Il sonno dei soldati

La Pietà

“Ma io non mi addormenterò” pensava il soldato messo a guardia del sepolcro, e ricordava le parole che il suo capo gli aveva sibilato all’orecchio dopo avergli affidato il comando del drappello: <Bada che i suoi devoti non vengano a trafugare il corpo per poi dire che è risorto oppure  sarai tu a finire crocifisso>.                       Il soldato, che finalmente otteneva il comando di qualcosa (perfino in casa sua per prima comandava la suocera, dopo sua moglie alla pari coi due figli adolescenti) ridacchiò soddisfattissimo:
<Sa bene che io soffro di insonnia>.
<Per questo ti ho scelto>.
“Non ho mai avuto tanto sonno” pensava osservando tutti i suoi compagni che ronfavano in due piccoli mucchi a dritta e a manca della pietra che chiudeva il sepolcro. Gli aveva fatto pena la madre del morto, così bianca, sostenuta di peso dalle amiche, erano state le ultime ad uscire, pressate dai soldati. Che coraggio. E si erano pure fermate a lungo nei pressi finché quelli, scocciati, non le avevano scacciate ancora urlando. Egli pure voleva mandarle via, ma non con tanto sgarbo. Tutti sapevano che quel profeta non aveva fatto male a nessuno, una volta anche lui l’aveva ascoltato parlare e, per un po’, si era sentito lenire l’anima tanto da non accorgersi nemmeno di essere digiuno, ma gli apostoli gli avevano dato pane e pesci a volontà, non aveva mai mangiato così bene in vita sua, seduto e non in piedi, come al solito. Ottima propaganda politica, e bisognava vedere come perfino sua suocera si fosse addolcita, i figli quieti e la moglie muta. Le cose che quell’uomo diceva erano campate in aria, ma sarebbe stato bello se anche i suoi l’avessero amato senza lotte, sotterfugi e bugie ed egli, a sua volta, potesse amarli in pace. E perdonare. Riposante, ma duro, come si fa a perdonare il male ricevuto, tutte le rispostacce dei figli, le intromissioni della suocera, i dolori di testa della moglie.

Volto di Gesù bagliore diffuso 2

La corona di spine sì, altro che dolori di testa. L’aveva composta uno del suo drappello e adesso dormiva a pancia all’aria bello tranquillo. Poveraccio quel morto, aveva fatto solo del bene a tutti. In coscienza egli non avrebbe mai avuto il coraggio di una falsa testimonianza contro Gesù come aveva fatto quell’altro del drappello perché i figli si lamentavano sempre di avere fame e l’avevano pagato bene. Anche a lui avrebbero fatto comodo quel bel po’ di soldini in più, per qualche ora, almeno, suocera, moglie e prole l’avrebbero rispettato. Il soldato cercò di raddrizzare la testa e aprire gli occhi, “Adesso vado a svegliarli”, pensò, ma non poté muovere un passo, la lancia sulla quale si appoggiava cadde a terra, sentì chiaramente un respiro forte e soave, guardò la pietra che quattro uomini robusti manovravano a stento e adesso, docilmente, ruotava da sola, Gesù uscì dal sepolcro e gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla e lo guardò. Sorrideva. <Signore> sussurrò il soldato.  E svenne, così sembrò anch’egli addormentato mentre, invece, intuiva l’amore.

croce nera 2 Vide che Gesù si avvicinava agli altri soldati e li accarezzava ad uno ad uno, anche quello che aveva intrecciato la corona di spine e quell’altro che aveva dato falsa testimonianza contro di lui, e provò una gioia tale da trasformare ogni tristezza della vita propria ed altrui.

Domenica Luise

(Disegni e computer-grafica di Domenica Luise)

 

