Tango della gelosia

coppia spagnola

Egli era innamorato cotto di quella bellissima donna che inaspettatamente gli aveva detto di sì: corto e tozzo, non bello, pieno di salute e di energia fisica, è vero, ma nemmeno ricco: faceva il postino. Suo punto debole era la gelosia, che però nascondeva accuratamente per paura di perderla, Angela è anche più intelligente di me, pensava sempre.
Angela era infermiera specializzata nel reparto pediatrico e quindi stava coi bimbi
notte e giorno quando lavorava, ma ciò che lo tormentava erano i colleghi stupidi e le colleghe curiose, le risate che aveva sentito quando era passato dal suo reparto, una volta sola e parecchi mesi prima, per rendersi conto della situazione e lei subito l’aveva abbracciato dicendo: -Mio marito- col tono di annunciare il principe azzurro dei cartoni animati di una volta, bello, buono e intrepido.
E se mi prendesse in giro chissà per quale motivo, come vediamo nei film che sempre trasmettono?
Ma i giorni davvero infernali erano quando lui lavorava e lei era libera a casa: chissà cosa fa, con chi parla, cosa pensa di me.
E cercava di compensarla con un regalino: la rosa rossa, la bambola mignon di porcellana, il portachiavi sfizioso, quello che poteva, lui misero.
Il modo in cui lei l’accoglieva al rientro, cingendolo nell’odore del buon cibo che aveva preparato, gli dava momentaneamente un po’ di pace. Le aveva montato una vetrinetta dove Angela teneva le bomboniere che in ospedale le regalavano i genitori dei bimbi e tutte le carabattole che le portava lui, sua moglie spolverava sempre quelle piccole cose e sembrava tenerci molto.
Come sarebbe bello se fosse vero, pensava.
In tanti l’avevano desiderata: medici, infermieri, portantini e anche i capi dei capi. Perché ha sposato me?
Magari i capi dei capi erano brutti come lui, anche più vecchi, ma avevano i soldi.
Quando si amavano lei era ardente, anche quelli erano momenti di pace, un culmine.
Egli temeva sempre di schiacciarla col suo peso, stava attento e la sfiorava con carezze delicatissime, talora gli usciva una lacrima commosso che Angela stesse lì con lui e sembrasse contenta.
Come poteva essere vero?
Quella sera, vigilia di Pasqua, ne era più sicuro che mai: l’ingannava, non c’erano dubbi.
Sentiva anche l’ira montargli dentro, un’esperienza rara per lui, che era un uomo calmo, incapace di prepotenze.
Se mi tradisce l’ammazzo, pensò, e subito dopo: Se mi tradisce le chiedo perdono per quello che sono, e dopo mi ammazzo.
Quando lei lo cinse nell’abbraccio solito al suo apparire sulla soglia percepì subito che c’era qualcosa di nuovo. Ecco, adesso me lo dice: c’è un altro ricco, bello e fortunato.
Lei lo stringeva e sembrava che non potesse parlare o non osasse.
Egli provò un po’ di pace e gli uscì quella lacrima che sempre gli veniva. Lasciò che scorresse e la carezzò toccandola appena, stavolta le aveva portato uno zircone montato in un sottile cuore d’oro.
Si rallegrò della spesa che aveva fatto e mise la mano in tasca a prendere il pacchetto quando lei disse: -Tesoro, aspettiamo un bambino.
-Un figlio mio, sei sicura- balbettò, -è proprio mio?
-E di chi volevi che fosse, sei tu l’uomo che amo.
Gli venne un’altra lacrima nell’altro occhio, il pacchetto con lo zircone cadde a terra, lei si chinò rapidamente e lo raccolse.
-Non fare sforzi- gridò lui. E le aprì quelle tozze braccia felici.

Domenica Luise

(Disegno a china di Domenica Luise)

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Un amore innocente

Gabbiani

Il vecchio tremolante si sta avviando dal bar al supermercato, dal terzo piano di un casermone a sinistra una voce femminile grida: -Papà!
Il vecchio si blocca subito: -Sì, tesoro?
-Papà, mi serve una bottiglia di acqua frizzante, non farmi scendere solo per una bottiglia di acqua.
-Va bene, tesoro, ti serve altro?
-Visto che ci sei, papà, oggi ho solo formaggio, magari prendi un po’ di prosciutto cotto, quello compatto-, il donnone dice pure la marca e il tipo di confezione, chiede un po’ di mortadella e le pesche gialle pelose. Il vecchio entra al supermercato e fa la spesa con la sua pensione.
Un paio di volte alla settimana incontra certi amici al bar sotto casa e fanno uno scopone senza soldi, si divertono molto e chi perde paga il caffè a tutti, un caffè vero, non lento come quello della figlia. Oggi la vittoria gli costa ventitré euro e il muso dei due nipotini amatissimi appena torna a casa:
-E a noi niente?
Rimedia con cinque euro per uno, la figlia nemmeno gli chiede quanto ha speso. Si lamenta che è troppo tardi per andare a mare e sente caldo, le pesche sono acerbe, il prosciutto è poco, la mortadella è stantia, per l’acqua non dice niente e significa che va bene. Già.
Finalmente fa una doccia rapida ed esce dal bagno in due pezzi, con tutta quella pancia e il petto che scappa. Uno spettacolo:
-E sono già sudata di nuovo.
Si attorciglia intorno alla vita un pareo trasparente multicolore.
Madre e figli fanno il gesto di avviarsi: -Tu non vieni? Mio marito torna stasera, noi mangiamo là un panino, ho fatto anche un’insalata di pomodori, così andiamo leggeri.
-Non mi sento, fa troppo caldo, forse più tardi mi prendo un gelato.
-Per andare coi tuoi amici ti sei sentito-, ritorce subito la figlia. Il vecchio si arrabbia, ma non trova cosa risponderle e si siede davanti alla televisione, gli piace un film del secondo canale perché c’è un buffo cane con gli occhi intelligenti.
Peccato, poteva portare lui l’ombrellone.
Ascolta la porta sbattere, ci sente ancora perfettamente, e i passi, pesante la madre e saltellanti i bambini: scendono le scale perché nemmeno oggi l’ascensore funziona.
Lascia subito il film ed entra nello stanzino dove dorme per guardare liberamente la foto della moglie morta nella cornice buona sul comodino. Accarezza il vetro con le dita e ancora piange dopo nove anni.
Si chiamava Marisa. Non sapeva baciare e la notte del matrimonio fece l’amore per la prima volta e solo con lui a venticinque anni.
In viaggio di nozze indossava un tailleur principe di Galles e una bella borsa verde grande di pelle, aveva perfino la cappelliera e una camicetta di seta impalpabile, verde pure quella, a pallini gialli.
Era biondo naturale e sembrava una svedese.
A quei tempi in chiesa si portavano le maniche al gomito, non come oggi che si sposano scollacciate, stile vedo non vedo.
Marisa, al mare, aveva sempre indossato costumi interi e tutti le sembravano troppo audaci per lei. Gli chiedeva: -Sono indecente?
-Sei bellissima.
E gli diceva sempre: Roberto mio.
Ne ricordò quei dentini quando rideva, ne aveva uno un poco storto sul davanti che gli metteva tenerezza. Aveva chiesto le ricette alla suocera per imparare a cucinargli tutti i suoi piatti preferiti, da allora lui non aveva più assaggiato una pasta con le sarde come si deve e nemmeno quelle ciambelle saporose a colazione, col caffè appena svegli e sempre allegri o subito pronti a fare pace dopo un bisticcio scemo.
I due giovani sposi la sera, prima di addormentarsi, recitavano insieme le preghiere che i bambini imparano quando fanno la prima Comunione.
Marisa, nel corso degli anni, gli aveva dedicato un quaderno di poesie d’amore assolutamente sdolcinate, erano cinquantaquattro come l’età in cui il cancro l’aveva portata via. L’ultima gliel’aveva dettata, occhi negli occhi, sei giorni prima di addormentarsi, si intitolava: Non ti lascio davvero.
Perché non era morta: dormiva.
Egli era acculturato e s’intendeva di poesia, espressioni come “Tu sei il mio cuore” oppure “La mia anima bacia la tua” avrebbero fatto ridere i polli moderni, ma Roberto da subito si commosse per quelle parole ridondanti, fuori tempo e innocenti, dopo la morte di Marisa le imparò a memoria tutte e cinquantaquattro ed ognuna lo trafiggeva, ne ripassava una diversa al giorno e la sera, dopo le preghiere di sempre, la ripeteva a lungo nel pensiero anche se lei non era più lì a tenerlo per mano, poi le ricominciava tutte dall’inizio e godeva di essere stato amato amando fino a tal punto. Ogni parola era vera, anzi inferiore alla realtà. L’amore talora è sdolcinato o dolcissimo, perfino languido. Il respiro del seno di lei sotto quella camicetta di seta verde così sottile e come le batteva il cuore. Per questo non ne parlava mai e teneva nascosto in fondo al comodino il quaderno delle poesie anche perché non si sciupasse oltre, il tempo era passato e i fogli diventavano gialli, i tratti della penna scolorivano, incominciò a ricopiarle tutte in un quaderno nuovo e gli piacque di rispondere a poesia con poesia durante l’insonnia notturna e fu delizioso.

