Lo sformato di verdure Mimma

 Sformato di verdure

Quattro o cinque patate, 250 gr. di fagiolini 250 gr. di pisellini, quattro o cinque carote, 200 gr. di spinaci, mortadella, provoletta, tre uova, mollica di pane, uva passa e pinoli.

Bollire le verdure ( che possono essere anche surgelate ) singolarmente in acqua lievemente salata, tranne gli spinaci, che vanno preparati in padella  con un po’ di olio e uno spicchio di aglio, a cottura ultimata scolare, aggiungere dell’uva passa e dei pinoli e sfumare con vermouth o vino bianco. Non soggiacete alla tentazione di bollire le verdure insieme perché non stiamo facendo un minestrone.

Miscelare tutte le verdure, fatte a pezzettini, in una ciotola capiente, aggiungere gli spinaci, le tre uova, quindi preparare uno stampo oleato e cosparso di mollica ( meglio se a ciambella, è più coreografico ) e fare un primo strato dell’impasto.  Pressare leggermente ed aggiungere uno strato di mortadella e provoletta, coprire con il resto dell’impasto , pressare nuovamente perché si amalgami bene, cospargere la superficie di mollica e infornare in forno caldo a 200 gradi. Quando la superficie dello sformato è dorata sfornare, passare un coltello per allontanare il contorno dalla teglia,  lasciare raffreddare e quindi sformare la ciambella ottenuta  su un piatto di portata, decorarla con maionese in tubo, olive, funghetti, pomidorini, capperi o sottaceti a piacere. Questa dose è sufficiente per una decina di persone affamate,  vi conviene dimezzarla in caso di minor numero perché gli spinaci, una volta scongelati, non resistono più di un paio di giorni e del resto anche la maionese deve essere consumata rapidamente. Si può usare come squisito contorno. Il sapore finale dell’impasto non deve far prevalere il gusto di nessuna verdura, per questo è così importante che le dosi siano precise.  Se siete a dieta non mettete la maionese, ma spargete sulla ciambella, a fine cottura, un po’ di acqua e aceto sbattuti insieme: è comunque un risultato accettabile, per quanto non così brillante. Lo sformato si può preparare il pomeriggio precedente al pranzo e lasciare nello stampo, in frigorifero, fino all'indomani, aggiungendo la maionese all'ultimo momento.

 

                                                          Domenica Luise

                                                                     (Fotografia di Domenica Luise)

 

 

 

La lucerna

 

Poetesse radiose lucerna

 

 

 

 

 

 

Porto la fiaccola dove brucio l’anima
per ancora pochi battiti terrestri
e poi e poi.

L’olio è prestabilito.

 

Il gallo ha cantato. La campana
squarcia il monte e la valle.

Qui
non c’è nessuno
a guardarmi.

Gong. L’eco del gong. Dove vai
e come, aria nell’aria, vestale
non amata.

Dinanzi alla meraviglia
del sempre e dell’oltre
a schiere aperte. Ammiro
l’inimmaginato semplice
e conosco i miei simili. Adesso
l’oro  non ha peso
ed il fuoco è delizia.

 

                                              Domenica Luise

 

 

(Particolare del mio affresco, per vedere le altre immagini
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Sì, la gioia

La ragazza che ride 

E' un frutto maturo
col nocciolo che sboccia battendo
come una bomba a orologeria:
mi sono innamorata
adesso. Ho le mani
piene di colori spremuti e i piedi di danza
e la bocca del canto che tu sai.

 

 


 

La ragazza che ride 2

 

 

 

 
 
 

 

 

E' la festa dell'Etna in eruzione
con tutù di fuoco e lapilli
quando la farfalla gialla sale intatta
svolazzando nei fiori di fichidindia.

 

 

 
 
 

Di nuvole leggere e trombe d'aria
vado, vado,
dove non so. Mi portano parole
smosse, acqua, fuoco e vento,
i buchi neri impetuosamente

attirano le pietre di sale. E squilla
la vita coi girasoli
in vortici, facce di semi e bocche. Oltre.

Strisce di galassie
e di universi degli universi,

abito bianco alla sposa in prisma,
occhio di luce e sorriso.

Silenzio
che grida l'amore.

 

 

                                                              Domenica Luise

 

 

 

(I particolari sono tratti dall' affresco che ho dipinto nel mio ingresso,
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La ragazza con l’uva

La ragazza con l

Fosse stato per loro
avrebbero lasciato disseccare i grappoli
nelle mie mani e spento l’estasi
scrostando i colori dell’affresco.

