Un’esperienza dall’al di là

 

Un mio conoscente ottantenne, poco istruito ( massimo terza elementare ), poco interessato al mondo spirituale, affatto credente, ha subito mesi fa un grave incidente automobilistico. E’ stato trasportato in ospedale in coma per trauma cranico ed in seguito operato per emorragia cerebrale.

Non ricorda nulla né dell’incidente né dell’intervento, quando si è risvegliato aveva problemi al braccio destro, ma nel complesso stava bene.

Mi ha raccontato, meravigliandosi egli stesso, di una visione o sogno avvenuto nel suo coma.

< Mi trovavo in un immenso spazio pianeggiante e c’erano milioni di persone in piedi, tutte vestite con una tunica grigia. Il terreno era arido, con delle stoppie secche, come di un campo che era stato falciato. Improvvisamente dal fondo si stagliava una figura di uomo più grande delle altre, che sembrava vestito di luce, camminava verso di me e le persone gli facevano spazio. Passava e muoveva la mano destra come fa il papa, quando mi è arrivato vicino io ho allungato una mano per toccarlo, ma la mia mano l’ha trapassato. Il sogno o la visione è finita qui, però da quel momento ho la certezza che c’è un’altra vita dopo di questa > .

Questo mio conoscente, ogni tanto, lo sentivo bestemmiare, ora non è capitato più.

 

Iole Luise

 (Testimonianza di Iole Luise)

Regina di coppe

 

Lisa 

Scappa dall’onda eppure ride
e così vive, in sale
liquido furioso.

 

Ha cantato il mare o infinito
ed il mare l’ha cantata.

Talora le parve di affondare
in delfina senza fiato, dopo
vide le stelle marine rosse
accendersi ancora. Madida
riemerse.

 

La sua corsa verso l’amore
con orme d’acqua. L’innocenza
spumeggia nella coppa di champagne.

 

E bevo il mare che mi beve.

 

Domenica Luise

 

(Fotografia concessa da Lisa Manelli,
scattata da Angelo Buttu)

 

 

Lulù

Lulù con la farfalla
Scambiandolo per femmina, lo chiamai Lulù: era
un cucciolotto bianco pieno di fusa, crescendo si rivelò
un siamese con occhi azzurri e un carattere mite.
 Era sordo e forse non ha sentito arrivare quella
macchina che lo ha travolto. Qui lo voglio ricordare
in tutta la sua bellezza.
La farfalla è un fotomontaggio, l'ho presa
da una fotografia di mia sorella Iole.
                                                                     
                                     (Fotografia di Domenica Luise)

Paolam Giobba

Paolam Giobba 1Oggi viene premiata Paolam, per la sua presenza
costante ed affettuosa  su questo blog
e nella mia vita. Questa è la foto che mi ha mandato,
ha un sorriso allegro e aperto.

Paolam Giobba 2E questa è la prima fantasiosa immersione nei colori
con disegni geometrici arcaici.
Paolam Giobba 3Seconda versione: puntinismo.Paolam Giobba 4Terza interpretazione: Paolam giardino in fiore.

Quale vi piace di più? Parlo della cornice perché lei
è sempre tanto carina.


               Domenica Luise o Mimma
              (Variazioni al computer di Domenica Luise)

Mimma e Cristina in purgatorio

                              

         

 


