Poeti di oggi, Annamaria Ferramosca: Per amore, solo per amore, primo quadro

mano
che raccoglie il tempo
lo dedica lo stiva
in questa tua materia del dono
ore non più volatili
s’addentrano
dal chiaro della soglia
nella fibra del legno

 disegno che ti cade dalle dita
è il tuo tempopensiero
la scommessa perfino
sul mistero della sposa la prescelta
da due: l’altro
che pure te ha scelto è l’Alto
e sfida il tuo coraggio
grati e lentissimi
i giorni del legno disperdono
tutte le ombre là fuori
dai rami   pigolii   prove d’ali
perché siamo in attesa di culle
e di angeli ancora
(quella folata improvvisa sulla fronte come un messaggio)

 ecco i passi e le scarne parole
di chi al crepuscolo ti porta il pane
in cambio di trucioli per il fuoco
e s’accontenta
di guardare in ginocchio
l’oggetto che ti esce dalle mani
guarito
è tempo del riparo
avverso alle solitudini
ritorno della cucitura
che guarisce lo strappo grido
della sedia appena reimpagliata
che vorrebbe ancora germogliare
ma parlerà solo di attesa
a chi vi si riposa

È come se le parole dei poeti moderni abbiano trovato una dimensione parallela alla concretezza ed ivi si aggirino con stili più o meno diversi, ma con un fattore comune: il bisogno di oltrepassare la realtà concreta alla ricerca di una profondità comunque inattingibile per il mistero oscuro di cui è fatta, che è il midollo dell’uomo ed il suo perché.
Qui la poetessa si rivolge alla mano di Giuseppe, che trasforma le ore del suo lavoro in legno e le concretizza (ore non più volatili), ma non è un semplice falegname che produce trucioli e oggetti, il tempo per lui è pensiero, è scommessa su quella sposa scelta anche dall’Alto perché divenga madre di Dio in terra.
È una sfida al coraggio di un uomo, che deve credere contro ogni logica, cosa del resto richiesta a tutti gli esseri umani della storia anche se nessuno mai si è ritrovato la sposa incinta per azione dello Spirito Santo.
Certamente l’Alto ha saputo come convincere Giuseppe dell’innocenza di Maria (quella folata improvvisa sulla fronte come messaggio) e tutto questo pensiero del falegname durante il suo lavoro si mescola alle visite dei clienti e dell’amico che alla sera gli porta il pane (sono tutti poveri) in cambio di trucioli per il fuoco e si accontenta di ammirare la sedia reimpagliata uscita come nuova, guarita dalle mani di Giuseppe, fatta per riposare e parlare di attesa: la condizione terrena di tutti gli esseri capaci di pensiero.

Domenica Luise

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Illusioni

 

Abbiamo mescolato un po’ di fiaba
per sopravvivere. Un surrogato
inodore incolore insapore
e perfettamente inesistente.

 Meglio del nulla assoluto.

 E poi
potrebbe sempre esserci qualcosa di vero
se tutti lo dicono.

La bacchetta magica e il principe azzurro
risolvono molti problemi. Allora
ci distraiamo. Distogliamo
gli occhi dal campo di battaglia
e facciamo le parole crociate
invece della croce che tutti ci piglia.

Il tempo è passato, il film
è finito. Bisogna alzarsi
dalla poltrona di pietra
verso un’uscita a sorpresa.

Domenica Luise

Pittura a smalti su pietra di Domenica Luise

Iris e il broccoletto

Foto n° 1) Appena la padroncina piccola mi dà un bacio subito mi scappano le fusa, lei si chiama Giada e la foto è opera di sua mamma Enza.

 Foto n° 2) Questo l’ho rubato in cucina, hanno detto che si chiama broccoletto. Ha lo stesso colore della mia erba gatta, deve essere squisito.