-Vienimi a prendere- sussurra il vecchio. Si sdraia sul letto e finge di morire e di vederla.

Domenica Luise

(Acquerello di Domenica Luise)

 

Il ragazzo e la signora

Piangeva ad occhi spalancati fissando il quadro della ballerina bianca. La mostra aveva avuto inizio la sera prima, con un sontuoso rinfresco al quale avevano partecipato parecchi critici di riviste e quotidiani importanti. Si erano consigliati fra loro a bocca aperta e, masticando, lodavano la fluidità delle pennellate, i colori puri mescolati stranamente a fare scintillare i verdi e blu impuri, le deformazioni prospettiche e anatomiche e lo stile astratto che entrava nel figurativo e nell’onirico per avvolgersi a spirale in altre variazioni sgargianti. Insomma, pensava il giovane autore, tutte quelle espressioni affascinanti con cui i critici tentano, bene o male, di mettere a fuoco l’arte altrui.

La signora era vestita modestamente ed aveva osato entrare lì perché sulla vetrina era scritto a lettere cubitali: ingresso libero.

Gonnellona a fiori un po’ troppo lunga, top verde che strideva con la sua pelle chiara, giacchetta nera, di almeno una taglia superiore, a mezze maniche penzolanti fin quasi ai gomiti.

Stonava in quell’ambiente ovattato e in mezzo a tanta gente elegante.

Il ragazzo non poteva staccarle gli occhi di dosso.

“ Avrà quarant’anni” pensò.

Egli pure si sentiva a disagio in tutto quel lusso, non era abituato. Stava seduto ad un’elegante scrivania antica autentica , vendeva cataloghi e distribuiva grossi biglietti da visita ai  possibili clienti.

Qualche mese prima aveva regalato uno dei suoi quadri al proprio medico, perché era venuto a casa più volte quando lui aveva avuto la bronchite e li aveva molto lodati, così gli aveva organizzato quella mostra, una volta pagate le spese avrebbero diviso metà per uno quello che restava.

Una parte dei quadri, con sua sorpresa, erano stati già venduti la sera prima, all’apertura, a prezzi iperbolici, considerati il minimo al momento.

Il ragazzo controllava a stento la propria gioia, era finito sui giornali anche con qualche foto e parole lusinghiere degli intenditori.

Però gli rincresceva cedere le proprie creature e questo rendeva dolceamara la vittoria che assaporava.

Molti che avevano riso di lui vennero a visitare la mostra, chiesero i prezzi e dovettero andarsene senza comprare nulla.

Il ragazzo si alzò dal proprio panchetto e, con in mano il catalogo, si avvicinò alla donna ancora immobile.

< Signora >, disse sottovoce, era emozionato da quelle lacrime, < signora >, ripeté.

Girò verso di lui uno sguardo bruno che sembrò toccarlo come una freccia sul bersaglio. Il ragazzo si commuoveva facilmente, per questo l’avevano preso sempre in giro ed egli, ormai, faceva in modo che nessuno se ne accorgesse.

< Signora >, disse, < perché piange? >.

< Volevo ballare >, rispose lei, < danza classica, col tutù e le scarpette >.

Egli desiderò spasmodicamente di regalarle quel quadro, ma ormai non poteva più, costava troppo e due o tre signori di quelli che contano si erano mostrati interessati, e che contassero si vedeva da com’erano vestiti: in blu o nero dalla testa ai piedi, camicia immacolata, cravatta a fantasia minuta e colori tenui a fondo blu oppure nero secondo il caso.

Anche una donna ne aveva chiesto il prezzo, una ricca vedova molto scollata e coi capelli troppo biondi arricciolati a coprire le rughe del collo e il petto scarno.

Il ragazzo diede il catalogo alla signora:

< Sono l’autore > disse. Gli tremò la voce nel desiderio di consolarla in qualche modo.

Lei sorrise: < Quant’è bravo > mormorò toccando il costoso catalogo come se fosse un gioiello. Egli aveva preso l’edizione completa, corredata con le proprie poesie e fotografie patinate dei quadri a tutta pagina.

< Ma non ho i soldi per pagarlo > aggiunse restituendogli il volume rilegato in finta pelle blu e fregi dorati.

< E’ un regalo > disse in fretta lui temendo di umiliarla, < sa, in cambio di quelle lacrime > soggiunse tentando una battuta di spirito, che non riuscì, < se aspetta qualche minuto sta arrivando il rinfresco anche stasera, rustici, dolci, bibite >, la invitò, poi arrossì fino alle orecchie, < mi creda, non la sto abbordando > mormorò a voce bassissima, < mi scusi > si imbrogliò decisamente.

La signora sorrise di nuovo, quasi con allegria o tenerezza o chissà come, < Mi fa l’autografo? > chiese aprendo il catalogo. Egli, che era anche poeta ed abituato alle parole, restò a lungo con la penna in aria pensando, ma più pensava e meno la dedica gli veniva, alla fine, ormai alle strette, osò chiederle il nome, < Anna > disse lei.