L’arcangelo Francesco Pasticcio, in pigiama celeste e a piedi nudi, si grattò la nuca frullando le alucce come fanno gli uccelli quando si svegliano al mattino.
I conti non gli tornavano.
Il purgatorio era pieno di uomini, mariti e fin qui ci arrivava anche lui, ma preti, vescovi ed altissimi prelati compresi era cosa che lo turbava non poco. Era una vergogna per la razza umana, specialmente per santa, madre chiesa.
I due angioletti portabandiera, che sempre lo accompagnavano annunciando a gran voce l’arrivo di una tale eccellenza, si erano riforniti di un flauto per uno e accompagnavano con una nenia malinconica le profonde cogitazioni dell’arcangelo.
E’ vero che a volte le persone ecclesiastiche sfuggivano per un filo di capello all’inferno vero e proprio a causa dei grossi peccati e tradimenti alla propria missione, ma poche eccezioni confermano soltanto la regola. Quello che non riusciva a capire era perché finissero tutti in purgatorio e ci stessero così tanto, di qualunque religione fossero o anche non credenti sfegatati.
Pasticcio rifece i conti sulla propria calcolatrice che sembrava di velluto azzurro e scintillante, per di più, il risultato era sempre lo stesso: il settantotto per cento dei mariti, e santa pazienza, ma l’ottantacinque degli uomini di chiesa era troppo.
E poi non riusciva a capire come mai egli invece fosse schizzato in Paradiso senza nemmeno un’ora di attesa. E sì che era pieno di difetti e peccatucci di vario genere.
Prese dal borsello il telefonino e fece il numero del Padre.
< Che c’è, Ciccino mio ? > disse il Padre con voce felice, ma fu il tono tenero di quel “ mio “ che fece squagliare il cuore nel petto del vecchio gesuita spennacchiato per capigliatura ed alucce.  Al solito, il Padre faceva finta di non sapere cosa turbasse il proprio arcangelo perché gli piaceva sentirselo dire.
< Maestà amata >, rispose Ciccino con voce un pochino tremante, < non so se mi posso permettere di insistere >.
< In paradiso ogni cosa  è concessa > rispose il Padre con una risata argentina.
< Maestà, perché quasi tutti i maschi finiscono in purgatorio per tanto tempo? > buttò lì Ciccino e poi trattenne il respiro.
< Strana cosa, non è vero Pasticciotto mio? >.
Il cuore di Ciccino ebbe una serie deliziosa di aritmie, il Padre le contò ad una ad una ridendo e poi lo coccolò:
< E tu quanto bene mi vuoi ? >.
< Quanto tutto l’universo, maestà >.
< Così poco? >.
< Quanto tutto il paradiso, maestà >.
< Ora va bene. Ed io quanto bene ti voglio? >.
< Fino alla croce, maestà >.
< Così poco ? >.
< Fino alla croce e alla resurrezione, maestà >.
< Questo va bene >.
Aveva un modo tutto suo di cambiare discorso. Gli angioletti portabandiera adesso stavano cantando con vocine di bimbi stonati, erano così buffi che il Padre scoppiò a ridere per telefono e l’arcangelo si aderse con ali di uccello del paradiso, folta capigliatura al vento, meches biondo platino e tunica lunga di seta celeste plissettata ad orlo irregolare com’è d’uso nella moda recente. Aveva un corpo alto, forte e sembrava avesse fatto almeno cinque anni di palestra, con spalle squadrate e muscoli guizzanti. Era pure abbronzato.
< Come vi permettete di fare ascoltare le vostre stonature al Padre ? >.
I piccoli tacquero subito, dall’alto giunse la voce paziente: < Lasciate che i bambini vengano a me >.
< Scusaci, papà > fecero gli angioletti in coro.
< Cantate come vi pare > rispose il Padre.
< Sì, papà >,  disse Francesco Pasticcio ripigliando il suo solito aspetto dimesso, che in paradiso provocava tanti sorrisi di tenerezza.
< Ciccino > continuò  il Padre, < prenditi le due poetesse e fatevi un giro in purgatorio, vedete se ci capite qualcosa e poi vieni a riferirmi >.
< Ci debbo andare con Mimma e Cristina ? > strabiliò Francesco Pasticcio, < perché la volta scorsa a momenti Proserpina non mi faceva più tornare indietro dall’inferno, non vorrei restare chissà quanto in purgatorio anch’io, come farei senza di voi, papà? >.
< Anche le due poetesse debbono imparare qualcosa, non soltanto tu >.
< Come volete voi, maestà, voi sapete ciò che è meglio >.
< Ecco > confermò il Padre chiudendo la conversazione.

Fine della prima puntata


Cristina stava scrivendo una poesia dove parlava di una tempesta e di un vascello d’amore, era talmente concentrata che nemmeno si accorse di un’allodola poggiata in equilibrio sul monitor del computer. Quando mise la firma l’uccellino incominciò a cantare.
<Francesco
Pasticcio > sussurrò la poetessa, subito l’allodola divenne azzurra, poi bianca, poi multicolore brillante ed apparvero Ciccino, vestito in tenuta sportiva, insieme con i bambini, che incominciarono ad annunciarlo sgolandosi.
< Chi sono questi piccoli? > chiese Cristina all’ometto sorridente.

< In paradiso tutti siamo piccoli, altrimenti non potremmo passare dalla porticina d’accesso> rispose lui, Chinò gli occhi umilmente ed aggiunse: < Sono la mia guardia del corpo, il Padre mi ha promosso arcangelo >.
La risata scappò a Cristina prima che potesse trattenersi.
Erano proprio un bel quadro. Francesco Pasticcio non si offese e rise con lei.
< Manda subito un’email a Mimma > le disse, < il Padre vuole che facciamo un giro in Purgatorio a vedere perché ci finiscono quasi tutti i maschi, alti prelati compresi, e non vengono mai fuori, quando infine arrivano in Paradiso nessuno ne vuole parlare. Alcuni stanno lì anche da cinque o seicento o mille anni >.
< Un altro viaggio nell’oltretomba?> chiese Cristina , < cosa mi debbo portare? >.
< Niente di che. Vestitevi comode, magari una tunica grigia, simbolo di penitenza, il solito zainetto, io una bottiglia d’acqua la prenderei ed anche un paio di occhiali da sole, chissà appare qualche visione troppo scintillante per voi. Qualche libro di poesie da dare in omaggio alle anime potrebbe spingerle a parlare e dire cos’hanno mai combinato per stare là dentro tanto tempo.

