Il pittore e l’imbianchino

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Suo padre lo voleva ragioniere e commercialista, Geranio scappò di casa con una scatola di gessetti colorati in tasca ed un fazzoletto pieno di spiccioli del salvadanaio.
Lo ritrovarono dopo due giorni, che disegnava Madonne sul marciapiede. Era sazio e, coi guadagni, si era comprato una giacchetta nuova a disegni cinesi fucsia, gialli e blu, ma era minorenne e due carabinieri dall’aria truce lo riconsegnarono ai genitori, che lo iscrissero all’Istituto Commerciale dopo averlo perdonato. Lui si lasciava bocciare. Foglio bianco e scena muta. I professori lo aiutavano, lui marinava la scuola. Faceva la caricatura alla gente nei ristoranti, la sera aveva le tasche gonfie di soldi.
La scuola avvisò la famiglia di queste assenze continue e fu così che i genitori, finalmente, lo iscrissero all’Istituto d’Arte.
Quando incominciò a sfornare quadri uno sull’altro, neanche lì lo capivano. Impressionismo? Astrattismo? Surrealismo? Espressionismo, Cubismo, Simbolismo? Forse “ Stranismo” .
Non rientrava in nessuna categoria nota.
Era un tipo quieto, pacioccone, bruno, liscio, occhi marroni ed un inizio di doppio mento.
Portava sempre una sciarpa colorata, notes degli schizzi e matita in tasca. Studiava solo quello che gli piaceva.
Tutti i suoi compagni di classe si fecero il codino e l’orecchino per snobismo, lui no, si tagliava i capelli né corti né lunghi, liquidava in fretta e furia i compiti e, dopo, dipingeva.
Un giorno stava sull’autobus e, nel frattempo, senza neanche pensarci, faceva un bozzetto nel taccuino degli schizzi, quando lo vide per caso un critico d’arte in incognito , che cercava talenti autentici.
Fu tutt’uno. Geranio, dall’oggi al domani, da zimbello divenne genio. La famiglia, i professori, i conoscenti, tutti affermarono: <L’avevo detto io !>
Le sue mostre si susseguivano con straordinario consenso di critica. Geranio dipingeva e vendeva, vendeva e dipingeva. Allora progettò la propria casa, che fu straordinaria, protesa come un gabbiano sul mare, tutta architettata, arredata e con le pareti dipinte da lui.
Elettricisti, muratori ed operai vari sapevano che era ricchissimo e così si misero d’accordo per imbrogliarlo meglio che potevano. Soprattutto uno degli imbianchini, un certo Lupus, arrivò a fargli pagare lo stesso lavoro tre volte, gli raccontò di avere preso una multa per avergli trasportato illegalmente il materiale con la propria automobile, di avere un figlio handicappato in non so che istituto e la moglie malata di cuore, invece non era nemmeno sposato.
A sentir lui, era un condensato di disgrazie. Geranio gli credeva ciecamente, lo aveva caro, lo invitava sempre a pranzo e si inteneriva nel vedere le porzioni gigantesche che Lupus era in grado di divorare.
D’altro canto Lupus era un adulatore perfetto ed avrebbe ingannato persone ben più astute di Geranio.
Gli rubò perfino alcuni disegni ad acquerello, pregiatissimi, rivendendoli a critici di seconda mano. Col tempo si scopriva sempre di più, gli rideva dietro e anche avanti, diceva: <Guardate a chi doveva toccare il talento e la fortuna, a un cretino>.
Tutti e due si sposarono, ma Geranio non ebbe figli. E poi i figli di Lupus crebbero, si sposarono ed ebbero altri figli e gli anni passarono.
Nel frattempo la critica girò le spalle al pittore e lo dimenticò mentre l’imbianchino, rubando e imbrogliando, arricchì e divenne proprietario di dieci appartamenti di lusso in un palazzo.
