Colombi in estinzione


<Ormai, con i maledetti telefonini e computer, la nostra razza è in estinzione>
disse  il colombo viaggiatore Nerone al suo collega, compagno di osteria
e lontano cugino Rossini, il quale ridacchiò sotto il becco facendo scopa
col sette d’oro, due punti, più la primiera, un punto, più, probabilmente,
anche le carte a lungo, un quarto punto. E così Nerone aveva perduto
cento grammi di granturco pure per quella sera.
Si staccò un parassita piegandosi a palla verso la schiena e lo inghiottì
perché Rossini non gli vedesse l’espressione di disappunto che,
al momento, non era in grado di nascondere.
<Ormai gli umani ci utilizzano soltanto per quelle terribili
gare internazionali. E scommettono somme iperboliche sulle nostre piume>
osservò tubando in falsetto nel tentativo di distrarre dal gioco
l’avversario, che invece continuò a vincere senza ritegno.
<E’ vero> rispose Rossini,  <ma tu non hai davvero il fisico dell’atleta>.
<E tu nemmeno > ritorse Nerone, in coro conclusero:
< Quel lavoro non fa per noi>
e chiamarono l’oste perché il vino era già finito.
Egli si accostò cerimonioso, lasciando la moglie al banco.
Era un grassone col ciuffo, segno, sosteneva lui, di origini nobiliari,
mentre l’ostessa era una colomba minuta, il cui nome era  Bianchina,
essendo candida tranne per qualche penna sulla coda, che lei decolorava
di nascosto, la notte, quando il marito dormiva, con un miscuglio di acqua
ossigenata e ammoniaca, per sembrare tutta bianca e bionda come era di moda.
<Bella donna> commentò Rossini senza staccarle di dosso due occhietti tondi
e rossi, era difatti un colombo rosso e per questo si chiamava Rossini.
<Non la guardare, è sposata> sussurrò Nerone, che invece era un colombo nero
con superbe iridescenze e per questo si chiamava Nerone. Tutti i colombi,
il giorno del matrimonio, aggiungono un voto di assoluta fedeltà.
<Lo so, lo so> borbottò malcontento Rossini, senza però distogliere gli occhi dall’ostessa, che del resto piaceva pure, e molto, a Nerone, il quale,
nel suo segreto più inconfessato, era geloso dell’altro.
Con atteggiamento derelitto da uomo distrutto, Rossini aggiunse:
<E così siamo senza lavoro tutti e due, nessuno si scambia più messaggi
per mezzo delle nostre zampe>.
<E così sono costretto a giocare a carte con te per passarmi le serate
in qualche modo> brontolò Nerone rabbioso.
Finirono quest’altra bottiglia e rimasero a lungo in silenzio, Nerone
con la testa fra le zampe, appoggiato sul vetro del tavolino e Rossini
stretto alla bottiglia vuota. Si fece tardi.
Si appisolarono con l’alito puzzolente di vino, che formò due aloni
accanto ai loro becchi socchiusi.
L’oste si avvicinò accarezzandosi il ciuffo per tenerlo ritto,
non l’avrebbe confessato a nessuno, ma era solo un toupet. Ogni notte,
quando sua moglie dormiva, lo toglieva e si grattava, visto che gli portava
un bel prurito. Era un colombo a macchie bianche, grigie, rossastre e nere,
segno plebeo, per questo ci teneva tanto al ciuffo, tutti, invece,
lo chiamavano Arlecchino e sbavavano per sua moglie, della quale egli
era gelosissimo, anche se non avrebbe mai confessato a nessuno
nemmeno questa cosa.
<Vi porto ancora vino?> gridò ai due colombi viaggiatori, che si
risvegliarono di colpo, significava:
<E’ tardi, ho sonno, mia moglie ha sonno, devo chiudere, o pagate ancora o ve ne andate subito, visto che ci siete rimasti solo voi>.
Se ne andarono abbracciati per sostenersi l’uno con l’altro, dondolanti
e cantando a squarciagola l’inno delle colombe, che inizia così:
“Siamo fedeli, siamo le migliori, siamo le più belle, non tradiamo mai“.
L’indomani mattina, smaltita la sbronza, Rossini si fece trovare davanti alla
porta del nido di Nerone e lo bloccò quando lo vide uscire. Portava un
elegante messaggio profumato legato alla zampa con un nastro rosso
ed aveva il becco all’aria.
<Tu mi devi cento grammi di granturco che ho vinto ieri sera> tubò a voce alta, sicché i colombi estranei di passaggio sentirono e si girarono. Rossini sapeva
che Nerone era molto legato alle buone figure.
<Ma ti ho pagato subito, ieri sera> provò a mentire l’altro, cosa che però,
come al solito, non gli riuscì per niente.
Non poteva staccare gli occhi da quel messaggio. Rossini esibì la zampa:
<Il mio padroncino è innamorato, porto la lettera alla sua bella>.
Il suo padroncino si chiamava Enzo ed aveva tredici anni, la bella ne contava
dodici. Fra gli umani erano ancora praticamente bambini.
Questo, però, non lo disse. Sollevò ancora di più la testa.
Nerone gli dovette contare il granturco dando fondo alle ultime riserve.
Allora Rossini fece il signore:
<Lascia stare, tienilo, sennò oggi resti morto di fame. Perché non vieni con me? Potresti diventare il colombo viaggiatore della ragazza, sarebbe un buon lavoro>.
Di fronte a questa speranza, Nerone l’abbracciò dimenticando ogni rancore.
Così vissero felici,  contenti e benestanti, andando e venendo con messaggi e, talvolta, anche con qualche fiore o cioccolatino oppure sigaretta  legati alle
zampe, si sa che questo i telefonini e i computer non possono farlo.
Avere un proprio colombo viaggiatore  divenne una moda fra i giovanissimi,
Rossini e Nerone non persero più tempo giocando, ubriacandosi e concupendo
le donne degli altri, si formarono una famiglia scegliendo entrambi una moglie bianca, come avevano sempre sognato, ed ignorarono per tutta la vita che
le giuste consorti, la notte, quando i mariti ronfavano, si decoloravano alcune
piume scure in modo da sembrare maggiormente alla moda, ma convintissime
di farlo per amore dei rispettivi coniugi.
 

