all’orecchio di Samuele e gli disse sottovoce:
<Venerdì prossimo mi crocifiggeranno. Non dirlo a nessuno , ma vai dalla mia mamma e consolala. Io l’affido a te, ricordale che risorgerò il terzo giorno come oggi sei risorto tu>.

Domenica Luise

Sottigliezza

La primavera

Dove scorrono il Letè e l’Eunoè
con l’umido dell’erba
per dimenticare il disamore ricordando l’amore
a vent’anni e un giorno, un giorno
un giorno.

 Ali mai supposte
in tepore.

 Sono innamorata
adesso. Protendo
mani e occhi che squillano un campanellino
di giallo e di succo.

Fiorellino ridicolo Vengo, vengo. Ho sentito il richiamo
ma tu ascolta la risposta
in riso corsa velo bianco
quando la sposa lancia il bouquet
e la cantata incomincia.

Domenica Luise

Disegno a penna di Domenica Luise
Fotografia di Domenica Luise

Sì, papà

Ci sono quelli che vivono nella musica come i cantanti e quelli che vivono nella merda: mio padre fa l’idraulico.
L’altro pomeriggio mi ha portato con sé per insegnarmi il mestiere, ha detto, visto che a scuola non ho voglia e il maestro non si è saputo stare zitto, d’accordo col direttore l’hanno chiamato e gli hanno fatto la spia.
Li ho odiati, per questo, un po’ di più del mio solito, così ci ha accolti una signora che portava una strana veste da camera blu con le nappe e la mantellina sulle spalle, si stringeva le mani e rabbrividiva. Mio padre era tutto gentile, anzi affettuoso. Io guardavo.
Invece avrei potuto dare due calci al pallone per digerire finché era chiaro.
Lei quasi chiedeva scusa perché la tavoloccia del gabinetto slittava e si posizionava arretrata oltre che storta rispetto al sedile come se fosse più piccola, sicché aveva paura di cadere. Papà affermò che il modello era perfettamente adatto e bisognava soltanto metterlo a posto.
Abbracciato al cesso, lavorò tre quarti d’ora con lo sguardo fisso lì dentro e il naso sopra e alla fine la tavoloccia sembrava precisa. Come ha fatto non so.
La vecchia tirò fuori un asciugamano pulito, bello grande, e volle che ci asciugassimo le mani lì, mentre lui badava a ripetere che andavano benissimo quelli appesi alle pareti.
Alla fine, quando lei chiese quanto venisse, papà non volle un soldo.
Stasera provo a vedere se posso evitare di farmi bocciare, darò un’imparata a quella stupida poesia e scriverò il riassunto, ci sono pure le equivalenze. Che pazienza. Non voglio finire come lui abbracciato al cesso.
Fuori respiro anche se la vecchia era gentile.
<Mi chiami ogni volta che ha bisogno, signora Peppina>.
Lei voleva che portassimo via dei cioccolattini fondenti imbottiti buonissimi, ma mio padre me ne ha permesso solo due.
La vecchia gli fa ciao con la mano come se fossero parenti, sento una cosa strana, sembra commozione.
Appena richiude la porta mi manca una specie di calore e anche questo è strano.
<Ti chiederai perché non ho accettato i soldi, Gimmi> dice mio padre.
<Sì, papà> rispondo.
<Quella signora mi ha già pagato, Gimmi, per lo stesso lavoro, ma io ho commesso un errore. Capisci?>.
<Sì, papà>.
<Sapevo di sbagliare, ma ho sperato che lei fosse leggera e la tavoloccia reggesse senza spostarsi>.
Perché mi dice queste cose di nessuna importanza apparente? Mi faccio attento, voglio capirlo, ma lui cambia discorso.
<Cos’hai deciso?> chiede guardandomi.
<Stasera studio la poesia e faccio il riassunto e le equivalenze, domani torno a scuola>.
<Ah> risponde lui, <d’accordo>.
<Papà ?>.
<Sì?>.
<Niente>.
Sono ancora un bambino, vorrei che mi prendesse per mano, allora lui lo fa come se mi avesse ascoltato il pensiero ed io lo sento così grande, forte, sicuro, insieme all’accoramento che morirà prima di me e perderò lui e la mamma perché così è la vita, che non si ferma mai. Trattengo i singhiozzi nel buio.

Domenica Luise

Le varie età dei poeti

 i poeti

I poeti hanno varie età, alcuni compongono
compiaciuti dei propri studi, sono
i centenari patriarchi belli
dell’apocalisse, i sapienti; altri

improvvisano, godendo della propria ispirazione
e sono gli adolescenti impetuosi, dalle ardenti passioni
e dai grandi errori; altri ancora faticano

senza soddisfarsi mai di sè, sono
il nuovo Ulisse peregrinante
nelle tempeste della parola, l’uomo
adulto, che sempre cerca senza mai trovare
prigioniero della poesia
come del proprio respiro.

 Infine
ci sono quelli che balbettano stupefatti, guardano
e trovano bellezza
mistero, vita
morte
speranza, giorno e notte, sono coloro
che più hanno studiato
per passione di sapere
e più sono ispirati da un fuoco strano
che brucia senza consumare e più
hanno lottato per trovare parole
meno infedeli alla propria anima, ma

tutto ciò hanno dimenticato
davanti a una foglia verde verde
e viva
o rossa, secca e morta, si sono obliati
deliziosamente
e adesso danno parole al silenzio
che sale.

Sono i bambini della poesia.

Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise su un mio disegno ad acquerello.