 

La ragazza con l

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo avrebbero aspirato il mucchietto
di spazzatura col respiro di sollievo, la bara
è uscita su per le scale
fino alla chiesa nell’attimo di sospensione

al vederla, ma non ci vogliono pensare.

 


Il mosto è pronto sulle pareti
graffiate. Da sola
ho creduto in un amore assente.

Domenica Luise

 

(Particolari dell'affresco di Domenica Luise, per vedere
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Una scuola speciale

 

 

Invidia e Ispirazione erano compagne di banco fin dalle elementari , tutte e due innamorate pazze di Amore, che sedeva al primo banco accanto a Sofferenza.

Eppure, nella III C del Liceo Poetico Dominica de Luisis a Mimmania c’erano anche altri compagni belli, sportivi e intelligenti.

Garbo, per esempio: snello, alto e con due occhi azzurri innocenti, faceva pallacanestro ed era il primo della classe in greco, passava tutte le versioni a chi non se la cavava, come Ignoranza, una brunetta con l’occhio smorto che non studiava mai né stava attenta: convinta che la terra fosse piatta,  affermava  che andando sempre dritta sarebbe giunta al punto di partenza e, dopo il diploma di maturità, avrebbe iniziato questo viaggio. Cercava un compagno, chi voleva partire con lei? Nessuno si fece avanti.

Seduttore si guardava sempre intorno alla ricerca di compagne da sedurre, appunto.  Atletico, moro, occhi verdi, muscoli di acciaio inox, si faceva ogni giorno venti km. di corsa  per prendere il caffé nel  bar più alla moda di Mimmania, pieno di belle donne in cerca di avventura fino dalle sette del mattino.

Dietro di lui sedeva composto Dovere, allampanato, occhialuto e serio serio, sempre preparatissimo e carico di libri perché non aveva un compagno di banco col quale dividerli.  Nessuna delle femmine lo cercava mai e nessuno dei maschi gli parlava per primo, l’unica che lo pigliava sempre in giro e cercava invano di farlo ridere era Allegria.

Invidia era combattuta tra il dispregio verso i compagni e la gelosia per tutto quello che essi erano o avevano e lei no: più belli, più intelligenti, anche più buoni, accidenti a loro, comunque meglio riusciti a tutti i livelli, o così le pareva, e pronti a primeggiare come a lei non sarebbe mai riuscito, tranne Mediocrità, naturalmente.

La quale parlava tutta la mattina di vestiti, depilazioni e capelli che non le si allungavano mai come avrebbe voluto. Incerta tra la corte indiscreta di Taccagno e Superbo, finì per innamorarsi perdutamente di Grande Genio Compreso, un tipo bassino, schivo, di nessuna bellezza, che nominava ad ogni passo Einstein e la fisica quantistica come se fossero caramelle, scriveva romanzi surreali venduti sia nelle librerie universitarie che nei supermercati e camminava in mercedes con l’autista. Invidia non sopportava nessuno di questa combriccola,  Mediocrità non le piaceva perché non prendeva mai una decisione, Taccagno perché risparmiava sempre e addirittura non si comprava  quaderni chiedendo continuamente fogli in prestito ai compagni, Superbo perché decideva sempre lui in quale discoteca andare il sabato notte, ma meno di tutti sopportava Grande Genio Compreso per la sfacciata fortuna, la macchina e l’autista.

Rassegnazione e Depresso sedevano insieme ed erano fidanzati, ma non si parlavano mai. Dopo la maturità si sarebbero sposati , così non avrebbero patito la solitudine.

Indifferenza, Lamento, Guaio e Anatema rumoreggiavano in fondo alla classe insieme a Guerra, Tristezza e Riflessione,  che sembrava l’unica ragionevole tra quegli scalmanati.

C’erano altri compagni carini tra cui scegliere un fidanzato, per esempio Generoso, un po’ smunto, è vero, perché ogni giorno regalava il suo panino, ma vuoi mettere quant’era bello stargli vicino? Ti faceva le traduzioni, te le spiegava e te le faceva ripetere, ti suggeriva durante le interrogazioni e pagava sempre lui la pizza e il gelato per tutti,  che lo consideravano un po’ scemo.