                                                        Domenica Luise
 

 

Meglio di niente

Ogni tanto una gioia c’è, solitamente
è un’illusione, ma è sempre
il tempo dell’amore. Non abbiamo altro.
 
Abbaia una cagna
che si sente sola nella notte. Grandezze
e miserie umane come terra
alla sorgente. E talora
si raccolgono frutti che non abbiamo piantato
né curato né niente: puri doni.
 
I cuccioli sono cresciuti, l’hanno lasciata sola
e il suo amato si è nascosto da anni.
 
Molti anni. Bau, bau, baiuto.
 
Ho avuto grandi desideri
che nessuno mai conobbe, nemmeno io.
 
Inesplorati.
 
Adesso raccolgo rametti di paglia
per una cuccia.
 
Via, morire
non è poi così tragico. Ridiamoci sopra
come mi diverto, che goduria, tutte le mie ossa
bruciano nelle giunture
quando più e quando meno.
 
Ah, ah, ah. Ahi.
 
                                                                                           (continua)
 

                                                                     Domenica Luise

Coraggio

Marina notturna

 
E’ libertà. La notte
incalza l’inerme
e le stelle sono lontane, bucano
i pensieri. A volo
battuto in pugni di cuore.
 
C’è una strada d’aria
sulla quale puntare i piedi. I fiumi
scorrono al mare. Così
andiamo
scrutando barlumi nel labirinto.
 
La mia faccia è nera, indistinguibile.
 
Abbandono
la ricerca affannosa del mantello.
 

                                                    Domenica Luise

                                                     (Olio su tela di Domenica Luise,  30 per 40)

 

Nel baule della nonna

Quest'estate ho sfoggiato una maglietta particolare, che vi faccio subito vedere indossata in una fotografia scattata l'altro ieri da Mariachiara.

