Il bruco

Rosa rossa smangiata dal brucoBruco all

                                             
                                                                     

La faccia del brucoTemerebbe la metamorfosi
se ne avesse coscienza.

                          Domenica Luise

           (Fotografie di Cristina Bove)

Avviso urgente: Un'amica, nel commentarmi,
mi ha proposto di scrivere una favola di bruchi,
eccola, mi è appena uscita fresca. Buon divertimento.

Nozze di bruchi
 
La bruca Mimmina Vermina, il giorno del matrimonio, indossava un abito
di ragnatela argentea vedo non vedo, che aderiva a pelle sul suo corpo sinuoso.
Una cosuccia estremamente sexy, made in Cina, perfettamente ricopiata
dalla più prestigiosa marca bruchesca italiana.
Il bruco marito, in jeans e a torso nero nudo, emanava seduzione virile anche
perché si era cosparso di profumo per il bruco che non deve chiedere mai.
La mamma gli aveva lucidato ad uno ad uno tutti i pallini bianchi che così armoniosamente adornavano il suo corpo. “ Un serpente in miniatura,
ecco cos’è mio figlio “ pensava, contrariata che avesse preso
una tale sbandata per quella creatura fine fine, sempre in dieta e
poetessa per di più, cioè fuori di testa: impazzava da internet
coi suoi due blog strampalati e un gruppetto di fans ai quali
piacevano quelle poesie incomprensibili, del genere :
“ La fatica della linfa verde / arde nel bruco in parole /
e grovigli di foglie rosicchiate. “, chissà cosa voleva dire. E ancora:
“ Temo la metamorfosi e la vista / assoluta / dei colori nuovi a volo “.
E per Natale aveva osato regalarle un intero libro di questa roba
anziché un poco di insalata.
Ora non tutti i bruchi diventavano farfalle, il procedimento era rischioso e frequentemente morivano prima, durante o appena dopo la metamorfosi. Lei,
per esempio, non vi era mai riuscita tirandosi indietro per paura
quelle rare volte che magari si sarebbe lanciata.
Meglio campare che volare, pensava sempre, ma diceva a tutti che preferiva strisciare e gli altri, per educazione, facevano finta di crederle.
Difatti molti bruchi sono ipocriti quasi quanto gli umani e si possono mettere
le ali soltanto nella sincerità, così almeno afferma la religione bruchesca.
O altrimenti lo slancio non avviene e si rimane vermi in questa e nell’altra vita.
La madre e suocera si asciugò una lacrima con l’angolo del suo fazzolettino
di pizzo badando bene a non sbavarsi il trucco. Nemmeno lei sapeva
se piangesse perché il suo bel figliolo adesso era di un’altra oppure
perché non aveva mai nemmeno fatto un tentativo serio di mettere le ali.
“ Meglio così, chi non vola non rischia di cadere “ pensò cercando di farsi coraggio.
Marito e figlie femmine erano tutti filati via a volo allargato, si sa, a vivere
la propria vita, né avevano dato notizie di sè nemmeno con una telefonata.
I vicini, tuttavia, si erano fatti un dovere di raccontarle le avventure galanti di ognuno di loro,  specialmente del coniuge, ma lei faceva finta che
non gliene importasse.
Le era rimasto quest’unico maschio ancora verme, lo chiamava
“ il bastoncino della mia vecchiaia “.
Si accorse di essere gelosissima della sposa, che adesso ballava il valzer
col saltello com’è tradizione bruchesca ai matrimoni.
Nel momento culminante incominciò una metamorfosi di gruppo. I convitati
erano sazi, avvinazzati, alcuni completamente ubriachi
e caddero tutte le difese.
La bruca madre ( e suocera ) sentì uno strano pizzicorino dapertutto,
una voglia di novità, il panico pure, ma era di più l’attrattiva dell’ignoto.
Guardò il suo ragazzo e lo vide radioso, allora si sentì felice
per la felicità di lui e qualcosa le sciolse la pietra che aveva nel petto.
In quel momento ed in contemporanea gli sposi tirarono fuori ali intatte, coloratissime, con quattro grandi macchie, e le allargarono al sole
perché erano umide e dovevano asciugarsi. Allora la vecchia bruca
si abbandonò anch’essa:
“ Voglio volare prima di morire, fosse pure una volta sola “ pensò.
E all’improvviso tutto il corpo sembrò spaccarsi in un dolore immenso,
ma gioioso per quelle alucce che si vide uscire sott’occhio, non proprio
grandi e colorate come dovuto, tuttavia ottimi arnesi da volo,
che potevano migliorare con massaggi di creme idratanti e fisioterapia.
“ Andrò di fiore in fiore io, mai capace “ le venne in mente, e capì
che era il primo verso di una propria personale poesia.
 
