Tamburimbum

Una farfalla bianca batte
amor dolore gioco
e non sa darmi risposte
che ho smesso di chiedere.

 Però c’è il velo, il serto e i profumi.

 Chi guarda non vede, ma nemmeno guardano.
Ricevo le notizie dal buco del salvagente
sussurrate nell’orecchio poetico
e vado in delirio. Il pianeta
si torce nel parto.

 Questo amore è una freccia da parte a parte
fiamma ossidrica all’anima, nube di fumo
e petalo di pesco che buca la corteccia, fiore
frutto e nocciolo di vita
in abbraccio.

La speranza osa vette inaspettate
a riposare i silenzi.

Adesso raccolgo le mie reliquie
d’oro d’argento sangue e carne. C’era una volta
un’usignola non più stonata. Il tempo
batte la sua vittoria, e dopo?

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

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Il ladruncolo

Il postino Michele si sentiva furbo e apriva l’enciclopedia delle cartoline alla quale si era abbonata la maestra del paese, toglieva la cartolina omaggio autentica che c’era in ogni uscita e la regalava a sua moglie per la raccolta.  Rideva e le raccontava che lei, col bastone e tutta quella pancia, era andata dal direttore della posta a protestare personalmente e come lui le avesse risposto che da Milano alla Sicilia il cammino era lungo e vacci a capire chi apriva i fascicoli e si sgraffignava le cartoline. Rosetta, la moglie, gli faceva cenno che non parlasse davanti alla figlia di tre anni, ma Michele sghignazzava: <Che deve capire lei>.
Ogni settimana si portava a casa ora una rivista ora l’altra a cui erano abbonate le persone, sua moglie aveva delle preferenze: <Te le faccio avere tutte e due> rispondeva lui. Per sè teneva quella dei motori.
<In questo mondaccio vergognoso bisogna darsi da fare>.
<Ma se…>.
<Ma chi vuoi che se ne accorga?>.
<Allora tu rubi, papà?> chiese Menichella una volta masticando la polpetta.
<Come ti permetti, scema? Papà è l’uomo più onesto del mondo>.
<Stai zitta, tu> e Michele fece il gesto di picchiarla da lontano, Menichella sputò la polpetta e si mise a piangere nel piatto.
<Da domani passerò pure i volantini nelle buche della posta, tanto il giro debbo comunque farlo e sono sempre soldi che entrano. Ho preso la pubblicità del forno qui di fronte, di due supermercati, della gioielleria e della boutique, glieli infilo in un colpo solo>.
Era tutto casa e famiglia, mai che offrisse un caffè ai colleghi dalla macchinetta che tenevano negli uffici interni o salutasse entrando al lavoro, aveva altro da pensare, lui. E quando arrivò un tablet al figlio del capostazione la tentazione fu forte né egli resisté minimamente, aprì il pacco con cautela, prese l’apparecchio, che nascose nel cassetto chiuso a chiave della scrivania dove teneva, diceva lui, i documenti, cioè il suo gruzzolo segreto, e lo sostituì con pezzi di cartone della stessa dimensione. La faccenda gli prese tempo perché volle fare raggiungere al pacchetto il peso che aveva il tablet e così quel giorno, invece di distribuire la posta, la buttò direttamente nei bidoni della spazzatura: fatture, stampe, foglietti del volantinaggio e pubblicità per le prossime elezioni. Dopo di che consegnò il pacco angelicamente e intascò i soldi.