E il ragazzo, sempre più rosso, odiandosi, riuscì a scrivere: Ad Anna, con stima.

Mise uno scarabocchio di firma tremolante che non sembrava la sua.

La signora lesse attentamente, come se fosse il verso pregnante di una poesia moderna ermetica.

< Grazie, Mario > rispose chiamandolo per nome, < non posso fermarmi qui, devo preparare la cena, mio marito torna fra un’ora coi bambini >, involontariamente, nel muoversi, gli sfiorò una mano ed arrossì anche lei, < tornerò a guardare meglio i suoi quadri, sono bellissimi >. Lo salutò in fretta, ma con strana intensità.

Qualcuno lo chiamò, la donna si girò rapidamente e sparì aprendo un buffo ombrello di tutti i colori sotto la pioggerella gelata.

Egli, il giorno dopo, le preparò un suo quadretto che non aveva esposto perché gli piaceva troppo e voleva tenerlo. Lo impacchettò con carta marrone e pensava di regalarglielo dicendole di aprirlo soltanto arrivata a casa , ma Anna non tornò né l’indomani né mai. Conservò quel catalogo nel suo comodino, accanto al quaderno delle proprie poesie perfettamente incomprensibili ed all’album di fotografie di quand’era bambina e giovane ragazza.

Suo marito, lì dentro, non cercava mai, nemmeno quando beveva e gli venivano gli attacchi di gelosia più furiosi, che atterrivano i figli. Per il resto non era un uomo cattivo, non aveva mai alzato le mani e portava a casa quasi tutto quello che guadagnava.

Anna non pensò nemmeno per un istante di tornare alla mostra e di rivedere quel ragazzo dagli occhi ardenti. Nel catalogo le rimasero alcune sue fotografie: Mario a quattro anni sulla bicicletta, Mario alle elementari, Mario ragazzo, i quadri di Mario.

La ballerina bianca.

                                                                                                                   Domenica Luise

 

(Elaborazione al computer di un particolare del mio quadro “La ballerina bianca”)

 

Il Natale è arrivato

Stelle ballerine

Il manager portava uno spezzato con pantalone grigio perla in fresco di lana e giacca nera monopetto a sottili righe grigie, cravatta grigia a pois neri dove, di tanto in tanto, spiccava un rettangolino rosso, gli piaceva quel tocco di stramberia, fazzoletto rosso con iniziale nera affinché si capisse subito quale fosse il suo orientamento politico e tutti lo guardassero perplessi, curiosi, speranzosi che si accorgesse di loro, comunque ipnotizzati dalla sua figura, dono di natura e di palestra. Si era fatto, di nascosto, l’autotrapianto dei capelli e aveva la dentatura finta perfetta che nessuno l’avrebbe detto, quindici anni di meno, una bellezza accanto a sua moglie un poco sfatta dopo i tre figli.
Era di nuovo Natale, arrivava sempre troppo presto. La sua segretaria avrebbe avuto un bel da fare a cercargli gentili omaggi per quelle che, ridendo tra sè e sè, chiamava le sue ammiratrici, in realtà compagne occasionali in viaggi di lavoro, alberghi sempre di lusso, macchine mostruose con autista e vetri offuscati. Il Natale l’aveva sempre annoiato con quei regali, fiori, panettoni obbligatori che tutti si aspettavano. La donna che puliva gli uffici, quest’anno, avrebbe avuto una buona mancia, si era ricordato di non farle consegnare il solito panettone, se quella li lasciava non sarebbe stato facile trovarne un’altra così onesta, gli aveva restituito il portafogli con dentro quasi diecimila euro che gli era caduto dalla tasca in un amplesso occasionale  con una ragazza in  cerca di lavoro.
Per la moglie un collier di brillanti, no giro collo, lungo, così non avrebbe messo un evidenza le rughe o magari un bracciale di brillanti, un anello no.
Sospirò. Ai figli un assegno, ai domestici di casa soldi, alla chiesa l’offerta, agli enti benefici ancora soldi, non gli andava di recitare la parte del taccagno. Ma i prepotenti che gli stavano addosso per avere una buona fetta dei suoi guadagni avrebbero fatto, come ogni mese, la parte del leone e questo non si poteva evitare per quanto i suoi avvocati fossero abilissimi a nascondere i guadagni e così, almeno, risparmiare col fisco e con la mafia.
Recitava la parte dell’uomo sicuro, ma in realtà era un pauroso che voleva stare in pace con tutti e nel frattempo gli piaceva divertirsi, tanto la moglie non diceva mai niente e non era così intelligente da accorgersene.
Oppure taceva e soffriva come sanno fare le donne. Il manager sbadigliò.
Qualcuno bussò lievemente alla porta e vide che era la domestica. Cicciottella, biondo finta, cappottino del mercato e sciarpa pure, geloni e punta del naso rossa. Aveva in mano un pacco rotondo e un gran sorriso sdentato.

<Dottore>, disse <volevo farle gli auguri di buon Natale e le ho portato un pensierino, un dolce fatto da me che mi viene buonissimo>.
<Ma perché si è disturbata?> fece lui convenzionale e un pochino infastidito per quest’invadenza del Natale per forza, che ogni anno irrompeva nelle sue giornate.
<La sua segretaria mi ha dato da parte sua un grosso assegno ed io voglio ringraziarla, ho due bambine e il marito con problemi di salute, grazie a lei passeremo un Natale felice>.
Dal pacco infiocchettato di lei uscì un delizioso effluvio e il manager si ricordò di essere morto di fame.
<Deve essere una torta veramente buona> affermò, <manda un odore…>.
La donna allungò le braccia e l’appoggiò in un angolo libero della scrivania. Egli notò la finezza della carta e la cura con cui era stato infiocchettato il grosso pacco, poi le guardò le mani callose.
<Vuole sedersi e prendere un bicchiere di vino con me? O magari di champagne>.
Lei arrossì e si sedette. Venne la segretaria e bevvero il moscato insieme perché le due donne lo preferirono. La torta era all’altezza delle aspettative. Chiamarono anche tutti quelli che trovarono lì intorno, risero e si abbracciarono senza malizia. Il manager provava un confuso sollievo, un ricordo di mamma e di altri Natali quasi dimenticati o voluti dimenticare.
<Signora> disse alla segretaria, <non si preoccupi del regalo per mia moglie, preferisco sceglierlo io, anzi usciamo tutti due ore prima e andiamo a festeggiare>.
Gli tremò la voce stranamente e i dipendenti videro che era commosso.
Scelse un anello con un solitario purissimo, grande e lucente come una stella e per il resto della vita non avrebbe potuto mai dimenticare lo sguardo di quella sua piccola moglie sfatta e l’abbraccio e le lacrime e poi come piansero insieme a lungo e i baci salati, ma dolcissimi.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