< Dirò a Mimma di comprare anche un po’ di cornetti alla crema, se piacciono come all’inferno è fatta > rispose Cristina.
< Meglio la cassata siciliana, così l’assaggiano anche i bambini > disse il vecchio prete e gesuita leccandosi i baffi.
< E un termos di granita al limone, per rinfrescarsi dalle fiamme > aggiunse,
< ci penserei io, ma ormai non posso più farlo essendo sfornito di corpo e di soldi, mi dovete scusare > concluse con tono di rammarico.
Egli, in tutta la vita terrena, non aveva mai chiesto niente a nessuno, nemmeno quando i suoi indumenti diventavano lisi, i superiori se ne dovevano accorgere e rifornirlo o sarebbe andato in giro strappato. Quando riceveva un soldo dalla propria famiglia o da qualche benestante, gli piaceva regalare gran pacchi di dolci alle mamme povere perché avessero un momento di gioia con marito e figli. E se qualcuna  gli si presentava per ricambiarlo, che so io, stirandogli i vestiti oppure ripulendo la chiesa, non accettava  mai, affermando che le mogli debbono pensare alla famiglia ed anche a riposare e divagarsi un po’, non agli indumenti di un gesuita qualunque oppure ad aggiungere lavoro extra nella propria già faticosa giornata.
Alcuni dei suoi confratelli lo prendevano in giro per questi atteggiamenti, che Ciccino cercava di mantenere segreti senza riuscirci perché tutti i beneficati lo lodavano facendone  un  gran parlare.
Quando Mimma seppe che il Padre li mandava in Purgatorio, saltò di gioia. Certo, subito dopo, avrebbe invitato lei e Cristina in Paradiso a vedere cosa c’era. Questo le interessava in maniera speciale perché era stata una bambina curiosa piena di domande del genere: < Perché la luna non cade? Dove va il sole di notte? Come ha fatto Dio a creare la terra? Chi è la moglie di Dio? > e grazioserie del genere. A lei non bastavano le bambole, con le quali tuttavia giocava volentieri cucendo i vestitini e, una volta, perfino un cappotto con la martingala dietro, come quella di cui avevano a lungo parlato la sarta e la mamma. Il papà, con grande pazienza, si metteva a risponderle, ma questo suscitava altre domande a raffica fino a che il pover’uomo, messo alle strette, fingeva di scocciarsi e la mamma veniva a riprendersi la figlia sedendola al tavolo della cucina ad asciugare le posate.
Qui Mimma si calmava di necessità per evitare il peggio, ma le posate non era capace di asciugarle ad una ad una senza che ci rimanesse nemmeno una goccia di acqua, uffa, che noia.
Chissà se il Padre si sarebbe magari fatto vedere anche da lei e Cristina.
Dio, gongolante perché era tutta contenta, le fece  una carezza sulla guancia di nascosto, si divertiva tanto a leggere nei pensieri di quelle poetesse così impetuose.
Mimma si toccò la guancia con un sorriso, senza sapere né capire.
Andò subito alla pasticceria e comprò una cassata siciliana, volle che al centro ci fosse una rosa di panna bianca e ci fece scrivere sopra: “ vivete felici “, che era il suo motto.
Disse ai pasticcieri che la torta  doveva viaggiare ( e come! ) e la fece confezionare in una robusta scatola di cartone doppio e anche triplo.