A pranzo si dimenava sulla sedia e aveva la testa al tablet, non vedeva l’ora di provarlo. Tutti dicevano quanto android fosse diverso da Windows, qualche suo collega affermava di avere avuto difficoltà, un altro vanesio si era portato l’oggetto del desiderio in ufficio e nell’intervallo aveva mostrato come si comandava col dito.
Ingoiò distrattamente la pasta col sugo dimenticandosi di metterci il parmigiano e le melanzane fritte.
<Che c’è, papà, hai rubato di nuovo?> disse Menichella, egli fece il solito gesto di picchiarla da lontano e la bambina, stavolta, pianse a calde lacrime nella pasta.
Dopo pranzo non poté farsi la pennichella come al suo solito, la testa era al tablet.
<Domani viene la mamma> disse Rosetta scrutandolo, <ha detto se può passare con noi il fine settimana. Ti prego, sii paziente con lei, è malata e non è colpa sua se è tanto seccante>.
Michele, stavolta, fu contento per la visita della suocera: così madre, figlia e nipotina avrebbero confabulato tutto il tempo e lui sarebbe rimasto a divertirsi col tablet.
<Ma certo, tesoro, va bene> rispose con aria tanto assente che Rosetta restò a bocca aperta. E l’aveva pure chiamata tesoro. Che ci fosse un’altra donna?
Ma Michele non poté resistere oltre, aprì il cassetto della scrivania e prese il tablet. incominciò a trafficare per metterlo in moto.
<Di chi è questo?>.
Egli si pentì subito di averlo tirato fuori.
<Di un mio collega>.
<L’hai rubato, papà?> chiese Menichella a voce alta e chiara rialzando la faccia dal tavolo ancora apparecchiato.
<Non l’avrai…preso> strabiliò Rosetta.
<Ma no, è di uno che non conosci e non lo sa aggiornare>.
In quel momento bussarono alla porta, Michele ebbe un sussulto e, nella fretta, nascose il tablet sotto un tovagliolo.
Erano il direttore della posta e il figlio del capostazione insieme. Michele assunse un atteggiamento stupito e, involontariamente, anche un poco stupido, con le labbra penzoloni e l’occhio spento.
<Oh, direttore. Oh, Francesco. Prendete un caffè? Come stanno mamma e papà? Allora, Rosetta, prepara un buon caffè>.
<No, grazie> dissero i due in coro. Il ragazzo teneva in mano il pacco del tablet che Michele gli aveva appena portato.
Il direttore raccontò come poco prima la signora che faceva le pulizie fosse andata a buttare un sacchetto nella spazzatura e ci avesse trovato dentro sparsa tutta la posta che proprio lui quella mattina avrebbe dovuto distribuire. Nel frattempo era arrivato nel suo ufficio Francesco e gli aveva fatto vedere come, al posto del tablet, ci fossero pezzi di cartone.
<Non ci posso credere> ripeteva il direttore. Il ragazzo, coi cartoni in mano, era lì muto che sembrava paralizzato.
Rosetta era scarlatta: <Ma non penserete…> balbettò.
<L’ha rubato papà> disse Menichella con un tono che sembrò d’orgoglio, <e l’ha nascosto sotto questo tovagliolo quando avete suonato>.