Invidia era una ragazza bene impostata, col collo sempre teso a guardare cosa facessero gli altri e le orecchie pronte a captare il minimo respiro. Solo aveva un colorito giallastro verdognolo un po’ malsano.

Non poteva sopportare Garbo per gli occhi azzurri, Ignoranza che era sempre promossa anche se non studiava, Dovere che era brutto e studioso, Seduttore perché guardava tutte le altre donne tranne lei, Allegria perché rideva sempre, Rassegnazione e Depresso perché non ridevano mai, per non parlare di Indifferenza, Lamento, Guaio, Anatema, Guerra e Tristezza, sempre così litigiosi. Non le piaceva nemmeno Riflessione, troppo pacata per i suoi gusti. Riguardo a Generoso lo reputava un esibizionista insincero, voglioso soltanto di farsi notare e diventare il primo della classe.

Da quando si era accorta che Ispirazione era innamorata di Amore, all’improvviso egli le parve non più sdolcinato, ma appetibilissimo, anzi l’unico uomo desiderabile sulla faccia della terra, senza il quale non le era possibile vivere.

Lo voleva e basta. Era affascinata dalla sua fronte bianca e alta, i riccioli castani e la piega amara all’angolo delle labbra turgide, ma egli sembrava avesse occhi solo per quella stupida Sofferenza sempre mesta che gli sedeva a fianco, una biondina slavata, bassa, quasi nana, accartocciata su se stessa, con la quale confabulava sottovoce leggendo un qualche punto sul libro o sul quaderno con aria tanto complice che tutti capivano quanto fossero innamorati. Si erano messi pure a scrivere poesie insieme ed i professori ne erano soddisfattissimi, questo Invidia proprio non lo poteva accettare, che una creatura bella come Amore se la facesse con quella cretina brutta e piagnucolosa invece che con lei.

Allora avrebbe preferito piuttosto vederli morti entrambi e non pensarci più. Sollevava il collo più in alto possibile aggrottando la fronte e se la pigliava con Ispirazione perché passava la mattinata scrivendo poesie sotto il banco con grande facilità e senza una cancellatura, ma andava bene in tutte le materie riuscendo contemporaneamente a stare attenta e ricordarsi ogni parola dei professori, Invidia non capiva come facesse ed una bavetta verde maleodorante le spuntava all’angolo delle labbra.

Così le disprezzava ogni poesia:

< Questa di oggi è banale, il titolo non mi piace ed è ripetitiva, per me la poesia deve avere più piani di interpretazioni >.

         < Questa è troppo ermetica, non si capisce niente, per me la poesia deve essere comprensibile >.

O ancora : questa è troppo scherzosa, questa è una lagna,  questa è sdolcinata, questa è piena di luoghi comuni.

Allora Ispirazione cercò di non farle più leggere le proprie poesie, ma Invidia le teneva gli occhi addosso e nulla le sfuggiva, sicché al Liceo poetico di Mimmania  le cose continuarono ad andare come in tutte le scuole di ogni ordine e grado di qualunque città vera o fantasiosa.


Seconda parte

 

La prof. Dominica de Luisis, quella mattina, era più coreografica che mai: capelli lunghi legati a coda di cavallo che le sventagliavano opulenti sulla schiena,  camicia di seta rosa damascata a fiori, maglioncino d’angora in tinta e pantaloni jeans  attillati. Non sembrava una quarantenne fondatrice dell’unico Liceo Poetico al mondo. I maschi cercarono di immaginare quanti anni avesse in realtà e come potesse sembrare coi capelli sciolti. Portava  una farfalla multicolore di merletto montata su ciniglia appesa con un cordoncino ad un braccio.  Entrò svagata in classe ed annunciò che il maresciallo dei carabinieri nuovo arrivato aveva voluto iscrivere lì i suoi figli. La seguivano tre strani figuri, due ragazzi che sembravano gemelli, tanto erano uguali, già pelati entrambi nel centro della testa, bassi, con la pancia e la pappagorgia penzolante e una signorina  alta, pelle e ossa, con una pettinatura punk, i capelli neri cortissimi e tenuti a ciuffi irregolari per aria dal gel o dall’incollatutto o da quello che era.  Portava un tatuaggio sulla mano destra, una specie di bandiera verde, gialla e blu  con un arco e una faretra piena di frecce,  tutti cominciarono a mormorare chiedendosi cosa volesse dire e presto fu al centro dell’attenzione. Magra era magra, tanto che sembrava anoressica.