L’invidia e il rimorso

L’ometto pelato con la pancia prolassata sentì di detestare quel ragazzo appena lo vide avvicinarsi per l’interrogazione orale del difficile concorso.
Aveva sbagliato una sola risposta su settanta test da svolgere in settanta minuti per essere ammesso ed aveva scritto un compito di quattro facciate di carta protocollo, brutta e bella erano nitide, con pochissimi ripensamenti, l’italiano fluido, nessuna ripetizione.
Il ragazzo era alto, snello, aveva la testa piena di capelli e lo sguardo febbrile: sapeva che col suo curriculum, se anche gli avessero messo il minimo, sarebbe schizzato in testa alla graduatoria e avrebbe avuto il posto di insegnante che si sognava pure la notte.
Sedette di fronte all’ometto e attese osservandolo stupito per la pausa di silenzio, infine l’esaminatore iniziò chiedendogli minutamente conto del compito scritto: se egli anche fosse riuscito a copiare, cosa possibilissima perché dovevano copiare i raccomandati e quindi bisognava lasciarli liberi tutti, sarebbe cascato immediatamente.
Peraltro l’ometto e altri due componenti della commissione sapevano che doveva essere bocciato per fare spazio ai raccomandati più importanti, ai quali nessuno di loro avrebbe potuto dire di no perché ognuna delle mogli aveva ricevuto una pelliccia in regalo e la promessa di una crociera di lusso a promozione avvenuta.
Ma il ragazzo non aveva copiato il tema e ne spiegò tutti i passaggi con lo stesso italiano fluido della sua scrittura, addensando i concetti eppure con una semplicità che incantava. Tutta la commissione, anche l’ometto, rimase in silenzio, oppressa da tanta intelligenza.
Come avrebbero fatto a bocciarlo?
<Lei è sprecato per un posto di insegnante, si esprime troppo bene> affermò l’ometto.
<Se vuole posso parlare con più semplicità> rispose il ragazzo sbiancando.
<Non occorre, signor…come si chiama?>.
“Mi chiamo nessuno” pensò il ragazzo dicendo il suo nome a voce bassa.
Fu bocciato con un voto in meno del minimo indispensabile.

L’ometto pelato si sporgeva dal parapetto della nave di lusso vomitando perché c’era tempesta, le mogli chiuse in cabina, gli altri due colleghi esaminatori semisvenuti in infermeria a maledire il momento in cui si erano lasciati convincere. I medici di bordo avevano un gran da fare, tutti con la xamamina in corpo, passeggeri e personale.
Se avesse avuto coraggio si sarebbe buttato a mare e l’avrebbe fatta finita col rimorso che lo perseguitava da quando avevano bocciato quell’innocente e come era sbiancato appena aveva capito.
E se avesse fatto una scemenza con una corda al collo come quell’altra ragazza pure bocciata allo stesso concorso? L’avevano salvata in extremis.
Per caso aveva visto l’articolo sul giornale: non era un professore molto attirato dalla lettura, come certi suoi colleghi che non apparivano in sala professori senza il corriere della sera sotto il braccio, tanto per farsi vedere colti, e discutevano sempre di politica, dove lui doveva tacere perché non ci capiva niente.
“Non sopporto questo rimorso” pensava guardando le onde alte e livide, dovevano essere ghiacciate.
Ma l’ometto non aveva coraggio, cosa che sapeva peraltro benissimo, e i suoi non erano veri pensieri di suicidio, ma una specie di abbandono malinconico alla tristezza della propria vita.
Nemmeno i suoi colleghi avevano coraggio e non parlavano mai del ragazzo. Ne aveva interrogati e promossi o bocciati tanti, ma si ricordava solo di quello. Per l’intelligenza e la bellezza.
Non osava nemmeno chiedere a quei due se ci pensassero mai.
Le mogli, invece, sembravano felici, contente e cinguettanti, almeno fino a quella tempesta, tutte scollacciate sotto le pellicce.
Certo, loro non l’avevano visto.
Guardò ancora i flutti agitati e si girò  per tornare in cabina ad ascoltare i soliti lamenti della sua adeguata metà o tre quarti che fosse.

 Domenica Luise

Il principe consorte

Si chiamava Mariella, ma dissero in coro che non andava bene, troppo paesano, banale, comune, così tolsero la e perché diventasse Marilla.
Quando vedi tua moglie strizzata tra le braccia di un altro, che apre la bocca al bacio, discinta, ma non troppo, come contratto vuole, ti sembra di non poterlo sopportare, voglio dire che il suo sguardo somigli tanto a quello che rivolge a me in certi momenti, ma è vero: ci siamo risollevati dai debiti in un fiat, i bambini contenti, i suoceri beneauguranti, lei enigmatica, è la parola giusta. Io perdente apparentemente lieto, che mi ero giocato tutto a poker con una compagnia di bari amici finti e suadenti rapidamente divenuti minacciosi. E gli strozzini, ultima sponda, così mia moglie, al primo provino, seppe spogliarsi con pudicizia ed era quello che volevano, non la solita sgallettata.
Doveva sembrare un film di valore, si impegnarono molto per questo, ed io, guardando, pensavo che era una forma di prostituzione.
Dicono che sono geloso anche se non ho mai fatto una scenata o perfino invidioso del suo successo, che ha posto riparo ai miei casini. Oggi hanno pubblicato un articolo intitolato “Il principe consorte” con mie varie fotografie scattate sul set: accigliato, pensieroso, affettuoso mentre l’abbraccio e lei così bella da qualunque parte la si giri.
Hanno subito scoperto la storia dei debiti di gioco, la moglie che salva il marito dal baratro, ed è tutto vero.
Mia madre è morta quand’ero piccino in uno scontro e non ha almeno avuto il dolore di tutto questo, papà, invece, tace, preferirei che mi pigliasse per il bavero.
“L’accompagna ovunque come una mamma che porti la propria bambina all’asilo”: stava nell’articolo di oggi.
E domani ce ne sarà un altro o alcuni altri.
Appena entriamo noi in una sala, gli sguardi dei maschi diventano frecce di fuoco. E sorrido sempre, hanno scritto : “la faccia ebete del marito felice e danaroso”.
Non le voglio avvelenare questo successo e così faccio finta di niente. In quanto a Marilla, sembra che nemmeno si accorga di emanare tanta seduzione e non fa niente per accentuarla né trattenerla, è semplicemente così com’è.
Sembra assolutamente felice con me, perfetta, bisogna dirlo, non si finge un amore così. E anche fedele, mai nemmeno per scherzo uno sguardo scorretto o una parola vezzosa con nessuno, un giornale ha scritto: “sarebbe noiosa se non fosse così bella”.
Lo spettacolo deve continuare.
La notte la sento dormire come sempre, il suo tepore sul mio fianco e mi viene una inutile voglia di piangere, nel sonno mi abbraccia anche quando c’è caldo e ha talora un piccolo gemito d’affetto che, se fosse proprio per me, sarebbe meraviglioso, ma è vero che sono geloso e non mi sento sicuro. E poi, non l’amo così solo perché sono innamorato di tanta bellezza, c’è molto altro, è il suo sapore, un mistero bello e oscuro quanto inafferrabile,lo chiamano fascino, ma per me ha un nome oltre.
Ho cercato invano un lavoro. Ci vuole talento, noi due ci siamo innamorati all’istituto d’arte, compagni di scuola e, quasi, di banco: ci sedevamo vicini nella fila perché accanto non ci lasciavano stare. Dopo il diploma lei superò subito il concorso, io no, né al primo né al secondo tentativo, eppure ci ero andato sicuro.
Così i primi tempi insegnava lei, io mangiai col suo stipendio per anni, fino al poker, ai bari e al cinema.
<Quello è il marito di Marilla, beato lui. Una bella moglie, due bei figli, non fa niente dalla mattina alla sera>.
<Che cialtrone>.
<Io, al suo posto, sarei Otello>.
<Già>
E viene un sabato di maggio, ieri il film è finito e finalmente Marilla è libera, così partiamo per andare in campagna come due ladri, su un’utilitaria grigia prestata e travestiti pure, i bambini dai suoceri, perché mi ha chiesto con tono quasi implorante:
<Voglio dirti una cosa, da soli io e te>.
Ogni tanto guarda indietro, ma non ci insegue nessuno. Non come quella volta che un flash del fotografo ci interruppe il respiro e il bacio.
Stamattina siamo partiti che ancora era buio fitto, con le stelle, una falce di luna e un velo di rosa in fondo.
Le colline si succedono.
<Che pace> dico.
Gli uccelli cantano.
<Caro> fa lei a un tratto, <non sono felice così>.
“Ecco”, penso, “adesso mi lascia, si è innamorata di un altro meglio riuscito, tutti sono meglio riusciti di me”.
<Possiamo comprare una casa in campagna e riprendiamo a dipingere tutti e
due?> chiede lei timidamente, e aggiunge:
<Il cinema non mi basta, non ci servono altri soldi, mi sono stufata>.
Sento una gioia divorante e tutta la pace intorno  che mi entra dentro, c’è un gregge di pecore quasi bianche che emanano odore di latte e di sterco, ma l’aria è pulita, purissima, l’azzurro, all’orizzonte, sale sempre più.
Sono costretto a fermare la macchina in mezzo alle pecore che ci belano contro.
<Pensa come saranno felici i bambini>, rispondo.

