Madre e figlio (pensiero mimmiano n° 13)


Maternità
L’amore è sempre materno perché contiene l’altro
e filiale perché gli si abbandona.

                                                         Domenica Luise

                                                                        ( Acquerello di Domenica Luise )
 

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Le leonesse e il matrimonio

 
Quando nella savana arrivarono le idee femministe, le leonesse capirono che avevano anch’esse i propri diritti  e si misero a protestare, con grande divertimento dei loro mariti i quali, dopo millenni di indiscussa prepotenza familiare e sociale, poterono, come al solito, ridere delle mogli, affermando che ruggivano in falsetto e con quelle vocine acute non avrebbero spaventato nemmeno un topo.
Compito delle femmine era procreare, crescere la prole, andare a caccia, trascinare la preda, macellarla, cucinare e fare i servizi domestici, mantenendosi sempre pronte ai desideri del proprio sposo più o meno fedele.
Così risposero i giusti coniugi, sorpresi che  le donne, stavolta, insistessero senza piegarsi alla prima zampata.
Le leonesse, un po’ innervosite, si organizzarono in sindacato e le loro portavoce, che si chiamava Selvaggia ed era una biondina niente male, lesse ai mariti, stavolta attoniti, un comunicato stampa: non potendo ancora, a causa dei capricci dell’evoluzione, i maschi partorire e fare i cuccioli a turno con la moglie, tutte le femmine del clan imponevano loro almeno di provvedere al cibo, anziché passare ventiquattr’ore al giorno a zampe all’aria comodamente serviti.
Sperduti e tuttavia con l’aria tracotante, essi tentarono, insieme, di braccare la preda, ma la gazzella gli saltò in faccia e se la squagliò, lo gnu li prese a colpi di zoccolo e perfino il topo gli girò la coda tornandosene a casa senza nemmeno agitarsi tanto.
Altro che ruggiti virili.
La sera rientrarono a zampe vuote inventando una storiella: l’uomo, col fucile, li aveva rincorsi tutto il giorno ed erano vivi per miracolo. Le mogli fecero finta di credergli ed apparecchiarono per loro quello che avevano preparato: brodino vegetale di patate, cipolle, pomodori e sedano con dentro un cucchiaino di sale.
Senza osare di lamentarsi i maschi, quella notte, se ne andarono a dormire tenendosi strette le zampe sulla pancia semivuota, che brontolava energicamente. < Cos’hai caro, hai fame, caro? > diceva la leonessa mielosa come mai era stata, < Ma no, cara, forse ho mangiato troppo di corsa> gemeva lui rigirandosi.
L’indomani le mogli dissero ai rispettivi coniugi, che nuovamente partivano per la caccia con aria finto – tracotante, di cercare pure le patate, le cipolle e i pomodori per la zuppa oltre che la carne. Al sale ed al sedano avrebbero provveduto loro, visto che ancora ne avevano.
Disperati, i maschi tennero consiglio, come se stessero organizzando una battaglia determinante, così decisero di procurare dapprima la carne, che era il piatto forte del loro menu, dopo avrebbero pensato alle verdure.
Quatti quatti e divisi in piccoli gruppi, si appostarono tutt’attorno, ma le loro prede subito ne sentirono l’odore nel vento e filarono via, finanche una gazzella vecchia scorticata e quasi moribonda gli fece in faccia una bella risata girandosi un momento a guardare tutti quei maschioni inesperti.
Allora cercarono di trovare almeno le verdure, ma tornarono a casa solo con erbe strane, dure, amare e tre, dico tre, pomodori rinsecchiti.
< Dov’erano patate e cipolle? Non ne abbiamo viste > .
Difatti, non sapendo che questi ortaggi crescono sotto terra, essi li avevano cercati, anche col binocolo, appesi ai rami dei cespugli.
Quella sera raccontarono nuovamente che l’uomo era tornato con altri amici e molti fucili, si erano appostati, li avevano circondati ed erano vivi per miracolo.
< La caccia non fa per noi, è contro natura > disse il capoccia del clan scuotendo la criniera.
< Allora domani andremo noi a caccia e baderete voi ai bambini > conclusero le femmine, che non aspettavano altro.
Ridotto a baby sitter, il re della savana dovette fare di necessità virtù.
< Papà, pipì >.
< Papà, pappa >.
< Papà, voglio la mamma >.
< Papà, giochi con me? >.
< Papà, mi racconti la favola? > .
< Papà, la ninna nanna >.
< Papà, pipì >.
La sera tutti i maschi erano sfiniti, coi figli che gli ballavano sulle pance.
< Almeno cucinate voi > dissero le femmine consolando i bambini che, appena viste le mamme, subito erano scesi dalle pance dei rispettivi padri ed avevano incominciato a piangere tirando su col naso che facevano pietà.
A cena la carne era coriacea e le patate sfatte, il tutto tanto salato da essere immangiabile pure per dei morti di fame come loro.
< Ma che avete combinato? > chiesero le leonesse volgendo gli occhi al cielo ed allontanando il piatto.
Il leone maschio capoccia sollevò la zampa con un’unghia all’aria:
< Insegnateci come si fa > ruggì a bassa voce.
Nel silenzio che seguì a quella sorprendente richiesta, le femmine sorrisero, era semplice, spiegarono, e li portarono davanti ai fornelli. In un lampo fu pronta una zuppa davvero speciale, che saziò tutti, cotta e salata al punto giusto, e da allora marito e moglie fecero le cose insieme e non ci fu né vinto né vincitore, né padrone né serva, né maschilista né femminista, ed ogni momento della vita divenne gioia.
 
