Nemo

Ditemi voi se si può gettare dal balcone un gatto bello come me, di appena un mese di vita. Per mia fortuna sono caduto sul tetto di una macchina, che ha attutito il colpo, così dicono sempre le mie mamme tra le cui mani, che mi accarezzavano, sono rinvenuto. Si chiamano Enza la grande e Giada la ragazza, che è sua figlia. Dice che sul momento mi avevano creduto morto. Ho anche un papà, che mi sembrava severo e invece no, è buono e mi fa stare nella sua casa dove sono padrone di molti cuscini e peluches tra i quali gioco e mi mimetizzo. Col mangiarino che mi danno tutti i giorni mi sono ingrassato, così gli sento dire.  Non sono riuscito ad addomesticare anche la gatta ufficiale di casa, che è bellissima, tutta rossa e si chiama Iris, quando cresco la sposo, forse, se non ne trovo un’altra che mi piace di più. Gli ha fatto un buco nella zanzariera da dove entra ed esce, è molto pratico, peccato che da lì si infilino anche le zanzare e gli umani dopo si grattano. Non vedo l’ora di inaugurare il buco anch’io, per sdebitarmi tento di acchiappare le zanzare e le mastico, hanno un buon sapore. Appena esco il primo topo che prendo è per i padroncini: se lo meritano.

Domenica Luise

(Fotografie di Giada Donato, la mia mamma piccola)

Gatta natale

Dolù natale 3

Non solo prima si sono bevuti lo spumante schiamazzando,
dopo hanno tolto alla bottiglia l’abito di babbo natale e
hanno vestito me, che non c’entravo niente,
sono arrabbiata, arrabbiatissima,
molto più arrabbiatissima assai. Ecco.

                  (Fotografia di Domenica Luise,
modella furente la gatta Dolù)

La figlia adottiva

La figlia adottiva

In questa foto si ammirano la gatta Cristina con Dolù, che è penetrata
da sola nel mio giardino attraversando agevolmente, date le piccole
dimensioni, la rete che ho fatto mettere intorno ai cancelli.
Miagolava disperatamente con vocina rauca, tutta sporca e affamata.
Sembrava la figlia della mia, bianca e nera pezzata anch'essa.
Cristina ha respinto per due giorni i tentativi di amicizia
della nuova arrivata, dopo ha ceduto.
Adesso dormono insieme e condividono cibo, acqua e sabbiolina
oltre che la loro comoda cassetta da frutta imbottita con due
miei vecchi pullover.
Poco fa Cristina ronfava e Dolù, sveglissima, l'assisteva.
Io dico che una figlia adottiva è amata come una figlia vera.

                                                                    Domenica Luise
                                                                    (Fotografia di Domenica Luise)

Tutto muore

Coccola
 
Mi aiuta questo senso di irrealtà
forse dovuto alla cattiva circolazione, non so
o tutti si sentono camminare nella bambagia
proprio come me? Il pensiero
funziona, suppongo. Poco fa
ho sepolto la gattina Coccola investita da una macchina
ed era così bella. Ha vissuto felice, ma
nemmeno questo so. Deve essere stato
ieri mattina, quando l’ho fatta uscire
in giardino: quattro novembre
duemiladieci, giovedì, non posso saperlo
o forse di pomeriggio.
 
Adesso vado all’edicola e al supermercato
come di consueto.
 
Da sola.
 
Per qualche ora una può fare finta
che non le sia morta la gatta.
 
                                                 Domenica Luise
                                   (Fotografia di Domenica Luise, La gattina Coccola)

La gattina Coccola nell
Stamattina sono sette giorni che l'ho vista l'ultima volta viva.
Ho cercato una sua foto più bella di quella che vi ho pubblicato
ed ho scritto per lei un'altra poesia o chiamiamola così
per modo di dire. La foto è stata scattata a giugno
scorso dall'amico Francesco Rota.

Il mio cuore è un puntaspilli
 
sei passata
rapidamente, intrattenibile alle sbarre.
 
Adesso mi sveglio ogni mattina
e mi ricordo di te, piumino
non più mio. Né sentirò ancora
la tua voce sottile che mi chiama.
 
Come quando papà giocava col gattino
che avevamo allora e diceva: tu sei imputato
per avere mangiato pane
pepe e peperoni
a prezzi proibiti. La mamma
sfaccendava sempre.
 