Era rimasto vedovo e i suoi figli trovarono che non era conveniente vivesse da solo e, poiché non potevano tenerlo comodamente nelle proprie case né assisterlo, lo misero all’ospizio.
Anche Geranio rimase vedovo e senza figli, così vendette la casa e se ne andò all’ospizio.
Lì Lupus lo riconobbe dal nome ed anche dallo sguardo.
Dipingeva sempre, ma solo per diletto. Regalava i quadri agli amici che andavano a trovarlo, lo invitavano nelle loro case, lo festeggiavano, insieme giocavano a carte, facevano le parole crociate ed i rebus, vedevano la televisione e si azzuffavano per la politica e lo sport. Il pittore era o sembrava sempre felice. Gli altri vecchietti dell’ospizio stravedevano per lui e lo cercavano per ogni bisogno.
In quanto ai figli dell’imbianchino, la prima domenica vennero a trovarlo tutti e tre con le mogli e i bambini e lui andò fiero di quella schiera di parenti, che gli avevano portato biscotti, cioccolata e sigarette.
La seconda domenica venne un figlio solo e gli disse che si sarebbero dati i turni. Gli portò le sigarette.
La terza domenica l’altro figlio telefonò perché non poteva venire.
Dopo qualche mese non venne più nessuno dei figli e non gli portarono più niente, però telefonavano.
Dopo altri mesi non telefonarono più, continuarono a vivere la propria vita e a costruire palazzi come aveva fatto il padre, il quale, appena poteva appartarsi, piangeva chiuso nella propria stanza.
Era davvero la più piccola, spoglia e peggio esposta di tutto l’istituto, essendo anche la più economica. Quando Geranio vide quel buco, immediatamente fece trasferire, a proprie spese, colui che definì “ il mio amico “  in una camera al piano superiore, con bagno personale. Gli donò alcuni tra i più bei quadri che avesse fatto ultimamente ed ogni giorno passava un po’ di tempo a consolarlo per l’abbandono dei figli, affermando che i giovani capiscono sempre troppo tardi l’amore dei genitori.
Quell’inverno il pittore prese la bronchite e gli amici non lo lasciarono un momento, quando invece prese la bronchite l’imbianchino ci fu solo il pittore ad assisterlo.
Allora l’imbianchino compì l’ultimo atto di egoismo e gli confessò tutto per sgravarsi l’anima: di come lo avesse preso in giro e derubato. Geranio lo guardò con quell’espressione innocente:
<Sono contento di averti incontrato di nuovo> gli rispose porgendogli una premuta di arance mentre l’altro tossiva, <bevi, ti fa bene.>
Allora Lupus, finalmente, gli vide l’anima attraverso le rughe, la testa pelata e luccicante, gli occhiali , i denti finti e il doppio mento ormai cascante.
Sentì una specie di rimembranza liliale, scosse la testa e, per la prima volta dopo tanto tempo, si asciugò una lacrima vera.
Si strinsero la mano.
Un paio di settimane dopo i giornali ripresero a parlare di Geranio con entusiasmo, lo cercarono, lo intervistarono, riorganizzarono mostre e venne la televisione fino all’ospizio.
Vollero sapere da lui se era stato un uomo felice. Certo, rispose. Se aveva amato sua moglie ? Moltissimo. Se ne era stato riamato? Moltissimo. Se gli era mancato un figlio? Certo. Ma nella vita qualcosa manca sempre a tutti. Se aveva amici? Tanti, anzi adesso ne aveva perfino ritrovato uno della giovinezza. Lupus, già. Non si spaventassero dell’aspetto minaccioso e delle lunghe orecchie nere a punta né di come digrignava i denti né di quegli occhi rossi. Potevano accarezzarlo: era innocuo.

