L’orlo


Marmellata di amarene calda di sole, lunghissimi
rami di rosa scarlatta gigante che si versa nell’aria
in profumo d’altri tempi e d’altre storie tutte uguali. Spine
e petali sfogliati rapidamente in fiato
afflato e morte. Sì: amore e morte
hanno una sillaba in comune.

Le metafore
entrano ed escono dai righi musicali storti con chiavi di violino
indisciplinate senza posizione e il gregge di pecore nere
ride dell’unica pecora albina con gli occhi celesti
innocenti fuori spazio tempo e razza.

È una fanciulla che balla scarpette rosse perché portata dai piedi
feriti, una pietra piatta a rimbalzo sullo stagno verdastro
viscido gracidante asprigno al naso, la vita
è opaca per i più, ma brilla
a sorpresa e talora per qualche attimo, forse anche un’ora.

L’estate incalza al mattino quando si svegliano gli uccelli sugli alberi
qui intorno e attraverso la finestra
con le persiane socchiuse io sento che ora sia
e trattengo il mio cinguettio sulla bocca. La piccola gatta
bianca e nera mi chiama, vuole le polpette
e carezze anch’essa. Amo i fili d’erba
uno per uno.

L’abito è quasi finito, sono gli ultimi punti
con ago di dolore arroventato d’amore. È soltanto un gioco
non dicevo sul serio, io scherzavo.

                                                                        Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise. Se volete ascoltare un canto di gioia
inventato e cinguettato da me, fate clic su questo link: http://beatiipoeti.blogspot.it/ )

Buona estate a tutti, vado in vacanza anch’io, mi limiterò soltanto a rispondere se qualcuno mi commenta sia su questo blog che ricambiando il commento e nel frattempo voglio dipingere a tutto gas. Un abbraccio e tenetevi pronti per il primo settembre. E il mio solito consiglio: viviamo felici.  

Nemo

Ditemi voi se si può gettare dal balcone un gatto bello come me, di appena un mese di vita. Per mia fortuna sono caduto sul tetto di una macchina, che ha attutito il colpo, così dicono sempre le mie mamme tra le cui mani, che mi accarezzavano, sono rinvenuto. Si chiamano Enza la grande e Giada la ragazza, che è sua figlia. Dice che sul momento mi avevano creduto morto. Ho anche un papà, che mi sembrava severo e invece no, è buono e mi fa stare nella sua casa dove sono padrone di molti cuscini e peluches tra i quali gioco e mi mimetizzo. Col mangiarino che mi danno tutti i giorni mi sono ingrassato, così gli sento dire.  Non sono riuscito ad addomesticare anche la gatta ufficiale di casa, che è bellissima, tutta rossa e si chiama Iris, quando cresco la sposo, forse, se non ne trovo un’altra che mi piace di più. Gli ha fatto un buco nella zanzariera da dove entra ed esce, è molto pratico, peccato che da lì si infilino anche le zanzare e gli umani dopo si grattano. Non vedo l’ora di inaugurare il buco anch’io, per sdebitarmi tento di acchiappare le zanzare e le mastico, hanno un buon sapore. Appena esco il primo topo che prendo è per i padroncini: se lo meritano.

Domenica Luise

(Fotografie di Giada Donato, la mia mamma piccola)

Poeti di oggi, Carmine Vitale: Primo amore

Ho parlato con le cose
Perché le parole sono sporche
Sulla facciata di una chiesa una volta lessi
Che è difficile pisciare controvento
E così anche queste poche lettere
Hanno perso consistenza
Si sono lacerate
Ridotte a brandelli

C’è questa perdita enorme d’innocenza
Come se non si potesse mai più tornare indietro
Ma è nel cuore che non posso entrare
È stato chiuso
come un locale pronto alle ferie
Quando devi ricevere una notizia
Vorresti sempre quella buona prima
Perché la cattiva già la sai
L’hai commessa
C’è un palazzo maestoso
Si consegnano fiori agli ospiti
E per le conseguenze tocca all’amore
Perdonare
Barare
Fuggire
Diceva una poesia che quando fa male
Torniamo su certi luoghi
A pensare al primo amore.