 

I maschi si chiamavano Maleducato e Manolesta, disse la prof. E nessuno si accorse che le scappava da ridere, la femmina Falsa Umiltà.

Maleducato dimostrò subito quanto il suo nome fosse azzeccato perché le sbadigliò in faccia quando gli chiese da quale paese fossero stati trasferiti a Mimmania e non le rispose nemmeno, Manolesta le rubò subito la farfallina di ciniglia e merletto appuntandola come un trofeo sul bavero della giacca. Soltanto Falsa Umiltà si dimostrò gentile  e rispose alle varie domande, suscitando l’interesse di Garbo, che se la mangiò con tutto l’azzurro dei suoi occhi.

Venivano da Pappalandia, disse, e il padre aveva richiesto il trasferimento sperando che i figli riuscissero a dimagrire, < Anche la mamma è grassa > disse Falsa Umiltà a occhi chini,

< Abbiamo dovuto allargare tutte le porte perché non ci passavano e sostituire le sedie perché non ci stavano >.

< E tu come mai sei tanto sottile ?> disse la prof., com’era logico.

< Io sono disappetente per natura, mangio poco > rispose mitemente Falsa Umiltà, < Mi debbono dare lo sciroppo ricostituente, ma non mi fa niente >.

Sospirò forte sperando che non si sentissero i gorgoglii del proprio stomaco vuoto,  a quell’ora le veniva una gran fame, ma non voleva diventare grassa come sua madre e i fratelli e del resto capiva benissimo che essere emaciata la  rendeva interessante. Pallida, con gli zigomi pronunciati e il collo secco, le mani sottili, talora strette sulla pancia, sotto la mantella, per attenuare i crampi,  viveva in sordina e non sorrideva mai.

Suonò la campanella della ricreazione e arrivarono le pizze calde dal forno con certi panini  bene imbottiti che avrebbero fatto scrivere poesie a una lapide.  Falsa Umiltà disse che lei non aveva appetito e si trincerò dietro un quaderno dai colori strani, sulla cui targhetta era stampato :  <  Poesie > a lettere cubitali.

La prof. Dominica de Luisis si fece restituire la farfallina da Manolesta, l’orologio da polso e il portafogli, contò i soldi, c’erano tutti. Gli diede l’occhiata più storta che le riuscì e se ne andò in presidenza a ridere liberamente.

Questi tre arrivarono prima di Natale, a feste finite erano i padroni della classe e dell’istituto.

Chi voleva pace doveva pagare in soldi, generi alimentari, compiti e poesie.

Falsa Umiltà non si esponeva personalmente, ma andava a riscuotere le tangenti per conto dei fratelli con aria contrita: < Dispiace più a  me che a te, credimi, toglierti questa bella poesia > diceva,  oppure: < Lo sai che io non ho mai fame, sono loro che mi tormentano e se non gli porto due pizze per uno ogni mattina  poi mi ammazzano di botte. Per carità, non fiatate, se lo viene a sapere mio padre succede una strage >. Ma Genio Compreso era la sua vittima preferita: quasi un assegno al giorno.

Intanto tutti gli allievi avevano dovuto scegliere, o con i gemelli o contro, che significava botte a volontà dapprima un po’ lontani dalla scuola, dopo fin dentro il cortile e addirittura in classe o nei corridoi. Quando si trovò nel bagno delle ragazze Invidia legata mani e piedi con nastro adesivo, imbavagliata e con un foglietto stropicciato dove era scritta la sua ultima poesia aggrovigliato in bocca che quasi soffocava, gli alunni della terza C, per una volta concordi, andarono dalla preside e glielo dissero. Dominica aspettava proprio questo gesto della classe. Li contò rapidamente, c‘erano tutti, bene.   In quanto a Invidia tremava ancora e non allungava il collo come al solito.