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L’agnellino

Samuele l’aveva trovato ferito accanto a una grossa pietra e l’aveva portato a casa.
<Questo piccolo ha bisogno di latte, sennò muore> disse il papà, <chiederò al padrone se posso tenerlo nel suo gregge, forse abbiamo fortuna e qualcuna delle pecore madri l’accetta>.
La mamma scosse la testa poco persuasa: <Ma poi il padrone se lo terrà lui> affermò steccando e fasciando la zampetta rotta all’animale, che si lamentava come un bambino piccolo.
Samuele seguiva il discorso senza intervenire, ma i suoi occhi neri come il carbone guizzavano attentissimi dal padre alla madre e viceversa.
<Il mio padrone è un uomo giusto> fece lui, <e ha stima di me. Salverò l’agnellino e te lo porterò> promise.
<Grazie, papà> disse infine Samuele con voce un pochino rauca. Sorprendentemente l’animaletto leccò la mano al bambino, poi dette un sospiro come di sollievo, reclinò la testa e subito si addormentò.
Crebbe allattato da Albachiara, la pecora più bella del gregge, che lo accettò subito senza problemi. Quando fu svezzato il padrone chiamò il pastore e gli disse di prendere l’agnello per il suo bambino. Quel giorno, nella misera casa, fu festa grande, la mamma impastò una focaccia tutta coperta di miele e ne mangiarono quanta ne vollero. Da allora l’agnellino dormì in casa con loro e divenne una pecora opulenta, che seguiva sempre il bambino.
Erano felici e non pativano mai la fame. Il padrone era generoso e, da qualche tempo, Samuele andava ad ascoltare le prediche di Gesù, con la pecora appresso.
Una sera non si ritirarono, lo trovarono in un dirupo sul quale si era sporto  per raccogliere la verdura selvatica che piaceva alla mamma. Era morto, con la pecora accanto che belava lamentosamente.
Una piccola comitiva di amici e donne che si battevano il petto portava a casa il cadaverino quando incontrarono Gesù coi discepoli.

<Donne, perché piangete? Uomini, cos’è accaduto al bambino?>.
<Maestro> la madre e il padre gli si buttarono ai piedi, <è caduto nel precipizio ed è morto, è morto>.
<Che dici? Gli è soltanto preso un colpo di sonno> fece Gesù, e toccò il piccolo con la mano, Samuele si dimenò, balzò in piedi e chiese a sua madre:
< Chi mi ha rubato la verdura che avevo raccolto per te?>.
Anche quella sera fu festa grande e bisognava vedere come saltava la pecora. Si improvvisò una cena  e tutt’intorno alla povera casa amici, conoscenti e anche quelli che mai avevano sentito parlare di loro prima di quel giorno venivano a portare pane, formaggi, ricottelle , frutta, miele e tanta verdura selvatica, così mangiarono insieme e bevvero un po’ di vino buono, che volle donare il padrone, compresi Gesù e i discepoli.
< Cosa darò al maestro , che ha restituito la vita al mio bambino?> chiese il padre alzando il terzo bicchiere colmo, o era il quarto?
<La nostra unica ricchezza è la pecora, così potrà mangiarla per la Pasqua>.
I discepoli incominciarono a ringraziare e corsero a prendere la pecora, che li seguì obbediente. Samuele, nel sentire il discorso, si stava affogando con un boccone di pane e ricotta che masticava in quel momento. Voleva dire <No, no>, ma non poté perché era troppo occupato a tossire.
Gesù accarezzò la pecora sulla testa e lei gli leccò la mano, gesto che riservava soltanto al suo padroncino. Docilissima, gli poggiò il muso sulle ginocchia . Gesù guardò Samuele occhi negli occhi:
<Noi non mangeremo la tua pecora, piccolo> disse con disappunto degli apostoli, <questa vi darà latte e lana a lungo e tanto affetto>.
Dopo Gesù si chinò all’orecchio di Samuele e gli disse sottovoce:
<Venerdì prossimo mi crocifiggeranno. Non dirlo a nessuno , ma vai dalla mia mamma e consolala. Io l’affido a te, ricordale che risorgerò il terzo giorno come oggi sei risorto tu>.

Domenica Luise

Tu

                                                                               (Disegno a matita di Domenica Luise)

Se il sempre terreno dura cent’anni
è l’attimo del quale l’eternità
nemmeno s’accorge. Ma
chi è l’eternità
o cosa
e come? Io, una noce
in balia all’infinita domanda. Tra poco
ci vedremo
e ogni curiosità sarà appagata
oltre.

Ti ho immaginato, amato
e cercato in abbagliamento. Così
ho innaffiato la mia pietra. Volevo
farti felice.

Quale grande ambizione, ne sorriderebbero
i pulcini appena nati.

E tu?

                                                                           Domenica Luise

Volto di Gesù(Elaborazione grafica di Domenica Luise su un proprio disegno a penna)

(Disegno a matita di Domenica Luise)

Felice come una pasqua

Respiro il silenzio delle parole.