 Foto n° 3) Meglio guardarlo da vicino prima di assaggiarlo, non sono sicura che sia un cibo gattesco. Loro non mangiano mai i miei croccantini e le polpette in scatola, chissà perché, non gli piacciono nemmeno i topi.

 Foto n° 4) Non resisto, è buonissimo, credo di avere tendenze vegetariane proprio come la padrona grande.

 Foto n° 5) Dopo un buon pasto mi viene sempre sonno, scusate se sbadiglio senza mettere la zampa davanti alla bocca, ma approfittate pure se volete dare uno sguardo alle mie tonsilli.

 Foto n° 6) Prima di addormentarmi ho sentito che ridevano perché sono rimasta a pancia all’aria. Quel broccoletto mi è venuto pesante.

 Domenica Luise

Fotografie di Enza e Giada Donato

Il velo della sposa

Irregolare simbolo doloramoroso, volo
pindarico del sogno
di notte per sfuggire agli inseguitori
aspiranti stupratori.

 Porto il sangue del cuore
dalla violenza della conoscenza
che infetta l’aria odorosa
e la risata dei tre anni. I monti
si fondono col cielo e quasi si sfanno.

 Sopra dentro intorno il buio.
“Siamo uomini”.

 Mi drogo di poesia e di dolore, rido
per non piangere. E racconto la favola
di un’usignola stonata che cantò. Come il ragno
intesso il velo da sposa, ma
non per catturare. E la corona di spine
ne è il diadema in fiore.

 Ho visto i miei figli torturati
umiliati e uccisi, io
sopravvissuta apparente.

 La poesia è una verità velata.

Muoio di poesia. Ogni colore è una parola
ogni parola un canto e il canto grido e
il grido dell’essere umano
è lo spirito dell’oltre.

Domenica Luise

(L’immagine è una rielaborazione grafica di Domenica Luise su un particolare del proprio affresco Le poetesse radiose).