Amore osò parlare di perdono e di frustrazioni perché erano troppo grassi, ma Sofferenza si ribellò subito e, per una volta, invece di lamentarsi alzò la voce augurando a quei due una serie di mali spirituali e temporali, dalla sparizione definitiva di ogni capacità poetica ad un ingrassaggio di ulteriori trenta chili cadauno. Garbo sosteneva che con l’educazione si poteva mediare, ma non è che sembrasse molto convinto.  Ispirazione diceva  che a lei non costava niente scrivere una poesia in più al giorno per fargliela copiare.  Generoso affermò che si sentiva preso per scemo e per dirlo lui, che aveva un animo così innocente, era davvero grave. Ignoranza sosteneva che lei con quei due ciccioni non voleva averci a che fare.  Seduttore badava a ripetere che la ragazza era troppo magra e non gli piaceva. Grande Genio Compreso sbadigliava, tanto cento euro al giorno in più o in meno non gli cambiavano la vita. Dovere strepitava, e mai nessuno l’aveva visto tanto agitato, che non era giusto quello che facevano, che studiassero come tutti e mangiassero il necessario senza abbuffarsi.  Ma quando la professoressa vide che nemmeno Allegria rideva più si preoccupò seriamente. Mediocrità era furente perché le avevano spolpato tutti i soldi della paghetta settimanale e quelli che aveva vinto a tombola nelle feste sicché non si era potuta fare la solita depilazione quindicinale all’istituto di bellezza. Taccagno, con aria di vittima, aprì il suo portafoglio nel quale erano rimasti cinque centesimi e in quanto a Superbo si lamentava come un bambino di essere affamato perché a quelli non bastava mai niente. Rassegnazione e Depresso stavano zitti come sempre, ma la loro presenza lì in mezzo parlava da sola e voleva dire molto contro i gemelli. Lamento, Anatema, Guaio, Guerra e Tristezza invece di gridare  gli uni contro gli altri contemporaneamente, come erano soliti fare, stavolta gridavano tutti insieme contro quei tre, ma il colmo lo raggiunsero quando Indifferenza sferrò un pugno sulla scrivania della preside e, massaggiandosi la mano ammaccata, disse a voce alta e ferma: < Io a quei cretini non do più niente, né i soldi né le pizze nell’intervallo e tantomeno poesie >.

< Le poesie sono sacre > incominciarono a scandire in coro.

La prof. Dominica mosse la folta capigliatura, < Mettiamoli in minoranza > disse con gli occhi che brillavano dalla soddisfazione dietro gli occhiali da miope, < Domani compito poetico a sorpresa >.   


Terza parte

 

Dopo una notte insonne, venne il giorno fatidico. Maleducato, Manolesta e Falsa Umiltà erano gli unici che sembravano riposati, gli altri tutti tesi,  pallidi e con le occhiaie.  Stavolta la preside Dominica portava il tuppo, che la faceva sembrare più alta, più vecchia e quasi solenne.

Era accompagnata da un giovanotto bellissimo,  si chiamava Coraggio, affermò, era appena arrivato con la famiglia a Mimmania ed era figlio del nuovo ispettore di polizia.

Poiché Dovere non aveva compagno di banco, si sarebbe seduto con lui.

Coraggio sorrise subito al compagno e gli rivolse la parola accomodandosi accanto, a Dovere si allargò il cuore e provò a rilassare un po’ le gambe e le braccia sempre serrate su se stesso.

Lo guardò a bocca aperta perché una tale persona meravigliosa gli dava confidenza. Le labbra gli si tirarono in una specie di ghigno stenterello, che voleva essere una corrispondenza e  in quell’istante divenne suo amico per sempre.

< Ti piacerebbe leggere la mia ultima poesia? > gli chiese Coraggio. Dovere gli voleva dare una risposta intelligente,  anzi unica nel suo genere e indimenticabile,  ma non gli veniva e così, alla fine, socchiuse gli occhi e balbettò un sìììììì tremolante del quale si vergognò sempre.

< Come tutti sapete > affermò la prof. Dominica, < in questa scuola lo scopo precipuo è la conoscenza e la composizione della poesia >.

Ignoranza, che stava attenta per caso o per curiosità, si chiese cosa mai significasse precipuo.

< Quindi oggi faremo un compito speciale di poesia, dal quale dovrà uscire fuori   se i nuovi arrivati sono adatti e possono restare in questa scuola e se quelli che hanno regolarmente frequentato hanno una speranza di arrivare all’esame di maturità >.

La voce della prof. e preside fondatrice era gentile, ma ferma e non ammetteva repliche. Maleducato, Manolesta e Falsa Umiltà girarono contemporaneamente le tre teste verso Ispirazione e le strizzarono l’occhio mentre Invidia sollevò il collo che sembrava una giraffa, da quell’altezza le sarebbe stato facile copiare le poesie che Ispirazione scartava e poi arrotolava a mucchietti buttandole nel cestino della carta straccia, che teneva sempre accanto al banco.