 Domenica Luise

(Elaborazioni grafiche di Domenica Luise)

 

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Le vite incompiute

La primavera

Notte. Il conto non si chiude mai, c’è
sempre ancora un desiderio un debito
una speranza qui o lì. Un tailleur
di cady di seta da fare per il matrimonio
o la medicina giusta. Così
andiamo
delusi sdentati artrosici
necessariamente finti gli uni con gli altri
a sorridere quando vorremmo piangere
annoiati bisognosi mendicanti
di un amore introvabile. Mai soddisfatti.

 Ogni notte alle tre mi sveglio.

 Mano a mano perdiamo l’innocenza
e i fiori si asciugano in conoscenza storta
da fanciulla a vecchia. Ma
è ancora primavera, una volta ballavo
fra le rose.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise su un proprio disegno a china)

 

Telegiornali

Paesaggio nuvoloso saturato 3

Le lacrime di Dio dalla pelle nera
troppi Dio in incognito (maschi e femmine)
incarnato sotto specie umane, ancora
figlio in croce. E i nuovi giustizieri
scelgono chi tenere, chi respingere
e cosa farne e fin dove avere pietà.

 Chi l’ha detto?

 Acqua salata come la mia.

 La risata finta a canini scoperti si aggira dentro il monitor
parla accusa simula nasconde
e non desiste dallo scempio, il Vesuvio
è coperto di spazzatura, la scuola
strizzata dall’ignoranza e nelle tasche degli italiani
c’è rimasto il fazzoletto per piangere. Paghiamo
le tangenti al sole all’aria
e all’acqua, anche alla terra dove ci danno un posto
bontà loro.  Com’è umano lei. E zitti
o ci fanno la multa. Ma il gregge
sta riservando qualche sorpresa, gli ridiamo in faccia
e il belato corale frastorna più del ruggito solitario
per sè e i pochi adepti pronti al bacio di Giuda. Abbiamo
deposto fiducia paura e creduloneria, adesso
preferiamo il letto di chiodi, che è più comodo
della viltà.
Io la notte ho intenzione di dormire.  Mi resta
l’urlo di Munch universale. Sì, lo voglio, porgo il dito all’anello
e i polsi alle manette dell’anima.

 Apro
la bocca sdentata, l’elettrochoc
non si usa più da quando siamo diventati civili
e, come dicono tutti i matti, non sono pazza
né ubriaca né niente: questa
è la mia normalità quotidiana. La poetessa
da cuoramore e l’usignola stonata
ha raccontato una favola diversa, vera
purtroppo. Elargiamo un’offerta, basta scegliere
tra cento associazioni benefiche della pubblicità televisiva
che appaiono come i funghi dopo l’acquazzone
e togliamoci lo scrupolo, tanti poveri
una mollica per uno è un dovere,
o finiamo all’inferno e non sarà servito a niente
esserci presi l’artrosi polidistrettuale
andando e venendo dalla scuola ogni giorno
con qualunque tempo, ricordo che mettevo
due collant sotto i pantaloni
e mi alzavo presto, i gatti e i cani
mi chiamavano per strada e ci fu
il vento furioso e il calore che le cosce
si appiccicavano ai sedili dell’autobus.

 Manteniamoli tutti, è il minimo
che dobbiamo fare poiché la nostra tavola
è imbandita dopo una vita di fatica.

 Ci fu il mio primo giorno di scuola appena laureata
particolari insignificanti, grigio su grigio
non da telegiornali. Occorre
d’urgenza uno sponsor
contro la paralisi dell’anima più diffusa dell’aids.

 Chi collabora? Tutti assenti.
Ah, ah, ah.

 Ah.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

La festa della donna

Arcobaleno onde astratteSilenzio, che è meglio, la donna
angelo del focolare piagato
moglie e madre esemplare o zero assoluto
buona per il letto e il lavello, che raschi
la schiena al principe azzurro
e pulisca i figli e li cresca, ma
lavori anche fuori e porti i soldi a casa. E faccia la dieta
per non ingrassare e non sprechi e non spenda né splenda, ma
imbandisca il desco tre volte al giorno.

 I parenti della moglie stiano
a casa loro nei fatti loro. Non c’è più
bisogno, hanno dato. Rimane
solo da attendere l’eredità
ancora qualche mese al subentro.

Stai zitta o litighiamo e peggio per te.
Sollazzati con l’uncinetto, lamentati, rassegnati
e pedala. Cosa ti manca?

 È stato sempre così, cara
facciamo un bel caffè. Ho già girato lo zucchero
amore, che fai
lo inghiotti da solo o ti debbo imboccare?