Domenica Luise 

 

Le cartoline che illustrano questo racconto fanno parte di quelle che si scambiavano mamma e papà nel 1939, durante il fidanzamento.

La non favola della struzza

Contro l’amore aveva sbattuto una sola volta nella vita, a sedici anni, e le era bastato per sempre.
La struzza Camilla, comunemente ingiuriata dalle proprie compagne di classe col soprannome di “Camomilla“, pensava che, invece, avrebbe sposato uno schifosamente ricco, fatto covare alla balia le proprie uova enormi ed ingurgitato scatole di cioccolatini con tutti i fiocchi.
Così voleva vivere. Una bella tana comoda, con villa e piscina, la servitù, la cuoca, i bambini. Ultimo nella fantasia veniva il marito: probabilmente grasso, calvo e attempatello. Da sopportare.
Quell’anno programmò attentamente le proprie vacanze, noncurante della madre, ormai al lumicino, del vecchio padre ubriacone novantenne con la cirrosi epatica e della zia Domenica, santa donna, che si doveva d’urgenza operare ad un ginocchio o sarebbe rimasta in carrozzina per il resto dei suoi giorni.

Tanto, i vecchi dovevano morire lo stesso ed i giovani vivere, pensò Camilla infilando i bikini in un angolo della valigia, le camicette trasparenti in mezzo, le minigonne dall’altro lato e gli abiti da sera più sopra stipati, era tutta roba che non si spiegazzava, impalpabile e molto sexy. Costosissima.
Aveva lavorato un anno per quella crociera facendo la cameriera nel bar sotto casa, spazzando, lavando e servendo folle anonime, affamate e presuntuose. Aveva risparmiato su tutto, mettendo da parte finanche le mance.
Adesso poteva tenere alta la testa coi grandi occhi espressivi, magistralmente truccati all’istituto di bellezza quella stessa mattina, prima di partire. Veramente le ciglia finte le pizzicavano un bel po’ le palpebre, ma vuoi mettere l’effetto speciale? Era dimagrita a furia di taccagneggiare e tutti potevano ammirare il suo collo alto e sottile, da giovane struzza appena diventata signorina. Certo, anche a lei veniva la tentazione di nascondere la testa nella sabbia, ma era una ragazza colta e sapeva che le sarebbe rimasto a vista tutto il retro e gli altri avrebbero riso. Ormai anche gli struzzi, su questo delicato punto, si sono fatti furbi.
Peccato che quei monconi di ali non permettessero più a nessuno struzzo di volare.
La nave era stupenda. Camilla vi salì con finta noncuranza, quando era piccola sua madre le diceva sempre : <Cammini come un pollo!>, ebbene nessuno, mai più, si sarebbe permesso qualsiasi battuta contro di lei.
Infilò uno dei bikini con reggipetto a balconcino, una camicia trasparente e sandali a tacco alto. Il cuore le batteva forte mentre ondeggiava i fianchi un po’ per civetteria e un po’ per tenersi in equilibrio su quei trampoli.
Nell’attimo in cui stava cadendo dalle scarpe, tastò una sdraio sulla quale si lasciò andare con ben poca eleganza.
Accanto un bellimbusto si mise a ridere. Camilla non si girò nemmeno, poco dopo venne il cameriere con un vassoio pieno di delizie :
<Prego, signorina, provi questa miscela di frutta ghiacciata con un filo di rum : si chiama “ Passione “>.Camilla, veramente, si era tenuta a dieta tutto l’anno anche per risparmiare. Aveva una fame da struzzo. <Grazie> cinguettò allungando la zampa. Bevve socchiudendo gli occhi dalla soddisfazione.
Il cameriere l’osservava un po’ troppo da vicino, allora lei gli restituì il bicchiere :<Vuole fare uno spuntino? Paté de foi gras ? Caviale e champagne ? Pizza capricciosa?>.
<Pizza capricciosa> scappò detto a lei. Subito dopo si pentì.
Si guardò attorno alla ricerca del probabile marito grasso, calvo e attempatello, ce n’erano parecchi, ma con mogli e prole.
Poco dopo il baldo giovine tornò con due pizze fumanti, la servì e, come niente fosse, si sedette sullo sgabello di fronte a lei e si mise a mangiare lui pure.
Bella educazione. Roba da denunciarlo al capitano della nave.
<Sono un inventore, ho appena brevettato e collaudato una macchina da volo per struzzi> le confidò.
Poveraccio. Cercava di diventare ricco e famoso con qualche marchingegno  da due soldi. Però era davvero un bel ragazzo, la pizza era buona e lei aveva fame arretrata.
Ingoiò l’ultimo boccone e fece finta di dormire senza rispondergli né dargli oltre confidenza. “Se ne andrà“, pensava.
Quando si svegliò, lui se n’era andato davvero e questo le dispiacque, sentì una puntura strana al posto del cuore.
Lo vide volare in alto sulle nuvole, sembrava un’aquila, tanto andava veloce. Insieme a lui c’era un’aquila vera, altera e bellissima, con grosso rostro, potenti unghioni ed una massa di capelli neri nel vento. Giocavano lassù e, infine, si baciarono. Tutti, sulla nave, puntavano il dito verso la deliziosa scena d’amore e di volo.
<Ah, il cameriere> commentò la struzza Camilla col becco storto.
<Quale cameriere? Quello è il figlio di mister Miliardo De Miliardis> le rispose una ragazza con cuffia da bagno e costumino olimpionico emergendo stillante dalla piscina, ed aggiunse: <Beati loro!>.
La struzza Camilla provò una puntura ancora più forte al posto del cuore, come quando aveva sbattuto contro l’amore a sedici anni. Si strinse nella camicia di seta trasparente così colorata, seduttiva, costosa e che non si spiegazzava mai.
Desiderò ardentemente una spiaggia per nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi primordiali e farsi un piantino in pace.
I due innamorati planarono armoniosamente sulla nave.
Casualmente egli le passò vicino, ma proprio non la vide più perché i suoi occhi erano rapiti dal volo, il proprio e quello della compagna.