Dove siete? Mi sentite? Quale bolla
ferma invisibile
ci separa? Il puntaspilli
duole.
 
                                                                Domenica Luise

                                            Ai sette giorni della morte di Coccolina
 

 
 

Le tentazioni della gatta Cristina

Guarda cos
Guarda cos'ho trovato.

Belli a vedersiBelli a vedersi.

Buoni da odorareBuoni da annusare.

Deliziosi da assaggiareDeliziosi da assaggiare.

Fotografie di Domenica Luise per gentile concessione della gatta Cristina,
dolcini di mandorla e pastafrolla fatti dalla nipote della suddetta,
Mariachiara Crisafulli, se volete la ricetta, pubblicata sempre su
questo blog, cliccate sul link e buona fortuna ai golosi o buongustai che siate.
http://domenicaluise.splinder.com/post/21349198#comment

PS: Se il link non funziona, appena aprite il mio blog andate nelle "categorie"
alla vostra sinistra,
appariranno tutti gli argomenti, fate un clic su "
ricette" e le troverete
tutte raggruppate,fate scendere o risalire la pagina fino a che non vedete
questi dolcini, che sono facilissimi da fare e di grande figura.

                                                                      Domenica Luise

Kalòs

 
Kalòs, in greco, vuol dire “ Bello “ ed una mattina di primavera la professoressa Menichella, insegnante di materie letterarie alla quarta e quinta ginnasio del Liceo classico Marco Tullio Cicerone, decise di chiamare con questo nome un gattino tutto nero, che strillava disperatamente nel bidone dell’immondizia, proprio nel momento in cui lei stava per buttare la spazzatura. Lo raccolse e lo portò a casa.

Pantera sulle pietrePer fortuna era il suo giorno libero dalla scuola. Gli comprò, in farmacia, un biberon per gatti, che è una specie di contagocce, ed incominciò a nutrirlo più o meno regolarmente, notte e giorno, ogni tre ore con latte, acqua e un po’ di zucchero, mistura che il micio sembrava gradire moltissimo. La mattina, quando era al lavoro, veniva sostituita dalla vicina di casa, un’altra vecchia pazza e sola come lei, secondo quanto dicevano i condomini.
Kalòs ebbe in questo modo una casa, anzi due, ed una padrona, anzi due, che stravedevano per lui. Gli comprarono finanche un collarino di vera pelle rossa con la campanella, a causa del quale egli venne invidiato da tutti gli altri gatti del cortile della sua età, ma soltanto fino a che fu cucciolo.
Dopo, osarono chiamarlo “ femminuccia “. Kalòs tanto fece, lavorando di zampe e strusciandosi a tutti i muri, che riuscì a perdere la campanella, ma i compagni continuarono ugualmente a prenderlo in giro per il collare, e di quel colore sgargiante poi. Kalòs tentò di liberarsene, ma proprio non riusciva a sganciare la fibbia.
Era un gatto disperato e umiliato. Fu la sua padrona stessa, una bella mattina d’estate, che glielo tolse perché ne aveva comprato un altro, con la campanella ancora più grossa e rumorosa, ma Kalòs non le diede il tempo di metterglielo e, con un guizzo felino, scappò dalla finestra aperta, col collo libero, finalmente, tra i profumi del caprifoglio e della terra polverosa. Ormai né topi né passerotti gli sarebbero sfuggiti mai più messi all’erta dal suono della campanella.