La poesia di Carmine Vitale mi dà l’impressione di procedere per voli pindarici, con gli argomenti che si presentano d’impatto , senza connessioni evidenti coi versi precedenti e, in questo, aiutati dall’uso di lettere maiuscole a inizio verso, come a isolarli e isolarli ancora. In fondo ogni respiro è diverso dal precedente e dal seguente.
L’inizio della poesia è doloroso: l’autore  parla con le cose “Perché le parole sono sporche”. Sono state già usate più e più volte, si sono ingrigite in se stesse. Triste considerazione per un poeta, che vive di parole. Ma subito, nei versi seguenti, si introduce una spiegazione sia pure insufficiente per questo pensiero: “Sulla facciata di una chiesa una volta lessi Che è difficile pisciare controvento”.
Già: ecco perché le parole “sono sporche”.
E in realtà le poesie sicuramente camminano “controvento”, specialmente in questi tempi tristi in cui la cultura è derisa e la scuola usata soltanto per avere il diploma e la laurea, non per imparare.
Ma io sono una donna di speranza e oso illudermi che ci sia qualche lodevole eccezione, per esempio qualche poeta vero.
Alla lacerazione delle parole corrisponde “questa perdita enorme d’innocenza” che tutti possiamo vedere intorno e dentro di noi, negli altri e in noi stessi, purtroppo. Nemmeno i bambini possono essere preservati, hanno televisione, internet e gli amichetti dell’asilo che li scaltriscono più o meno veracemente su cose più o meno importanti “Come se non si potesse mai più tornare indietro”, e questo è vero, ma è anche buono: perché tornare indietro, a quando eravamo ignari perché troppo piccini? Non possiamo, è invece avanti che va la ruota conducendoci nei suoi ingranaggi. Intanto “è nel cuore che non posso entrare”, è chiuso per ferie. Ma “c’è un palazzo maestoso Si consegnano fiori agli ospiti”, che appare all’improvviso dal nulla (ecco i voli pindarici), qui tutto il gioco viene fatto dall’amore: “Perdonare Barare Fuggire “, sì, tutte reazioni degli innamorati, e chi di noi ha mai smesso di perdonare infinitamente l’uomo o la donna amata, che rifilavano schiaffoni? Anche barare: chi ama vuole apparire degno e talora mente per farsi bello. Altre volte fuggire: che si può anche fare perché sopraffatti da quello che uno sente e che è troppo. Su tutto questo risplendono gli ultimi tre versi come se fossero un lungo e vero titolo posto alla fine anziché all’inizio della poesia: “Diceva una poesia che quando fa male Torniamo su certi luoghi A pensare al primo amore”. Quando la vita fa male noi come reagiamo? Ripensiamo al primo amore innocente in certi luoghi dell’anima interni a noi stessi, dove lo conserviamo nel segreto.

                                                                                         Domenica Luise

 

 

I fuochi

Vanno a spegnersi di notte
dopo il tam tam a naso all’aria
con gli occhi pieni di colori. Adesso
mare nero e anni luce.

Quali domande?

 Mi hai sparato la vita
in seduzione. E non ho
una treccia bianca perché me li tingo.

Nemmeno perdo il buonumore: ci gioco su
per soffrire di meno. Lo spirito di patata
non sarà saporito, ma ubriaca
a colori e poesia.

Così m’infiammo.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise)

L’intelligenza unitaria e sintetica

Punto di arrivo dell’intelligenza analitica, è il punto di partenza dell’intelligenza artistica.

Un buon artigiano assembla e copia, un artista intuisce e crea. C’è il sorpasso dell’intelligenza analitica per giungere all’intelligenza intuitiva, che è visionaria e fantastica.
Dal cammino al volo.
Dalla prosa alla poesia.
Dal complicato al semplice.
Dal lavoro per lo stipendio al lavoro per passione.
Dal matrimonio di accomodamento al matrimonio d’amore.
Dall’ascesi alla mistica.

Ed è entusiasmante.

                                                                         Domenica Luise

(Secondo paragrafo, trovate il primo cliccando su https://usignolamimma.wordpress.com/2011/09/)

Il viaggio

È una culla che ci accoglie.

 La doglia della terra partoriente.

 C’è un uscio socchiuso alle meraviglie
della parola piagata. L’anima
è una pallina che rimbalza
dalla terra all’infinito mentre il buco nero
della grande galassia
batte nell’essere umano
anelante.

 In questa solitudine mi trovo
ed è l’inizio.

