Yurj e i gattini

Yurj e i gattiniYurj era il cane di mio cognato: un bestione buono, che aveva per me una predilezione da quando, cucciolo, me lo hanno portato perché dovevano fare un viaggio. Gli ho fatto trovare una ciotola di croccantini e l'ho festeggiato, egli, scodinzolando, li ha divorati e da allora, se c'ero, matematicamente si sdraiava ai miei piedi e non si spostava.
Mantenne a vita questo atteggiamente, intanto crebbe e, quando con entusiasmo si sollevava sulle zampe di dietro per farmi le feste, era molto più alto di me. La sua coda si dimenava come una frusta, dovevo fare attenzione che non mi facesse cadere. Il suo pelo sembrava fatto di setole.
Era tenero coi gattini di casa, che riposavano e giocavano tranquillamente fra le sue zampe.
Aveva imparato a bussare energicamente alla porta quando rientrava dalle passeggiate, Iole guardava dallo spioncino e vedeva la sua faccia.
Nulla di speciale: un cane normale, pieno d'amore. L'ho dipinto nell'affresco dell'ingresso in forma di cucciolo, è venuto che sembra vivo. Cercate affresco nelle categorie e vedrete anche lui fra le poetesse radiose.

                                                            Domenica Luise
                                                                 (Fotografia di Iole Luise)

 

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Tutto muore

Coccola
 
Mi aiuta questo senso di irrealtà
forse dovuto alla cattiva circolazione, non so
o tutti si sentono camminare nella bambagia
proprio come me? Il pensiero
funziona, suppongo. Poco fa
ho sepolto la gattina Coccola investita da una macchina
ed era così bella. Ha vissuto felice, ma
nemmeno questo so. Deve essere stato
ieri mattina, quando l’ho fatta uscire
in giardino: quattro novembre
duemiladieci, giovedì, non posso saperlo
o forse di pomeriggio.
 
Adesso vado all’edicola e al supermercato
come di consueto.
 
Da sola.
 
Per qualche ora una può fare finta
che non le sia morta la gatta.
 
                                                 Domenica Luise
                                   (Fotografia di Domenica Luise, La gattina Coccola)

La gattina Coccola nell
Stamattina sono sette giorni che l'ho vista l'ultima volta viva.
Ho cercato una sua foto più bella di quella che vi ho pubblicato
ed ho scritto per lei un'altra poesia o chiamiamola così
per modo di dire. La foto è stata scattata a giugno
scorso dall'amico Francesco Rota.

Il mio cuore è un puntaspilli
 
sei passata
rapidamente, intrattenibile alle sbarre.
 
Adesso mi sveglio ogni mattina
e mi ricordo di te, piumino
non più mio. Né sentirò ancora
la tua voce sottile che mi chiama.
 
Come quando papà giocava col gattino
che avevamo allora e diceva: tu sei imputato
per avere mangiato pane
pepe e peperoni
a prezzi proibiti. La mamma
sfaccendava sempre.
 
Dove siete? Mi sentite? Quale bolla
ferma invisibile
ci separa? Il puntaspilli
duole.
 
                                                                Domenica Luise

                                            Ai sette giorni della morte di Coccolina
 

 
 

Kalòs

 
Kalòs, in greco, vuol dire “ Bello “ ed una mattina di primavera la professoressa Menichella, insegnante di materie letterarie alla quarta e quinta ginnasio del Liceo classico Marco Tullio Cicerone, decise di chiamare con questo nome un gattino tutto nero, che strillava disperatamente nel bidone dell’immondizia, proprio nel momento in cui lei stava per buttare la spazzatura. Lo raccolse e lo portò a casa.