                                                                   Domenica Luise
 

Sete

 Paesaggio infinito 4

I poeti cercano qualcosa
che non sanno né possiederanno mai
e tentano di dire
il quid e danzano creano
ri-creano, mai sazi.
 
Bambini col dito tagliato
e donne da venti a cent’anni, uomini
che muoiono dicendo mamma.
 
Le poesie respirano: sono cose vive.
E scorrono d’acqua e di sangue, talora
si alzano in torcia
per un guizzo della parola ignota.
 

                                                     Domenica Luise

                               (Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)

 

Il problema originale


L’uomo pensava aggirandosi nel Paradiso terrestre.  Sapeva che la conoscenza era dono divino e che sarebbe stato immortale e sempre felice e contento. Sorrise tra sè e sè colmo di gratitudine.
Stava seduto sull’erba accanto a un laghetto pieno di pesci  e giocherellava con l’acqua distrattamente.
<Ehi, che fai?> gli chiese una sirena, aveva volto e torso molto simili ai suoi, ma più delicati, lunghi capelli e una coda multicolore. Pareva di vedere la sirenetta della Walt Disney.
All’uomo, osservandola, venne la curiosità di toccare quelle due strane bozze che portava a destra e a sinistra, sapeva che si chiamava seno. Delle volte aveva visto sirene mamme coi piccoli che succhiavano all’una o all’altra di quelle bozze.
<Si guarda, ma non si tocca> disse la sirena, <ricordati che siamo nel paradiso terrestre>.
L’uomo sospirò ed annuì.
<Mi sembri un po’ triste stamattina> continuò lei acciambellandosi sull’erba, ed incominciò a cantare per rallegrarlo.
<Tu lo sai che in paradiso non si è mai tristi realmente, soltanto mi manca una persona che somigli a me, ma sia diversa. Vorrei crearla con la terra come fa Lui, l’ho osservato di nascosto quando ha inventato le conchiglie trilobate. Potresti farmi da modella?>.
<Iooooo???> chiese la sirena lusingatissima.
<Tu certo, non sei una bella femmina?>.
La sirena si mise in posa:
<Con la testa più alta e il braccio destro sollevato, ecco, adesso prendi una ciocca di capelli e sorridi>.
L’uomo ammirò il modo in cui il seno della sirena si protendeva e qualcosa gli si rimescolò, scosse la testa stranito per l’esperienza nuova.
Però che la parte inferiore del corpo fosse una coda di pesce non gli andava e così le fece due belle gambe lunghe e tornite, meno muscolose delle proprie.
Venne fuori un donnone col vitino sottile, la pancia sproporzionata e il seno indescrivibile per un blog serio come questo mio.
<Quella è brutta, piena di cellulite sul, sul… e sulle, sulle…non sono io> disse la sirena offesa e si rituffò nel laghetto.