< Ad ognuno sarà dato un argomento personale > aggiunse Dominica, ed incominciò l’appello, tutti ebbero un foglio col proprio titolo, < e vi avverto prima: non copiate oppure dovrò mandarvi a casa >.

Quel giorno, nella terza C del Liceo Poetico di Mimmania, il silenzio si sarebbe potuto tagliare a fette come un salame.

Invidia, per la verità, tentò di scrivere qualcosa anche di strampalato sul proprio titolo personale, che era : “ Amare gli altri “ , sapeva perfino lei che le poesie moderne più sono strane e più piacciono, ma non avendo mai fatto niente  non le venne niente e del resto non capiva il titolo, cosa voleva dire amare gli altri?

Così copiò anche stavolta le poesie scartate da Ispirazione poiché altro non riusciva a fare.

I tre fratelli e indegni figli del maresciallo dei carabinieri  non sapevano proprio cosa scrivere: Maleducato aveva il galateo come argomento, Manolesta l’onestà e Falsa Umiltà  una lode della  vera umiltà , non avendo mai scritto una poesia in vita loro Manolesta riuscì ad appropriarsi di alcuni scartafacci dal cestino di Ispirazione e copiarono un pezzetto per uno a casaccio.

Sfortuna o caso volle che fosse la stessa poesia già copiata da Invidia.

La prof. Dominica de Luisis, il giorno dopo,  si presentò a scuola con un nuovo taglio di capelli e le lenti a contatto, sembrava una ragazza malgrado il tailleur antracite serioso, tanto da donna manager.  Portava una vezzosa molletta a forma di coccinella rossa a pallini neri e le orecchie scoperte. Erano orecchie deliziose, pensò Seduttore con un brivido nella schiena, piccole, delicate, gli sarebbe piaciuto coprirla di baci dietro ognuna di quelle orecchie.

Consegnò i compiti e mise zero tagliato in quattro ai figli del maresciallo dei carabinieri e ad Invidia.

Significava sospensione immediata dalla scuola e bocciatura.

La madre di Invidia, in lacrime, venne a prendersi la figlia  e se la portò via immediatamente a furia di schiaffoni mentre quella spergiurava che non l’avrebbe fatto mai più, ma per carità non la mandasse ad assistere la vecchia zia Carolina che aveva sempre la bronchite e la tosse catarrosa. Poco dopo arrivò il maresciallo dei carabinieri, il quale fece di più, prese i maschi a calci là dove la schiena cambia nome  e lo stesso fece con la femmina, anche se un po’ più delicatamente perché era tanto magra e temeva di farle male. Nell’attimo suonò la ricreazione ed arrivarono le pizze, si diffuse il solito odore delizioso, Falsa Umiltà, che stava uscendo di corsa in lacrime, ne afferrò una, la più grossa che poté e se la calò in un attimo quasi senza masticare al grido di :

< E lasciatemi ingrassare in pace >.
 


Conclusione

 

Un anno dopo questi eventi tumultuanti, al  Liceo Poetico Dominica de Luisis fervevano straordinarie attività.

Alcune lettere anonime erano arrivate nelle principali redazioni dei quotidiani nazionali e internazionali presentando il caso di una piccola scuola paesana ancora selettiva, dove si usavano i vecchi voti dallo zero tagliato in quattro al dieci con lode. Ciò sembrava assurdo in una società ormai avanzata, in cui  venivano tutti promossi d’ufficio solo perché iscritti e talora per corrispondenza: tornava comodo agli allievi perché non studiavano, per quanto l’acquisto dei libri fosse comunque obbligatorio affinché non fallissero le case editrici, ma anche ai professori, che ricevevano uno  stipendio senza faticare e talora senza nemmeno presentarsi a scuola, si limitavano a firmare tutti i fogli delle presenze a pacchetto due o al massimo tre volte al mese, quando si riunivano per pranzare insieme e magari ubriacarsi un po’. Anche il preside e i capi de capi erano contenti,  avevano però presentato ricorso per aumentare i propri stipendi e pagare ai figli le scuole private necessarie a farne dei leader nella società futura. Ogni mattina gli alunni di tutte le scuole sciamavano per le vie delle città e anche dei piccoli paesi curiosando al mercato, mangiando patatine e masticando gomma americana senza zucchero per non rovinare i denti. Bloccavano regolarmente il traffico già problematico di per sé. Ora non si sapeva chi fosse l’autore delle lettere anonime nelle quali la prof. Dominica de Luisis era accusata di voler tornare indietro, all’antica scuola repressiva che tanto aveva mortificato i poveri allievi costringendoli ad uno studio contro natura.