Domenica Luise

(File di Domenica Luise)

La vedova nera

Suo marito era stato un bel vedovone nero, alto, pelato (che per le vedove nere è un pregio) panciuto (idem) e prepotente (bi-idem).
Morì soffocato dal vizio del fumo, al quale era allergico. Difatti, anche se non si direbbe davvero, le vedove nere hanno i polmoni delicati.
Lasciò la moglie disperata ed i tre figlioletti, con una cantina piena di botti del proprio prezioso veleno, tanto che potevano vivere di rendita.
Veramente lei, quando era vivo e non la vedeva, piangeva sempre perché il matrimonio l’aveva delusa. Adesso piangeva perché era morto. Un tipo prepotente, bugiardo, scroccone ed avaro. Come aveva fatto a fingere così bene durante il fidanzamento. Lei non aveva abbandonato la tana coniugale solo per amore dei vedovini neri figli, tre gemelli timidi come la madre, assolutamente inetti a farsi largo a zampate nella vita.
L’unica loro passione erano la pizza, la discoteca e le ragazze.
Studiare niente. Presero la terza media a furia di raccomandazioni, significa che si presentava il padre buonanima, col sigaro in bocca, e sbuffava nuvole di fumo in faccia al preside, il quale tossiva, tossiva. Poi il padre gli consegnava una mosca impacchettata nella ragnatela, che per le vedove nere corrispondeva almeno ad un capretto di media misura.
<Ma no, ma perché si è disturbato, non posso accettare> diceva il preside con l’acqualina in bocca prendendo il dono proprio per non offenderlo.
Adesso la vedova nera era preoccupata. Da vivo suo marito era stato una croce, d’accordo, ma da morto era anche peggio. Come sarebbero andati avanti i gemelli all’istituto superiore?
Cominciò a regalare bottiglie di veleno ai professori. Era un articolo di prima qualità, denso, maleodorante e schifoso.
Non si poteva rifiutare. I ragazzi crebbero e si moltiplicarono prima del tempo. I problemi della madre aumentarono. E poi, si sentiva sola. Col primo marito aveva lottato tutti i giorni. Voleva dare un nuovo padre ai suoi figli ed un sostegno a se stessa. Stavolta avrebbe scelto un ragno semplice, buono, sincero e con tanti capelli. Il veleno non era un problema.
Così s’innamorò di un bellimbusto, che l’ingannò con la dolcezza. Si mise in casa, abbandonando il proprio sia pur modesto lavoro di calzolaio e si lasciò mantenere. Passava il tempo giocando a carte con amici degni di lui e facendo il cascamorto a tutte le ragazzine dei dintorni, mentre la vedova nera moglie, col sorriso sulle labbra e la morte nel cuore, continuava a fare quello che hanno sempre fatto le femmine: cucinava e puliva per tutti, marito, amici, amiche, figli, fidanzate, mogli ed amiche dei figli. Dovette ascoltare i loro lamenti, pagare i loro debiti, ricomporre le loro liti. Crebbe anche molti nipotini ed i nipotini dei nipotini e viveva infelice e scontenta, chiedendosi in che cosa avesse mai sbagliato.
Quando il secondo marito s’innamorò di una vedovetta nera spennacchiata, miope e col veleno anemico, litigarono selvaggiamente perché lui pretendeva di portarsela a casa e che la legittima moglie abbandonasse la ragnatela nuziale, andandosene a dormire in cantina. Quel giorno egli dapprima mangiò voracemente e subito uscì  senza parlarle né dire dove andasse.
Allora la vedova nera moglie, che mai in tutta la vita era stata capace di prendere un’iniziativa, afferrò il telefono e, con le zampe tremanti, chiamò la più prestigiosa ditta di veleno a livello internazionale. Disse, con voce sempre più sicura, che aveva in cantina numero tot botti da tot litri con veleno di prima qualità di tot gradazione alcolica, definì anche vischiosità, retrogusto biliare, effetti collaterali e potenza afrodisiaca. Dall’altro capo del filo ci fu un lungo attimo di silenzio ed una dolce voce femminile, rauca al punto giusto, le chiese se fosse disposta a venderne qualche bottiglia. <Vendo tutto lo stock> rispose lei, al che le passarono subito la direttrice, che fu molto complimentosa e le offerse una cifra iperbolica.
