Il violino dispettoso

Mimma violinista

Stride
rendendo imperfetta l’armonia
come un colore assurdo
a zig zag nell’arcobaleno.

E mescola
al miele le mandorle amare
quando l’anima si riempie di rose.

La voce stonata del coro
serve al chiaroscuro. Il fulmine nero
ha messo in evidenza la luce
e smosso fino a riva i tesori sommersi:
l’amore, il dolore
ed il gioco.

                                                                             Domenica Luise
                                                               (Elaborazione grafica di Domenica Luise)

Avviso urgente
È stato prorogato il termine per la presentazione delle favole da pubblicare
in antologia
, per saperne di più fate clic QUI

 

Annunci

L’ape regina

 

 


In un alveare può starci soltanto un'ape regina. Carmela, detta Ylenia,
nella sua famiglia si sentiva tale.
Aveva meditato a lungo su come trasformare il proprio nome uguale a
tutte le altre Carmele del paese, c'era anche una Melania. Così le venne
in mente Ylenia e si sentì come rinnovata quando passò, dalla propria
numerosa famiglia di contadini, alla casa dell'ingegner Barberoni, che
si era invaghito della sua bellezza. Adesso possedeva una camera da letto
di legno massiccio, con un armadio quattro stagioni, grande specchio sulla
toletta, stanze per tutte le necessità, salone con quadri quasi d'autore,
camere degli ospiti, abiti, pellicce, gioielli, giardino con orto e frutteto e
tutto quello che le serviva. Veramente mancava solo un po' di istruzione
perché si era preso il diploma magistrale ripetendo gli anni, lo studio la
stancava e le veniva subito mal di testa. Suo marito, più vecchio di lei circa
di quindici anni, era dell'opinione che la donna dovesse fare la moglie e la
madre senza sfacchinare dentro e fuori, sicché le teneva tre domestiche:
una per i lavori grossi, una che ci dormiva e l'altra saltuaria. Ylenia non
rimaneva incinta e tentarono di tutto, tranne l'adozione perché lui era
contrario. Alla fine Ylenia fece una novena alla Madonna e per il resto dei
suoi giorni fu convinta del miracolo: nacque una bambina stenterella, che
ebbe bisogno subito dell'ossigeno e rimase cagionevole per tutta l'infanzia,
bassa e mal cresciuta per quanto l'imbottissero di vitamine e ginnastica
correttiva. Per rispetto alla Madonna la chiamarono Maria, anzi Marilina,
che le piaceva di più o dispiaceva meno.
Da signorinella divenne graziosa, per quanto davvero magra e senza seno.
La madre incominciò a comprarle abiti firmati nelle migliori boutiques e ad agghindarla perché si sa, dopo il diploma la ragazza era pronta per fidanzarsi.
Ogni sera, tempo permettendo, Marilina faceva una passeggiata con ragazzi e ragazze della sua età, era sempre la più elegante e la meno richiesta: < Sì, mia
figlia è timida, studia sempre, fosse per lei non andrebbe nemmeno a mare >
diceva sua madre strattonandola, nell'intimità, perché alla fine si mettesse con qualcuno e non restasse zitella, e stesse attenta a non pigliarsi uno spiantato.
Si era subito resa conto che la figlia non aveva voglia di continuare a studiare, proprio come lei. Si lasciava vivere con una specie di rassegnazione ineluttabile rimandando qualsiasi iniziativa.
Con queste prospettive meglio che si fidanzasse finché era giovane e facesse piuttosto la moglie,mestiere che a Ylenia sembrava il meno difficile.
Incominciò ad organizzare festicciole in terrazza invitando accuratamente i prescelti: ragazzi benestanti e signorine di modesta estrazione.
Là in mezzo sua figlia, per quanto davvero un po' bassina, spiccava per la