Domenica Luise

Che titolo mettiamo al travaglio?

C’è tanta poesia a nutrire la fame e la sete
che gocciolano
trasudando. E quella musica
acuta, l’amore
tocca e affonda perdendosi il dardo
dentro di me. Attizzata sto.

 Col seno sussultante al volo. Talora
e spesso. Cieli grigio verdi ammassati.

La farfalla senza il suo fiore oblioso sbattuta
nuda. E le parole sono geroglifici
venuti dal delirio
storico: l’attimo
del big bang e fummo, come
perché ignoriamo, gigli
dalla melma. Sbocciati
e fonte di vita. Il telefono
mi chiama. Non so.

 Come una tunica di fichidindia
e scarpe a tacchi alti di acciaio inox
per una lunga strada, il ballo è servito
in fondo, nella grotta delle ossa paleolitiche
affossate. Una creatura solare
cordiale, sempre disponibile, non sappiamo
perché ha buttato i figli dal balcone
e poi si è suicidato.

 U ciriveddu umanu è na scaffogghia i cipudda  1)
diceva la mamma, che era saggia
e sapeva le cose della vita
dentro questa pallina a girare
cercando un nido e il ricordo di un tepore.

La mia borsa è un forno ardente dove
un punteruolo incide le poesie
fuoco in fuoco
abbagliando. Ed io
sono il libro senza prezzo che si apre
consumandosi. Filigrana d’oro e sigla al sangue, fusione
nucleare dell’anima mondo e universo
senza prima né poi.

 (1: Il cervello umano è una buccia di cipolla)

Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise

Poeti di oggi: Cristina Bove

I segreti della poesia di Cristina Bove stanno tutti nel suo animo e fuoriescono in parole zampillanti, il minimo delle parole per il massimo dei contenuti.
È una poesia a stratificazioni geologiche, se fosse un ortaggio sarebbe una cipolla e se fosse un fiore una rosa millefoglie.
Si va dalle zone profonde intellettuali a lambire piccoli ricordi di vita che si rimescolano deliziosamente oltre la pura razionalità eppure senza perderla.
Non è facile parlare di lei, che è la sua poesia, ma non è nemmeno difficile: ci vuole poesia.
Adesso sta per uscire il suo quarto libro di poesie, che qui l’autrice presenta su facebook quasi in sordina. È una meraviglia che non vedo l’ora di avere fra le mani.