<Non se ne fa niente> rispose la vedova nera madre, <voglio tre volte tanto>.
Prima parlò istintivamente, poiché le vedove nere, per propria natura, sono portate alla contraddizione, ma subito se ne pentì. Quei soldi le sarebbero più che bastati. Allora la direttrice incominciò a tirare sul prezzo ed alla fine si misero d’accordo per poco più del doppio della prima offerta.
<Mando immediatamente il furgone a prendere le botti e le sarà consegnato l’assegno per lei> disse la direttrice.
Fu questione di un’oretta e la cantina venne svuotata, la vedova nera moglie indossò l’unico tailleur buono che possedeva, risalente al primo viaggio di nozze col primo marito, prese la borsetta di finta pelle assicurandosi che dentro ci fosse la carta d’identità  e corse in banca a scambiare l’assegno. Ne uscì con due valigie piene di soldi. In quel momento passava un taxi, lo fermò e si fece portare all’albergo più lussuoso di una città molto lontana. Pagò cavando i soldi dalla borsetta di finta pelle e l’uomo, grato per la mancia, le portò le valigie fin dentro l’hotel e le consegnò al vedovino nero addetto, il quale l’accompagnò in una stanza lussuosa, tutta arredata con mobili antichi. La vedova nera, però, non si fermò per godere di quell’inaspettata fortuna. Suo marito poteva essere anche già tornato a casa ed avere scoperto la sua fuga e la cantina svuotata. Se l’avesse trovata, il che era possibile, l’avrebbe dichiarata incapace d’intendere e di volere, si sarebbe preso i soldi e lei l’avrebbe dovuto servire per il resto dei suoi giorni insieme a qualsiasi amante gli piacesse tenersi. Si consolò pensando che, una volta al sicuro, si sarebbe fatta una vacanza in un luogo ancora più bello e ricco. Per il momento non poteva sentirsi tranquilla nemmeno dell’autista che l’aveva portata fin lì, non ci voleva niente che al più presto la cercassero tramite radio, televisione ed internet offrendo qualche premio a chi dava notizie, le vedove nere sono quasi tutte opportuniste e traditrici per natura.
Si riempì di soldi la borsetta di finta pelle, nascose le valigie sotto il letto ed uscì. Le ci vollero due ore buone per trovare tutto quello che le occorreva.
Tornò in albergo con una terza valigia, che il vedovino nero addetto si affrettò a portarle in camera e a prendersi un’altra mancia. Appena sola aprì la televisione e respirò di sollievo: ancora non si erano accorti di nulla perché nel telegiornale non ne parlavano affatto, le venne la tentazione di dormire, almeno per quella notte, in quel letto sontuoso. Aprì la valigia ed incominciò ad osservarne, pensierosa, il contenuto.
C’erano due parrucche, una bionda, liscia e corta ed un’altra castana e lunga con le trecce. Le provò davanti allo specchio, malcontenta di dovere nascondere i propri bei capelli bruni e crespi, come piacciono a tutte le vedove nere femmine e maschi. Aveva anche acquistato alcuni abiti di squisita fattura, ma di tale semplicità che nessuno l’avrebbe notata mai, due paia di scarpe, due borse e il biglietto di prima classe per una città ancora più lontana. Il suo cognome, tra le vedove nere, era molto comune. Non l’avrebbero trovata mai.
Il caminetto era acceso, bruciò accuratamente il tailleur buono e la borsetta di finta pelle.
Dopo ragionò sul suo progetto: farsi chiamare un taxi che la portasse d’urgenza in stazione sostenendo che aveva ricevuto una chiamata sul telefonino e suo figlio aveva avuto un incidente. Poteva essere pericoloso. I gestori degli alberghi, in queste cose, sono diffidenti e chiamano la polizia. Quando pizzicano qualche ricercato c’è una bella ricompensa. Meglio fare la finta tonta, ordinare la cena in camera sostenendo di essere un po’ stanca per il viaggio, avvisare che sarebbe ripartita l’indomani mattina e mettersi comoda in quel bel letto, ma senza dormire, tenendo sempre d’occhio i telegiornali.