finezza e gli abiti eleganti, né Ylenia si rendeva conto che gli altri le ridevano dietro le spalle per quel modo esagerato di vestirsi.
Una compagna di classe c'era, che avrebbe volentieri evitato di invitare, la figlia dello spazzino, pardon, operatore ecologico, una certa Giovanna. Aveva la stessa taglia di Marilina, però era alta e con i capelli biondo naturale, pelle rosa
perfetta senza nemmeno un brufolo, accidenti a lei. Era fidanzata col figlio
del medico, che poteva andare bene, invece, per la sua bambina.
Stava seguendo un corso di figurinismo con l'intenzione di fare la sarta, proprio
un bel mestiere senza futuro, pensava Ylenia compatendola perché in fondo non si sentiva cattiva. O almeno così pensava. Voleva soltanto aiutare un po' il destino accasando la figlia, tutte le madri se ne occupano da subito.
L'invitò alla festa dei vent'anni di Marilina solo perché voleva che ci andasse
il ragazzo.
Arrossendo, Giovanna rifiutò e disse che non aveva un abito adatto.
Allora Ylenia insistette e le regalò un grosso sacco di vestiti smessi dalla sua Marilina primo perché doveva liberare l'armadio, che era pieno, secondo perché
a sua figlia stavano troppo lunghi oppure si era stufata di vederli e terzo perché
le piaceva, e non poco, fare la generosa. Chiese scusa di quanto le dava mostrandole
i pezzi uno per uno e vantandone l'alta sartoria, Giovanna, umiliata e tutta rossa,
fu costretta non solo ad accettare l'invito, ma anche a tornarsene a casa carica come un mulo.
La sera della festa Ylenia, in nero lungo scintillante, schiena nuda e boa celeste buttato su una spalla, smistava i partecipanti mentre suo marito calmava la sete tracannando aperitivi e la fame coi tramezzini e i rustici, tanto per mantenere
la propria linea com'era: perfettamente ovoidale.
Giovanna indossava un abito di quelli smessi da sua figlia, ma gli aveva tagliato
una manica fino alla spalla, l'altra era stata ridotta e l'aveva allungato con una sciarpa a fiori in tinta, lasciando l'orlo decisamente irregolare. Il vestito aderiva sulle sue belle forme, delle quali Ylenia non si era ancora accorta. Tutti la circondavano e le facevano i complimenti, il suo ragazzo non la mollò un attimo
né le staccò gli occhi di dosso, lei era semplice, tutta rossa e talmente bella da togliere il fiato. Ylenia giurò a se stessa che non l'avrebbe invitata mai più.
E sapeva cucire da maestra: l'abito di Marilina non sembrava più quello, l'irregolarità delle maniche e la sciarpa di chiffon a fantasia drappeggiata
all' orlo non erano raffazzonati, ma armonizzavano perfettamente. Al collo
portava una catenina d'oro sottile. Ylenia, dentro se stessa, dovette ammirarne
non solo la bellezza, ma la qualità della fantasia e il talento. Le venne in mente
anche la parola classe, che scacciò decisamente con un cenno del capo e
corrugando la fronte.
< Le piace, signora, come ho adattato il vestito? > chiese Giovanna vedendosi guardata così tenacemente, < Certo, certo, mia cara > rispose Ylenia con atteggiamento che voleva essere condiscendente e fu rabbioso. Cercò sua figlia,
che si era seduta in mezzo alle vecchie a gambe incrociate e stava ascoltando,
con sguardo intento, di quanto fosse peggiorata l'anca usurata della gamba
sinistra della propria zia, professoressa di lettere in pensione, che tutti continuavano a chiamare Mimì, < Nei raggi si vede come una pallina con tante
spine di osso intorno, certo che appena faccio due passi sento dolore > declamava
la suddetta sospirando e prendendo una posizione il più possibile comoda sulla