Prof e KalòsDifatti divenne il terrore dei dintorni ed il gatto dominante del branco. Poiché era molto affezionato alla professoressa che l’aveva cresciuto ed anche all’altra vecchia pazza, faceva loro visita quasi tutti i giorni per pranzare una volta qui ed una volta lì accontentandole tutte e due. Una mattina  Menichella tentò di rimettergli il collare e mal gliene incolse perché stavolta era inverno, la finestra era chiusa, Kalòs scappò sbattendo da tutte le parti, saltò sulla brocca antica di ceramica decorata, che aveva superato indenne due guerre mondiali ed era un caro ricordo della bisnonna, la brocca cadde sulla pianta di croton e le troncò la cima di netto, la professoressa gridò come se la sgozzassero, non si sa se per la brocca o per la pianta oppure per tutte e due, prima di rompersi la brocca batté violentemente sul piatto antico che faceva da sottovaso alla pianta, e così anche il piatto andò in pezzi, Kalòs si rintanò sotto il divano soffiando e miagolando che sembrava una pantera arrabbiata, la padrona lo prese con le buone, gli giurò che, da allora in poi, niente collarino mai più e gli aprì la porta, dalla quale egli sfrecciò come una palla .
Messa in chiaro la faccenda dal collarino, decise di scegliersi una moglie tra tutte le soriane dei bidoni che gli facevano le fusa passeggiandogli sotto casa. Però a Kalòs non piacevano le femmine che cercano marito esplicitamente e così le scartò una per una:  quella rossa perché gli ricordava il colore del collarino, quella grigia tigrata perché era strabica, o così almeno pareva, quella a macchie di tutti i colori perché aveva un’andatura troppo sinuosa per i suoi gusti semplici, quella nera perché gli somigliava troppo e quella bianca perché era troppo truccata. Sbadigliava senza nemmeno mettersi la zampa davanti alla bocca. Fu allora che la vide aggirarsi nella villa della propria padrona, era una nobildonna siamese di razza purissima. Gli occhi verdi di Kalòs scintillarono come due smeraldi e le pupille gli si dilatarono. In un attimo perdette la testa e si innamorò pazzamente, gli artigli si ritirarono, i cuscinetti delle zampe si fecero freddi, la coda si drizzò ed egli subito capì che un gatto da immondizia come lui, sia pure capo branco, non aveva speranze.
Quella era abituata ai più raffinati cibi per gatti del supermercato, aveva il pelo beige e marrone, gli occhi celesti ed era tutta diversa da lui. Non aveva davvero i mezzi per corteggiarla.
Dette un altro sguardo alle gatte  che, intanto, continuavano a fargli su e giù sotto tana: riprese a sbadigliare perché adesso gli piacevano ancor meno.
Timidamente osò volgere gli occhi verso la straordinaria fanciulla, che al momento stava usando una lisca di pesce come stuzzicadenti, e gli tremarono le zampe, tutte e quattro.
Dapprima tentò di dimenticarla, senza riuscirci per niente. Allora decise di fare una cosa assolutamente indegna di un capo branco come lui e venne a patti con il re dei topi.
Essi gli avrebbero portato i resti più squisiti dei ristoranti che stavano nei dintorni ed egli li avrebbe lasciati in pace.
Le tangenti furono tanto abbondanti che Kalòs aprì un’osteria per camionisti ed arricchì rapidamente. Si poté permettere di farsi decolorare tutta la pelliccia all’istituto di bellezza gattesca e fu trasformato in un finto siamese, ma aveva ancora gli occhi verdi. Due lentine del più puro celeste ovviarono all’inconveniente, si procurò un albero genealogico falso (e costosissimo) da tenere sempre in borsello, come fanno tutti i siamesi doc, e fu pronto per presentare la sua richiesta di matrimonio.
Intanto la professoressa Menichella e la sua amica piansero perché il gatto non era più tornato.
Le nozze furono sontuose, gli sposi erano entrambi pazzi l’uno dell’altra e passavano tutte le notti sui tetti a folleggiare. Subito lei restò incinta.
Quando nacquero quattro micini tutti neri, a lutto dalla testa ai piedi, la moglie sembrò impazzire dal dolore.
Appena Kalòs tornò a casa  ella lo accusò, miagolando forte, di averla
ingannata, egli cercò di negare, ma subito confessò: < Non volevo perderti. >
Le raccontò, in ginocchio, tutta la storia, intanto i quattro neonati poppavano avidamente come niente fosse.
< E così ho sposato un plebeo, un bugiardo raccolto da  una vecchia pazza nella spazzatura > urlava lei soffiando, < non ti accostare, sai, non mi toccare, non voglio più vederti. Portami il telefono. >
Egli obbedì prontamente, come del resto aveva sempre fatto per ogni suo desiderio, lei chiamò i carabinieri e lo fece arrestare. Lo portarono via in manette.
Gli fecero le foto segnaletiche e lo chiusero in cella insieme a delinquenti degni di lui.
In tutto quel traffico gli caddero le lentine, che andarono perdute, e si vide subito che gli occhi erano verdi.
< E così hai fatto finta di essere un siamese per cuccarti la nobildonna > miagolò il capoccia, un omone col cranio lucido e pelato, che tutti là dentro sembravano rispettare molto. < Di che colore sei al naturale? >
Per un attimo a Kalòs venne voglia di non rispondergli, ma poi ebbe paura di essere aggredito e confessò che era un gatto nero.
< Allora sei uno iettatore e porti sfortuna > gli rispose quello cercando comunque di attaccare briga, Kalòs non sapeva che fare né che dire, lo salvò il telegiornale, dove stavano raccontando la sua ignobile storia.
Il giorno dopo il secondino gli portò una lettera profumata al “Topo muschiato“, dentro c’era la foto di una gatta incantevole, bianca e nera, che l’aveva visto in televisione e si era innamorata di lui.
Col tempo il pelo di Kalòs tornò del colore naturale. Fece amicizia coi compagni di sventura e la gatta della lettera lo andò a trovare. Simpatizzarono. Quando infine egli uscì dopo avere scontato il debito con la società, la trovò ad aspettarlo in una piccola utilitaria, che si era comprata con i propri guadagni di avvocatessa alle prime armi. Sul sedile posteriore c’erano i suoi quattro bambini, che dormivano in un cesto: < Il tribunale ti ha assegnato i tuoi figli perché erano stati abbandonati dalla madre > disse la ragazza mettendo in moto. Kalòs inghiottì a vuoto, a disagio.
Adesso lei, bella com’era, non avrebbe più voluto un gatto nero con quattro figli neri, pensò.
< I piccoli sono deliziosi, educati, affettuosi > aggiunse la fanciulla sorridendo, < mi vuoi sposare? > gli chiese, < il tuo primo matrimonio è stato dichiarato nullo perché avevi mentito. >
Egli sentì una lacrima quasi umana che gli scivolava da un occhio, a destra o a sinistra, non sapeva.
< Sì, cara > rispose, < grazie, cara. >
Durante il viaggio di nozze fecero una visita alle due vecchie pazze, che li invitarono a pranzo insieme ai figli, e vissero sempre felici e contenti.
Perché spesso, a sapere guardare nella vita, tutto ricomincia proprio quando sembra che non ci sia più niente da fare.