Domenica Luise

Vacanze di Natale

Buon Natale 2013

Ho scritto a casa, non sapevo che raccontargli, ma io so scrivere e posso inventare o per meglio dire prendere delle situazioni che mi colpiscono senza interessarmi e metterle al centro delle mie lettere. Per esempio che Vitti Paolo oggi, nell’ora di latino, leggeva sotto il banco una barzelletta sporca con il suo compagno e che quando li ho rimproverati gelidamente sono arrossiti tutti e due e hanno abbassato gli occhi. Che dal preside non li ho mandati, il preside non vuole essere seccato e poi ho capito che lui certi alunni come Vitti Paolo non li tocca perché sono figli del medico del paese, nipoti dell’onorevole di questo o di quell’altro partito, non importa quale, cugini in secondo di qualche altro signorotto dei dintorni. Se dal preside mando dei tipi come Vitti Paolo, finisce col dirmi che non so tenere la disciplina: sicuro.
Queste considerazioni amare, però, ai miei le dico blandamente, quasi con ironia. Sono diventata maestra dell’ironia, inizio su me stessa, i miei capelli che porto cortissimi perché cadono e sono grassi, il mio naso lungo, la mia minuscola statura, le cicatrici che l’acne giovanile mi ha lasciato scritte in faccia.
Ho anche i denti storti sul davanti, a questo si potrebbe ovviare.
Stasera sono triste e godo nell’autolesionismo. Ho continuamente davanti agli occhi il modo sicuro di comportarsi delle ragazze belle, quando salgono su un treno affollato chiedono: <C’è un posto?> e subito trovano un giovanotto che mette la valigia sulla reticella e un altro che si alza perché è giusto fare una gentilezza a quella bella ragazza.

20 dicembre

È quasi Natale e sto tornando a casa per le vacanze, ho comprato un golfino di lana morbida alla mamma, una gran bottiglia di colonia a papà, un foulard di seta a mia sorella e una bambola bionda e bella alla nipotina. Adesso mi sembrano regali sciocchi, non ho avuto neanche un filo di fantasia, ho perfino dimenticato di prendere la carta colorata per impacchettarli in modo un po’ grazioso e così mi sto servendo del rotolo che uso per foderare i libri, a fiorellini gialli e striscette blu.
I regali di Natale mi irritano, devo farli per forza, tutti se li aspettano. Non mi piace niente di quello che si fa per forza.
Il medico mi ha ordinato i tranquillanti, devo prenderne uno ogni sera prima di andare a letto. Dice che sono nervosa, ha ragione. A scuola spesso urlo con gli alunni. Dio, come sono giovane, perché devo essere così brutta, bassa, poco femminile? Quando leggo una rivista qualunque, i miei occhi sono calamitati dalla pubblicità che promette un bel seno, una bella pelle, la rinoplastica per il naso. <Ragazzi, basta adesso, la ricreazione è finita>.
Perché certune hanno tutto e certe altre non hanno niente?
<La consecutio temporum in latino…> come ho dormito bene col primo tranquillante, finalmente ho dormito.
<Il significato della pena nel Purgatorio di Dante…>, chissà, forse dormirei dolcemente se i tranquillanti li prendessi tutti in una volta.
22 dicembre
Il treno è affollato e sto nel corridoio, c’è gente anche nei gabinetti. È quasi sera, guardo la campagna umida che scorre nella nebbia, grigio e verde spento, grigio e verde spento. Ho comprato, in tre farmacie diverse, tre flaconi di tranquillanti, quarantacinque pillole, me li hanno dati senza pensarci su due volte. Sollevo alternativamente un piede, poi l’altro nell’illusione di riposarmi, mi guardo attorno, un militare mi fissa in modo torpido, è chiaro che non mi vede, nessun uomo mi ha mai vista, nemmeno le donne mi prestano attenzione, anche il preside quando ha i nervi rimprovera me perché sono quella che tace subito, non disputa, non è abile a trovare giustificazioni.
È tremendo essere soli in mezzo a tutti gli altri. Sotto la pelle sottile della mia borsa firmata sento la forma delle scatole di tranquillanti. Lo farò il 26, prima lascio passare Natale perché la nipotina potrebbe piangere e anche i miei genitori, poveracci.
All’improvviso mi muovo, <Permesso, permesso…>.
<Ma dove va quella?>.
<Permesso, permesso…>.
Incomincio dal primo scompartimento: <C’è un posto?>.
<Tutto occupato>.
Passo avanti, <Permesso, permesso, c’è un posto?>.
Se fossi stata una bella ragazza quel giovanotto che fa finta di dormire si sarebbe alzato. <C’è un posto?>.
<No, è tutto occupato>.
<Permesso, permesso, c’è un posto?>.
E all’improvviso una suorina mi guarda. Per la prima volta, finalmente, una che mi guarda. E mi sorride. C’è tutta la pace in quel sorriso. Guarda me, sorride a me. È seduta accanto a un’altra suora vecchia, un donnone che occupa un posto e mezzo e dorme ronfando. Tutte le luci sono accese sul mio viso e sul suo: è bella. Stringo fortemente la borsa con le scatole dei tranquillanti, li prenderò con una bottiglia di spumante alla malvasia: <C’è un posto?> ripeto con voce fioca. La suorina si alza: <Le cedo il mio posto, signorina> dice serenamente, <grazie> rispondo. Il suicidio va bene, ma al momento sono esausta e mi lascio cadere contro lo schienale imbottito accanto al donnone, chiudo gli occhi.
Non ho mai potuto soffrire le suore e quando mi sveglio il donnone mi sta strizzando tanto che mi manca il fiato. Lei è in corridoio, appesa al finestrino, con la fronte sulle dita intrecciate, il velo si è un pochino spostato e anche se i capelli sono quasi rapati mi accorgo che è pure bionda, di un colore radioso, che non si dovrebbe nascondere, almeno dal mio punto di vista. Mi alzo e la raggiungo:<Sorella…>, <Che c’è,signorina?> gli occhi sono di un azzurro da nordica, <sorella, la ringrazio>, ha un modo, questa, di guardarmi come se avesse capito qualcosa di me, quello che voglio fare>, <Si vada a riposare> aggiungo, <si sieda un poco anche lei, è stanca>.
Mi interrompo: è la prima volta che mi accorgo della stanchezza degli altri. <Facciamo un poco per uno> insisto. La suorina mi continua a fissare con gli occhi assonnati di ragazza giovane, poi con semplicità mi dice <Grazie> e va a sedersi, il donnone si sveglia e apre la sua borsa nera, piglia una mantella a uncinetto e la mette in grembo alla suorina, <sei ghiacciata>, dice.
Già: il riscaldamento non funziona e le suore non sono tutte cattive. Sbalordita, guardo la scena inconsueta.
Mi giro e abbasso il vetro, entra una zaffata d’aria gelida, è notte. Il treno sta per fermarsi a una stazione secondaria.
<Ma che fa, vuole farci venire una polmonite?> è una vecchia striminzita che protesta, ma io le sorrido e, con una mossa veloce, lancio fuori le tre scatole di tranquillanti.
<Lo sa che non si buttano oggetti dal finestrino?>, continua lei, <Ma se il treno è fermo> dice sgarbatamente un tipo alto e con la barba. Sorrido anche a lui e dopo un poco ci mettiamo a chiacchierare tutti insieme e mangio anche il pane e cotoletta che mi offre la vecchierella. Meno male perché, pensando al suicidio, non m’ero portata niente e schiattavo di fame.
Mi accorgo che è semplice volere bene alla gente e ascoltarla.
Stasera ho incontrato gli altri  e per la prima volta in vita mia non mi sento sola.
Alla prossima stazione scenderò dal treno e aspetterò la coincidenza per il paesino, mi comprerò un’arancina calda, anzi due, di riso croccante pieno di ragù di carne, come sanno fare a Messina, una rivista o anche due, una bibita frizzante dolce. Sono bassa e brutta come prima, ma mi sento una piccola candela accesa dentro. Non mi era mai capitato di provare questa sensazione di gioia. Grazie, Dio.
Ma cosa mi è successo, mi metto pure a pregare, adesso. Da quanto tempo non pregavo.
<Scusami>, mi accorgo di mormorare, così, come si chiede scusa a un amico. E mi sento in pace.