Domenica Luise

Il quadretto

 La figlia del gioielliere e della gioielliera si sposava. Era una bella miciona raffinata,tutta bianca decolorata dalla testa alla coda  per nascondere le origini maculate bastardesche e poter sembrare  nobile come la figlia del medico e della farmacista, che poi, invece, usava di nascosto pure lei strane tinture a base di erbe preparate nottetempo dal padre. Il coniuge della gioielliera figlia era un magnifico gatto fumé, figlio del notaio e dell’avvocatessa ed avrebbe celebrato il matrimonio l’arciprete, detto “ Il rosso “ per gli straordinari riflessi del pelo, che egli, di nascosto come gli altri, curava con l’henné.
Tra loro notabili, certo, si frequentavano e si invitavano ai vari battesimi, matrimoni e magari funerali.
Ai gatti di seconda categoria, che abitavano nei pressi, mandarono una partecipazione affinché potessero invidiare l’opulenza del banchetto e sapessero che l’indomani, nei bidoni delle immondizie, ci sarebbero state molte lische e magari perfino un po’ di polpa avanzate. Si trattava di beneficenza: anche i gatti hanno un’anima.
La maestra Mammolina, che con il proprio stipendio non arrivava a vivere dignitosamente insieme ai cinque figli, tre maschi e due femmine tutti in giovane età, si era messa a fare lezioni private. Sicché la mattina sgobbava a scuola e il pomeriggio a casa miagolando sempre la stessa cosa: la e congiunzione e la è con l’accento sopra, la a preposizione semplice e la ha voce del verbo avere. I micini alunni la guardavano con gli occhi tondi, come stupiti, dicevano di sì, facevano le fusa, ma non capivano granché. Avevano, in realtà, la testa ai croccantini che avrebbero mangiato nell’intervallo delle lezioni.
La domenica era ancora peggio perché Mammolina doveva sbrigare le pulizie arretrate e cucinare mentre i figli, come tutti i giovani di quell’età, dormivano fino a tardi distrutti dalle pizze, dalle indigestioni di topolini di rosticceria con contorno di lische al forno e dalla discoteca della notte precedente.
Si alzavano a mezzogiorno passato, si leccavano il pelo e miagolavano che avevano fame.
Mammolina era ancora una bella donna con qualche opportunità e molta resistenza fisica. La notte dipingeva ed erano i suoi momenti migliori.
Quando ricevette, lei pure, la partecipazione di matrimonio della figlia del gioielliere e della gioielliera, invece di mandare il solito telegramma formale decise di fare un quadretto: una dolcissima maternità gattesca ad acquerello, in segno di augurio per la fecondità della giovane coppia.
Fu ringraziata caldamente, ma non aprirono nemmeno il pacchetto perché i fidanzati, in quel momento, non c’erano. Si aspettava una telefonata, una volta che avessero ammirato il suo piccolo capolavoro, niente. Dopo alcune settimane, un giorno che gli sposi la videro in giardino tutta sudata a caccia di un topo, le porsero, attraverso le sbarre del cancello, il sacchettino di confetti, guardarono l’orologio e dissero di avere fretta. Del quadretto non parlarono affatto.
La prima volta che Mammolina andò dal medico a farsi misurare la pressione, essendo egli andato al matrimonio, gli chiese se gli fosse piaciuto il quadretto così e cosà che lei aveva donato alla giovane coppia. Egli restò sospeso coi baffi all’aria. Era un brav’uomo e gli facevano pena i gatti di seconda categoria. Non sapeva come dirle di non avere visto affatto quel quadro tra gli altri regali tutti grossi, anzi immensi, lucidi e dorati, anzi d’oro.
Difatti la coppia felice dapprima conservò il quadro, ancora sommariamente avvolto nella carta regalo a minuscoli topi verdi, nello sgabuzzino delle scarpe.
Quando Mammolina fece la sua prima collettiva e vinse un piccolo premio: uno spillino da giacca in forma sorcesca, gli sposi andarono a guardare il quadro, videro che non era brutto e lo appesero in un angoletto buio del corridoio, dove si vedeva e non si vedeva.
La volta successiva Mammolina fece un’altra collettiva e vinse il terzo premio: una coppa d’argento col manico di legno sbalzato dove i figli si divertivano a tenere un mucchietto di nocciole e della quale erano orgogliosi. Gli sposi tolsero il quadretto dall’angolo buio del corridoio e lo misero nella stanza da lavoro, dove lui teneva tutti gli attrezzi di falegnameria e lei aveva la macchina da cucire e i vari cartamodelli che più le piacevano.
Quando, incoraggiata dai consensi, Mammolina partecipò ad un nuovo concorso, vinse il secondo premio ed ebbe un modesto assegno con una coppa d’argento più grossa, nella quale i figli misero le uova, e ce ne entravano parecchie.
Il quadretto passò dalla stanza da lavoro ad un muro spoglio della camera da letto, proprio di fronte alla finestra. Gli sposi si accorsero che era molto bello e gli fecero mettere una cornice più grande.
L’anno dopo Mammolina prese il primo premio, che era un assegno non tanto modesto ed una coppa d’argento grande come un’insalatiera dove i figli vollero tenere la frutta.
Un paio di mesi più tardi fece una personale con tutti i quadri venduti nei primi due giorni di esposizione.
Il quadro, stavolta sontuosamente incorniciato, fu trasferito nel salone dei giovani sposi e, quando i notabili del paese vennero a prendere il tè nelle tazze d’argento, fecero capannello per ammirarlo e ne intesserono le lodi. Tutti telefonarono a Mammolina con tanti complimenti e fecero le proprie ordinazioni prima che i prezzi delle sue opere salissero alle stelle.
Perfino l’arciprete le chiese un’Annunciazione per l’altare maggiore, sia pure con uno sconto, visto che si trattava della chiesa.
In quanto a lei, si sentiva felice. Creava. Comunicava e, cosa non spregevole, aveva denaro. Era diventata una gatta di prima categoria, ma questo la faceva solo ridere e non accettò mai i pressanti inviti dei notabili del paese a battesimi, prime Comunioni e matrimoni: < Debbo dipingere, non ho tempo, scusatemi tanto > rispondeva, e mandava un grosso regalo, anzi enorme, magari dorato o anche d’oro, ma non un proprio quadro : mai più.