sedia, portava alla scollatura dell'abito in seta cruda grigia una spilla antica, un tralcio di fiori in oro, argento e pietre preziose, che a Ylenia faceva gola da sempre, gliel'avrebbe strappata. Sarebbe stato giusto che la regalasse a
Marilina, dato che non aveva figli, e perché aspettare dopo la morte?
Tanto a lei a cosa serviva? E doveva avere del gran bel corredo nuovo nella
cassa ai piedi del letto antico di ferro battuto, coi pomi di opaline celeste,
sarebbe stato tutto di sua figlia, ricordava una coperta di damasco pesante
rosso e arancio e quell'altra, con le fanciulle danzanti dipinte a mano nei
quattro angoli e il primo piano di profilo nel rosone centrale, rose carminio e farfalle. Ylenia credeva di avere affetto sincero per sua sorella, che ai tempi
aveva fatto un gran matrimonio d'amore e di ricchezza. Adesso era vedova, benestante e sola, perciò era stata pressantemente invitata. Ora vecchia sì,
scema no, per cui aveva addotto molte scuse, ma dietro le insistenze alla fine
era andata, con un'amica pure, che sembrava piuttosto sveglia e ad Ylenia non piacque per niente. Non voleva che approfittasse dell'ingenuità di Mimì, troppo leggera nel mettersi persone in casa. Sarebbe stato buono che Marilina si convincesse ad abitare con la zia con la scusa della compagnia, ma da
quell'orecchio la ragazza non ci sentiva, anzi era sorda del tutto.
Durante la serata venne fuori che l'abito grigio della zia Mimì era stato creato
e confezionato da Giovanna, la quale l'aveva pure truccata e pettinata. Qui Ylenia
si ritrovò a bocca aperta per un bel po' perché le era sembrato firmato da chissà chi. Intanto Giovanna ballava col fidanzato, perfettamente a proprio agio entrambi, la figlia dello spazzino e il primogenito del dottore, mentre sua figlia continuava a stare fra le vecchie ed adesso ascoltava com'era andata la bronchite quasi polmonite della moglie del maresciallo dei carabinieri.
Indossava un abito color crema, di lino, con camicia di seta in tinta uguale e giacchino svolazzante, scarpe e borsa rosso lacca, che erano costate un patrimonio.
Aveva un difettuccio: i polpacci grossi, per questo Ylenia avrebbe voluto che mettesse un completo pantaloni, ma la ragazza aveva preteso la gonna stretta a tubino per forza e ogni tanto si doveva alzare per riprendere fiato, tanto la fasciava sulla pancia.
Ylenia vide che nessun giovanotto le si avvicinava per chiederle di ballare o almeno
a rivolgerle la parola. Pensò che i giovani sono maleducati ed anche spietati.
Invece andavano tutti intorno a Giovanna e al suo ragazzo come api sul miele. Appunto: Era quell'altra l'ape regina, né lei né sua figlia. Un'ape regina ad ogni alveare, una sola.
Indispettita si avvicinò al gruppo dei ragazzi che si agitavano ballando tutti insieme, < Ma ascoltate tutti >, gridò.
Fermarono la musica e le fecero cerchio intorno con sguardi interrogativi.
< Ma ci credereste che quello splendido abito di Giovanna l'ha fatto lei, anche se non proprio del tutto? Insomma, se l'è aggiustato da sola perché, ci credereste?
Era di Marilina. Ci credereste? >.
Così disse a voce alta e chiara mentre Giovanna diventava scarlatta.
Il suo fidanzato la strinse a sè e scoppiò a ridere: < Sposerò un genio dell'alta
moda > affermò riprendendo a dondolarsi come ballando senza musica. Tutti si affollarono intorno a Giovanna con esclamazioni di stupore e nessuno la prese in giro, proprio nessuno. Perfino le vecchie si agitarono e fioccarono le ordinazioni.
Intanto Marilina era passata dalla bronchite della moglie del maresciallo dei carabinieri ai dolori dell'artrite reumatoide della preside delle scuole medie.