La poetessa radiosa

C’era una volta una poetessa radiosa, che rideva sempre. Fu per questo che i suoi vicini, invidiosi di tanta bellezza ed allegria, incominciarono a dire che era scema. Parlavano spesso di lei, poiché non si poteva ignorare, si battevano più volte la fronte con l’indice e sussurravano a denti stretti :
<Poverina, resterà zitella>.
La fanciulla assistette meglio che poté i nonni, il padre e la madre, una vecchia zia sola e dopo si ritrovò in un palazzo vuoto, sua eredità.
I due fratelli e la sorella si sposarono ed ebbero molte cose serie a cui pensare, tanto lei era sempre contenta, beata lei, che poteva fare tutto quello che voleva, quando telefonava, ad ogni onomastico, compleanno e anniversario, aveva sempre il nitrito trionfale e mai niente di cui lamentarsi, non il mutuo, non le rate della pelliccia, non il morbillo, la tosse e l’influenza dei bambini, non i troppi compiti e i capricci dei professori, beata lei che non si era sposata.
Quando li invitava a pranzo tutti, a Natale, a Pasqua ed il primo giorno di primavera, la sua grande e strana casa trasudava fantasia ed opulenza: frutti, fiori, manicaretti inventati da lei e regali per ognuno di loro. Come si vedeva che era piena di soldi.
I suoi numerosi nipoti le volevano molto bene, si divertivano con lei, tutti le chiesero di insegnare loro a scrivere in un italiano perfetto e migliorarono rapidamente i propri voti a scuola, se ne tornavano a casa, ogni volta, con le braccia piene di cose: il pan di Spagna, la verdura selvaggia cotta e soffritta con uva passa e pinoli, un libro di favole, le rose per la mamma, la bottiglia di vino per il papà. Però non la cercavano mai solo per dirle:
<Ciao, ti voglio bene, come stai?> e, qualche volta, dimenticarono non dico il mazzetto di fiori per l’onomastico e il compleanno, ma perfino un biglietto o la telefonata dell’ultima ora.
Per quanto la poetessa fosse un tipo distratto, scema non era ed incominciò ad accorgersene. Si chiedeva cosa ci fosse in lei che non andava. Alcuni maschi bollenti, dai forti zoccoli ed animo battagliero, l’avevano invano corteggiata e tentato di accarezzarle la criniera. Infine venne un tipo pavido, con gli occhialini e la fronte sempre sudata, che le portava mazzi di fiori rubati ai cimiteri perché era taccagno e il palazzo gli piaceva. La poetessa radiosa provò una blanda tenerezza e finì con il fidanzarsi: ormai aveva trentacinque anni, i nipoti erano grandi, tutti accoppiati e motorizzati per conto loro, occupatissimi col computer, la musica e la squadra del cuore, i fratelli e la sorella sempre più disamorati, avevano già da tempo rifiutato gli inviti a pranzo e si scambiavano soltanto una cartolina a Pasqua e Natale. Aveva perduto la speranza e pensò che fosse meglio non restare oltre da sola in quella grande casa.
Egli veniva a pranzo, si presentava  alle tredici, affannato per il galoppo, si sedeva a tavola e faceva il pieno come se fosse un cammello e non un cavallo. Ogni volta si lamentava per le troppe cose da fare, gli impegni all’ippodromo, i fantini grassi e pesanti, gli altri cavalli tutti scemi e le cavalle tutte pettegole. Dopo pranzo si addormentava sul divano, le prime volte seduto normale, poi con le zampe su una sedia, infine con la cravatta slacciata, a pancia all’aria. E russava, pure. “Devo rassegnarmi“ pensava lei facendo la cucina.
I vicini non la sentirono più né ridere né cantare né nitrire, <Finalmente ha messo giudizio> commentarono, <meno male che ha trovato quel fessacchiotto disposto a sposarla>. E passarono a parlare di un’altra puledra, giovane e bella, che rideva sempre e si fidanzava con tutti.
Egli si svegliava, sbadigliava lamentosamente senza mettersi la zampa davanti alla bocca e si accendeva la televisione senza preoccuparsi di cosa piacesse a lei. Nel frattempo l’accarezzava distrattamente sulla criniera.
Venne la settimana prima del matrimonio e tutto era pronto, perfino i fratelli, la sorella e i nipoti avevano assicurato la propria presenza e, tutti insieme, avevano mandato un modesto regalo: due lumi di latta trovati al mercato, in stile antico.
Quel dopopranzo l’ometto aveva la barba lunga e la camicia non proprio di bucato. Dormiva sul divano dopo essersi tolto i calzini, che aveva lasciato cadere per terra poiché c’era caldo.
Lei faceva la cucina e piangeva senza potersi trattenere. Era dimagrita ed ancora più bella senza rendersene conto.
Gli preparò il caffè per quando si sarebbe svegliato.
L’ometto si stirò e sbadigliò nel solito modo. La poetessa gli porse la tazzina di porcellana, su cui era dipinto uno stallone in fase di salto in alto.
L’ometto bevve, goloso, senza ringraziare.
<Vieni qui> bofonchiò dopo, mostrandosi disposto ad un poco di tenerezza.
Aveva poggiato la tazzina per terra, accanto ai calzini maleodoranti.
La fanciulla restò in piedi, sulle quattro zampe appena tremanti, <Non ti sposo più> disse calma.