Maglietta

Ci trovavamo a Milazzo, quasi al tramonto ed eravamo allegrissime.
Qui sotto vi metto un primo piano della maglietta.

Primo piano magliettaQuesta è praticamente un rettangolo ottenuto con delle strisce
lavorate a uncinetto dalla zia Concettina, che voleva fare una coperta
a me ed una a mia sorella Iole. Il lavoro rimase incompiuto, ma
alcune strisce avanzarono anche perché irregolari e non adatte
ad essere riunite in una coperta in quanto zia Concettina era già
molto anziana e le strisce allungavano o accorciavano a piacere.
Io ne ho soltanto riunite tre con un giro di maglia bassa, lasciando
al centro un rettangolo per infilare comodamente la testa
e due fessure laterali per le braccia, dopo di che ho rifinito il lavoro
come vedete dalle foto. Le strisce sono larghe ognuna diciassette
centimetri e la taglia si può considerare quella mia, una 46-48.
Se anche voi avete un baule della nonna da qualche parte e trovate
rimasugli così preziosi, potrete farvela per l'anno prossimo.
Buon lavoro a tutte le signore, vivete felici.
In quanto ai signori, vi ammireranno perché siete belle
e avete le mani d'oro: non mi sembra poco.
                                                                           
                                                                 Domenica Luise

                                                        (Fotografie di Mariachiara Crisafulli e Domenica Luise)

Kalòs

 
Kalòs, in greco, vuol dire “ Bello “ ed una mattina di primavera la professoressa Menichella, insegnante di materie letterarie alla quarta e quinta ginnasio del Liceo classico Marco Tullio Cicerone, decise di chiamare con questo nome un gattino tutto nero, che strillava disperatamente nel bidone dell’immondizia, proprio nel momento in cui lei stava per buttare la spazzatura. Lo raccolse e lo portò a casa.

Pantera sulle pietrePer fortuna era il suo giorno libero dalla scuola. Gli comprò, in farmacia, un biberon per gatti, che è una specie di contagocce, ed incominciò a nutrirlo più o meno regolarmente, notte e giorno, ogni tre ore con latte, acqua e un po’ di zucchero, mistura che il micio sembrava gradire moltissimo. La mattina, quando era al lavoro, veniva sostituita dalla vicina di casa, un’altra vecchia pazza e sola come lei, secondo quanto dicevano i condomini.
Kalòs ebbe in questo modo una casa, anzi due, ed una padrona, anzi due, che stravedevano per lui. Gli comprarono finanche un collarino di vera pelle rossa con la campanella, a causa del quale egli venne invidiato da tutti gli altri gatti del cortile della sua età, ma soltanto fino a che fu cucciolo.
Dopo, osarono chiamarlo “ femminuccia “. Kalòs tanto fece, lavorando di zampe e strusciandosi a tutti i muri, che riuscì a perdere la campanella, ma i compagni continuarono ugualmente a prenderlo in giro per il collare, e di quel colore sgargiante poi. Kalòs tentò di liberarsene, ma proprio non riusciva a sganciare la fibbia.
Era un gatto disperato e umiliato. Fu la sua padrona stessa, una bella mattina d’estate, che glielo tolse perché ne aveva comprato un altro, con la campanella ancora più grossa e rumorosa, ma Kalòs non le diede il tempo di metterglielo e, con un guizzo felino, scappò dalla finestra aperta, col collo libero, finalmente, tra i profumi del caprifoglio e della terra polverosa. Ormai né topi né passerotti gli sarebbero sfuggiti mai più messi all’erta dal suono della campanella.