 Dove come perché
non so. Cieca fra ciechi
per cataratte d’anima.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise su un proprio quadro)

Poeti di oggi, Malos Mannaja: Va il ribollir di trino

Va il ribollir di trino, l’anime a rallegrar
|. Periglioso parapen-Dio (parte A): sogno pupazzo
Sottotitolo esplicativo: colto in deflagrante!

Poi m’è tornato in mente questo sogno.
Disteso sotto il cielo nera ardesia, stavo. Ed era notte. Ed ero quasi bosco.

Estrassi da una tasca un gesso bianco
(giocavo al “cosa apparirà”)
unendo insieme i punti delle stelle
(da uno all’infinito).

M’apparve Dio, ritratto mentre usciva a prendere le sigarette
il giorno del *Big Bang*
lasciando il gas aperto in universo.
-“Bum-bum”- mi disse e strizzò l’occhio
piegando in su due vertici al triangolo divino
(il ghigno trino)
-“…a risentirci il giorno del giudizio, nano!”-
e sgommò via, guidando un suv celeste
il dito medio alzato dietro
(il fines-trino).

M’alzai di scatto in piedi
(eppure non ne crebbe la statura)
riuscivo a malapena a superare i fili d’erba…

Sembravo un pupazzetto di peluche
(per giunta allergico alla polvere!)
così, tra uno starnuto e l’altro e strepitai:

-“Basta!
Voglio provare!
…ad essere stato felice…”-

*

Passato nel presente mi ritrovo
mero peluche di carne
trastullo di un istante
della Tua vita eterna.
Dammi gratuitamente una carezza
(salviamo le apparenze)
poi spegnimi la sigaretta addosso.
Cavami gli occhi fatti coi bottoni!
Cacciami un dito in fondo all’ombelico
e aprimi il ventre:
sanguino gommapiuma.
Essere poco più di un soprammobile
è straziante…però non-essere è anche peggio!
Così per un momento nella vita
lascia che io rida prima di
ridarmi
al freddo abbraccio della polvere
del mio scaffale.

Ebbene sì: per sopravvivere
mi aggrappo a uno sberleffo a Te
che non esisti
e già mi va di lusso
se quando mi strattoni via il sorriso
non mi lusso.

Questo poeta ha per me un merito speciale: non mi fa soltanto piangere, ma anche ridere.
Fin dal titolo noterete l’estrosità che l’autore non dissimula affatto. Inizia con una parodia del S. Martino carducciano, che c’entra, secondo me, così poco da essere nulla: tanto serioso, descrittivo e noioso il Carducci quanto sagace e satirico fino allo scherno Malos, una cosa in comune tuttavia c’è: l’irriverenza verso la religione, solo che l’invettiva di Malos tocca ben altre profondità dolorose del suo animo: “Ebbene sì: per sopravvivere / m’aggrappo a uno sberleffo a Te / che non esisti”.
Ma i paragoni tra i poeti non mi piacciono e qui lo chiudo, del resto Malos ha usato Carducci solo per sostituire “il ribollir dei tini” col suo “il ribollir di trino”, un semplice gioco di parole che gli interessa unicamente per riferirsi a questo Dio nel quale non crede e che infatti è una forma senza amore, di sole parole e assonanze. E un Dio siffatto non può esistere.
La fantasia di Malos lo vede il giorno del Big Bang, mentre esce a prendere le sigarette dimenticando il gas acceso nell’universo, ecco il motivo di tante esplosioni: che gli scienziati smettano di rompersi la testa supponendo altre  origini dell’universo, era solo che Dio voleva fumare.
Dio lo schernisce, il poeta è un pupazzetto di peluche, che strepita:
“Basta! Voglio provare… ad essere stato felice…”.
Ora uno vuole provare adesso ad essere felice, non ad esserlo stato chissà quando: sottile assurdo che determina il concetto di un’infelicità umana ineluttabile, coi tempi sbagliati.
Segue la preghiera di uno che crede di non credere e si difende schernendo: “dammi gratuitamente una carezza…”, questo è il vero anelito, subito sopraffatto da quel “cavami gli occhi fatti coi bottoni…sanguino gommapiuma…è straziante…però non essere è anche peggio”.
Quante preghiere formali sono meno sincere e umane di questa. E quand’anche scappa il sorriso di fronte a certe trovate, com’è amaro e palpitante quel sorriso e quanto partecipe.

                                                                                                                                                            Domenica Luise