Pantera sulle pietrePer fortuna era il suo giorno libero dalla scuola. Gli comprò, in farmacia, un biberon per gatti, che è una specie di contagocce, ed incominciò a nutrirlo più o meno regolarmente, notte e giorno, ogni tre ore con latte, acqua e un po’ di zucchero, mistura che il micio sembrava gradire moltissimo. La mattina, quando era al lavoro, veniva sostituita dalla vicina di casa, un’altra vecchia pazza e sola come lei, secondo quanto dicevano i condomini.
Kalòs ebbe in questo modo una casa, anzi due, ed una padrona, anzi due, che stravedevano per lui. Gli comprarono finanche un collarino di vera pelle rossa con la campanella, a causa del quale egli venne invidiato da tutti gli altri gatti del cortile della sua età, ma soltanto fino a che fu cucciolo.
Dopo, osarono chiamarlo “ femminuccia “. Kalòs tanto fece, lavorando di zampe e strusciandosi a tutti i muri, che riuscì a perdere la campanella, ma i compagni continuarono ugualmente a prenderlo in giro per il collare, e di quel colore sgargiante poi. Kalòs tentò di liberarsene, ma proprio non riusciva a sganciare la fibbia.
Era un gatto disperato e umiliato. Fu la sua padrona stessa, una bella mattina d’estate, che glielo tolse perché ne aveva comprato un altro, con la campanella ancora più grossa e rumorosa, ma Kalòs non le diede il tempo di metterglielo e, con un guizzo felino, scappò dalla finestra aperta, col collo libero, finalmente, tra i profumi del caprifoglio e della terra polverosa. Ormai né topi né passerotti gli sarebbero sfuggiti mai più messi all’erta dal suono della campanella.