E bevo succo d’amore. Così mi dilato
nelle arterie terrene a trasformare
la spazzatura in lava fino
all’universo e oltre. Rinasco dalle mie ceneri
battendo ali di sangue.

È possibile ogni sorpresa
ora. Ricevo il bacio
e te lo restituisco.

Non c’è che gioia, dove ogni verme
schizza in farfalla e polline
ed il dolore è tramutato
stranamente.

Domenica Luise

( Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Azzurra

<Gesù, io quando sono grande mi sposo a te> sgrammaticò la bambina porgendogli un mucchietto di more su una foglia di fico. Poteva avere forse qualche otto anni, capelli neri lisci strizzati in due treccioline che le battevano di qua e di là, occhi neri anch’essi e un sorriso da prima cotta urgente.
Egli prese le more e le mangiò di gusto, <Ma quando tu sei grande io divento vecchio> rispose tra un boccone e l’altro. Dette un’occhiata storta a Pietro e Giovanni che stavano ridendo esplicitamente.
“Peccato che deve diventare vecchio” pensò la bambina, “è tanto bellino adesso” e lo guardò fisso perché non voleva dimenticarlo mai in tutta la vita. A quei tempi non avevano ancora inventato la macchina fotografica, purtroppo.
<Ah, sei qui, Azzurra> disse Veronica, <ogni tanto questa sparisce, ti viene appresso continuamente, non fa che ripetere le tue parole. Hai una discepola fedele>.
Azzurra divenne scarlatta fino agli occhi:
<Sei diventata rossa, sei diventata rossa> si misero a scherzare i discepoli beccandosi un’altra occhiataccia di Gesù, che le mise una mano sul capo. Lei, oppressa da un allargamento inaudito del cuore, che sembrò spezzarsi, chiuse gli occhi e sbiancò lampantemente.
<Ti senti male?> chiesero i discepoli, anche sua madre s’impressionò.
Vide che la piccola si era graffiata raccogliendo le more e la portò a casa per lavarla.
<Non devi disturbare il maestro> le disse ripulendola, <lui ha tante cose importanti da fare>.
<Che cose?>.
<Guarire i malati, per esempio>.
In quell’attimo le piccole ferite di Azzurra si rimarginarono, la pelle liscia, senza nemmeno un’arrossatura.
<Guarda, mamma, sono guarita> trillò la bambina, e scappò fuori di nuovo a cercarlo.
Intanto Gesù aveva risanato un lebbroso, che era in ginocchio ai suoi piedi: <Vai, e non peccare più> gli stava dicendo lui.
Quant’era bello con quegli occhi azzurri e i capelli d’oro, ad Azzurra sembrò che mancasse il respiro, forse per la corsa. Si buttò ai suoi piedi accanto all’ex lebbroso e incominciò a gridare che anche a lei erano guarite tutte le graffiature dei roveti.
Le persone si misero a ridere, ma Azzurra continuava a strillare:<Guardate, guardate> e agitava forsennatamente le manine.

<Mamma, perché mi avete chiamata Azzurra?>.
<Perché è il colore che piace di più a me> rispose Veronica, <e così ha voluto il tuo papà>.
Azzurra non ricordava nulla di lui e ne aveva avuto sempre una grande nostalgia anche perché i compagni la prendevano in giro e la chiamavano orfanella, ma alla mamma non l’aveva mai detto perché aveva paura di darle un dolore.
<E il mio papà somigliava a Gesù?>. Veronica sospirò.
<Tesoro, gli ebrei biondi sono rari. Il tuo papà era bruno, con gli occhi neri e più basso di Gesù>.
<Mamma, forse Gesù la notte sente freddo, gli facciamo una sciarpa bianca? Però ai due lati ci voglio mettere una striscia azzurra come i suoi occhi.
<E anche la frangia bella lunga,tesoro. Domani incominciamo il lavoro>.
Fu così che Azzurra imparò a tessere, ad aggiungere un colore diverso e a intrecciare la frangia. Ci impiegò il suo tempo, otto mesi cucendo e scucendo, ma volle fare solo lei la sciarpa, bisognava poi pensare ad una confezione elegante. Nulla le pareva abbastanza bello per lui e si disperava, alla fine, bene o male, il pacchetto fu pronto ed uscirono, madre e figlia, col loro dono, la bambina ancora un po’ insoddisfatta.
Fuori c’era una marea di uomini agitati, mendicanti, soldati, anche facce brutte e si sentivano volare bestemmie. In lontananza videro Maria, Maria Maddalena ed altre donne, qualcuno sussurrò all’orecchio di Veronica che stavano crocifiggendo Gesù.
Riportò subito a casa la bambina, che non aveva capito, le disse di non muoversi perché c’era pericolo e corse a vedere senza accorgersi di stringere sempre il pacchetto con la sciarpa in mano. Egli camminava sotto una grande croce e nessuno avrebbe guarito tutte quelle ferite.
Grondava sudore e sangue. Veronica si lanciò in mezzo ai carnefici e gli asciugò il volto con la sciarpa di sua figlia.
Gesù la guardò in un lampo di azzurro.
In quel momento gli occhi della piccola divennero di quell’identico colore.