Prof e KalòsDifatti divenne il terrore dei dintorni ed il gatto dominante del branco. Poiché era molto affezionato alla professoressa che l’aveva cresciuto ed anche all’altra vecchia pazza, faceva loro visita quasi tutti i giorni per pranzare una volta qui ed una volta lì accontentandole tutte e due. Una mattina  Menichella tentò di rimettergli il collare e mal gliene incolse perché stavolta era inverno, la finestra era chiusa, Kalòs scappò sbattendo da tutte le parti, saltò sulla brocca antica di ceramica decorata, che aveva superato indenne due guerre mondiali ed era un caro ricordo della bisnonna, la brocca cadde sulla pianta di croton e le troncò la cima di netto, la professoressa gridò come se la sgozzassero, non si sa se per la brocca o per la pianta oppure per tutte e due, prima di rompersi la brocca batté violentemente sul piatto antico che faceva da sottovaso alla pianta, e così anche il piatto andò in pezzi, Kalòs si rintanò sotto il divano soffiando e miagolando che sembrava una pantera arrabbiata, la padrona lo prese con le buone, gli giurò che, da allora in poi, niente collarino mai più e gli aprì la porta, dalla quale egli sfrecciò come una palla .
Messa in chiaro la faccenda dal collarino, decise di scegliersi una moglie tra tutte le soriane dei bidoni che gli facevano le fusa passeggiandogli sotto casa. Però a Kalòs non piacevano le femmine che cercano marito esplicitamente e così le scartò una per una:  quella rossa perché gli ricordava il colore del collarino, quella grigia tigrata perché era strabica, o così almeno pareva, quella a macchie di tutti i colori perché aveva un’andatura troppo sinuosa per i suoi gusti semplici, quella nera perché gli somigliava troppo e quella bianca perché era troppo truccata. Sbadigliava senza nemmeno mettersi la zampa davanti alla bocca. Fu allora che la vide aggirarsi nella villa della propria padrona, era una nobildonna siamese di razza purissima. Gli occhi verdi di Kalòs scintillarono come due smeraldi e le pupille gli si dilatarono. In un attimo perdette la testa e si innamorò pazzamente, gli artigli si ritirarono, i cuscinetti delle zampe si fecero freddi, la coda si drizzò ed egli subito capì che un gatto da immondizia come lui, sia pure capo branco, non aveva speranze.
Quella era abituata ai più raffinati cibi per gatti del supermercato, aveva il pelo beige e marrone, gli occhi celesti ed era tutta diversa da lui. Non aveva davvero i mezzi per corteggiarla.
Dette un altro sguardo alle gatte  che, intanto, continuavano a fargli su e giù sotto tana: riprese a sbadigliare perché adesso gli piacevano ancor meno.
Timidamente osò volgere gli occhi verso la straordinaria fanciulla, che al momento stava usando una lisca di pesce come stuzzicadenti, e gli tremarono le zampe, tutte e quattro.
Dapprima tentò di dimenticarla, senza riuscirci per niente. Allora decise di fare una cosa assolutamente indegna di un capo branco come lui e venne a patti con il re dei topi.
Essi gli avrebbero portato i resti più squisiti dei ristoranti che stavano nei dintorni ed egli li avrebbe lasciati in pace.
Le tangenti furono tanto abbondanti che Kalòs aprì un’osteria per camionisti ed arricchì rapidamente. Si poté permettere di farsi decolorare tutta la pelliccia all’istituto di bellezza gattesca e fu trasformato in un finto siamese, ma aveva ancora gli occhi verdi. Due lentine del più puro celeste ovviarono all’inconveniente, si procurò un albero genealogico falso (e costosissimo) da tenere sempre in borsello, come fanno tutti i siamesi doc, e fu pronto per presentare la sua richiesta di matrimonio.