Prof e KalòsDifatti divenne il terrore dei dintorni ed il gatto dominante del branco. Poiché era molto affezionato alla professoressa che l’aveva cresciuto ed anche all’altra vecchia pazza, faceva loro visita quasi tutti i giorni per pranzare una volta qui ed una volta lì accontentandole tutte e due. Una mattina  Menichella tentò di rimettergli il collare e mal gliene incolse perché stavolta era inverno, la finestra era chiusa, Kalòs scappò sbattendo da tutte le parti, saltò sulla brocca antica di ceramica decorata, che aveva superato indenne due guerre mondiali ed era un caro ricordo della bisnonna, la brocca cadde sulla pianta di croton e le troncò la cima di netto, la professoressa gridò come se la sgozzassero, non si sa se per la brocca o per la pianta oppure per tutte e due, prima di rompersi la brocca batté violentemente sul piatto antico che faceva da sottovaso alla pianta, e così anche il piatto andò in pezzi, Kalòs si rintanò sotto il divano soffiando e miagolando che sembrava una pantera arrabbiata, la padrona lo prese con le buone, gli giurò che, da allora in poi, niente collarino mai più e gli aprì la porta, dalla quale egli sfrecciò come una palla .
Messa in chiaro la faccenda dal collarino, decise di scegliersi una moglie tra tutte le soriane dei bidoni che gli facevano le fusa passeggiandogli sotto casa. Però a Kalòs non piacevano le femmine che cercano marito esplicitamente e così le scartò una per una:  quella rossa perché gli ricordava il colore del collarino, quella grigia tigrata perché era strabica, o così almeno pareva, quella a macchie di tutti i colori perché aveva un’andatura troppo sinuosa per i suoi gusti semplici, quella nera perché gli somigliava troppo e quella bianca perché era troppo truccata. Sbadigliava senza nemmeno mettersi la zampa davanti alla bocca. Fu allora che la vide aggirarsi nella villa della propria padrona, era una nobildonna siamese di razza purissima. Gli occhi verdi di Kalòs scintillarono come due smeraldi e le pupille gli si dilatarono. In un attimo perdette la testa e si innamorò pazzamente, gli artigli si ritirarono, i cuscinetti delle zampe si fecero freddi, la coda si drizzò ed egli subito capì che un gatto da immondizia come lui, sia pure capo branco, non aveva speranze.
Quella era abituata ai più raffinati cibi per gatti del supermercato, aveva il pelo beige e marrone, gli occhi celesti ed era tutta diversa da lui. Non aveva davvero i mezzi per corteggiarla.
Dette un altro sguardo alle gatte  che, intanto, continuavano a fargli su e giù sotto tana: riprese a sbadigliare perché adesso gli piacevano ancor meno.
Timidamente osò volgere gli occhi verso la straordinaria fanciulla, che al momento stava usando una lisca di pesce come stuzzicadenti, e gli tremarono le zampe, tutte e quattro.
Dapprima tentò di dimenticarla, senza riuscirci per niente. Allora decise di fare una cosa assolutamente indegna di un capo branco come lui e venne a patti con il re dei topi.
Essi gli avrebbero portato i resti più squisiti dei ristoranti che stavano nei dintorni ed egli li avrebbe lasciati in pace.
Le tangenti furono tanto abbondanti che Kalòs aprì un’osteria per camionisti ed arricchì rapidamente. Si poté permettere di farsi decolorare tutta la pelliccia all’istituto di bellezza gattesca e fu trasformato in un finto siamese, ma aveva ancora gli occhi verdi. Due lentine del più puro celeste ovviarono all’inconveniente, si procurò un albero genealogico falso (e costosissimo) da tenere sempre in borsello, come fanno tutti i siamesi doc, e fu pronto per presentare la sua richiesta di matrimonio.
Intanto la professoressa Menichella e la sua amica piansero perché il gatto non era più tornato.
Le nozze furono sontuose, gli sposi erano entrambi pazzi l’uno dell’altra e passavano tutte le notti sui tetti a folleggiare. Subito lei restò incinta.
Quando nacquero quattro micini tutti neri, a lutto dalla testa ai piedi, la moglie sembrò impazzire dal dolore.
Appena Kalòs tornò a casa  ella lo accusò, miagolando forte, di averla
ingannata, egli cercò di negare, ma subito confessò: < Non volevo perderti. >
Le raccontò, in ginocchio, tutta la storia, intanto i quattro neonati poppavano avidamente come niente fosse.
< E così ho sposato un plebeo, un bugiardo raccolto da  una vecchia pazza nella spazzatura > urlava lei soffiando, < non ti accostare, sai, non mi toccare, non voglio più vederti. Portami il telefono. >
Egli obbedì prontamente, come del resto aveva sempre fatto per ogni suo desiderio, lei chiamò i carabinieri e lo fece arrestare. Lo portarono via in manette.
Gli fecero le foto segnaletiche e lo chiusero in cella insieme a delinquenti degni di lui.
In tutto quel traffico gli caddero le lentine, che andarono perdute, e si vide subito che gli occhi erano verdi.
< E così hai fatto finta di essere un siamese per cuccarti la nobildonna > miagolò il capoccia, un omone col cranio lucido e pelato, che tutti là dentro sembravano rispettare molto. < Di che colore sei al naturale? >
Per un attimo a Kalòs venne voglia di non rispondergli, ma poi ebbe paura di essere aggredito e confessò che era un gatto nero.
< Allora sei uno iettatore e porti sfortuna > gli rispose quello cercando comunque di attaccare briga, Kalòs non sapeva che fare né che dire, lo salvò il telegiornale, dove stavano raccontando la sua ignobile storia.
Il giorno dopo il secondino gli portò una lettera profumata al “Topo muschiato“, dentro c’era la foto di una gatta incantevole, bianca e nera, che l’aveva visto in televisione e si era innamorata di lui.
Col tempo il pelo di Kalòs tornò del colore naturale. Fece amicizia coi compagni di sventura e la gatta della lettera lo andò a trovare. Simpatizzarono. Quando infine egli uscì dopo avere scontato il debito con la società, la trovò ad aspettarlo in una piccola utilitaria, che si era comprata con i propri guadagni di avvocatessa alle prime armi. Sul sedile posteriore c’erano i suoi quattro bambini, che dormivano in un cesto: < Il tribunale ti ha assegnato i tuoi figli perché erano stati abbandonati dalla madre > disse la ragazza mettendo in moto. Kalòs inghiottì a vuoto, a disagio.
Adesso lei, bella com’era, non avrebbe più voluto un gatto nero con quattro figli neri, pensò.
< I piccoli sono deliziosi, educati, affettuosi > aggiunse la fanciulla sorridendo, < mi vuoi sposare? > gli chiese, < il tuo primo matrimonio è stato dichiarato nullo perché avevi mentito. >
Egli sentì una lacrima quasi umana che gli scivolava da un occhio, a destra o a sinistra, non sapeva.
< Sì, cara > rispose, < grazie, cara. >
Durante il viaggio di nozze fecero una visita alle due vecchie pazze, che li invitarono a pranzo insieme ai figli, e vissero sempre felici e contenti.
Perché spesso, a sapere guardare nella vita, tutto ricomincia proprio quando sembra che non ci sia più niente da fare.

Autoritratto di Mimma con Kalòs
            
                                                                     Domenica Luise
                        (Autoritratto ad olio su tela di Domenica Luise;
                                       fotografie di Domenica Luise e Maria Perrini)

 
 
 

Celestina

Celestina

 
Miagola, soffia, difende il suo bambino
con pelo ritto e l’occhio glauco minaccioso
improvvisamente tigre. C’è un canto assordante
 di vagiti gemiti fusa invocazioni
e gridi. Siamo noi sul pianeta
anch’esso azzurro tra i deserti di sangue.
 