                                                                                                          Domenica Luise

 (Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Vi metto i link delle fiabe religiose che ho pubblicato su questo blog per Pasqua negli anni passati:

https://usignolamimma.wordpress.com/2011/04/23/la-notte-del-sabato-santo/#comments

https://usignolamimma.wordpress.com/2010/04/01/il-pane-di-maria/#comments

https://usignolamimma.wordpress.com/2009/04/10/la-cagnetta-di-maddalena/#comments

A Gesù

Pietà verde e viola


Nel momento della mia massima infelicità
tu sempre mi hai resa felice
come hai fatto non so.

Sto giungendo alla soglia nuziale
sono tranquillissima
come faccio non so. Stupisco
di te e di me.

C’è una realtà
ben oltre l’amore dolore gioco
della poesia che sempre mi soffia negli orecchi
negli occhi e nelle mani
con parole ferite
e rifiorenti.

Adesso ho una casa arcobaleno
con due stanzette, una nera
e l’altra bianca
dove riposo. Ma i muri divisori
scompaiono silenziosamente.

                                                         Domenica Luise
                                                        (Acquerello di Domenica Luise)

Il pane di Maria


 
 

Maria lo vide arrivare che il sole stava alle sue spalle, sicché Gesù aveva il
volto in ombra. Camminava come se fosse accasciato o si sentisse male o ci fosse
qualcosa di oscuro intorno e dentro di lui. A questa percezione la madre smise di impastare il pane e fissò il figlio, che si avvicinò e la guardò come soleva fare
fin da neonato.
Un lago di beatitudine si dilatò nel cuore di Maria, ma contemporaneamente sentì una punta rovente che le faceva male nel petto.
Si portò davanti una mano infarinata e incrostata di pasta stringendo la mantella come a proteggersi.

Involontariamente, le uscì un piccolo singhiozzo senza lacrime.
Gesù le sorrise con quanta forza aveva, < Vieni qui > mormorò aprendole
le braccia.
Fu come se lei fosse la figlia ed egli il padre, la cullò e
le spiegò che era giunta la sua ora.

Gli occhi della madre si fecero scuri come se riflettessero le nuvole che, in quel momento, coprivano tutto il cielo.
Sbiancò fino alle labbra ed egli dovette sostenerla.
< Mamma > le disse, < tu sola, al mondo, sai come sono realmente nato.Tu hai visto l’angelo e hai creduto e mi hai generato nella stalla.
I lebbrosi, i ciechi e gli zoppi sono guariti, adesso è giunta l’ora che
aspettavamo. Vedi, il pane è già pronto, possiamo infornarlo >.

< Ma se non ho ancora finito di impastarlo, come può essere, figlio? > chiese Maria .
< Anche il forno è pronto > continuò lui con una strana voce febbrile  e lo sguardo lucido, < mamma, voglio fare io le pagnotte >.
Gesù si mise a dare forma al pane, era velocissimo, in ogni pagnotta tagliò
un segno a croce col coltello.

Maria guardava senza stupirsi del miracolo mentre quella punta rovente nel petto
si allargava a dismisura ed era come se ogni croce che egli segnava sulle
pagnotte, contemporaneamente, la ferisse piaga su piaga.

Ebbe un gemito intrattenibile. < Povera mamma > disse Gesù guardandola con
pietà,
< stai per soffrire molto >, ma parlò così piano che ella non poté sentirlo.
Con rapidità convulsa infornò il pane, mentre cuoceva andò a prendere un orciolo
di terracotta, disse che gli servivano il pane e il vino perché quella sera avrebbe festeggiato la pasqua con i suoi apostoli. Era vino buono, che egli stesso si era divertito a pestare, insieme ai discepoli, quel bel giorno della vendemmia,
quando li avevano invitati e si erano divertiti tanto.