All’uomo pareva bellissima e incominciò a lisciarla tutta con le mani bagnate d’acqua.
<Adamo, che fai?> disse una voce affettuosa.
<Oh, Signore, aiutami> rispose l’uomo, <sto creando la donna>.
<Ah, ah, ah> rise Dio, <ci vuol altro. Vedo che i capelli non sono rifiniti filo a filo>.
Allora l’uomo incominciò a rifinire i capelli a filo a filo, così ebbe il tempo di pensare perché ci volle un bel po’.
Quando i capelli furono rifiniti filo a filo l’uomo era esausto.
<Adamo, che fai?> disse Dio trattenendo una risatina.
Adamo giaceva su un’amaca di liane con le braccia penzoloni:<Signore, l’ho finita> ebbe la forza di rispondere.
<Veramente è appena sbozzata, di che colore li vuoi i capelli? Bruni mediterranei, biondi norvegesi, neri africani, rossi lava dell’Etna oppure castani?>.
<Non scherzare, Signore> rispose l’uomo, <mi è costata molta fatica. Tu che colore mi consigli?>.
<A te deve piacere>.
<Ho sonno adesso, Signore, non possiamo finirla domani?>.
<Ma certo, piccolo, dormi pure> rispose Dio. Appena Adamo prese sonno egli impastò di nuovo la terra, sorrise e la donna si animò. Era bellissima, con capelli e linea perfetti.
<Però non chiacchierare sempre> le raccomandò Dio. La donna si coricò accanto all’uomo e si addormentò. Nessuno può dire la gioia di Adamo al mattino, ma la sera la musica era cambiata.
<Parla sempre, Signore, non mi fa dire una parola> si lamentò l’uomo.
<Ci vuole pazienza, Adamo, sono i guai del matrimonio, anche lei è venuta da me, piangeva implorando udienza, dice che non parli mai. Vuoi che l’impasti di nuovo e te la tolga di torno?>.
<E cosa sarebbe di lei, Signore?>.
<Ritornerebbe terra e prato>.
<No, Signore, lasciamela, è talmente bella e affettuosa. Non fa niente se parla troppo, parlerò un po’ di più anch’io e vedrai che ci capiremo>.
Pochi alberi più in là Dio trovò la donna torva sotto un pesco in fiore.
<E allora cos’ha detto Adamo?> gli chiese giocherellando con una ciocca dei suoi capelli dorati.
<Che cercherà di parlare un po’ di più perché tu sia felice> rispose Dio.
<Allora mi ama davvero. Anch’io cercherò di parlare meno per farlo felice>.
<Ecco, così si fa> disse Dio.
                                                               Domenica Luise

 
 
 
 
 

La giostra dei cavalli rampanti

La giostra


 
Mi tocca qualche spicciolo, in silenzio a mani tese
sulla soglia dove già pongo il piede.
 
E gli altri continuano a girare.
 
L’eternità mi piega al cerchio, non so
come né quando, ma stringo
lo scialle a colori.
 
Ho ancora cristalli, arcobaleni
e pezzi di pane, luccico
di verde sul dorso come uno scarabeo
al sole.
 
Ed invento favole o appigli.
 