Fine della seconda puntata

< Bambini, portate voi la torta > disse Francesco Pasticcio, che stavolta indossava anche lui una tunica grigia dentro la quale sembrava più buffo che mai. < Ma come possono farcela, è pesantissima > disse Mimma affannata, ridendo i due angioletti presero il grosso pacco l’uno di qua e l’altra di là come se fosse una piuma.
< In Paradiso non esistono pesi > affermò l’arcangelo, < né cose impossibili >.
Cristina guardava a bocca aperta, aveva messo nello zainetto una ventina di copie dei suoi libri di poesie ed era carica anche lei, < Dai qua >,  affermò Ciccino mettendosi a tracolla lo zaino, che sembrò levitare da sè.
< Dov’è l’ingresso del Purgatorio? > chiese Mimma curiosissima.
< Sulla luna, nel Mare della tranquillità, quinto cratere a destra >.
Ciccino indossò ali di farfalla gigante che, almeno, davano un tocco di colore a quella tunica cinerea, le prese per mano e in un battibaleno si trovarono sulla luna.
< Perché l’ingresso del Purgatorio è quassù? > chiese Cristina camminando a grandi balzi per la minore forza di gravità, Mimma intanto svolazzava  ridendo come una pazza e dicendo che si divertiva e finalmente si sentiva abbastanza leggera.
< Così è piaciuto al Padre, ma bisogna andare dentro, ecco il pertugio >.
< Sono ingrassata otto chili > affermò Cristina, < come faccio a passare ? >.
< Io sono stata sempre cicciona > disse Mimma < e poi da questo buchino non entrano nemmeno gli angioletti ad uno ad uno >.
< Entriamo, entriamo > risero i bambini, e sparirono lì dentro con tutta la torta.
Mimma poggiò un piede sul pertugio e si trovò in una discoteca amplissima,  che sembrava fatta di arcobaleni ruotanti. Da chissà dove e chissà come venivano musiche di diversa qualità, ma nell’insieme c’era un coro di grande gioia armoniosa e non si capiva come tanti ritmi diversi diventassero una sola cosa in quel modo: rock, hard rock, pop, house, musica classica, dance, heave metal, techno, lirica, new age, a cui si mescolavano l’Ave Maria di Shubert e di Gounod con canti gregoriani e blues accorati. Veniva voglia di ballare e difatti la discoteca era piena di angeli e di ragazzi, persone mature, anziani e vecchi decrepiti che si divertivano un mondo facendo il girotondo senza minimi segni di stanchezza. C’erano anche alcuni bambini.
< Tu te l’aspettavi un purgatorio così allegro ? > soffiò Cristina all’orecchio di Mimma.
< Questi regni oltretombali forse ci appaiono così per una significazione didascalica > rispose Mimma con aria involontariamente da prof. di lettere.
< E poi nemmeno qui vedo le fiamme. Sembrano tutti felici e contenti e guarda che belle tuniche di tutti i colori, solo noi tre siamo vestiti di grigio.
< A questo possiamo ovviare > intervenne Ciccino, gli bastò un gesto del mignolo della mano destra e ognuno di loro cambiò colore di abito.
< Tu bianco madreperlaceo > disse l’arcangelo a Mimma < perché sei una poetessa innocente >.
< Tu rosso sangue perché sei una poetessa furente > disse a Cristina.
<A tutte e due uno scialle rosso e bianco, perché siete entrambe innocenti e furenti>.
Mimma e Cristina sembravano due spagnole in abito di gala, solo non erano scollacciate, trattandosi del purgatorio. Si misero a vorticare sempre più rapidamente giocando con lo scialle e ben presto entrarono nel girotondo cantando e ridendo insieme a Francesco Pasticcio, in tuta sgargiante multicolore, e ai bambini, il maschio in celeste e la femminuccia in rosa. Dietro robuste transenne c’era un gran numero di uomini, specialmente prelati ed eminenze delle diverse religioni, con grandi anelli e medaglie d’oro massiccio e gemme, tutti a testa alta, con una smorfia di disgusto sul viso, ma c’erano pure alcune donne, per la maggior parte suore e monache con abiti di varie fogge.  Stavano lì senza andare avanti, perché non erano capaci, né indietro perché non potevano risorgere. Una schiera di angeli li avvicinava parlando loro dolcemente all’orecchio fino a quando qualcuno sorrideva e si buttava nel girotondo di gioia.
Mimma e Cristina non ne potevano più dalla curiosità e chiesero a Francesco Pasticcio chi fossero tutti quei tipi dalla faccia così addolorata.
L’arcangelo divenne serio: < Ho avuto una soffiata proprio adesso in cambio di una fetta di torta e di un libro di poesie: sono quelli che, in tutte le religioni, hanno annunciato un Dio triste o crudele ed hanno imposto agli innocenti dei pesi che loro non si sono mai sognati di toccare con un dito. La vedete quella suora? Una volta due bambine le rubarono una castagna che stava sul suo comodino, la suora si arrabbiò e ne afferrò una, rea confessa, per le trecce trascinandola giù dalle scale. E per penitenza lei e le sue consorelle tenevano le bambine con le ginocchia nude sul granturco >.
< E il granturco era crudo ? > chiese Mimma a bocca aperta.
< Ma certo. Lo scopo era proprio di far male. E’ sfuggita all’inferno per un soffio, solo perché per lei ha pregato la madre di Dio >.
< Queste cose sono vere, Mimma > affermò Cristina.
< Vedete che non è in grado di abbandonarsi alla gioia, né lei né gli altri di quella gran folla che aspetta? >.
< Io l’ho perdonata > aggiunse  Cristina. Ciccino sorrise perché sapeva benissimo che era lei una di quelle bambine: si era presa la colpa da sola e quel gesto le sarebbe bastato per un paradiso eterno.