Egli, preoccupato, balzò in piedi:
<Perché? Cos’è successo ? Che ho fatto ?>.
<Niente! Niente!> nitriva lei sottovoce.
<Ma che ragione hai ?>.
<Nessuna! Nessuna!>.
Litigò come un pazzo. Le avrebbe dovuto restituire quei bei regali. Il cronometro d’oro, specialmente. Avrebbe perduto il palazzo, la modernissima stalla con l’aria condizionata, il servizio ristorante, il divano della pennichella, i soldi di lei. Lo scandalo! Lo scandalo.
Quando vide che le scappava da ridere corse in cucina al piccolo trotto e la minacciò col coltello per tranciare il pollo.
Dopo sembrò tornare in se stesso. Dette un ultimo sguardo al salone, ai quadri, alle piante, al mazzo di rose spampanate, che aveva raccolto quella mattina al cimitero, di lapide in lapide.
<Traditrice> sibilò. Arraffò i calzini, inciampò nel tappeto ed uscì.
La poetessa radiosa sentì sbattere la porta e si mise a cantare Nitrito d’Italia a voce alta.
L’indomani i vicini seppero che il matrimonio era andato a monte: <Lui l’ha lasciata> dissero, <lo sapevamo, non poteva durare>.
Il giorno dopo ancora la poetessa radiosa sentì un miagolio disperato venire dalla siepe e ci trovò dentro una gattina bianca e grigia, con una zampa rotta e l’aria affamata. La curò e divennero amiche, significa che la micia la seguiva sempre dovunque andasse, le saltava in grembo appena si sedeva e le faceva le fusa abbracciandola al collo con tutte e due le zampe. Proprio perché non aveva nessuna bellezza decise di chiamarla miss Italia.
<E’ pazza, parla coi gatti> dissero i vicini, sempre irresistibilmente attirati dai fatti suoi.
La sentivano ridere e cantare:
<Come sembra felice>.
<Poveretta, è spostata. Scrive sempre>.
<Nessuno la viene mai a trovare>.
<Né fratelli, né sorella, né cognati, né nipoti>.
<Forse perché è taccagna, non vuole nessuno in casa>.
<Certo, tutto quello che ha è dei suoi nipoti>.
<E chi lo dice ?>.
<Peccato, quella bella casa. Chissà quanti soldi ha>.
Una mattina videro un cartello con sopra scritto : In vendita.
Dopo tre mesi arrivarono i nuovi padroni, erano ricchi, fastidiosi, presuntuosi e con lo stereo sempre acceso a tutto volume notte e giorno.
<Questi non si sopportano> dissero i vicini.
<Era meglio mille volte lei. Brava persona>.
<Bella puledra, folta criniera, lunga coda, pancia ben pronunciata, ma agile> ammiravano i maschi.
<Generosa, aveva sempre una buona parola per tutti> tentavano di distrarli le femmine.
<Era pazza per i fratelli, la sorella e i nipoti, che pranzi gli preparava. Da me arrivava un odore!>.
<A me una volta ha regalato una pianta acquatica bellissima, quella con le foglie larghe>.
<A me chiedeva sempre del nonno, quando è stato malato>.
<Non si lamentava mai, dove sarà finita ?>.
<Forse i suoi fratelli lo sanno>.
Così telefonarono ai fratelli, che furibondi gli chiusero la comunicazione sul muso. Altrettanto fecero la sorella e tutti i nipoti, ad uno ad uno.
Alla fine, curiosissimi, osarono presentarsi in gruppo per chiedere notizie all’ex fidanzato, che quella volta, dalla rabbia, li inseguì al galoppo sfrenato correndo come mai gli era capitato nel corso della propria, moderata vita.
Tutti dovettero covare la curiosità fino a quando gli durò, sopportando gli schiamazzi dei nuovi arrivati.
La poetessa radiosa era partita con la sua gattina e nessuno di loro ne seppe più niente.
Si trasferì in Sicilia, in un paese di sole, e comprò una piccola villa rustica con giardino, dove potesse ridere e cantare senza che nessuno la sentisse.
Per questo la sua casa aveva intorno un muro assurdamente alto, tutto ricoperto da buganvillee viola belle, ma spinose. Dentro si sentiva sicura.
Ma un giovanotto, che l’aveva vista a messa, piano piano  fece un buchino nel muro col trapano e da lì la guardava giocare con la gatta, la sentiva ridere e cantare e sospirava, sospirava.
Per vedere meglio ogni giorno allargava il buchino, che diventò prima un buco e dopo un varco. Una mattina il giovanotto si trovò dentro e, prima di accorgersene, le si dichiarò ginocchioni.
Smarrita, lei si accorse del buco e gli chiese se non sarebbe stato più semplice suonare il campanello.
Scoppiarono a ridere insieme. Egli era uno stallone moro, con robusti pettorali e zoccoli scalpitanti, faceva un magnifico vedere accanto a lei, un po’ più piccola e tutta bianca con graziose striature argentee qua e là.
<Posso offrirti un caffè ?> gli chiese emozionata, poiché non sapeva come trattenerlo.
Il giovanotto sedette, composto, sul divano, con gli occhi ardenti che sembrava gli dovessero schizzare fuori dalle orbite. Prese la tazzina di porcellana, quella con il cavallo che saltava, gli tremavano le zampe e si affogò un poco nel bere.
Non osò sfiorarle la criniera, che lei quel giorno aveva sciolto sulla schiena.
Prima di andarsene promise che l’indomani avrebbe portato il cemento per tappare il buco e, da ora in poi, avrebbe suonato il campanello.