Domenica Luise

Disegno di Domenica Luise

Il prediletto

Lo chiamavano Chicco anche se aveva compiuto vent’anni, il padre poliziotto era morto in una sparatoria colpito da una pallottola scappata a uno dei rapinatori in fuga prima che egli nascesse. Crebbe accudito dalla mamma derelitta e dalle due sorelle maggiori ancora ragazzine.
Fu un bambino obeso, un adolescente foruncoloso e ancora obeso, sempre col mal di testa e bisognoso di riposo, un giovanotto a caccia di donne, che di lui non volevano saperne sia per l’aspetto fisico sia per il carattere tendente alla lagna perpetua.
“Ma dove trovo un lavoro? C’è crisi, c’è crisi”.
Intanto si era letteralmente comprato il diploma di ragioniere, anzi glielo avevano comprato la mamma sempre derelitta con la pensione e le due sorelle coi proventi di servette in nero presso le famiglie facoltose dei due medici paesani. In realtà Chicco sapeva contare a fatica con l’aiuto della calcolatrice, stava sempre sdraiato sul letto coi fumetti in mano e la musica nelle orecchie, faceva collezione di lattine di birra e di Barbie agghindate ognuna con abiti diversi. Aveva anche provato a frequentare un corso di yoga abbandonandolo  dopo una settimana, a suonare la chitarra desistendo dopo tre giorni e a giocare a tennis rinunciando dopo mezz’ora malgrado l’istruttrice fosse una bionda snella soda con le gambe nude.
Così gli venne la depressione psicofisiologica e passava il tempo sgranocchiando pacchetti di patatine fritte negli intervalli fra un pasto e l’altro.
La mamma sempre più derelitta e le due sorelle con le mani ingrossate dai lavori domestici propri ed altrui, tennero riunione segretissima strizzandosi nel bagno-sgabuzzino dove entravano a stento pur essendo belle magre tutte e tre. Chicco, invece, aveva il bagno buono collegato alla propria stanza, che era l’ex salone, le tre donne dormivano insieme nel letto matrimoniale e ci stavano pure larghe.
<Chicco è triste> disse la mamma, <ha bisogno di un lavoro adatto a lui>.
<Ma ha sempre mal di testa e la pressione bassa> fece la sorella n° 1.
<Forse possiamo fargli avere la pensione di invalidità> rispose la sorella n° 2, <oppure potrebbe occuparsi dei figli della mia signora, ha due maschietti piccoli, gemelli, l’anno prossimo vanno in prima elementare e cerca un maestro privato>, aggiunse con la fronte aggrottata per lo sforzo di pensare.
Così Chicco divenne maestro privato per un giorno e i due bambini, che già sapevano leggere, scrivere e ballare sui piedi altrui, lo decorarono coi pennarelli e lo fecero urlare come un tenore nell’acuto straziante prima del decesso.
Nemmeno l’insegnamento faceva per lui, restava la pensione di invalidità, ma dissero che era grasso, sì, non particolarmente obeso, le analisi erano buone, doveva solo mangiare di meno per dimagrire quei venti o venticinque chili di troppo. E perfino il medico, datore di lavoro in nero alla sorella n° 2, si strinse nelle spalle con grande atteggiamento di dolore affermando che “stando così le cose, non poteva fare nulla nemmeno lui”.
La mamma derelitta, allora, si presentò presso il suo studio, aspettò per un’ora e mezza il proprio turno di visita e, quando entrò, in lacrime vere e mani quasi giunte, gli chiese se non conoscesse un politico, un portaborse, un galoppino qualsiasi che potesse aiutare quel figlio sfortunato, così bravo, buono, preparato e diplomato. No, il computer non sapeva usarlo, era negato. No, le pulizie non erano cosa per lui. I conti…sì, era ragioniere, poteva forse assumerlo nello studio?
Il medico rispose che era già fornito né sarebbe stato giusto licenziare senza motivo un padre di famiglia.
E non conosceva qualcun altro?
No, erano tutti riforniti.
Ne parlava come se gli impiegati fossero derrate alimentari e in quel preciso momento decise di mandare via la servetta in nero, sorella imprudente per quanto grande lavoratrice fidata.
Stessa identica scena presso l’altro medico, mamma derelitta, lacrime ancora più disperate, mani ancora più serrate, medico più irrigidito oltre che sbalordito da tanta faccia tosta.
Le due sorelle furono liquidate con tante lodi e la scusa della crisi economica. Restarono tutti e tre con la pensioncina di mamma, infine le ragazze riuscirono a trovare un altro lavoro sempre in nero, ognuna presso una vecchia bisognosa di assistenza, ma faticavano il doppio guadagnando la metà.
In quanto al figlio e fratello prediletto continuò a riposarsi, collezionare lattine di birra e spogliare e rivestire Barbie in attesa che una brava ragazza stipendiata apprezzasse tutti i suoi meriti, lo sposasse, se ne prendesse cura e lo rendesse padre felice di nuovi prediletti.