Fine della terza puntata


A questo punto avvenne una cosa strana: dai cerchi concentrici esterni di anime  incominciarono a staccarsi a volo alcune creature pronte per il paradiso, lanciando acutissimi gridi di gioia e luci violente. Mimma e Cristina inforcarono gli occhiali da sole per non restare abbagliate. Intanto Francesco Pasticcio provvedeva al taglio della cassata siciliana e alla distribuzione dei libri di poesie di Cristina, tutto molto gradito, < Peccato che ancora non hai pubblicato sul cartaceo la favola dell’usignola stonata >, disse a Mimma, < sarebbe piaciuta >.
< Potevamo portare un computer e fargliela leggere su internet con tutti i disegni, mi sono pure dimenticata il dischetto col canto libero > rispose Mimma, < però posso cantare in diretta > e si lanciò a squarciagola nel coro generale.
Si presentò San Michele arcangelo, in abito di guerriero e spadone rilucente, per  congratularsi sia per la cassata siciliana, che aveva avuto un eccellente effetto su quelle anime ancora malinconiche tanto che alcune si erano lanciate nel girotondo di gioia, sia per le poesie di Cristina, che ne avevano spinto alla riflessione molte altre rendendole finalmente coscienti del male commesso col proprio disamore terreno mascherato di rigore religioso.
Si volse verso Mimma: < Pensavo che tu avessi pubblicato  il libro dell’Usignola stonata > affermò, < tuttavia abbiamo letto la tua favola su internet, brava Mimma, una storia d’amore fantastico e pulito >.

Mimma arrossì violentemente perché quella favola era, per lei, un lato molto delicato del suo animo.  Le venne una voglia impetuosa di cantare, cercò la mano di Cristina e, insieme, spiccarono il volo trillando a più non posso e mandando raggi di luce multicolore tutt’intorno, erano nel meglio quando si sentirono trattenere dai piedi, < Che fate, pazze, volete andare direttamente in Paradiso con tutto il corpo e senza nemmeno morire prima? > Francesco Pasticcio le richiamò all’ordine ed anche gli angioletti portabandiera le trattenevano dalle mantiglie, che gli rimasero in mano, Cristina e Mimma svolazzarono un po’ senza potersi trattenere e fu la cosa più bella della loro vita, ma sulla fessura che conduceva al cielo ( si intravedeva un azzurro ineffabile ) trovarono San Michele arcangelo che le ricondusse indietro e le riconsegnò a Francesco Pasticcio, con un sorriso che sembrò piuttosto divertito:
< Evasione fallita > disse , < avete ancora qualcosina da fare in terra voi due, signore poetesse >.
A occhi bassi, Mimma e Cristina si riavvolsero nei loro mantelli pensando che sicuramente, dopo questo tentativo di sgattaiolare in paradiso senza permesso, il Padre non le avrebbe più invitate per un viaggio anche in cielo. Gli angioletti portabandiera, intanto, si erano abbuffati di torta, e più se ne affettava più ce n’era.

<  Sembra la moltiplicazione dei pani > sussurrò Mimma. Per quanto riguarda i libri di poesie di Cristina, quasi tutte le anime ne avevano una copia in mano ed erano una folla sterminata, alcune leggevano e si commuovevano piangendo con grosse lacrime purificatrici mai avute.
Molta di quella gente dalla faccia triste, che aspettava chissà da quanto tempo, si continuava a gettare nel girotondo di gioia, Cristina si accostò alla vecchia suora che l’aveva umiliata per una castagna e la prese per mano sorridendo, fu allora che la vide trasfigurarsi in un attimo: le si allargarono gli occhi strizzati, la pappagorgia le smise di tremare e riapparve perfino una bocca  da quella fessura nella quale da decenni era scomparsa. L’aiutò a superare la transenna e lasciò che andasse libera anche lei, finalmente.
< Cristina, hai notato che alcuni  di quelli tanto mesti sono vestiti in costume antico? > disse Mimma camminando ad alcuni metri da terra senza nemmeno accorgersene,
< poveracci, stanno qui da tutti questi secoli ? Magari dai tempi delle crociate >.
< Poveracci no > rispose Cristina, < se lo sono meritato per avere usato male del proprio potere religioso, e non solo i cattolici avidi di potere e di denaro coi tribunali dell’inquisizione, anche i capi tribù, quelli che organizzavano i sacrifici umani e mettevano in bocca al dio di pietra i cuori ancora palpitanti e il sangue degli innocenti si riversava a fiumi dai gradoni delle piramidi azteche.  Guarda quanti vestiti da guerrieri, debbono essere i re e i signori e tutti i potenti che hanno mandato i giovani a morire in guerra per arricchirsi. Io non provo nessuna pietà per loro e non gli do né la torta né i libri di poesie. E poi li vedi quelli più moderni, tutti eleganti, in giacca nera o blu e cravatta sulla camicia immacolata, con l’orologio d’oro piatto di gran lusso e il profumo firmato? >.