Domenica Luise

 

Mimmuccia a tre anni

Da bambina ero graziosissima, avevo scoperto che i grandi si preoccupavano molto quando mi vedevano imbronciata e così stavo sempre con la fronte aggrottata e le labbra all’ingiù, come si può ammirare nella prima immagine, che è un acquerello a china eseguito da papà Espedito su carta rosa. Invece la seconda è una fotografia. Quella mattina zia Maria mi pettinò i boccoli bagnandoli col limone e arrotolandoli, bisognava che reggessero per il tempo di scendere le scale e arrivare dal fotografo, il cui negozio stava di sotto, scattare la foto e poi sarebbero ricaduti e tornati lisci come sempre. Io odiavo i capelli lisci.
Quel sant’uomo mi sollevò in braccio come una piuma, mi piazzò sulla sedia fratino che serviva all’uopo e, poiché stavo tutta imbronciata nell’atteggiamento solito, mi ordinò: <Sorridi!>.
Messa in soggezione sorrisi ed egli, prontissimo, scattò.
Oggigiorno le modelle camminano nelle sfilate proprio come me  a tre anni, che sembravo tutta incazzata e sdegnosa. Sono stata un’antesignana dell’ultima moda.
Il vestitino di maglia ricamato era opera di zia Maria. Tutti i fiorellini erano di colori diversi a seconda dei rimasugli di lana disponibili, ma la fotografia era colorata a mano e così i fiorellini si vedevano in bianco e nero. Strillai come un’aquila e papà, coi colori a olio, li dipinse ad uno ad uno. Allora io andai a prendere il vestito, che tenevo sotto il mio letto di bambina in una scatola di cartone, e protestai perché i colori di papà erano diversi dai colori del vestito, lui si arrabbiò ed io tacqui: la lotta maschio femmina iniziava.

Domenica Luise

E per concludere vi pubblico la foto per intero, così potrete ammirare il lavoro del mio papà su tutti quei fiorellini.

Il volo dell’ape

Sembrava tanto il tempo
ma fu un soffio, vita
al mio orecchio. Tu fosti l’amore, mi cantò
le seduzioni, carta assorbente
del trasudamento. E mi tatuai in parole.

La ballerina bianca nel bianco
o l’invisibilità. Quel tutù
che batte capriccioso sulle punte
del precario equilibrio. E la luce, ma
l’abbagliamento. L’acuto dell’usignola
perfora nel midollo. Io tu
noi. La risacca.

Vado vengo andiamo
torniamo. Il respiro
nell’attimo e Messina dall’alto.

I miei titoli, favo di tenebre.

Domenica Luise

Fotografia  di Messina dall’alto di Mariachiara Crisafulli. È stata scattata dal quinto piano di un palazzo dal quale si godeva questa straordinaria vista con la Madonnina dello stretto in primo piano e le luci della sera.