Decisa a difendersi, la succitata aveva avvisato tutte le televisioni e le radio che avrebbe fatto una conferenza stampa per spiegare il proprio comportamento, ma non si sarebbe aspettata mai un tale pienone. Il teatro dell’istituto, che tuttavia era capiente, traboccava, dovunque cameramen, microfoni  che penzolavano e cavetti nei quali inciampare a volontà.

La preside prof. si sentì salire il sangue alla testa e la rabbia in corpo.

La classe dell’anno prima stava seduta compatta in prima fila, tutti erano fermamente decisi  a difenderla ed anche a menare le mani.

Dovere e Coraggio sembravano i più scalmanati insieme a Guerra , Guaio e Anatema, ma perfino Indifferenza stringeva spasmodicamente i braccioli della sua poltroncina fino a che le nocche delle mani le divennero bianche.

Dominica, con la sensazione di fluttuare per aria, fece i pochi passi fino al microfono. Era seguita da due baldi giovani dall’ampio torace che, a loro volta, avevano due pecore accanto e bisognava vedere com’erano carine, tanti passi facevano i padroni, altrettanti  le pecore. Con loro c’era anche una ragazza così bella che Garbo strabuzzò gli occhi azzurri e non riuscì mai a distogliere lo sguardo, era una brunetta pimpante, dai capelli lisci, vestita di blu a mezze maniche con un abitino bon ton e collana lunga di perle. Aveva una linea da togliere il respiro. Poco più indietro seguiva una fanciulla  con la carnagione rosa e i capelli a riccioli dorati che sembravano fatti di luce. Nel viso c’era soavità e mestizia contemporaneamente ed un’aria di mistero semplicemente seducente. Dovere ne fu fulminato.

La prof. Dominica si accomodò e chiese se qualcuno riconoscesse quelle persone. Sull’assemblea calò un profondo silenzio, si sentì soltanto il ronzio di qualche telecamera non proprio modernissima.

Allora la preside sorrise compiaciuta. Quel giorno indossava un abito di seta a fiori che sembrava un quadro irregolare, con le maniche drappeggiate e l’orlo obliquo, com’era di moda in quel momento. I capelli a caschetto trattenuti da una molletta  con quadrifoglio turchese. Al dito le scintillava l’anello nuziale perché nel frattempo si era sposata  e le era anche nato un figlio, dimostrando a tutti che non era poi talmente in menopausa, checché ne dicessero. 

Aveva appena il viso più ammorbidito, l’occhio che scintillava dietro le lenti a contatto, le movenze  un po’ lente e tenere, trascurabilissimi particolari  che nessuno prese in considerazione.

Si vedeva solo che era una donna appagata, felice e contenta, di questo tutti s’accorsero.

In parole povere quei due giovanotti  così bene impostati erano Maleducato e Mano Lesta, incredibile quanto fossero dimagriti: per castigo il loro padre li aveva mandati a pascolare il gregge di un pastore suo amico e così i ragazzi erano partiti  con computer portatile, radio, televisione e  macchina sportiva, ma niente gli servì, dovettero mollare la macchina in un garage, per la televisione non ebbero mai tempo, anche la radio li annoiava perché si distraevano e le pecore gli scappavano, di giocare al computer gli passò la voglia e poco dopo che il sole calava si addormentavano esausti. Le due pecore che li accompagnavano gli si erano affezionate, dissero,  fin da quando erano piccolissime.  Ormai volevano fare i pastori, ci godevano a preparare il burro, i formaggi e le ricottelle. E chi era quella bella ragazza? Ma come, se non era cambiata per nulla! Solo un po’ meno deperita. Falsa Umiltà sorrise giocherellando con la propria collana e raccontò che il padre, per castigo, l’aveva mandata a fare la contadina nella fattoria di una coppia di amici, ma le era tanto piaciuto, sia pure dopo il primo impatto, che ne aveva fatto una professione e adesso allevava galline e aveva imparato a fare il pane in casa nel forno a legna, ma anche la pizza e certi dolci deliziosi, anzi avevano portato lì un po’ dei propri prodotti genuini, rigorosamente biologici. La sera studiavano tutti e tre, che cosa? Poesia, naturalmente. E si misero a declamare questo o quel poeta come mai era loro avvenuto quando frequentavano la scuola.