Dopo suo figlio era tutto sporco di mosto, sembrava sangue. Maria rabbrividì
anche se il forno cuoceva e c’era caldo. Gesù teneva l’orciolo pieno di vino con entrambe le mani, era un gesto d’amore. < Madre > le disse,
< per questo sono nato in terra >.

Lei non poté rispondere, ma lo guardò. Gesù andò alla dispensa, prese un piatto pulito e un piccolo bicchiere di terracotta, quello dove beveva lui quando era bambino, che era caduto in terra cento volte e non si era mai nemmeno sbeccato.
Giuseppe ci aveva dipinto sopra un fiorellino celeste quando, una volta,
dei ricconi gli fecero fare una culla di legno per il loro primogenito
e gli dettero la pittura perché la colorasse. Ne avanzò un pochino e Giuseppe
l’usò per quel piccolo fiore sul bicchiere di Gesù. Col tempo quel genere
di pittura sbiadiva, ma il fiorellino celeste, dopo tanti anni, sembrava appena
fatto, un pochino irregolare perché Giuseppe non era un grande artista.

Gesù accarezzava il fiore: < Non dici niente, madre? >.
Maria aprì la bocca per rispondere, ma la voce non uscì.
La richiuse e sentì una lacrima fino agli angoli delle labbra. Salata,
come tutte le lacrime umane.

< Dobbiamo farci coraggio, madre > disse Gesù.
Il pane era cotto, egli lo tirò fuori dal forno con la pala di legno e lo mise
sulla tovaglia pulita, già distesa sul tavolo.

Maria si era seduta perché le gambe non la reggevano.
< Come stanno i cagnolini ? > chiese Gesù.
< Bene > sussurrò la madre.
< Accarezzali per me  > disse Lui, e sorrise in modo straziante :
< Fra tre giorni risorgerò > le promise.
< Io… lascia andare me al tuo posto > disse Maria.
< Non posso e non voglio, ma te ne ringrazio come se tu l’avessi fatto > rispose Gesù.
Prese la pagnotta più bella, quella con la croce larga e profonda, ne staccò un piccolo boccone e lo tenne nel palmo delle sue mani, che gli tremavano visibilmente:
< Prendi e mangiane, madre > sussurrò, < questo è il mio corpo. Credi tu, madre,
che io possa trasformarmi in pane per l’umanità? >.

< Credo ad ogni tua parola, figlio > rispose Maria. Egli l’imboccò sempre fissandola. Dopo versò un sorso di vino nel bicchiere col fiore celeste:
< Prendi e bevi, madre > disse, < questo è il mio sangue >.
Maria bevve e subito svenne. Gesù la prese in braccio come un fuscello e l’adagiò sul letto. Dopo mise in un tovagliolo quella pagnotta con la croce tanto grande,
prese l’orciolo del vino che aveva egli stesso pestato il bel giorno della vendemmia, quando sembrava tutto coperto di sangue, ma era mosto, guardò la madre in estasi, sorrise ancora in quel modo, si girò ed uscì per incontrare gli apostoli.

 

                                                              Domenica Luise

Buona Pasqua a tutti, viviamo felici, Dio ci ama.

 

La cagnetta di Maddalena

 

Ora, Maddalena aveva una cagnetta tutta bianca, piccola taglia, pelo lungo e riccio, sonaglino perennemente appeso al collo perché la sua padrona potesse subito sentirla quando la cercava.

Anche Maria Vergine santissima aveva un cane, ma era maschio e tutto nero, col solo muso bianco.

I cani si conobbero durante il discorso della montagna e subito s’innamorarono, si appartarono e lei rimase incinta. Quella sera Gesù fu accompagnato a casa da due cani, non da uno come al solito. Comunque questo seguito di animali non era una novità perché le bestiole lo adoravano. Perfino i gatti, che sono reticenti per natura, lo chiamavano miagolando e c’erano alcune colombe che gli andavano ora su una spalla ora sull’altra ogni volta che predicava.

Quando Gesù le fece una carezza, la cagnetta lo adottò. Per Lui abbandonò la sua padrona, che dovette rassegnarsi al fatto compiuto, ed iniziò una vita raminga mentre suo marito, che si chiamava Nero, restava con Maria per farle la guardia in assenza del Figlio.