Qua in mezzo
il mio sussurro. Soffio lieve
alla tempia che sogna e gioco
o la sferzata che piaga l’osso a stroncare
nell’immensità dentro e intorno.
 
Il mio nome è Celestina
anche se ho gli occhi marroni.
 
 L’amore.
 
Oh, sì: l’amore, null’altro.
 

                                                Domenica Luise
                                                               
                                                                  (Fotografia di Iole Luise)

 

Il cuore di un cane

LupacchiottoLupo Cuordileone

Avrebbe fatto di tutto per la sua padrona, anche se era nato timido e, forse, vigliacco. Da piccolino lei gli metteva il guinzaglio e lo portava a spasso sulla Nazionale, non per un lungo tratto, ma Lupo, nome solenne e ben poco adeguato, aveva terrore delle macchine, che sfrecciavano noncuranti dei limiti di velocità e soprattutto si impuntava alla vista degli autotreni sbuffanti, puzzolenti e minacciosi. Allora la padrona lo portava in una traversa che giungeva fino al mare, che però egli non poté vedere mai perché sulla destra, in un giardino recintato, c’erano due cani che facevano la guardia e gli abbaiavano contro selvaggiamente. Anche di quei due lui aveva terrore, così la padrona tornava sulla Nazionale, dopo avergli detto, con grande pazienza, che non c’era nulla da temere perché i cani erano chiusi, girava verso destra quindi non verso casa, ma egli era contento perché lo portava dalla fotografa, la prima volta Lupo ebbe la ciotola con l’acqua e subito gli scappò la pipì per tutto il negozio, vide che la padrona, tutta rossa, si scusava e che la fotografa, sorridendo, puliva come se invece le facesse piacere, la seconda volta pure. Entrambe le volte, all’uscita, Lupo tirava il guinzaglio con tutte le forze a sinistra, per tornarsene subito a casa.
                Per questo la padrona lo ribattezzò Lupo Cuor di leone e da allora rinunciò alle passeggiate fuori dal suo spazio, sarebbe a dire dallo spazio del cane,  che era abbondante. Tutto il giardino, davanti, intorno e di dietro, gli apparteneva indiscutibilmente. Lupo faceva la ronda, specialmente quando appariva la padrona, per farsi bello davanti a lei, abbaiava con impegno contro chiunque passasse sul marciapiede e segnalava che la zona era sua con i propri escrementi liquidi e solidi scrupolosamente esibiti davanti al cancello, cosa che non poche volte causò non profumate pedate della padrona, sorella, nipoti, cognato, parenti, amici e conoscenti distratti o ignari. Lupo era un bel cane, un incrocio ben riuscito, nero rifinito di bianco, una specie di pastore belga molto morbido, con grossa testa e robusti pettorali, orecchie sempre tese, coda piumosa e fieramente arricciata sul cocuzzolo, sguardo marrone. E’ vero che non era nemmeno niente di speciale, ma sembrava bello alla sua famiglia, specialmente alla padrona, e tanto gli bastava. Da ragazzo appariva al fischio, dopo però divenne sordo e doveva, con vergogna, orientarsi tramite i gattini, che pure riconoscevano il fischio e volevano bene alla padrona. Lupo li tollerava, era un bravo cane, una volta sola aveva addentato l’orecchio alla rossa, di nome Marilina, perché proprio quella non lo temeva anche se lui era tanto più grosso ed un cane, per quanto vigliacco, ogni tanto perde la pazienza.
Gli piaceva molto mangiare nella propria ciotola di plastica arancione ai piedi della padrona, il mattino, lei si metteva seduta sugli scalini dell’ingresso e lo vezzeggiava dicendogli che era bello e sincero.
Mimma con LupoQualche volta, più contenta, incominciava a
cantare ed anche se egli, ormai, non sentiva più bene, quello che gli arrivava del canto felice lo spingeva a saltare di gioia dimenando più fortemente la coda. Guardava la padrona con tutto il suo cuore di cane, la festeggiava ogni volta che entrava ed era triste ogni volta che usciva, gli cadeva giù la coda anche se lei gli diceva che sarebbe tornata presto. Non avrebbe voluto farla arrabbiare, ma ogni tanto capitava perché aveva bisogno della sua tenerezza oppure gli veniva fame e la chiamava abbaiando dietro la porta e facendosi tutte le finestre ad una ad una fino a quando magari lei spuntava, con gli occhi semichiusi perché stava facendo la pennichella e una bottiglia d’acqua in mano, lo sgridava e lo spruzzava, brutto segno: Lupo scappava e non si sentiva più…fino alla prossima volta.
Il quindici di marzo la padrona uscì, Lupo aveva mangiato al mattino con appetito tutto quello che c’era nella ciotola, sembrava in perfette condizioni, ma quando la padrona tornò lo trovò buttato per terra, che rantolava con la bava alla bocca. Si era fatto addosso i suoi bisogni, nei quali giaceva senza dare segni di riconoscerla. Subito lei telefonò al veterinario, che le parlò di stato preagonico del cane, la padrona scappò in farmacia e gli fece una puntura sul dorso. Più tardi arrivò il veterinario, che confermò la diagnosi: Lupo stava morendo.
Gli fece altre iniezioni, ma così, per scrupolo. Quando se ne andò la padrona pregò per lui e disse al Signore:
< Non farlo morire adesso che sono da sola. Se Tu vuoi, Tu puoi guarirlo >.
Poi la padrona se ne andò a fare la pennichella, però quella volta non poté dormire anche se lui non abbaiava dietro la porta né sotto le finestre. Poco dopo tornò, mise la sedia di plastica bianca accanto a lui, che giaceva sempre per terra e gli disse: < Non darmi il dispiacere di non riconoscermi >.
Subito, all’istante, Lupo sentì qualcosa che gli riscaldava le vene scorrendo forte, si alzò, il suo pelo così morbido divenne nuovamente lucido, le si mise di fronte, muovendo dolcemente la coda ed aspettando le carezze, che non mancarono. La padrona restò a lungo con lui, che dapprima era un po’ malfermo sulle gambe, poi prese forza, fece pipì, mangiò i croccantini, bevve l’acqua, riprese a girare per il suo giardino e, quando lei sbalordita rientrò in casa, si rimise a fare la guardia e ad abbaiare.
Per altri quaranta giorni Lupo stette con me. Perché questa è una favola vera, avvenuta proprio così. Pimpante, allegro, affettuoso. Ebbe solo un altro malessere il mattino di Pasqua, e quella volta non ero da sola, ma con mia sorella, il cognato, Giovanni e Maria Chiara. Gli passò subito tutto al pensiero: “ Signore, non farlo morire proprio il giorno di Pasqua”.
Lo vedevo in perfette condizioni e partii per tre giorni di convegno, mentre ero lì, il mattino del 24 aprile, lo trovarono morto in giardino sotto la cycas ed i suoi cari, venuti apposta da Messina, lo hanno seppellito in giardino ed io non c’ero a fargli l’ultima carezza, ma gliene avevo fatte tante prima.
Sei stato l’unico cane della mia vita e mi ricorderò sempre del tuo sguardo marrone posato su di me. Nessuno al mondo mi fissa con tanto amore e non si stanca mai di me.
Sono anche sicura che adesso tu provi le carezze divine ed hai in Paradiso una tua coscienza d’amore: te la sei meritata.