Intanto la professoressa Menichella e la sua amica piansero perché il gatto non era più tornato.
Le nozze furono sontuose, gli sposi erano entrambi pazzi l’uno dell’altra e passavano tutte le notti sui tetti a folleggiare. Subito lei restò incinta.
Quando nacquero quattro micini tutti neri, a lutto dalla testa ai piedi, la moglie sembrò impazzire dal dolore.
Appena Kalòs tornò a casa  ella lo accusò, miagolando forte, di averla
ingannata, egli cercò di negare, ma subito confessò: < Non volevo perderti. >
Le raccontò, in ginocchio, tutta la storia, intanto i quattro neonati poppavano avidamente come niente fosse.
< E così ho sposato un plebeo, un bugiardo raccolto da  una vecchia pazza nella spazzatura > urlava lei soffiando, < non ti accostare, sai, non mi toccare, non voglio più vederti. Portami il telefono. >
Egli obbedì prontamente, come del resto aveva sempre fatto per ogni suo desiderio, lei chiamò i carabinieri e lo fece arrestare. Lo portarono via in manette.
Gli fecero le foto segnaletiche e lo chiusero in cella insieme a delinquenti degni di lui.
In tutto quel traffico gli caddero le lentine, che andarono perdute, e si vide subito che gli occhi erano verdi.
< E così hai fatto finta di essere un siamese per cuccarti la nobildonna > miagolò il capoccia, un omone col cranio lucido e pelato, che tutti là dentro sembravano rispettare molto. < Di che colore sei al naturale? >
Per un attimo a Kalòs venne voglia di non rispondergli, ma poi ebbe paura di essere aggredito e confessò che era un gatto nero.
< Allora sei uno iettatore e porti sfortuna > gli rispose quello cercando comunque di attaccare briga, Kalòs non sapeva che fare né che dire, lo salvò il telegiornale, dove stavano raccontando la sua ignobile storia.
Il giorno dopo il secondino gli portò una lettera profumata al “Topo muschiato“, dentro c’era la foto di una gatta incantevole, bianca e nera, che l’aveva visto in televisione e si era innamorata di lui.
Col tempo il pelo di Kalòs tornò del colore naturale. Fece amicizia coi compagni di sventura e la gatta della lettera lo andò a trovare. Simpatizzarono. Quando infine egli uscì dopo avere scontato il debito con la società, la trovò ad aspettarlo in una piccola utilitaria, che si era comprata con i propri guadagni di avvocatessa alle prime armi. Sul sedile posteriore c’erano i suoi quattro bambini, che dormivano in un cesto: < Il tribunale ti ha assegnato i tuoi figli perché erano stati abbandonati dalla madre > disse la ragazza mettendo in moto. Kalòs inghiottì a vuoto, a disagio.
Adesso lei, bella com’era, non avrebbe più voluto un gatto nero con quattro figli neri, pensò.
< I piccoli sono deliziosi, educati, affettuosi > aggiunse la fanciulla sorridendo, < mi vuoi sposare? > gli chiese, < il tuo primo matrimonio è stato dichiarato nullo perché avevi mentito. >
Egli sentì una lacrima quasi umana che gli scivolava da un occhio, a destra o a sinistra, non sapeva.
< Sì, cara > rispose, < grazie, cara. >
Durante il viaggio di nozze fecero una visita alle due vecchie pazze, che li invitarono a pranzo insieme ai figli, e vissero sempre felici e contenti.
Perché spesso, a sapere guardare nella vita, tutto ricomincia proprio quando sembra che non ci sia più niente da fare.