Difatti si svegliò che il sole era già alto, aveva cenato bene, dormito meglio e si sentiva pimpante come non le era capitato nemmeno il giorno del primo matrimonio. Aprì subito la televisione molto preoccupata, ma anche piuttosto euforica, non dicevano ancora niente di lei e così telefonò perché le portassero su la colazione. Chiese pure che le chiamassero un taxi, mangiò con calma, ma sempre col televisore acceso, niente, non la cercavano. Evidentemente lui aveva passato la notte con l’amante ed ancora non era rientrato. Che colpo di fortuna.
Partì con un completo jeans, che sembrava uguale a mille altri ed i suoi capelli crespi, così neri, lunghi e belli. “ Sono ancora giovane “ pensava osservando gli sguardi degli uomini, dal direttore all’addetto, al lift. La gonna era stretta e le aderiva sulla pancia ben pronunciata, di una rotondità quasi perfetta. Tutti si rammaricavano che andasse via così presto e dovette promettere che sarebbe tornata. Un cascamorto voleva mandare via il taxi, che aspettava, e portarla dove volesse con la Ferrari, un altro afferrò le tre valigie, un terzo, non potendo fare altro, le prese una mano, che lei ritirò vivacemente dicendo: <Cosa fa? Sono una donna sposata !>
Infine si catapultò nel taxi, sempre tenendo d’occhio che le valigie ci fossero tutte, fece abbassare i finestrini sostenendo di avere freddo, perché nessuno sentisse dove andava e finalmente partì mentre gli ammiratori facevano ciao con le zampe tese.
Appena arrivata in stazione andò alla toletta e si mise una delle due parrucche a casaccio, capitò quella con le trecce, così un gruppo di ragazzi del liceo classico, in gita scolastica, la scambiarono per una studentessa e la corteggiarono spietatamente fino a destinazione.
Quelle grosse valigie piene di soldi furono un bel guaio da trascinare. Per fortuna la forza non le mancava e nemmeno vedovi neri vogliosi di darle una zampa.
La città nella quale arrivò era davvero lontanissima dal suo paese, ma pensò che fosse più prudente sistemarsi alla periferia e così prese un autobus già in partenza, prima, però, andò alla toletta, si tolse la parrucca con le trecce, la buttò nel cestino della spazzatura e si mise quella bionda e liscia, cambiò il completo jeans con uno scamiciato nero e golf a quadrettini bianchi  e rossi, infine inforcò un paio di occhiali con le lenti riposanti marrone chiaro. Mentre si inerpicavano per una strada in salita, si informò se qualcuno avesse bisogno di una domestica. Ora nessuna vedova nera fa volentieri questo umile lavoro necessario, per cui già sull’autobus si sentì gridare:
<Io! Io! Io!> e quando scese aveva già trovato lavoro, una casa dove nessuno l’avrebbe mai cercata e perfino uno stipendio che non le serviva per niente. L’indomani mattina portò le due valigie di soldi alla banca, sostenendo che erano l’eredità del suo povero marito, il che era assolutamente vero, ed aprì un conto milionario.
Il secondo vedovo nero marito ingrato tornò a casa dopo ben due giorni di baldoria con l’amante e non trovò né moglie né veleno né niente. Dovette riprendere il suo modesto lavoro di calzolaio e, poiché ormai era diventato povero, la ragazza lo lasciò. Egli cercò la moglie via radio, televisione ed internet, ma fu inutile. Allora pensò che se la stesse spassando ai Caraibi o a Parigi e in mille hotel da superlusso, ma a nessuno venne mai in mente che facesse la domestica alla periferia di una grande città molto lontana e fosse tanto felice. I figli, i nipoti, i pronipoti e perfino le nuore la rimpiansero sempre per la sua disponibilità, i regali e tutte le volte che andavano a piangere sulla sua spalla. Intanto la
vedova nera si tagliò i capelli a caschetto riccio e bruno e buttò via anche la seconda parrucca, che ormai non serviva più. Investì una parte dei soldi, divenne ricca ed organizzò, sotto falso nome, ovviamente, un gruppo femminile artistico culturale per la  promozione della donna.

Domenica Luise