                                                                Domenica Luise
                                                   
        (Fotografia di Iole Luise)

 

Gli affamati

Il divoratore di dolci

In questa foto si può ammirare mio nipote Giovanni in fase di degustazione.
I dolci sono belli a vedersi, buoni da mangiare e orribilmente ingrassanti.
Giovanni, per tenersi in linea, fa sport e ad ogni pasto mangia il primo oppure il secondo. Ai dolci non rinuncia, ma è giovane e tanto basta.
Io, invece, sto riconquistando qualcosa di simile alla mia linea con l'eliminazione totale dei dolci, ho finanche sostituito lo zucchero nel caffelatte con l'aspartame. Abuso di frutta e verdura, soprattutto mele verdi e ho portato al minimo i farinacei e i grassi.
Mah. Glicemia e colesterolo ancora piangono, ma persisto, perdo i chili lentamente, ormai sono dodici di meno da fine gennaio.
Salgo e scendo le scale senza più aggrapparmi né affannarmi, non è piccola conquista.
Tutto sta a non ricominciare coi biscotti nel caffelatte, mi ci verso i cereali classici, che sono buonissimi e chi si contenta gode.
Se siete in dieta non  eccedete con i sostituti dello zucchero, non ve n'è bisogno e non fanno bene. Pare che il nostro cervello divenga succube dello zucchero semplice. I primi tre o quattro giorni di dieta sono penosi, dopo ci si abitua sempre più, specialmente quando si chiude docilmente al giro vita il nostro pantalone ancora nuovo nel quale tre mesi fa scoppiavamo.
Ogni sei chili eliminati è una taglia di meno: pensiamoci. Non per vanità, ma per la salute. Solitamente si può stare bene, malgrado la ciccia, fino a quaranta, quarantacinque anni, il colesterolo, i trigliceridi e il resto sono ancora accettabili, dopo di che, dall'oggi al domani, la situazione precipita e ci ritroviamo con 312 di colesterolo e il diabete incipiente.
Mi viene in mente un verso di Dante: "Qui si parrà la tua nobilitate".
Che in questo caso significa: qui spiccherà la tua forza di volontà.
Se poi la carne è debole e ogni tanto peccate a base di pasta al forno, gelato al gianduia sia pure senza panna, parmigiana con le melanzane cotte in padella inaderente e grazioserie del genere, niente paura ricominciate subito senza rinunciare. Uno sgarro, ogni tanto, ci sta bene, non lo consiglio perché dopo vi ritroverete più deboli, ma se capita pazienza. Almeno, non esagerate.
Niente doppie porzioni.
E adesso ditemi: come fate a mantenervi magri? Fuori i trucchi.
E confessate: come, eventualmente, avete fatto a ingrassare tanto?

                                                                         Domenica Luise
                                                                 ( Fotografia di Mariachiara Crisafulli )

Il giardino delle delizie

 