                                                                Domenica Luise

( Fotografie di Domenica Luise. La mia foto con Lupo è stata scattata da un allievo )
 
 

Papà Espedito


Papà che suona il violino
Eccolo qui mentre suona il violino, in una bella fotografia scattata
da sua figlia Iole nell'ingresso di casa, che allora era verde pallido
ed ora è diventato la stanza di Mariachiara.
Suonava anche, a orecchio, la chitarra, il pianoforte e il mandolino.
Col tamburo non penso abbia mai provato. Cantava, da tenore,
alcuni pezzi di opere liriche e canzoni antiche napoletane.
Scherzoso fino all'ultimo, ma profondamente solo nell'intimo.
Il suo ultimo desiderio fu di mangiare un babà al rum.
Prima andammo in chiesa, dove volle confessarsi e fare la Comunione,
dopo entrammo in pasticceria. Ricordo la faccia del signore che lo servì
quando vide quel vecchietto rifinito che, con gli occhi luccicanti, chiese la sua leccornia. Gli mise in una vaschetta bianca di plastica un babà grosso grosso
e la riempì di rum fino a metà. Pagammo col cuore strizzato.
Poco prima di morire ci disse: < Stanotte ho visto ( sognato? )
la Madonna con tutti i santi. Lasciatemi andare >.
E pochi attimi prima: < Io vado. Mangiate e non piangete >.