Domenica Luise

La farfalla Mimmina
(La farfalla Mimmina, disegno eseguito al computer da Domenica Luise)
 

 
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Notte di Natale

 
Bambino di luce

 

Dio sta per nascere nei giardini di paglia
umana, con vagito di bisogno
e braccia tese. Sono mamma

in parto d’amore doloroso
che osa ridere
malgrado tutto.


Non c’è posto in alberghi decenti
né fra gente di potere, una stalla
con tiepide bestie

e gli ignoranti che affluiscono. La cometa
nella notte infinita.

Infinita.

I canti interni
e quell’innocente generato
nudamente, con guance pudiche

fra mille pensieri.

Cosa cambia? Ieri
oggi
e domani

c’è un lenzuolo di sangue
per culla e sudario.

Ninna nanna
Figlio bello nato da me.

 

                                                      Domenica Luise

(Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 40 per 50)

 

Ulisse


Ulisse primo piano
Questo cagnetto dallo sguardo pieno di vita apparteneva
a Nefele ( Flavia Isetta ) e qui lo vogliamo ricordare nei suoi
momenti quotidiani più belli e qualunque.
Eccolo mentre gioca coi gattini di casa.

Coccole di Ulisse 2Coccole di Ulisse 1

Uli biscotto
E per concludere col biscottino in bocca.

Tu ci hai dato solo gioia.

Domenica Luise
Fotografie di Flavia Isetta (Nefele)

 

La mutilazione dell’eden

 Alberi
 

 
Anche le cozze
hanno un appiglio e gli uccelli il nido
perché non io su questa parete
di sesto grado? Non voglio
morire a precipizio.
 
Meglio piano piano
di vecchiaia.
 
Sempre giovani, sani, felici
in giardino a chiacchierare con Dio
che aveva opposto come prova una mela
a simbolo di fedeltà. Ma noi
la morsicammo.
 
Dentro l’anima dei poeti
se ne conserva la traccia più visibile
in ferita. 
 
 
                           Domenica Luise
                                      (Acquerello di Domenica Luise)
 
 

La poesia moderna, questa sconosciuta

Fuoco d
Un quid misterioso e universale

Intanto, non è vero che la poesia non abbia canoni e che oggi se ne vada in libertà,
si è semplicemente interiorizzata passando dall'armonia della metrica e della rima alla dimensione dell'anima.
È come quando un palazzo in costruzione ha bisogno del ponte di legno perché
gli operai possano lavorare, una volta finito si toglie. Quindi, da Leopardi in poi, raggiunto il possesso della lingua in cui scriviamo poesia, abbiamo finito con l'eliminare pian piano tutta la metrica e le rime obbligate, il che non significa affatto improvvisazione.
E insieme è caduta l'aggettivazione puramente decorativa, diciamo
di " composizione ", per cui la poesia raggiunge una semplicità pregnante
e deve sembrare che sia nata da un soffio interno:
quello che chiamiamo afflato, senza sforzo alcuno,
come se l'autore fosse un canale predisposto al passaggio dell'acqua poetica.
Naturalmente i luoghi comuni infinitamente ripetuti sono morti e sepolti, si percepisce il bisogno di un'espressività che incida e porti il messaggio bruciante dall'autore al lettore.
Qui la densità del pensiero corrisponde alla nudità delle parole,
che sono scelte e selezionate accuratamente.
La musicalità è determinata  da un ritmo che può essere armonico
anche con punte stridenti e ritmate, come la musica dodecafonica.
Ci siamo ormai liberati delle immagini strane e pullulanti,
che sono il limite del peggiore ermetismo:
non sono un poeta se scrivo cose per sorprendere in maniera premeditata,
ma lo sono se le stesse cose io le sento sinceramente e le respiro.
Con queste semplici considerazioni oggi si dà inizio al dibattito
sulla poesia moderna con una nuova categoria,
siete tutti invitati a dire la vostra:
cosa NON è la poesia umana e, soprattutto, COS'È?
Come si accende? Qual è la vostra personale esperienza ed il gusto, perchè
alcuni autori vi piacciono ed altri no? E quando scrivete poesia?