Domenica Luise

(Fotografia di Domenica Luise)

Ninna nanna

 Guardare la vita negli occhi, come
l’aquila fissa il sole. Ci sono molte ali
e danze colori capezzoli succosi
abbracciandomi.

 Sulle tue ginocchia, dentro le montagne
mentre l’aria scintillava
al cerchio d’orizzonte. Tutti nel paese
favoleggiavano quanto fossi bella.

 E tu, pudica, passavi nella piazza
con la tua collana nera di vetro e strass
sopra l’abito rosa. Di cielo e di monti
la sintesi carnale al desiderio
e bocca al bacio. Rapida, che nessuno
ti seguisse
o ti potesse un attimo spiare
quando chiudevi il portone ed entravi
nei tuoi misteri.

 Anche i più vecchi che ti ricordavano
adesso sono morti. Ma io
guardo il sole, mamma, e
al canto
del buio accecato
affondo
così serena, così.

Domenica Luise

(Questa è la mia mamma alla fine degli anni trenta, poco prima di sposare papà.)

Poeti di oggi, Stefano Giorgio Ricci: I viandanti

Hanno occhi spiaggiati, quei morti,

e dormono in letti di sabbia,
in carezze scomposte nella mano.
Ciò che i pavidi vedono ombra
è solamente corpo straniero:
il nostro stesso corpo,
un corpo devastato dalla distribuzione del grasso.
Piangono angeli, i viandanti,
ed è pianto livido di ombre:
scrutate con dispetto,
esiliate in angoli di strada,
vendute un tanto al chilo.

 Dormono in suolo di ore cedute,
i viandanti, e non hanno ninnoli
nella voce quando narrano
i conti dell’esilio.

Vorrebbero un giocattolo nuovo,
i viandanti, e sarebbe il primo.