 
Una volta, nel 5126 d. C. , il Club Femminile Mondiale fece un concorso: tutte le femmine di tutti gli animali dovevano creare una cosa assolutamente mai vista prima perché tutto, ormai, era stato inventato e più nessuno al mondo aveva bisogno di niente.
La natura, difatti, si era stabilizzata al culmine dell’evoluzione, le razze erano perfezionate, i cromosomi autogestiti procreavano il numero di figli necessari al mantenimento di tutte le specie. La vecchiaia non veniva più per nessuno, le malattie, raffreddore compreso, erano state sconfitte già un migliaio di anni prima e, del resto, i germi non esistevano più essendo l’aria totalmente purificata.
Il dolore fisico e morale era stato eliminato e, quando una vita vegetale oppure animale era giunta a compimento, si disfaceva in polvere per autocombustione, che era stata inventata solo da cinquecento anni.
Non esistevano ormai più le vecchissime macchine di locomozione, tipo aerei supersonici oppure astronavi perché il pensiero di ognuno era ipso facto plus motorio, bastava solo volerlo per ritrovarsi, che so io, sulla luna oppure su uno degli anelli di Saturno, là dove si desiderava, ma a nessuno piaceva più viaggiare.
Tutte le specie animali, anche l’uomo, potevano volare per autolevitazione e visitare i fondali marini a piacimento, respirando l’acqua per autossigenazione ,ma non lo facevano perché non ne avevano voglia.
Nell’età post paleolitica le donne, ed anche qualche uomo di buona volontà, dovevano preparare una cosa che si chiamava “ cibo “ e che traevano, con fatica, dalla terra. Un fastidio continuo. Invece ormai l’uomo, con tutti gli animali, viveva di sole avendo scoperto da un paio di migliaia di anni, l’energia sinergica oligo aerea. Aveva quindi totalmente perduto l’idea del mangiare e del bere, di conseguenza la comodità era che non occorreva andare in bagno.
Pur avendo riservato degli spazi ad ambienti di tutti i generi, con animali corrispondenti: praterie, ghiacciai e foreste tropicali, l’uomo si era tenuto quasi tutto il pianeta per sé , trasformandolo in un giardino di delizie, dove tutti vivevano in pace liberati da ogni bisogno.
Le formiche passeggiavano perché non occorreva più rifornire i granai, gli animali da preda sbadigliavano e i predati (o gli ex tali) sonnecchiavano a pancia all’aria. Perfino i salmoni si erano impigriti e non si sognavano più di risalire la corrente dei gelidi fiumi per andare a procreare nel luogo di nascita. Procreavano a comando là dov’erano. Tutti, ormai, mantenevano la linea senza problemi perché il peso ottimale veniva stabilizzato in modo automatico durante il concepimento.
In quanto allo studio, era stato abolito e considerato superfluo subito dopo l’epoca dei computer. In realtà, essendo stato inventato il coordinatore mini dux  A Z sette, bastava concentrarsi per accedere mentalmente a qualunque nozione e concetto di qualunque branca scientifica, letteraria e storica, ma nessuno si voleva sforzare perché non erano più curiosi come i loro antenati.
         Così gli esseri umani incominciarono ad aggirarsi con le mani in mano, rimpiangendo i tempi quando le macchine gli facevano tutto  e loro, almeno, usavano l’intelligenza per premere i bottoni.
I più malcontenti, addirittura, avrebbero voluto qualche guaio: ai bei tempi c’erano le guerre, gli amori infelici, i politici e gli industriali ladri, tante ingiustizie sociali contro cui lottare e perfino la galera.
Non capivano bene cosa fosse la disoccupazione perché, da un migliaio di anni almeno, l’uomo si era liberato dalla schiavitù del lavoro, però un po’ di disoccupazione sarebbe stata uno stimolo. Una volta, almeno, avevano la casa autopulente da tenere in ordine, ma ormai non costruivano più nulla e vivevano nelle comode grotte naturali endoilluminate e circondate dal giardino delle delizie, che si estendeva a perdita d’occhio.
Né dovevano farsi i vestiti perché la loro pelle, opportunamente trattata alla radice cellulare con l’introduzione, una tantum, del gene chimico apposito, produceva una specie di setoso bozzolo colorato di un bellissimo giallo oro, che piaceva a tutti. Non era necessario nemmeno lavarsi né pulire non esistendo più sporcizia in nessun angoletto. Così uomini ed animali si annoiavano e non parve loro vero di partecipare al concorso, fosse pure senza premi.
Per un poco, su tutta la terra, ci fu uno straordinario silenzio: le femmine di tutti gli animali stavano pensando.
Infine la donna, giocherellando meditabonda con un pezzo di carbonella, che le era sembrato un rametto, involontariamente fece un segno arcuato sulla roccia della propria caverna e restò con la mano per aria e gli occhi sbarrati.
Era un gran bel segno. Una cosa mai vista.
Esitante, prolungò la linea a destra e a sinistra: < Queste sono le zampe > mormorò.
Dopo fece un cerchiolino ovale sul davanti: la testa.
Nella testa, due punti e un trattino furono gli occhi e la bocca; tante lineette parallele sul collo rappresentarono la criniera; un segno ondulato divenne la coda al vento.
La donna guardò la graziosa sagoma che aveva fatto e l’intitolò: “ cavallo “ .
Dopo uscì di corsa dalla propria caverna gridando: < Ho inventato l’arte! Ho inventato l’arte! >
Tutti ammirarono l’opera, anche se molti ne furono invidiosi.
La femmina dell’uomo vinse il concorso e gli esseri viventi incominciarono a litigare perché ognuno voleva essere il più grande artista, così ebbero di nuovo un problema a cui pensare e si sentirono soddisfatti.

                                                       Domenica Luise