                                   Domenica Luise
                     (Fotografia di Giovanni Crisafulli)

La nube d’oro del polline

L
 
Sono l’ape
stordita dal profumo o poesia
o amore amore amore. Muoio
in tanta delizia di vita.
 
                                                        Domenica Luise
                                                  (Fotografia di Cristina Bove)

Teste di rapa

 
Sto scrivendo un racconto del quale, al momento, conosco soltanto il titolo: Teste di rapa.
Seduta in bagno, che è l’unico posto intimo e richiudibile della casa, cautamente,  sfilo dal cesto dei maglioni sporchi la penna e il quaderno che ci ho nascosto una ventina di minuti fa. Ho impiegato una vita ad abituare marito e figlie a piegarli tutti a parte. Sospiro di soddisfazione ed apro il quaderno.
Veramente dovrei intitolarlo Teste e testine di rapa. Le testine sono le tre figlie, che intanto rumoreggiano selvaggiamente intorno al tavolo buono del salone perché, dicono, stanno studiando. E’ l’intervallo fra la fine della cena e l’uscita serale, un’ora di studio.
Mio marito ha dovuto lasciare la cena al primo morso perché l’ha chiamato la nipote di Federico, <Sembra polmonite, è vecchio, debbo correre> ha detto accavallando le parole in fretta, si è asciugato la bocca col tovagliolo di carta, ha dato uno sguardo allo sformato di verdure che così passionale nei miei confronti non gliel’ho visto mai, ha preso la sua valigetta ed è schizzato fuori dalla porta, allampanato e un po’ pallidino, quasi verdastro. Un cespo pure lui.
Si sa com’è la vita dei medici, di quelli bravi, voglio dire. Lui, in vita sua, non ha mai staccato il telefono nemmeno quando ha l’influenza, dà consigli a dritta e a manca con voce rauca e bassa, talmente sensuale, gli dico io per farlo ridere. E difatti ogni volta lui ride, si illumina e mi tira sul suo petto.
Chissà come fanno a promuoverle, le testine, è un mistero per me. Quando vado a scuola a parlare coi professori è sempre la stessa storia: Lucia, la grande, terzo liceo classico, non vuole saperne di latino e greco e disegna sempre sotto il banco. E’ bravissima, afferma la prof., appunto, di latino e greco, naturalmente in disegno, apre una carpetta di cartone blu e mi sventaglia il proprio ritratto, che la ruffiana le ha regalato. E’ nitido, col tratteggio sicuro di un vecchio artista e mi rivedo ragazzina, al liceo classico anch’io, ahimè, mentre sotto il banco scrivo le prime poesie d’amore e faccio il ritratto ad un altro cespo, che mi affascinava socchiudendo gli occhi blu come la carpetta della prof.
Resto a bocca aperta fissando il foglio.
Questa figlia ne ha preso da me. Poveraccia.
In quanto alla mezzana, Maria Chiara, primo liceo, idem come sopra: la prof., stavolta, mi esibisce un acquerello, cielo, mare e due gabbiani in volo, opera indiscutibilmente semplice, ma ci sono dieci azzurri diversi, che si intrecciano con gialli, viola e carminio d’incanto non stridenti.
La molto preparata prof. di latino e greco ha ancora una freccia al suo arco:
< E questo l’ha fatto la sua figlia più piccola >. Tira fuori dalla carpetta il terzo foglio d’album col gesto di un gioielliere mentre esibisce il collier di brillanti all’acquirente.
Floriana frequenta il quarto ginnasio, guarda sempre fuori dalla finestra mostrando il minimo interesse per qualsiasi materia ed il suo prof. di lettere, l’altro ieri, le ha confiscato un disegno astratto, vortici che diventano fiori e fiori che diventano mostri che a loro volta si sciolgono in vortici. L’opera sembra eseguita coi pennarelli colorati. Forse, però, è una tecnica mista, ci ha buttato dentro pure le cere. Buttato dentro è l’espressione giusta.