Autoritratto di Mimma con Kalòs
            
                                                                     Domenica Luise
                        (Autoritratto ad olio su tela di Domenica Luise;
                                       fotografie di Domenica Luise e Maria Perrini)

 
 
 

Adesso mi tingo i capelli

Mimmina bella

 
I pensieri, piselli
sgranati verdi
succosi alla lingua che assapora vita
e geme e ride e lecca le proprie ferite
uguali o simili o prevedibili rubini.
 
Per questo respiriamo come se il tempo
almeno ci fosse aggirando la montagna
senza scavalcarla poiché non abbiamo forza.
 
Il sogno ci aiuta. Parole e colori o colombi neri iridiscenti
con volo rotondo basso
addomesticati dal granturco
e dall’acqua. Glu glu
glu glu. E’ il tramonto
sui tetti caldi, giù il giardino
dove giocò la bambina.

 
                                            Domenica Luise
                                                       
(Disegno di Domenica Luise)

 

Il biglietto vincente

 

Lei adesso aveva lasciato che i suoi bei capelli castano scuro rimanessero bianchi. Già, dopo la broncopolmonite non aveva più avuto la forza di andare dalla parrucchiera a tingerli. Aveva tossito per nottate intere da sola e cercando
di fare piano per timore che i condomini sentissero attraverso quei muri
di carta velina, il cui intonaco si sbriciolava arrotolandosi su se stesso
per l’umidità, non finiva mai di spazzare e spolverare.
Infine la febbre era passata. Il medico smise di venire due volte al giorno,
i vicini di casa l’avevano aiutata a turno, non le era mancato nulla:
la colazione con le fette biscottate, il burro, la marmellata
e un bellissimo latte e caffè di lusso, come diceva lei tentando di scherzare,
glielo portava ogni mattina alle otto e mezzo la signora Lucia, al pranzo
pensavano a turno Anna e Lina, altre due amiche del suo stesso pianerottolo,
alla cena quelli che capitava cucinassero qualcosa di meglio.
In quella palazzina era tutta gente modesta.
Era in convalescenza e venivano a trovarla le giovani figlie delle dirimpettaie
per chiederle se ancora avesse bisogno e di non fare complimenti,
la signora Carla scuoteva un pochino la testa piumosa, diceva
che non si disturbassero oltre, ma intanto quel senso
di stanchezza profonda non la lasciava.
I suoi parenti avevano telefonato qualche volta: la sorella con le due figlie,
il fratello con la figlia unica, tanti auguri, riguardati, prenditi
una donna che dorma con te, noi siamo raffreddati, noi abbiamo mal di testa,
mal di pancia, mal di orecchie, i ragazzi sono sempre a letto malati,
noi lavoriamo.
Con lei non aveva comunque dormito nessuno per paura di attaccarsi,
le portavano quel cibo presto presto e guardavano l’orologio per andarsene
quasi senza respirare. Si vergognava di tossire così e anche
che nessuno dei suoi parenti fosse venuto a farle visita.
Sospirò guardando fuori dal finestrone una pianta di calla,
in cortile, dove c’era una piccola aiuola che lei curava. Il fiore
ingrassava a vista d’occhio, era bellissimo. Lo vide sbocciare e sfiorire tutto, intanto altri boccioli si allungavano con una specie di irruenza vitale che la commuoveva, alla fine era guarita, disse il medico.
Prima di ammalarsi aveva comprato al bar un biglietto della lotteria, così,
era stato un momento di speranza, ma si era subito pentita di avere
sprecato quei soldi. Le era venuto un pensiero:
potrei vincere un premio secondario e cambiare quel salotto vecchio.
Magari mi comprerei un cappotto a colori, sono stufa del nero.
Già. Dal tavolinetto elegantemente intarsiato, ultima traccia degli antichi
fasti, il marito le sorrideva con gli occhi seduttivi. In quella fotografia
sembrava vivo. Gli ricambiò il sorriso e disse ciao a mezza voce.
Conservava dentro di sé tutti i loro ricordi, litigi compresi,
ed ognuno pungeva come un coltellino di fuoco.
I loro due figli lavoravano insieme al nord  Italia in un cementificio.
Telefonavano ogni tanto e venivano giù sette giorni in estate
con la fidanzata di turno, tutte brave, belle e ignote. Una notte
le era parso di morire perché perdeva fiato.
L’indomani telefonò ai figli, ma trovò i telefonini staccati.
Richiamò a lungo, niente. Terrorizzata fece il numero della loro
padrona di casa, ma come, non lo sapeva? C’era il ponte del primo maggio
ed erano partiti con le fidanzate, una gita a Parigi, poverini,
almeno si svagavano un po’.
Eppure gliel’avevo detto che sono ammalata, pensò la signora, che poi