Domenica Luise

 

Il ventaglio

 Quando il prete se ne andava dopo avere celebrato la messa, suor Giovanna
usciva, un pochino zoppicante, per spazzare, spolverare, sistemare i fiori e lavare il pavimento. Soltanto lei poteva passare dalle stanze interne alla chiesetta aperta alla gente: ci voleva un permesso speciale.
Certe volte ci pensava : che una così debole porta la divideva dal “ mondo”.
Più invecchiava e più le veniva la curiosità di sbirciare dal buco della serratura, con la scusa di lucidare i pomi.
Ultimamente era diventata piuttosto svagata e si distraeva con strani pensieri e ricordi, che le venivano anche durante le preghiere.
Come quando era bambina ed erano andati al circo e lei aveva riso davanti ai pagliacci e goduto tanto a vedere gli acrobati. Allora aveva deciso che avrebbe fatto la ballerina perché, su di un giornaletto intitolato “ Bambola “ , aveva letto la storia di Mimosa e Rosita, piccole ballerine.
Era incerta se ballerina o acrobata o magari attrice. Cantante no perché stonata. Attrice tragica, ecco.
C’erano le volte in cui, la domenica pomeriggio, andavano tutti al cinema, mamma, papà e le due figlie. Si usciva rossi di eccitazione, commentando il film.
Allora non c’era la televisione.
Aveva avuto un abitino bianco di sangallo, che la mamma le aveva cavato da un paio   di vecchi mutandoni della nonna.
La stoffa era poca (doveva bastare pure per la sorellina ) e così era stretto e corto, perciò a lei piaceva moltissimo. La mamma ci aveva messo i fiocchetti di velluto blu al collo e alle maniche.
Suor Giovanna arrossì lustrando i candelabri accanto al tabernacolo, pensò : “Scusa, Gesù“, fece la genuflessione, chinò la testa. Le mani le erano diventate rugose e, ultimamente, doveva essere dimagrita perché l’abito le andava più largo.
Le monache di clausura non si specchiano mai e, quindi, non sapeva il proprio viso.
Da una decina d’anni i nipoti non venivano più a trovarla. Questa cosa la pungeva ancora, “ Eppure non ci dovrei tenere così tanto “, pensò.
Raccolse un fazzolettino di carta caduto o buttato in terra e, chinandosi, lo vide.
Era un bellissimo ventaglio bianco, con le stecche di legno traforato e dorato. Al centro una fanciulla, dalle braccia nude sollevate in aria, sorrideva danzando mentre molti giovanotti l’ammiravano e suonavano le chitarre. Lei aveva i capelli al vento e vestiva di bianco a pallini rossi.
La vecchia monaca fissò quella scena di vita molto più a lungo di quanto sarebbe stato logico. Con gesto furtivo nascose il ventaglio nella tasca dell’abito e se lo portò in cella. A settant’anni passati una può anche dare i numeri.
Quando fu sola col ventaglio, esitò un attimo prima di aprirlo ancora.
Quasi di soppiatto lo guardò di nuovo e ricordò il motivo di una canzone molto antica e molto peccaminosa :  La spagnola sa amar così
Forse l’aveva dimenticato in chiesa una ragazza.
Ridacchiò come una monella. Le sarebbe piaciuto tenerselo, ma questo, proprio, non si poteva fare. Dopo cena lo avrebbe consegnato alla madre badessa e l’avrebbero conservato in attesa che la proprietaria lo chiedesse.
Però, però. Poteva fare finta di dimenticarselo e guardarlo ancora prima di dormire. Le faceva uno strano e dolce effetto, alla sua età, di cosa doveva temere?
Il ruvido lenzuolo era diventato un pizzo che le copriva le spalle nude. Lei aveva quasi vent’anni, indossava un abito bianco a pallini rossi ed aveva lasciato sciolti i capelli per danzare nel vento. I ragazzi la guardavano, le sorridevano e lei sorrideva ai ragazzi nel suono fragoroso delle chitarre, e questa era la vita.
Si svegliò madida di sudore ed appena possibile, senza guardare oltre il ventaglio né riaprirlo malgrado la forte voglia, lo consegnò alla madre badessa:
<L’hanno dimenticato ieri in chiesa>, balbettò.
<Si sente male, suor Giovanna?>.

<No, sono solo un po’ stanca>.

<Vada a riposare in cella>.

<Potrei, invece, passeggiare un po’ in giardino?>.

<Ma certo>.
Stavano sbocciando i girasoli, le piacevano tanto, sapevano di vita. C’erano delle belle pesche mature sull’albero. Chiuse gli occhi. Gli uccelli gorgheggiavano, una donna, in lontananza, cantava, non capiva le parole. Qualche volta, dal di fuori, entrava una voce estranea, corposa, nuova. Passionale.
Alzò le braccia e canterellò a modo suo: < La spagnola la, la, la, la!… >, fece un giro su se stessa, poi un altro, poi rise e si accucciò per terra con gli occhi fissi verso l’azzurro dove sfrecciavano le rondini.
Allora si sentì straordinariamente felice perché aveva rinunciato alla vita ed all’amore per un’altra vita ed un altro amore più grandi, ed ancora più felice perché il prezzo era alto e la feriva anche da vecchia. Si toccò due lacrime, che non si era accorta di versare e le bagnarono le guance vizze: il sogno del ballo fra i giovanotti e le chitarre le apparve di nuovo vivido davanti agli occhi, la fanciulla coi capelli al vento continuava a danzare, roteava col suo abito bianco a pallini rossi, roteava e l’abito diveniva tutto bianco, con il velo di sposa, roteava e l’abito diveniva nero, col soggolo bianco e le bende sui bei capelli tagliati così corti, ma il sorriso era lo stesso anche se i giovanotti non c’erano più e la ragazza teneva in mano, al posto del ventaglio così bello, una candela accesa ancora più bella, e adesso lei era immobile, solenne, e quella piccola fiamma della candela palpitava e splendeva tanto da sembrare una stella.
La porta si aprì ed apparve l’amore.
Era una porta troppo lieve. La fanciulla camminò radiosa, anzi scivolò come se volasse in un movimento rapidissimo.
Quando suor Giovanna non arrivò per il pranzo, subito la badessa corse a cercarla in giardino. Stava accucciata, quasi sdraiata, fra il pesco e i girasoli, con gli occhi aperti dritti al cielo ed una risata sul viso.