Il figlio unico

Leopoldo crebbe prepotente e nevrastenico. In casa comandò lui dapprima coi vagiti, dopo coi capricci e alla fine con le scenate a mamma e papà, che lavoravano mattina, sera e notte per accontentarlo in tutto e dargli ciò che a loro era sempre mancato: cibo, gite, concerti di questo o quel cantante contorsionista che al momento gli piaceva, feste per ogni scusa: compleanno, onomastico, ricorrenze vere o presunte, abiti, accessori, telefonini che sempre dimenticava qui o lì e computer, tablet, provini quando gli venne in mente di fare il cantante lui pure col filino di voce sexy di cui era dotato, così rauco che era un dispiacere starlo a sentire. Unico figlio, si sa.
Con le raccomandazioni riuscì a prendersi il diploma del Professionale per l’industria e l’artigianato anche perché i professori non ne potevano più di vederselo intorno, con quell’aria ebete che assumeva a scuola e perdeva subito a casa. Dopo di che suo padre prese un caffè forte, si rimboccò le maniche e gli fece il discorso serio: voleva andare a lavorare oppure laurearsi?
Leopoldo nicchiò e disse che voleva continuare coi provini, ma era anche stonato e non di poco, le raccomandazioni non bastarono e dopo alcuni anni di vane speranze dovette desistere, allora  passò al tentativo di fare l’attore.
Mah. Nelle scene tragiche gli scappava da ridere e in quelle comiche pure, nelle scene di mezzo gli veniva da sbadigliare e nemmeno qui le raccomandazioni conclusero nulla. Incominciò ad accusare esplicitamente i genitori che non gli volevano bene e non facevano niente per lui, così madre e padre, dopo essersi venduti i quadri antichi e gli ori di famiglia, le terre e la casa, gli misero su il progetto di un suo film, qui Leopoldo era regista, produttore e primo attore, bisognava vedere come faceva filare il cast, adesso i provini li faceva lui agli altri e si divertiva moltissimo: <Le faremo sapere…> prometteva ammiccando alle ragazze e gelido coi maschi.
Dopo di che piazzava i piedi sulla scrivania, davanti al maxi schermo del computer a massima nitidezza, lo accendeva e si metteva a giocare, ma anche quello lo stufava subito. E del resto non si ricordava niente dell’inglese, che a scuola non aveva mai studiato minimamente e poiché tutti i computer parlano inglese,  lui non capiva e cambiava girando qui o lì e beccandosi virus di ogni genere.
L’attrice che aveva scelto per il ruolo della protagonista, appena diciottenne, sembrava quasi una bambina, ma scema non era, lui incominciò a sbaciucchiarla e tastarla sotto la macchina da presa, diceva continuamente che non era sufficientemente sensuale e si ricominciava, dopo una giornata di questi giochini, quando ormai Leopoldo si apprestava a proporle l’onore di una nottata insieme nel proprio appartamento di lusso al grand hotel, la ragazza se ne andò rinunciando alla parte e molte altre la seguirono senza che il film si facesse mai, alla fine dovette pagare ugualmente tutti quelli che avevano lavorato e gli avevano messo un avvocato cattivissimo, così sprecò i soldi di mamma e papà, gli portarono via computer, automobile, telefonino e orologio d’oro massiccio e se ne tornò a casa a farsi consolare per tutte le offese ricevute.  Qui trovò due vecchi decrepiti che non ragionavano più e passavano il proprio tempo a letto con la televisione, una vicina pietosa gli preparava il piatto di pasta e così Leopoldo dovette assisterli, amministrare la pensione  del padre e non gli vollero dare nemmeno l’indennità di accompagnamento perché si sa, i tempi sono duri. Lasciò le feste, la droga, l’alcool e le donne, imparò il risparmio e finalmente nel suo cervello apparve una piccola luce: anche per lui arrivava la coscienza.

Domenica Luise