 

Tra le poesie di Stefano Giorgio Ricci, cariche di calda umanità e compassione, scelgo la seconda perché di queste ombre è piena l’Italia: fuggono dalla propria patria dove c’è fame, guerra e nessuna speranza, sicuramente hanno sognato a lungo sulla televisione italiana illudendosi che qui regalano soldi a pacchi a chiunque. Ci vedono vivere sontuosamente e che molti di loro sono arrivati e hanno fatto sapere di stare bene, forse hanno mandato qualche soldo alla famiglia, allora partono stipati sulle carrette del mare sperando che tocchi anche a loro una frangia di bene, una possibilità. Simili ai cercatori d’oro, vengono a morire spiaggiati come le balene, fatte per ben altri oceani profondi. Negli occhi spalancati di quei morti rimane lo smarrimento, il male, la paura.
Noi li vediamo come ombre ed anch’essi, i sopravvissuti al drammatico viaggio, hanno un pianto livido di ombre. Ombra corrisponde ad ombra, incomprensibilità non solo di lingua e di colore della pelle, ma anche di cultura e di animo. Eppure hanno un corpo come il nostro, che invecchia e il grasso devasta, ci guardano, quando sopravvivono, con i nostri stessi occhi. Sono uomini, donne, bambini, realtà concrete e dolorose, che ci mettono a disagio, sono troppi, pensiamo che portino malattie e delinquenza, rimandiamoli indietro.
Essi, quando possono farsi capire e narrano di sè, “non hanno ninnoli nella voce” : raccontano di miserie che noi italiani non abbiamo mai vissuto in prima persona, magari l’ultima volta avvenne durante la seconda guerra mondiale. I più poveri tra noi, oggi, hanno la televisione e il telefonino, magari anche un computer di seconda mano.
Invece la carne di questi “viandanti” è venduta un tanto al chilo: sono usati per prostituzione e trapianti di organi. Qui il mercato in Italia c’è e funziona, no come i giochini televisivi che privilegiano una volta ogni tanto un eletto o eletta fortunati.
Questi “viandanti” non hanno perduto i sogni, vorrebbero un giocattolo nuovo, il piatto e le tasche piene, un regalo per la sposa e i bambini o per la mamma che tanto patì e dai quali dovettero separarsi per sopravvivere.

“Viandanti” sono tutti gli esseri umani che calpestano il suolo: tutti uguali.

Domenica Luise

 

I misteri dell’Ermetismo: amor, dolore, gioco

La poesia universalizza tutto il dolore, l’amore e anche il gioco ironico umano. Si serve della parola finita per dire l’anima infinita, impresa incalcolabile. La traduzione nelle altre lingue limita ancora di più la purezza del concetto, che è già incalcolabile, sicché la poesia è un barlume imperfetto di una sostanza oggettivamente irraggiungibile. Da qui tutti i tentativi più o meno maldestri di agguantare una frangia del tappeto volante interiore, che sempre scappa su, giù e intorno: metafore, onomatopee, rielaborazioni, ermetismi e stranezze forzate fino a cadere nell’innaturale aggrovigliato, che è un limite grave della poesia odierna. La musica, invece, è un linguaggio universale, che non è necessario tradurre, più la comunicazione è semplice (sette note con annessi e connessi invece del dizionario e delle traduzioni) e meglio si dà e si riceve, ma serve un’interiorità maggiore sia da parte del creatore che del fruitore. Altrettanto vale per la pittura.
L’arte non si capisce senza cultura e studio, non si improvvisa né mi riesce a casaccio. Ignorando grammatica e sintassi nessuno scrive poesia con la scusa della libertà né posso creare un quadro astratto se non conosco i colori e il disegno. E se sono stonata come faccio a cantare o a danzare se sto paralitica in carrozzina?
Allora canto, danzo e dipingo in un altro modo: con la parola. Oppure faccio poesia ballando, dipingendo e cantando il mio mistero insieme a quello dell’umanità storica, così tutto diventa poesia, anche il dolore e il tormento, perché tutto è amore in un entusiasmante gioco perennemente creativo.
Oggi è il momento dell’osmosi tra le varie forme di arte, che si trasfondono l’una nell’altra agilmente, così come tutti i sentimenti umani si intersecano, uniscono, mescolano e vivono.

Domenica Luise

Vi annuncio con gioia che sul blog letterario collettivo Viadellebelledonne sono state pubblicate alcune mie poesie presentate da Cristina Bove.  Vi metto il link:

http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/10/05/domenica-luise-lusignola-stonata/#comments