< Signora, ma perché le ha iscritte al liceo classico?> chiede la prof. con un sospiro.
< Ormai la più grande ha finito > mormoro illogicamente.
< E le altre due? E Floriana? >.
< Mio marito dice che il liceo classico, oggi, è l’unica scuola a dare una solida preparazione letteraria > declamo.
< Signora > risponde la prof. mettendosi a ridere, ed all’improvviso sembra una ragazza, < dipende dai professori che incontrano, non dalla scuola. Mi promette che le manda tutte e tre all’accademia di belle arti? >.
Prometto con entusiasmo.
Dalla finestra del bagno entra una luce intermittente, è l’insegna rossa e celeste dell’hotel di fronte, il chiasso in salone è diventato uno strano silenzio illogico. Le testine si stanno agghindando perché alle ventitrè, mezz’ora più, mezz’ora meno, arrivano i rispettivi “fidanzati” per la discoteca del sabato sera alla quale il cespo ed io ci siamo dovuti rassegnare. Ai miei tempi, due o tre secoli fa, passavo il sabato pomeriggio a pulire tutta la casa, la sera ero esausta e dormivo appena intravedevo il letto, la domenica mattina io, mamma, papà e mia sorella andavamo a messa, insieme occupavamo un intero banco proprio accanto all’orrido ceffo di un satana oleografico, sul quale un S. Michele arcangelo roseo e pingue calcava il piede minaccioso. Il pomeriggio al cinema, ed era il massimo sollazzo settimanale. Di ritorno commentavamo il film ed anche nei giorni seguenti, quando pranzavamo.
Come eravamo felici.
I fidanzati non erano, quasi, nemmeno pensabili, stavano a scuola, celati fra i banchi, con le orecchie rosse, la balbuzie da emozione e la rosa strappata di nascosto dal giardino pubblico passando al mattino.
Ballare era quasi peccato.
La chiave gira nella toppa, aspettavo questo segnale d’allarme , è tornato testa di rapa padre ed ora le testine devono affrontarlo coi rispettivi fidanzati prima dell’uscita.
Con un sospiro rimetto quaderno e penna nel cesto dei maglioni sporchi, non ho scritto un rigo. Apro la porta del bagno, Testa di rapa mi dà le spalle.
Le figlie sono in fila davanti a lui, che controlla i centimetri delle gonne, la trasparenza, il dito di trucco, le ciglia infinite, annusa perplesso la nuvola di profumo che emanano, china gli occhi sulle calze nere traforate, i tacchi a spillo e le cavigliere d’argento coi campanellini rotondi.
< Come siete belle > sento che dice con voce strozzata, subito interrotta da un imperioso squillo del campanello.
Entrano i fidanzati ed ognuno si dirige verso quella sua. Le ragazze squittiscono:
 < Andiamo in bagno e siamo pronte >. L’operazione è rapidissima,
< Ciao, mamma, ciao, papà >. Escono in fretta.
Testa di rapa resta un attimo con le braccia penzoloni, si gira lentamente verso di me: < Sono indecenti > alita.
Nemmeno il tempo di tirare il fiato e squilla di nuovo il campanello, sono tutti loro ammassati dietro la porta, Floriana brandisce con una risata a trecento denti il mio quaderno e la penna:
< Li ho trovati nel cesto dei maglioni sporchi, cercavo qualcosa da mettermi, sono tuoi? >. Domanda retorica.
< Perché lasci sempre in giro penne e quaderni nuovi? > chiede Lucia.
Cambio discorso abilmente: < Floriana, perché cerchi “ qualcosa da metterti “ in mezzo ai maglioni sporchi anziché nel tuo armadio strapieno? >.
Piccolo coro delle testine: < Perché non abbiamo più niente >.
I fidanzati sghignazzano.
Prendo il quaderno intatto e la penna nuova. Prima o poi scriverò quel racconto. Forse.
 
Domenica Luise