< Non si possono perdonare tanto facilmente tutti costoro > affermò Mimma, < però le tue poesie farebbero bene a leggerle, per capire quant’è profondo il dolore e l’amore umano. Tanto i libri si moltiplicano da soli >.
< Però torta niente, non meritano di addolcirsi quella bocca sputasentenze, c’è pure una giustizia al mondo, anzi in quest’altro mondo > affermò Cristina.
< Hai ragione, ecco perché tanti maschi non vengono mai fuori dal purgatorio anche se nessuno li lega o li brucia. Piuttosto, lo vuoi un bel bicchiere di granita di limone? > intervenne  Francesco Pasticcio, che con quella tuta larga e coloratissima sembrava un folletto. Subito si presentarono gli angioletti portabandiera ed anche la granita si moltiplicò e poterono averne in abbondanza tutti quelli che la vollero, nei bicchieri di plastica portati da Mimma.

Fine della quarta puntata

 


D’un tratto la musica cessò e il girotondo si interruppe: era arrivata l’ora delle pulizie.
Entrò una gran processione di ecclesiastici, che portavano ognuno un secchio di acqua saponata, la scopa, lo spazzolone e un grosso straccio per togliere la polvere.  Mimma e Cristina restarono a bocca aperta. Dietro venivano uomini di tutte le età, anche alcuni bambini, tutti si misero di lena a spazzare, lavare i pavimenti e togliere la polvere.
< Sono quelli che, in tutta la loro vita, si sono fatti servire dalle donne: madri, sorelle, mogli, conviventi e perpetue dandolo per scontato e senza mai una parola d’affetto e di comprensione né un aiuto > disse Francesco Pasticcio all’orecchio delle poetesse, < non riescono a pentirsi di quello che hanno fatto e non capiscono il contrappasso, anzi sono indispettiti perché adesso debbono servire tutte le donne del purgatorio, le quali passano il tempo in sedia sdraio leggendo il giornale, sferruzzando e navigando su internet.

< E che giornale leggono? > chiesero Mimma e Cristina in coro.
< Il giornale locale, naturalmente: Poesia penitenziale  >.
< Ma fa parte delle loro pene? >.
< Ah, ah, ah > rispose Francesco Pasticcio battendo allegramente le mani, < in purgatorio per penitenza si intende la gioia dell’anima liberata, solo che questi non l’hanno capito per niente. Guarda, guarda come striglia il cardinale ginocchioni per terra, se non puliscono bene gli angeli glielo fanno rifare. E guarda quel capo maya, che ha organizzato i sacrifici umani di tanti bimbetti innocenti, quanto si dà da fare a spolverare le pareti >.
<Ma tu com’è che quando siamo venuti qui non sapevi niente e ora sei così
informato ?> chiese Mimma.