non era tanto vecchia, soltanto tutta bianca di capelli e un po’ magra.
Oggi sessant’anni appena compiuti non sono nemmeno l’inizio della terza età,
come la chiamano.
Aprì la televisione e si stordì con un film pieno di sparatorie.
Uscì a comprare un po’ di spesa, dopo la broncopolmonite
si sentiva frastornata come se galleggiasse. Passò davanti al bar
e pensò di sedersi a prendere il caffè con un cornetto alla crema di agrumi,
mentre mangiava gli occhi le andarono al cartello:
Vinti in questo bar duecentocinquantamila euro.
Seguiva il numero del biglietto.
Chissà chi era il fortunato o la fortunata.
La fortunata?
<Ha visto che roba? Nessuno dei paesani ha intascato ancora quella vincita,
deve essere stato qualcuno di passaggio> disse il cameriere portandosi via
la tazza vuota.
La vecchia signora memorizzò il numero, tornò a casa ripetendolo a mente,
controllò il proprio biglietto: aveva vinto.
E la somma era iperbolica, per quanto non il primo premio.  
Tutto il problema, adesso, era come intascare e cosa farne.
Decise di concedersi un giorno vuoto, senza prendere iniziative subito. I figli, la sorella, il fratello e i nipoti non erano venuti per la broncopolmonite, ma si sarebbero precipitati a tuffo sui soldi così come avevano fatto in passato alla morte di suo marito. A momenti le portavano via pure l’anello
del fidanzamento per avere “un ricordo”.
Allora si era sentita come dissacrata e non voleva che si ripetesse.
L’indomani mattina si mise il cappotto buono e una borsetta di similpelle
piuttosto consunta agli angoli, non aveva altro.
“Sembro una pezzente” pensò.
Prima di tutto controllò che il biglietto vincente fosse proprio il suo
ripetendolo a memoria fino al bar. Era il suo.
Si fece servire la solita colazione e il cameriere disse le solite cose.
Bravo ragazzo, figlio di amici.
Così, con questi soldi, non avrebbe avuto più problemi a pagare le spese di condominio, che ogni volta la disseccavano.
E si sarebbe comprata un cappotto a colori. E il più bel salotto mai visto.
Bisognava anche andare dalla parrucchiera  e fare una permanente
morbida e castana.
Dopo entrò in banca e chiese un colloquio col direttore, gli disse
che voleva momentaneamente mettere i soldi su un conto corrente e,
dopo alcune spese necessarie, li avrebbero investiti insieme.
Ci poteva pensare lui, nel massimo segreto?
Il direttore, che aveva accolto quella donnetta con un misto
di benevolenza e compassione, cambiò subito atteggiamento.
Giurò che avrebbe fatto del suo meglio e nessuno, mai, avrebbe saputo nulla.
E così fu.
Quando in estate vennero giù i figli a farsi i bagni con le nuove fidanzate,
trovarono dei cambiamenti.
La madre aveva traslocato, adesso abitava in centro, insieme ad altre
due signore, anch’esse vedove, ma più giovani di lei.
Aveva messo un annuncio sul giornale e aveva scelto le persone che
le erano piaciute di più: un’avvocatessa ed una dottoressa.
E così, disse, vivevano felici e contente dividendo le spese dell’appartamento,
che era bellissimo.
Grande, pieno di vetrate, con una vista sul giardino che lo circondava
da tutti i lati e il mare sullo sfondo. Ogni signora aveva
una propria stanza con tutte le cose più care, compreso il tavolinetto
intarsiato che faceva gola ad ognuno di loro.
<Ma come fa la mamma a pagare le spese per questo appartamento?>.
<E noi, quest’anno, dove li facciamo i bagni?>.
<Lei ci preparava i buoni pranzetti>.
<Non possiamo rimanere qui?> chiesero le fidanzate.
<Non vedete che non c’è posto? E poi non è più sola, dovrebbero
essere d’accordo le sue due amiche>.
La vecchia signora leggeva i pensieri dei suoi figli. Già: non era più sola.
 

                                                                     Domenica Luise
 
 
 
 

Angeli

I tre angioletti
 
Li abbiamo immaginati come potevamo
in forma di neonati, tra nuvole
e pannolini  bianchi. Di quell’innocenza
perduta per noi: alati.
 
Sono il nostro struggimento.
 
Ce ne siamo circondati sui cuscini
del salotto, capezzale, segnalibri
trapunte e piedistalli dell’abat jour, leziosi
quanto abbiamo voluto.
 
Eppure non bastano alla sete.
 
Allora li respiriamo senza fantasticarli
e pensiamo: non possiamo essere soli
su questa pietruzza nell’universo
se ci siamo, ma essi
dove e come sono, e perché?
 

                                                      Domenica Luise
                                                                           ( Quadro a olio di Iole Luise )