Domenica Luise

Gli occhi dell’amore

 

Nella vita cose facili e belle non ne esistono: belle, ma dure oppure facili, ma sciocche.
Io sono una croce incarnata.
Quarta elementare. La maestra indossava un grembiule celeste col mazzetto di rose dipinto sul taschino da lei stessa oppure un grembiule verde con le margherite. Teneva i capelli sciolti sulle spalle, la bocca e le unghie di un meraviglioso rosa naturale e quando mi avvicinavo profumava di borotalco proprio come la mia sorellina piccola. Non mi piaceva la maestra obesa della classe accanto, con la bocca e le unghie dipinte di rosso scuro e un odore di fiori bolliti che mi arrivava se non riuscivo a starle abbastanza lontana, una volta la chiamai “scimmia” e mi parve che lei avesse sentito perché ebbe un sobbalzo, sì, aveva pure i peli neri sulle gambe.
In verità, tuttavia, ero l’ultima che potesse criticare gli altri, che stavano comunque messi tutti sempre meglio di me.
La maestra ci faceva cantare e disegnare ed era allegrissima. Io, allora, portavo le vestine che mi faceva la mamma, con lo sprone davanti e sulla schiena, da cui partiva la gonna tutta arricciata e così non si vedeva la gobba. I problemi incominciarono quando le mie compagne presero a strizzarsi la vita per esibire il primo accenno di petto e di fianchi.
Non capivano perché io non volessi.
La gobba era irregolare e scendeva dal centro fino a sinistra, quasi sul fianco. Era dura al tatto. La odiavo. Molte volte la maestra mi liberò dalle compagne, che facevano crocchio intorno a me:
<Guarda, ti presto io la cintura>.
<Forse non hai i soldi per comprarti i jeans?>.
<Tua mamma non vuole?>.
La maestra doveva saperlo, se n’era sicuramente accorta, i grandi sono furbi. Nell’aula odorosa di gesso, col mazzetto di fiori sempre fresco sulla cattedra e i poster di animali, fiori e bambini gioiosamente appesi alle pareti accanto alle carte dell’Europa fisica e politica, restavo serrata nel mio angolo con la gobba dalla parte del muro perché nessuno la vedesse o la toccasse.
Ero la figlia dello spazzino, lavoro onesto, stipendio onesto. Anche questo nascondevo, “operatore ecologico”, così si chiamava mio padre, aveva detto la maestra: <È una persona che si occupa della pulizia dell’ambiente in cui viviamo>.
Ero rimasta molto impressionata che il mio papà fosse così importante. Invece lui tornava sempre dal lavoro con gli occhi rassegnati, <Come mi pento di non avere mai avuto voglia di studiare> diceva certe volte alla mamma. Sperava tanto in un posto di autista giardiniere presso certi signoroni, <Avremmo una casetta tutta per noi poco distante dalla villa, tu faresti le pulizie. È un posto pieno di sole. Se mi pigliano> sentii che diceva, anche lei era tutta rianimata. Non lo presero. <C’è sempre un filo di capello che fa ritorcere le cose contro di noi> sussurrò la mamma.
Fu il giorno dopo che in classe Milena, la mia compagna di banco (aveva un collo lunghissimo, un grembiule di raso decrepito, retaggio di sua sorella, e un vitino da vespa), mi mise improvvisamente una mano proprio sulla gobba e disse: <Cos’hai lì?>.
Stavamo facendo ricreazione e mangiavo un dolcetto al cioccolato che mi piaceva tanto. Da allora in poi non provai più la cioccolata.
Mi strinsi al muro, ma fu inutile.
<Perché non ce l’hai mai detto?>.
<Siamo le tue compagne>.
<Ti vogliamo bene>
I maschi, invece, o mi guardavano a bocca aperta e occhi sbarrati oppure ridevano.
<Non è vero, non è vero!> urlavo io e piangevo cercando, in qualche modo, di
difendermi dalle loro mani.
<Tocca la gobba, tocca la gobba> disse Pippo a Mario.
<Tocca la gobba, porta fortuna> rispose Mario.
Vomitai lì, la maestra rientrò in quel momento dalla direzione e, nel silenzio improvviso, spiegò:
<La vostra compagna non ha nulla di grave. Deve essere solo operata e dopo sarà come voi>.
Allora piansi di più per la paura dell’operazione, ma non era il caso di disperarmi, difatti non se ne poté fare.
Sarebbe stato facile continuare a mascherare la gobba, bastava una casacca sopra i jeans. Preferii, invece, camminare per le strade e che tutti la vedessero e lo sapessero subito.
Ogni tanto qualcuno mi additava:
<Guarda quella bella ragazza con la gobba, poverina>.
Presi la terza media e non volli più andare a scuola, la mia testa doveva essere simile a quella del papà, negata per lo studio. Però mi era sempre piaciuto creare piccoli oggetti con la creta ogni volta che la maestra ci portava in laboratorio, pensai che forse potevo fare bomboniere per matrimoni. Nel paese vicino al mio c’era una fabbrica di mattoni, non mi fecero pagare niente per darmi la creta già lavorata dei mattoni che si erano spezzati. Quando, poi, mi ripresentai perché mi mettessero in forno gli oggettini, in compenso chiesero che gliene regalassi uno e mi fecero molte lodi. C’era un ragazzo che mi diceva sempre: <Ci penso io, signorina>. e mi guardava come se la gobba non ci fosse. Poi il ragazzo prese a portarmi fino a casa le bomboniere già cotte. Mi disse di telefonargli, quando avevo oggetti da mettere in forno, perché sarebbe venuto a prendermi lui con la macchina. E mi insegnò a guidare, tutti i giorni, per il  pranzo, aveva un’ora libera, arrivava sempre in anticipo di qualche minuto, ancora masticando l’ultimo morso di panino, presi a portargli i biscotti al limone fatti da me e il thermos col caffè caldo buono, ci fermavamo a fare inversioni di marcia su e giù in una viuzza poco frequentata, ero abbastanza negata per la guida, ma egli aveva tanta pazienza. Intorno c’era, a dritta e a manca, un muro grigio di pietre irregolari da cui sporgevano non so che cespugli verdi cupo e molte piante di fichidindia,  sopra il cielo, tutto questo mi pareva un sogno: che un ragazzo così bello perdesse il tempo con me. Infine mi trovò lavoro e feci le bomboniere alla mia prima coppia di sposi. Ero davvero lontana dal pensare che potesse anch’egli volermi bene, non avevo alcuna illusione, mi accontentavo di amarlo io, già perfettamente appagata e stupita che ancora non si fosse liberato di me.

  Invece adesso, nel letto e tra i pizzi candidi della mia camicia da notte, prima guardo dormire lui, poi giro lo sguardo sulla fede nuziale che ieri mattina mi ha messo al dito, infine gli piglio la mano sinistra e accarezzo la fede che ieri mattina gli ho messo al dito io, e mai me l’aspettavo che uno al mondo potesse guardare me  e non la mia gobba.

Domenica Luise