Violetta

La ragazza lo sopravanzava di tutta la testa: il preside non si poteva spiegare come una donna così bella avesse sposato un tale catorcio. Lei portava una treccia rosso Tiziano appoggiata sulla spalla sinistra, gli allievi erano ipnotizzati da quella treccia e anche lui, il preside bello, alto, palestrato e nascostamente con le sopracciglia depilate nel centro, dove sennò si univano dandogli l’aria leggermente bieca. Nessuno poteva sapere quanto fossero duri quei peli, che strappava nottetempo con la pinzetta di sua moglie.
Si era pavoneggiato più volte davanti a lei, le aveva perfino sospirato sul collo prendendola alle spalle di sorpresa mentre guardava l’orario, dove le aveva fatto togliere una quinta ora ed eliminato due buchi, i buchi sono le ore libere tra una lezione e l’altra, non lo aveva nemmeno ringraziato. Tutti i maschi dell’istituto le morivano dietro, ma quella sembrava non vederli nemmeno. Il preside, mentalmente, la chiamava Violetta, forse perché il giorno che era arrivata nella scuola aveva quella vestina lilla semplice, addirittura casta, non corta, non scollata, con le maniche che sembravano due piccole ali. Portava un bracciale di giada dello stesso colore dei suoi occhi, il brillante grosso come un cece e la fede nuziale. A quell’età, primo anno d’insegnamento e prima supplenza. Come aveva sposato quello striminzito secco e vecchio per lei, spennato nel cocuzzolo. In verità anche a lui stava venendo la luna, ma con una spruzzata del suo spray segreto la ricopriva come se i capelli fossero tatuati o quasi, da una certa distanza non si notava.
Certo quando sua moglie glieli andava a stuzzicare col dito e diceva: <Ti sono cresciuti stanotte?> a lui venivano i nervi.
Il preside si sentiva turbato e la immaginava coi capelli sciolti, però come recitava bene, sembrava serena, forse contenta, se non felice.
Violetta finì la spiegazione sulla poetica di Montale che già squillava la campanella della ricreazione, i ragazzi del quinto erano muti e attenti, né si mossero.
<Prof., non mi sembra davvero che Montale avesse problemi di connessioni fra la parte destra e la parte sinistra del cervello>.
Lei rise con un tocco argentino così femminile da essere sexy. Avevano fatto un’ora di lezione sul cervello umano e le varie forme di intelligenza proprio il giorno prima e non ne erano sazi.
<Ragazzi, è suonata, potete uscire>.
Violetta si interrompeva sempre subito appena scattava la ricreazione e li lasciava liberi senza rubare nemmeno un minuto.
Invece, tutti intorno alla cattedra:
<Professoressa, un biscotto, li ha fatti mia madre…un pezzetto del mio panino>.
<Prof., il caffè caldo >.
<Ma è quello della macchinetta? Che cicoria da secondo conflitto mondiale >.
Spuntò una settimana enigmistica: <Mi può dire il nome greco di Venere? >.
E tutti guardavano la treccia rossa. C’era fra loro un ripetente che osò sfiorarla e poi disse di averla accarezzata.
<Professoressa, le ho portato la fotografia della mia ragazza>.
Fra poco sarebbe arrivato il collega di matematica e gli stessi allievi lo avrebbero crocifisso gridando e ridendo. Miracoli di Montale, forse.
Il preside origliava da dietro la porta, aveva sentito tutta la lezione, brava era brava oltre che bella. Ma come se l’era sposato?
Poco dopo Violetta uscì dal bagno delle signore, era radiosa e per la prima volta da quando insegnava lì aveva sciolto la treccia.
Il preside, dalla finestra, la intravide che lui, il catorcio, l’aspettava al cancello e l’abbracciò, il modo in cui lei gli corrispose, lo slancio, ecco, fece venire al preside un rimescolio come se gli tornassero d’urgenza i sedici anni, difatti le orecchie leggermente a sventola gli divennero scarlatte.

 <Un’ultima partitina, amore>.
<Magari stavolta ti lascio vincere così sei soddisfatto e andiamo a letto, ho sonno> rispose lei.
<Sonno subito?> chiese il catorcio ammiccando scherzoso.
<Secondo i casi e le circostanze>.
<E se il caso fosse una figlia bella come te?>.
<O magari un figlio bravo a scacchi come te?>.
<Che fai, mi sfotti?> chiese lui, e la strinse.
<Il sonno mi è passato> rispose Violetta quieta, ardente, allegra.

 Domenica Luise

 

Mimose e rosa rossa

Mimose e rosa rossa 4

Chissà perché si sogna e chi non sogna muore
così l’anima.

 L’amore e gli azzurri avatar
il polline. Il pensiero umano
che si effonde.

 Si può essere tiranni in tanti modi, non solo
uccidendo con spada e veleno. Quante donne
in lunga agonia
mogli madri spose suocere nuore
e le zie nubili sopportate di una volta.

 Si svegliano come allora
oh, Rosamunda, pedala. Così
vogliono i padroni. Altrimenti
perdi marito figli lavoro parenti
e anche il finto rispetto del quale
orgogliosamente ti circondi, chi sei tu?

 Sei
mio figlio non c’è
mio marito non vuole
mia madre che è morta
il mio fidanzato si è divertito e mi ha mollata, io
cretina
innamorata cornificata delusa
sbuccio cipolle e piango, angelo del focolare
senza sbarre
pago le mie tangenti
alle musichette dei lager.

Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise