I nostri amori 2

Nicola, il figlio di Annarita

Primo piano di Nicola
Vi presento un bambino bellissimo, Nicola,
il figlio di Annarita (o Ari),
che qui si vede mentre fa del giardinaggio
e guarda crescere la piantina,
legato con manette di plastica al tavolo per fare i compiti,
in versione Vittorio Alfieri, volli, volli, volli, fortissimamente volli;
lo si può anche ammirare ridente, col suo orsacchiotto,
prima di andare a dormire
ed infine in estate, vittorioso e promosso,
mentre si gode il mare ed un  gelato.

Emma&Francesco

E questi sono la
nostra Titta
(Emma Barberis)  insieme al figlio Francesco, pare di sentire il gusto dell’aria di montagna  e dell’erba umida nella quale affondano i loro piedi.

Battesimo_Chiara_012[1]
Guardate tutti costoro come si stanno scapicollando dalle risate,
si tratta dell’amica  che scrive sul club poeti
col nick di Penelope
(guardate da destra a sinistra in senso antiorario)
accanto a lei la figlia, la nuora, il figlio e padre felice
ed alla vostra sinistra il nonno, marito di Penelope.
Al centro Chiara, la piccolina della quale si festeggia il battesimo
e Beatrice, la sorellina appena un po’ più grande.

cattolica_2008_063[1]

cattolica_2008_065[1]

 

Beatrice e Chiara: due capolavori della vita. gloria hippy

Questa bella figliola è Glodis, Gloria di Simone, quando seguiva la sua vocazione di figlia dei fiori e, per concludere, qualche anno più tardi, eccola con sua  figlia Ambra.

Ambra e Gloria

(Le foto sono state concesse da Ari o Annarita, Titta o Emma Barberis, Penelope e Glodis o Gloria di Simone)

 

La poetessa Cenerentola

 

La poetessa Cenerentola

 

C’era una volta la poetessa Cenerentola, che si preparava per andare al ballo e c’era la fata amica, quando l’incantesimo sembrava che potesse riuscire. All’ultimo momento l’abito di Cenerentola si impigliò in un filo d’erba e la fata dovette rammendarlo con punti pazienti e si perdette tempo e la vita passò. Poi la carrozza partì di carriera, ma subito si ruppe una ruota e il cocchiere dovette aggiustarla, nella notte c’era solo la luce della luna fra le nuvole dell’invisibilità e si perdette altro tempo e altra vita passò. Infine apparve il palazzo, la musica romantica e le luci . Il principe, per noia, aveva iniziato a ballare con la sorellastra più grande, Cenerentola varcò la soglia, egli la guardò e vide che aveva un capello fuori posto. Tuttavia lo colpì: alta, delicata, con la gola palpitante di emozione. Anche l’abito strano lo affascinò, da un lato candido come la neve, dall’altro purpureo come il sangue e lungo alle caviglie. Le scarpette infine, una bianca e l’altra rossa, lo lasciarono, ma solo per un attimo, a bocca aperta perché i principi, logicamente, non debbono stupirsi mai di niente o perderebbero la solennità fintamente amichevole che li contraddistingue.

Cenerentola non era scollacciata né ingioiellata né truccata o con la messa in piega fresca di lacca: si era lavata i capelli fiammeggianti  da sola, sotto la fontanella, e li aveva legati con un elastico a coda di cavallo. Sapeva di buono.

   Era stata la fata a regalarle l’abito e le scarpette e a dirle che quello era il modo giusto di presentarsi poiché la sua poesia era fatta di acqua, sangue e fuoco. Sempre la fata le aveva messo il capello fuori posto, convinta che la perfezione assoluta non fosse poetica. Cenerentola, alla fine, aveva chiesto una piccola borsa per il fazzoletto, poiché era un po’ raffreddata e così portava una bustina nera a tracolla, segno che la grande poesia è sempre anche desolata, dentro la fata ci aveva messo di tutto: allitterazioni, trasposizioni, onomatopee e quant’altre figure retoriche si possano immaginare, raccomandandole caldamente di usarle con parsimonia o la sua poesia sarebbe ammuffita. Così la borsettina vibrava per il grande agitarsi di tutte quelle figure retoriche, che volevano uscire per fare, appunto, la loro bella figura.

In fondo al salone facevano tappezzeria le poetesse prescelte gli anni prima, tutte invecchiate, alcune rabbiose, altre mute e rassegnate, occhialute per il continuo scrivere al computer, con la pelle vizza e i capelli diradati, modestamente agghindate perchè facevano la fame. Alcune di loro, le più coraggiose, sorridevano con le bocche tese e chiuse affinché non si vedesse che avevano perduto qualche dente qua e là. A Cenerentola, rossa e balbettante dinanzi al principe, tutte costoro sembrarono immagini sfocate nella nuvola dell’invisibilità e quasi non le vide.

Egli ballò con lei  e la corteggiò un poco per cortesia regale: < Ho letto le tue poesie, sono belle, potresti pubblicarle a tue spese col nome della mia casa editrice. Poiché non sono perfette, le correggerò personalmente, se avrò tempo, altrimenti c’è il mio segretario, che è bravo, egli cambierà gli aggettivi, gli a capo, il pensiero per esigenze redazionali. Se poi neanche il mio segretario avesse tempo, c’è il suo valletto, che si è preso la terza media con le scuole serali e può correggere lui le tue poesie, che sono veramente belle, molto belle. Dopo passerai tu stessa di casa in casa a vendere il libro, in questo modo guadagneremo entrambi, io molto, tu niente, ma non importa, tanto sei una grande poetessa e non lo fai per soldi. Diventerai famosa >.

Il principe giurò con la mano sul cuore, come fanno i principi, e la stringeva un po’ troppo nel ballare perché la fanciulla gli piaceva non poco e stava pensando come togliersi lo sfizio elegantemente.

A mezzanotte, quando la vita era quasi finita perché era passato troppo tempo, la fata tentò il colpo della scarpetta, ma Cenerentola, fuggendo,  vide che l’immensa scalinata del palazzo e i larghissimi sentieri del giardino erano pieni di altre scarpette belle e brutte, di pelle e di plastica, grandi,  piccole, minime, stivaletti chiodati, sandali coi tacchi a spillo, ciabattine raffinate e pantofole scalcagnate anche maleodoranti. Il principe intanto aveva ripreso a ballare con le sorellastre, prima con l’una e poi con l’altra, perché avevano i soldi per pubblicare le proprie poesie copiate un pezzetto di qua e un pezzetto di là, sgangherate, lunghe e ripetitive, perfino sgrammaticate e coi congiuntivi sbagliati. E non vedevano l’ora di diventare famose vendendo il libro di casa in casa. Cenerentola fuggì e subito le scappò dal piede una scarpetta, quella bianca della poesia innocente. Avrebbe voluto fermarsi a raccoglierla, per rispetto verso la fata, ma poiché egli l’inseguiva con una schiera di guardie del corpo, continuò a correre saltellando, così perse anche la seconda scarpetta, quella purpurea della poesia insanguinata.

L’elastico che reggeva la coda di cavallo si spezzò ed i suoi capelli sembrarono una lunga fiammata nel vento della corsa, erano il fuoco della poesia, ma non poté perderlo perché faceva parte di lei.

Stracciata, zoppicante, sudata, affannata e triste, non le parve vero di nascondersi nella sua stanza disadorna, riscaldata da un misero camino, unico conforto esteriore.

Aprì la porta e restò sospesa: c’era un bel fuoco scoppiettante e lì davanti risplendevano le due scarpette smarrite che la fata aveva raccolto, lucidato e restituito alla legittima padrona.

Una gioia senza fine le dilatò il petto. Afferrò la penna e il quaderno ed incominciò a scrivere dal titolo:

La ferita della poesia


Tu sei
una rossa ferita
sul petto dell'anima
e nient'altro.

La breve spiaggia
raccoglie l'oceano
parola al silenzio. Esulto
di te, ho bevuto il tuo vino
e sparso il tuo latte
ai figli
assetati.

Le tenebre risplendono dall’interno
mentre oso balbettarti, giullare
colorato

ingenuo e zoppo,
che ride piangendo
a piedi nudi. Per causa tua
alle pietre
batte uno strano cuore seduttivo.

 

                                     Domenica Luise o Mimma 

(Particolare dell'affresco Le poetesse radiose di Domenica Luise)

 

Per Marianna morta a ventidue anni

Per Marianna


Fu che amasti non riamata o non sopportasti
la vita di cemento
e gli occhi abbassati in quasi cecità, tu
stridula.

Il mangiare bere dormire
svegliarsi pensare
parlare, fu
la mancanza di zucchero pepe
o sale.

Morta, parola ignota
fino a ieri. Sì, tu l'hai
capito. Precipitata
in due metri di giovinezza.

Non più illusione
azzurra né squame di farfalle
e non speri uno sguardo. La terra
ti prende sempre più sorriso
e bacio.

Ma i tuoi capelli sbattono nell’anima
mentre dal nostro fosso
ci ricordiamo di Uno crocifisso
con la madre accartocciata.

 

                                Domenica Luise o Mimma

                                     (L'immagine è stata eseguita da Domenica Luise)

 

 

 

 

Lode del cannolo

                                
Lode del cannolo 1
      
Iole e Giuseppe sono in
viaggio a Lourdes, Giovanni si
trova a Siena a fare un master
e zia Mimma ha invitato a pranzo
 la nipotina, o meglio nipotona
Mariachiara, che si presenta
con i cannoli.

Lode del cannolo 2     

       L'acqualina incomincia a scorrere.

Lode del cannolo 3

Il tentativo di resistenza
 è vano.

Lode del cannolo 5
Consumazione di un peccato di gola.

Lode del cannolo 6

Intanto le gatte Coccola e Cristina, dopo avere assaggiato, si sistemano sulla sedia sotto il tavolo.

Lode del cannolo 4

E qui si vede la prof.
 al suo secondo cannolo,
ma
non ditelo a nessuno.

Ricetta dei cannoli più buoni del mondo, Messina e dintorni

Per le croste: si impasta farina e vino rosso, niente altro, un po' più sostenuto di quando facciamo la pizza.
Occorrono dei tubi su cui arrotolare la sfoglia ben distesa col matterello, anticamente erano i contadini che li tagliavano un po' più lunghi di un dito servendosi delle canne che, in campagna, servono da confine con le proprieà altrui, oggi li compriamo al negozio di casalinghi.
Prendete un piattino da tè e, con la rotellina apposita, preparate tante basi rotonde.
In una coppetta mettete un po' d'acqua,  che vi servirà per bagnare appena le dita e fare aderire un lembo della sfoglia rotonda sull'altro intorno al cilindro.
Dopo di che si dovrebbero friggere nella sugna e poi mettere le croste a sgocciolare sullo scottex, ma io uso l'olio di semi, vi raccomando: di un solo seme e di buona marca, ci sono dentro meno pasticci.
Lasciate le sfoglie al loro destino, fuori dalle zampe di Coccola e Cristina o dei figli o del marito o di quello che è.
Preparate una bella insalatiera di ricotta con lo zucchero dolce più o meno secondo il gusto. Appena prima di mangiare riempite le sfoglie. In pasticceria ci aggiungono la panna perché venga più delicata, io no, i cannoli sono meno calorici e più leggeri e la differenza quasi non si sente.
Se li volete al cioccolatto sostituite, nella ricotta, una parte dello zucchero con la crema di cioccolatto, ma sappiate che è pesante e piena di grassi.
Si possono anche imbottire le sfoglie da un lato in bianco e dall'altro in nero.
Preparate una granella di mandorle tostate ( insostituibili) e tuffate i cannoli in modo che le suddette si attacchino sulla ricotta.
Ricopriteli con zucchero a velo. Si mangiano appena fatti perché la crosta deve rimanere croccante, invece preparate la ricotta la sera prima e tenetela in frigorifero fino al momento di imbottire le croste.
I cannoli non si possono lasciare perché, dopo un'ora, le croste si incominciano ad ammorbidire. Quando andate in pasticceria e ordinate un cannolo lo riempiono nell'attimo e ve lo danno.
Quindi ve li dovete mangiare tutti, regolatevi.
Avete visto dalla foto come mi sono dovuta sacrificare io.

(Fotografie di Domenica Luise e Mariachiara Crisafulli)

   


 

 

Colloquio

Le poetesse radiose

Anima o mandorla
dove la buccia è il corpo.

Andare.

Apro gli occhi accecati dall’ombra
alla straordinaria novità.

Ora le mie radici
ecco
vivono di luce. Sottosopra.

Poetesse radiose particolare

 

Quanto amore
dato ricevuto dato

pomata idratante  alle nostre ferite.

La fanciulla con l 

Vengo libera
e rido. Nella zolla insanguinata
lascio la crisalide.

 

Inventate
per causa mia
la danza
della vostra vita
e siate felici.

 

 

                                         Domenica Luise o Mimma

(L’affresco è stato dipinto da Domenica Luise nell’ingresso della propria casa.)

 

 

I nostri amori 1

 
Rita e il nipotino Edoardo
Oggi inauguro una nuova categoria:  I nostri amori.
 Così pubblicherò le foto mie e degli amici con i propri bambini o nipoti,
il fidanzato, la sposa, la mamma, la suocera. I loro sorrisi di gioia mi aiuteranno a svelenare il mondo dal lamento perpetuo a cui sembra così bene avviato. I primi due ospiti sono nonna Rita ed Edoardo.

(Fotografia concessa da nonna Rita)

Carola, nipote di Tinti

Aggiungo ai loro due sorrisi la faccina pensierosa di Carola, nipote di Tinti,
che le ha dedicato una delicatissima poesia,
 cercate nel diciassettesimo commento
a questo post.

(Foto concessa da Tinti Baldini)

Gabriele scherzosoGabriele pensoso

Gabriele che ride

Questo omaccione si chiama Gabriele ed è il figlio di Mitla, qui si può ammirare in atteggiamento scherzoso, serioso e sorridente.
 

(Foto concesse da Mitla)

E per concludere una chicca: Cristina Bove il giorno

( Foto concessa da Cristina Bove )

 

Vent’anni e un giorno

Vent

Esiste un’innocenza poetica
dove la calla è il punto finale
e corda gialla alla ballerina
in precario squilibrio amore dolore
che giocano. Pericolo di morte
ma rinascita. Le mie ceneri
sussultano ricomponendosi.

 

Iris viola alle rose
la stessa fanciulla, io, tu
insieme.

Il quotidiano è l’anima di ferro
che tiene in piedi il capolavoro
o viceversa, in simultanea.

 

Cos’è che mescola il profumo ai petali
e il colore ad entrambi, chi ha detto
ora ci siete, cos’è nascosto
sotto la carne o dentro?

 

                          Domenica Luise o Mimma

                                   (Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)