Facile a dirsi.
Nel punto finale volse gli occhi verso Iole ( io ero appena tornata a casa )
e le fece un gesto come a dirle che non era niente di grave.

Non solo cantava e suonava, ma anche dipingeva. Adesso smetto di parlare di lui
e vi presento quelli che chiamava " lavorucci ". 

Papà 2Papà 11

Papà 15

AlberiIl Cristo di papàUccelliniMercato 2Uomo solo di notte

Il primo è un acquerello in bianco e nero, il secondo e il terzo sono disegni a matita e gli altri tutti quadri a olio.

                                                

 

                 (La fotografia di papà è di mia sorella, Iole Luise,
                 le foto dei quadri sono mie)
                              Domenica Luise

Ulisse


Ulisse primo piano
Questo cagnetto dallo sguardo pieno di vita apparteneva
a Nefele ( Flavia Isetta ) e qui lo vogliamo ricordare nei suoi
momenti quotidiani più belli e qualunque.
Eccolo mentre gioca coi gattini di casa.

Coccole di Ulisse 2Coccole di Ulisse 1

Uli biscotto
E per concludere col biscottino in bocca.

Tu ci hai dato solo gioia.

Domenica Luise
Fotografie di Flavia Isetta (Nefele)

 

Lulù

Lulù con la farfalla
Scambiandolo per femmina, lo chiamai Lulù: era
un cucciolotto bianco pieno di fusa, crescendo si rivelò
un siamese con occhi azzurri e un carattere mite.
 Era sordo e forse non ha sentito arrivare quella
macchina che lo ha travolto. Qui lo voglio ricordare
in tutta la sua bellezza.
La farfalla è un fotomontaggio, l'ho presa
da una fotografia di mia sorella Iole.
                                                                     
                                     (Fotografia di Domenica Luise)

Mimma e le faccende domestiche

 Nocciolino accucciato


Mi sveglio con una poesia o prosa o quello che è in testa, però sembra poesia, stavolta l’intitolo “Il picnic dei nani”.

Giudicheranno i selvatici del club cos’ho scritto, nell’insieme ci azzeccano ed io mi diverto molto, qualche volta mi arrabbio, qualcuno pigro dice che non  sa scrivere i commenti, qualche altro fa finta di non vedermi dopo essere stato commentato, stavolta lo lascio smaniare, ah, ah, ah. Sennò che gioco è?

Oppure mi scrivono, tramite club, email affettuose e congratulazioni, ma in pubblico niente, peggio per loro.  Cattolica sì, cretina no: è il mio motto.

Chi mi vuole mi piglia, gli altri debbono mollare. E dire che sembro buona buona, anche i miei alunni si illudevano, eppure glielo dicevo: < Io vi boccio sorridendo >.

Bastò farlo una volta al raccomandato del preside, lo meritava in pieno. Si mise a studiare e mi disse: < Lo so che è stata lei a farmi ripetere l’anno, ma io mi sono affezionato >.

I ragazzi cercano sincerità e i poeti del club pure.

Vado a mettere i panni in lavatrice, speriamo che entrino tutti. Uffa. Odio le faccende domestiche. Sulla lavatrice c’è il sacchetto dei croccantini del gatto,  lo afferro e faccio per riempire il contenitore di plastica da buttare tra i panni sporchi al posto del sapone.

Me ne accorgo in extremis e meno male.

Tra poco arrivano la sorella, il cognato e i nipoti perché li ho invitati a pranzo.

Estraggo a viva forza  il sacchetto dei piselli, che si è ghiacciato e appiccicato nel congelatore, senza confonderlo né coi croccantini né con il sapone e li metto a bollire nell’acqua senza niente.

Come una ladra ritrovo due bocce di ragù pronto di una nota marca, tre ore di fatica risparmiata, lo mischio ai piselli, che così lo ammorbidiscono.  Nemmeno sotto tortura confesserei quello che ho fatto. Lavo subito le bocce e le nascondo in bagno, all’ombra.

E’ scomparso uno dei coperchi con sopra scritti titolo, ditta e immagine del piatto di pasta fumante, debbo ritrovarlo sennò mio cognato se ne accorge.