< Potere della tua cassata siciliana e dei libri di poesie di Cristina > rispose Ciccino, tutti vengono a cercarmi per averli e mi raccontano cose, cose inaccettabili. Molti di costoro si sono salvati a stento dall’inferno vero e proprio, ma prima di capire che tutto è amore passeranno ancora secoli. Le loro donne saranno in paradiso da un bel po’ quando usciranno anche loro da quella fessura lassù, già, voi due avevate imboccato la via giusta e facevate sul serio,
Mimma e Cristina volsero gli occhi verso la strisciolina di azzurro ineffabile che filtrava e desiderarono con tutte se stesse riprovarci, ma: < Ferme, piccole pesti > gridò l’arcangioletto accorgendosi all’istante del primo movimento.
< Non possiamo almeno dare uno sguardo dalla fessura ? > chiese Cristina suadente inclinando la testa e facendo la bambina.
< Niente affatto, dopo non si resiste al volo fino al seno del Padre >.
< Ma questi poveracci non potrebbero almeno usare l’aspirapolvere ? Guardate come sudano > disse Mimma che, non essendo una gran donna di casa, li compativa.
< Poveracci un corno > sbuffò Cristina.
< Per carità, non si può parlare così volgarmente qui dentro > sussurrò Ciccino guardandosi intorno, < se vi sente qualche angelo vi assegna una penitenza >.
< E che penitenza? >.
< Che so io? Scrivere una poesia, inventare un canto, fare quattro salti qui e lì > rispose Ciccino.
< Io ci sto > dissero in coro Mimma e Cristina.
Quelle due donne avevano sempre ragione o se la pigliavano,  pensò Pasticcio. Gli era venuta una infinita nostalgia del Padre, prese il telefonino, fece un numero ( in quel caso ne basta uno qualunque senza prefisso) e disse:
< Papà > con un tono così emozionato che le due poetesse capirono subito con chi parlasse.
< Come vanno le cose, pasticcino mio? > rispose una voce delicata eppure tuonante,
< avete capito qualcosa ? >.
< Certo, maestà > rispose il neo arcangelo, < adesso sappiamo perché i maschi non vengono mai fuori dal purgatorio: per la superbia, le prepotenze contro le donne e la tristezza del male commesso >.
< Sono le conseguenze del disamore. E adesso ti sei reso conto del perché tu, invece, sei prontamente schizzato sul mio seno? >.
Il piccolo arcangelo arrossì vistosamente: < Perché ho avuto compassione degli altri, delle donne povere e bisognose di conforto? > chiese a voce bassa e un pochino rauca,
< non ho fatto nulla di che >.
< Hai anche sopportato di essere preso in giro per questo > puntualizzò il Padre, < ciò non è poco >.
Francesco Pasticcio restò in silenzio imbarazzato.
< Ciccino, ci sei? >.
< Sì, maestà >.
E le poetesse che dicono ? >.
< Mi fanno grandi cenni perché vorrebbero almeno parlare con voi, maestà >.
< Rispondi loro che non è ancora tempo, ma hanno tutto il mio amore e il mio aiuto > concluse il Padre, e staccò la comunicazione.

Fine della quinta puntata


Epilogo

 

I pavimenti, le pareti e gli angoletti della discoteca erano ormai perfettamente ripuliti che brillavano, ma adesso si trattava di preparare il pranzo.
Era apparso dal nulla un gran tavolo e tutti quei maschi si apprestavano a ripulire molti cesti di cozze perché oggi era venerdì e le signore mangiavano di magro.