Infine si fece avanti l’ultima ragazza, quella bionda e rosea, che ancora non aveva parlato. < Io sono Invidia > disse, al che tutti trattennero il fiato perché ricordavano il colorito verdastro malsano che la contraddistingueva, < E mi ha cambiata la zia Carolina >.

Le uscì un piccolo singhiozzo che tentò invano di trattenere perché, disse, la vecchia zia era morta nel sonno due settimane prima.

Si alzò la mano di  Indifferenza, che per una volta si interessava davvero a qualcosa: ricordava bene come fosse fatta Invidia appena un anno prima, anche i capelli erano color topo e adesso guarda come risplendevano.

< Come ha fatto a cambiarti? Cos’hai fatto ai capelli? Sei truccata col colore rosa? Ti sei messa il rossetto? > chiese impetuosamente. Invidia sorrise appena.

< Mi ha cambiata con l’amore > affermò, < ed io non ho fatto niente ai capelli e non sono truccata col colore rosa, non uso il rossetto: sono diventata così >.

< Sei bellissima > dissero i maschi in coro.

E poi ormai teneva il collo in posizione naturale, che era tutto un altro vedere. Aveva studiato e composto poesia con la vecchia zia Carolina come insegnante, disse, adesso aveva intenzione di diventare infermiera professionista per potere aiutare le persone bisognose, specialmente gli anziani  che vivevano da soli e dei quali i parenti non si occupavano.

 I cameramen rimasero a girare le scene più confusi che persuasi e dopo essere andati lì per un atto di accusa si trovarono invece in un trionfo. Passarono grosse ceste di pane, formaggi vari e fiaschi di vino da due litri cadauno,  mentre tutti mangiavano di gusto si sentirono una serie di vagiti prepotenti, Dominica scattò sulla sedia, < Devo allattare mio figlio > gridò, e si precipitò dietro le quinte mentre tutti battevano le mani e perfino le pecore si mettevano a belare.

In un angolo in fondo un ragazzo dal colorito verdastro e il collo teso si torceva dalla rabbia come se avesse mal di pancia: si chiamava Invidioso ed era l’autore delle lettere anonime.

 

                                      Domenica Luise

 

 

Quante vite ho già vissuto

  Fanciulla serena

 

Fui figlia  in bianco e nero

accanto all’erba

e ai pasticcini degli zii. Studentessa

e sorella, andavamo al cinema

quasi tutte le settimane, dopo

ne parlavamo a tavola: quando lui

e quando lei e poi.

 

Mamma coi capelli bruni tinti

riservatissima

e papà a pitturare paesaggi  chiacchiere

 barzellette  e dolore.

 

I gatti i cani gli uccellini

e il pollaio. I giocattoli

di legno e di latta

e le bambole coi capelli di stoppa, la mia

si chiamava Felicità

o felicità ed era bionda, in abito

da prima Comunione.

 

E’ una poesia prosastica non ermetica

o raffinata proprio come me.

 

Sono io.

 

Vanitosissima. A volo

dalle scale. Gridavo

invece di parlare.

 

Di tutto quello c’è un resto

e nuove gattine, anche gli alunni

e la scuola sono passati. Navigo

su internet ed ho due blog

dove scambio amore.

 

Forse

ho vissuto troppo. Ho dato uno sguardo

nel tunnel.

 

Senza rimpianto.

 

 

Domenica Luise

                                         ( L'immagine è un particolare del mio affresco,
                            cliccate nella categoria " affresco ")

 

 

La neve sul balcone


01.01.2009 - prima neve - 01

E’ questo biancore che ci sposa
in cristalli tutti diversi
e tutti esagonali sui crepacci umani
dove l’Etna ghiaccia
avvampando così.

Vedi il mio volto in quella lava
ricoperta
ed  i sussulti. Cala dal cielo
elegantemente
mentre ruggisce dalle viscere.

Neve o poesia
oppure non so cosa come perché
di appena ricordato.

L’anima si distende a riposare.  Nel sonno
tendo la mano.

 

                         Domenica Luise
                               (Fotografia di Salvatore Scollo )