La cagnetta, invece, si chiamava Bianca. Nacquero tre bambini bianchi e neri, che poppavano e dormivano scrupolosamente. Per un poco la famigliola fu riunita in un angoletto della casa di Maria, ma quando li svezzò Bianca partì di nuovo appresso a Gesù.

Dormiva ai suoi piedi, mangiava dalle sue mani e disse di no ad altre offerte amorose.

Sentiva solo un bisogno: vivere sempre con Lui.

I discepoli ne sorridevano, ma a lei non importava. Poteva affrontare tutto per una sola sua carezza.

Eppure era sempre stata timida. Le piaceva guardarlo mentre parlava, anche se, di quello che Gesù diceva, capiva soltanto il tono della voce, che era pieno d’amore.

Quando, nell’Ultima Cena, dette il Pane ai discepoli, anche lei si era avvicinata, come al solito, per mangiare dalle sue mani, Egli la lasciò per ultima e, invece del Pane, le dette un osso dell’agnello con tanta polpa e grassetto, che era mille volte più buono.

Poi vide che andavano tutti in giardino per chiacchierare e digerire, naturalmente lo seguì e stette ai suoi piedi a guardarlo mentre i discepoli prima ciondolavano e poi dormivano ronfando. Gesù le fece una carezzina in fronte e le disse: < Tu sola, Bianca > e lei cominciò a scodinzolare, ma lentamente e senza contentezza perché la sua voce era tristissima.

Vide una gran luce con dentro un uomo-uccello, che lo faceva bere in un calice.

Gesù stava male e si agitava, era tutto sudato, allora Bianca, per consolarLo, incominciò a leccargli i piedi nei sandali polverosi.

Ancora una volta Egli l’accarezzò.

Dopo vennero molti uomini e un suo discepolo, l’unico che non le piacesse, lo baciò. Strano, Gesù non sembrava contento.

Un soldato le dette un calcio perché lei aveva tentato di avvicinarsi. Guaì trascinando la zampa. Ricordò che una volta si era fatta male, Lui l’aveva curata con un massaggino e subito tutto era passato.

Stavolta, però, il dolore continuava.

Ma non ebbe tempo di leccarsi un po’ perché vide che lo maltrattavano.

Si lanciò a difenderlo  e si prese il secondo calcio. Cadde battendo la testa.

Quando rinvenne si accorse che lo flagellavano. Non poteva camminare, ma gridò il suo dolore e il suo amore con ogni forza. Sentì il terzo calcio e le parole:

< Smettila, bestiaccia >.

 

Cristo morente


Si trascinò a cercare i discepoli per avere aiuto. Vide arrivare Giovanni e Maria, pallidissimi, insieme c’era Nero, col pelo arruffato e gli occhi rossi di pianto.

Tutti gli altri amici di Gesù erano scomparsi, a parte un gruppetto di donne un po’ più indietro.

Bianca seguì Gesù sul Calvario e lo vide crocifiggere.

Maddalena prese la bestiola ferita fra le braccia, l’accarezzò e sussurrò: < Gli animali lo amano più degli esseri umani. >

Allora Bianca abbaiò di nuovo perché era troppo il suo dolore e Lui non poteva più dirle niente, ma la guardò, questo sì, anzi la fissò, e la cagnetta spalancò più che poté gli occhi perché, in quell’attimo, sentì dentro di sé un qualcosa che non capiva, era troppo grande e bello, ma anche terribile. Reclinò la testa e non vide altro che buio.

< E morta per Lui > disse Maddalena, < è giusto che sia sepolta con Lui . >

E così Bianca fu posta ai piedi di Gesù e sembravano addormentati tutti e due.

Nero li annusò un’ultima volta e dopo seguì le donne a casa, Cercava di stare il più possibile vicino alla Madonna, che era silenziosissima e sembrava che nemmeno respirasse.

Passò un po’ di tempo. Bianca volava in un tunnel di luce. Lui era all’uscita, più bello di prima, col suo odore indimenticabile. Indossava un mantello bianchissimo.

La cagnetta aprì gli occhi sentendo le Sue carezze: l’interno del sepolcro era immerso in uno splendore tranquillo e Gesù le sorrideva.

< Vieni, Bianca > le disse, < risorgiamo! >

                     Domenica Luise

                         (Acquerello di Domenica Luise)