Nella vita terrena spesso si presentavano a casa coi funghi porcini freschi o, appunto, coi tre chili di cozze oppure con due fasci di spinaci, che fanno bene perché sono pieni di ferro e se la madre, moglie, la convivente o la perpetua non erano pronte a mettersi subito al lavoro, erano gridi, imprecazioni e bestemmie.
Adesso, ammassati intorno al tavolo, raschiavano, raschiavano e in cuor loro maledicevano il loro destino pensando quant’era bella la terra, dove aprivano la bocca solo per mangiare o gridare.
Gli angeli controllavano le cozze ad una ad una e le volevano pure lucidate o le signore si potevano graffiare un dito.
Mimma si volse verso Francesco Pasticcio: < Posso andare ad aiutarli? > chiese con viso serio, < nemmeno a me sono mai piaciuti i servizi domestici >.
< Posso andare anch’io ? > chiese Cristina, < anch’io tante volte ho maledetto le cozze che mio marito sempre mi porta perché gli piacciono tanto >.
Ciccino le guardò a bocca aperta per una tale decisione e diede il permesso. Mimma si mise accanto ad un signore alto e ben nutrito, che sembrava arrabbiatissimo e cominciò a dargli una mano, sia pure in modo un po’ maldestro e scorticando più le proprie dita che i gusci delle cozze. Gli angeli controllavano e lodavano il suo lavoro mentre erano rigorosissimi con quel poverino.
< Scusi, chi è lei ? > gli chiese infine Mimma.
< Un nobilissimo indiano > rispose quello rimettendosi in bilico il turbante, < dicono che mi sono meritato di fare questo lavoro perché ho bruciato con l’acido la faccia di mia moglie mentre dormiva: l’avevo vista ridere con un altro uomo. Hanno detto che anche se mi avesse effettivamente tradito non avrei dovuto rovinarla a vita. Io ho usato solo di un mio diritto. Adesso quella vipera oggi vuole mangiare queste maledette cozze. Ma tu perché mi aiuti? Chi sei? >.
< Sono una poetessa > rispose Mimma < e cerco di amare gli altri intorno a me e di renderli sereni, anzi felici come posso. Per questo ti aiuto >.
< Strano ragionamento > fece l’indiano, < quindi tu ami la gente anche se non la conosci? Io non ti ho mai visto. In cambio dell’aiuto cosa vuoi da me? >.
< Non voglio niente > continuò Mimma raschiando, < solo che tu pensi a quello che ti ho detto: amare gli altri anziché approfittarne >.
L’indiano la guardò con una strana espressione: < Mi sono sbagliato con quella poverina > affermò.
Subito si avvicinarono due angeli controllori e dissero che il lavoro, per quel giorno, era finito e considerato soddisfacente.
Intanto Cristina era capitata accanto a una madre superiora obesa, una delle poche donne presenti, con gli occhi che sembravano due biglie, il porro coi peli sulla guancia destra, le macchie della vecchiaia su quella sinistra ed una bella pancia, gran terrore del suo convento e anche di quelli vicini, dove si recava talora in visita indesiderata.
Costei raschiava e imprecava. Cristina lavorava alquanto meglio di Mimma, per forza, aveva cresciuto quattro figli e un marito, così si mise ad aiutarla cantando le canzonette che si ricordava: La spagnola, ohi Marì, torna a Surriento e tutto quello che le veniva in mente, comprese le musiche new age che preferiva.
< Canti perché sei allegra in questo postaccio ? > le chiese la vecchia suora dando un gran colpo sulla cozza, che si spezzò. Subito uno degli angeli controllori la rimproverò duramente.
< Canto perché amo > rispose Cristina.
< E che vuoi da me, perché mi aiuti? >.
< Non voglio niente e ti aiuto perché ne hai bisogno >.
< Sai per quale ragione sono qui? >.
< Perché hai trattato senza amore né pietà le tue consorelle >.
< Ma ero io che comandavo >.
< Chi ama non comanda: ama e basta. Continuerai a pulire pavimenti e cozze fino a quando non lo capirai. Ti posso regalare un mio libro di poesie? Parla del dolore e dell’amore umano >.
La vecchia sollevò la faccia gonfia : < E’ vero > disse, < le ho trattate sempre male, poverine, qualunque cosa facessero >.
Prese il libro e ringraziò, subito si avvicinarono due angeli controllori e le informarono che il lavoro, per quel giorno, era finito e considerato soddisfacente.
Mimma si offrì di ripulire la discoteca, ma il tempo di girarsi verso gli angeli controllori e già tutti avevano ripreso il girotondo di gioia, il posto era nitido e pieno di fiori.
< Ragazze, fatevi due salti, noi dobbiamo allontanarci, diciamo, una mezz’ora. Vi saluto > disse Francesco Pasticcio portandosi appresso gli angioletti.
Mimma e Cristina si erano sedute a un tavolinetto di madreperla deliziosamente intarsiato: < Mi piacerebbe portarmelo a casa, starebbe benissimo in salotto, per ricordo > disse Mimma.
< Non vorrai rubarlo > rispose Cristina scandalizzata. < Io, invece, vorrei avere quel giglio che c’è nel portafiori anche col portafiori, per ricordo > .
< Non vorrai rubarlo > rispose Mimma scandalizzata, ed in coro dissero: < Ma no, ci mancherebbe altro >. Poi sollevarono gli occhi in alto, dopo essersi accertate che Ciccino e i bambini si fossero effettivamente allontanati, la fessura azzurra era lì attraente come il più ardente dei desideri.
< Francesco Pasticcio non c’è, nemmeno gli angioletti, nemmeno gli angeli di controllo > osservò Cristina.
< Dovremmo approfittarne > fece Mimma pensosa.
< Però il Padre ha detto che non è tempo, non voglio disobbedirgli, Lui sa quello che è giusto >.
< Nemmeno io voglio disobbedirgli, ma non per un eventuale castigo >.
< Non vogliamo disobbedirgli per amore > dissero insieme.
Si sentì un sussurro soave che percorse tutto il purgatorio e venne una voce:
< Brave le mie poetesse. Vi siete meritate il biglietto di andata e ritorno dal Paradiso >.
Appena rientrarono a casa Mimma vide subito il tavolinetto di madreperla nel salotto e Cristina si accorse che sulla consolle dell’ingresso c’era il portafiori col giglio.

 

Domenica Luise

 

Fine

 

 

 

Mimma birba

Mimma birba

Mimma birba

Mimma piccolina: < Adamo ed Eva hanno mangiato la mela? >.
I grandi, seri: < Sì >.
Mimma piccolina: < E io perché debbo morire? >.

Rimasi molto sorpresa che non mi sapessero rispondere.

 

                                                                     Domenica Luise

 

(Fotografia di Espedito Luise, il mio papà.

Ai tempi usava una macchina a soffietto,
nella quale l'immagine si doveva inquadrare capovolta
e riflessa in una specie di piccolo vetro. Per me era magia).