Autoritratto di Mimma con Kalòs
            
                                                                     Domenica Luise
                        (Autoritratto ad olio su tela di Domenica Luise;
                                       fotografie di Domenica Luise e Maria Perrini)

 
 
 

Celestina

Celestina

 
Miagola, soffia, difende il suo bambino
con pelo ritto e l’occhio glauco minaccioso
improvvisamente tigre. C’è un canto assordante
 di vagiti gemiti fusa invocazioni
e gridi. Siamo noi sul pianeta
anch’esso azzurro tra i deserti di sangue.
 
Qua in mezzo
il mio sussurro. Soffio lieve
alla tempia che sogna e gioco
o la sferzata che piaga l’osso a stroncare
nell’immensità dentro e intorno.
 
Il mio nome è Celestina
anche se ho gli occhi marroni.
 
 L’amore.
 
Oh, sì: l’amore, null’altro.
 

                                                Domenica Luise
                                                               
                                                                  (Fotografia di Iole Luise)

 

Curiosità gattesca

Cristina e Coccola in poltrona
Nella prima foto si vedono le mie due micie in poltrona, in posizione di riposo
a pancia all'aria. Coccola è la pelosa, altrimenti detta Coda di volpe,
mentre Cristina è quella pezzata bianca e nera.

Curiosità gattescaCuriosità gattesca 2

In queste due successive pose si possono ammirare gli animaletti
che controllano cosa avviene fuori da dietro le persiane.
Conviene guadagnare una postazione elevata per vedere meglio.

Esplorazioni sulla persianaCoccola è una grande arrampicatrice, Cristina in posizione di scatto:
<Aspettami, arrivo>.

 

                                                                           Domenica Luise
                                                                           ( Fotografie di Domenica Luise )

 

Lulù

Lulù con la farfalla
Scambiandolo per femmina, lo chiamai Lulù: era
un cucciolotto bianco pieno di fusa, crescendo si rivelò
un siamese con occhi azzurri e un carattere mite.
 Era sordo e forse non ha sentito arrivare quella
macchina che lo ha travolto. Qui lo voglio ricordare
in tutta la sua bellezza.
La farfalla è un fotomontaggio, l'ho presa
da una fotografia di mia sorella Iole.
                                                                     
                                     (Fotografia di Domenica Luise)