La lavatrice fischia come una locomotiva, il ragù coi piselli borbotta ed io sbuccio le patate e le cipolle per farle al forno: a Giovanni e Maria Chiara piacciono salate, stracotte e appiccicate per bene. Anche ai grandi, veramente. Ogni volta che sbuccio patate mi viene l’ispirazione, stavolta è duplice: la poesia appena sveglia e il racconto a mezza mattinata. Sono le dieci e cinque,  mi ricordo di prendermi i miei tre quarti di anticoagulante quotidiano, che mi fa campare. Per vivere, invece, mi occorrono la fede e la poesia, in parole povere amore.

Le patate squillano dal forno, è finita la prima mezz’ora di cottura, vado a rimestarle e vedo che ho dimenticato di metterci l’olio. Lo aggiungo filosoficamente, le rimetto dentro per altri venti minuti, dopo di che vedremo cos’ho combinato stavolta e se fanno o no la crosticina che piace a tutti noi.

In questa casa le patate vanno a sacchi.

Per secondo, quale raffinatezza, preparerò filetto ai funghetti champignon trifolati: qui quelli che vogliono affrontare la mia cucina mangiano solo champignon perché gli altri  tipi di funghi non mi piacciono.

Naturalmente aprirò un sacchetto surgelato senza confonderlo coi croccantini, col sapone e nemmeno coi piselli. Una volta sola in vita mia ho ripulito i funghi freschi e ne conservo ancora il trauma.

Uffa. Il pavimento è sporchissimo,  andrebbe almeno spazzato, lo farò a fine pranzo.

Meno male che arrivano sempre in ritardo, ai ragazzi la mattina piace dormire quando sono liberi e mio cognato va in campagna prima, a raccogliere le uova e fare mangiare le sue galline.

E’ un contadino mancato.

La sorella, Iole, mi consegna le uova: “ Queste sono di stamattina, queste di ieri “.

I ragazzi corrono ad assaggiare le patatine.

Il cognato annusa l’odore del ragù e afferra la pentola grande dove facciamo la pasta.

Il gatto gli ha fatto l’incontro, li ha accompagnati in casa e adesso si striscia scrupolosamente sulle gambe di ognuno, alla fine dà una ripassata anche a me. Tutti lo coccoliamo e lo chiamiamo Nocciolino perché ha le macchie e gli occhi arancioni.

Lui risponde con miagolii a modulazione di frequenza, poi resta a bocca aperta a guardarmi, come mi sento ammirata.

 

Mariachiara e Nocciolino

Conclusione:  grande successo delle patate  infornate senz’olio per la prima mezzora, come sono morbide, come sono buone. Non ne è rimasto niente. Abbiamo creato una nuova ricetta.

 

Anche il ragù con i piselli è andato bene, il filetto e gli champignon trifolati. Ci siamo dimenticati soltanto i pesciolini crudi macerati nel limone, ne assaggiamo uno per devozione io  e il cognato, che li ha preparati, ne sono golosissima.

 

Alla fine un vinello dolce zibibbo e la torta fatta dalla sorella e dalla nipote. Signori, qua c’è gente che mangia. Concludiamo con un robusto caffé , Maria Chiara ha pietà di me e si fa la cucina, Giovanni intanto mi mette a posto il videoregistratore che ieri sera ha perduto i canali, mio cognato si fa consegnare le ricevute della farmacia da inserire nella mia dichiarazione dei redditi,  la sorella osserva i capelli che sono scoloriti e pendenti e decide che andremo insieme dalla parrucchiera nei prossimi giorni, Nocciolino entra ed esce, è il padrone di casa, lui.

 

Domenica Luise

 

(Fotografie di Domenica Luise)

 

Mimma e Nocciolino

Mimma e Nocciolino
Queste fotografie risalgono all'estate del 2007
e qui si vedono la prof. Domenica Luise col suo gattino,
una delizia di affettuosità ronfante.
Il tempo di crescere e un brutto giorno non è più
tornato a casa.
Con lui voglio iniziare una nuova categoria,
 " Gli indimenticabili ".
Se volete, potete partecipare. Sarà un modo
per non farli scomparire del tutto.

(Le foto dove ci sono io sono state scattate da mia sorella Iole Luise,
quella del micio in primo piano l'ho fatta io)

                                                Domenica Luise