                                                                    Domenica Luise

Curiosità gattesca

Cristina e Coccola in poltrona
Nella prima foto si vedono le mie due micie in poltrona, in posizione di riposo
a pancia all'aria. Coccola è la pelosa, altrimenti detta Coda di volpe,
mentre Cristina è quella pezzata bianca e nera.

Curiosità gattescaCuriosità gattesca 2

In queste due successive pose si possono ammirare gli animaletti
che controllano cosa avviene fuori da dietro le persiane.
Conviene guadagnare una postazione elevata per vedere meglio.

Esplorazioni sulla persianaCoccola è una grande arrampicatrice, Cristina in posizione di scatto:
<Aspettami, arrivo>.

 

                                                                           Domenica Luise
                                                                           ( Fotografie di Domenica Luise )

 

Mimma e Cristina sulla luna

 
Preoccupata perché la sua amica si era tinta i capelli di biondo,
ma non li sopportava e adesso li stava crescendo per farli tornare bianchi,
a Mimma parve che Cristina, con l’età, avesse perduto il senno.
In fondo, tuttavia, era strano che una così piccola cosa (biondi o bianchi questi capelli?) potesse sembrarle così determinante. “Forse, con l’età, ho perduto il senno anch’io“ pensò Mimma pranzando col solito minestrone scondito per
dimagrire e fare rientrare il colesterolo, ”Guarda tu se debbo torturarmi
con la dieta invece di spassarmela, come sarebbe giusto dopo una vita sulla
cattedra a domare diavoli, sia pure amorosamente“.
Quella sera Mimma si addormentò profondamente fuori orario, sarebbe a dire
che per le ventuno già ronfava abbracciata al proprio cuscino di piume.
D’un tratto la svegliò una serie di nitriti dietro la finestra della camera da letto, dove proprio non poteva esserci alcun cavallo visto che il giardino era recintato
fino a oltre due metri di altezza e il cancello rigorosamente chiuso.
Davanti c’era la Nazionale per Palermo, un tratto bello dritto dove le macchine
e i camion sfrecciavano notte e giorno, poco adatta come ippodromo.
“Sto sognando“ pensò Mimma. Dette una strizzata al cuscino e richiuse gli occhi. Mormorò una preghiera: “Signore, pensa tu ai miei amici virtuali“,
e stava per riaddormentarsi, quando: toc, toc, toc.
<Chi è?> sbadigliò Mimma, intanto si ripeterono i nitriti.
<Sono io a cavallo> disse una voce fin troppo nota.
<Francesco Pasticcio, pardon, arcangelo, eccellenza> rispose Mimma,
e afferrò la vestaglia.
<Non perdere tempo, vestiti subito, andiamo sulla luna a prendere il senno
di Cristina. Fa ancora fresco, mettiti un pantalone pesante,
la camicetta di felpatino e una giacca di lana>.
Poco dopo Mimma aprì le imposte, l’arcangelo, quella notte, indossava una tuta celeste con maniche a sbuffo ed un mantello in tinta. Stava a cavalcioni su un
cavallo bianchissimo, che portava una stella d’argento sospesa sulla fronte.
<Piacere, signora, io sono l’ippogrifo> nitrì il cavallo porgendole una zampa,
anche gli zoccoli erano d’argento o così sembrava.
<Piacere, sono Mimma> rispose lei e gli strinse la mano o la zampa o quello che era.
Sembrava così umano, soltanto Mimma non capì se fosse il cavallo a parlare
oppure lei a nitrire e come si potessero comprendere.
<Sei preoccupato anche tu per Cristina?> chiese Mimma a Francesco Pasticcio.
<Perché, cos’ha combinato stavolta, che ha scritto? In Paradiso abbiamo letto
tutto e ci è molto piaciuto, specialmente il divertissement del sottoblosco>.
<Dice che vuole rifarsi i capelli bianchi, dimagrire di dieci chili e innamorarsi>.
<E tu, invece?>
<Io i capelli me li tingo  scrupolosamente, voglio dimagrire di dieci chili, ma non penso di innamorarmi alla mia età. Amo la vita in genere e il prossimo>.
<Ah, sì, allora ti senti in regola>. Francesco Pasticcio ebbe un tono sarcastico, che non sfuggì alla presunta poetessa, la quale cambiò subito discorso:
<Che fanno i tuoi angioletti portabandiera?> chiese montando sulla groppa dell’ippogrifo non senza una certa fatica.
<Dormono> rispose Ciccino laconico.
L’ippogrifo srotolò due ali immense e partirono. La luna era più bucherellata che mai e tutt’intorno c’erano parecchi scaffali pieni di bottiglie e bottiglioni con dentro il senno umano.
<Ludovico Ariosto aveva scritto il vero> osservò Mimma leggendo le targhette.
“Senno di Iole innamorata del suo Pepè“, “Senno di papa“,
<Lì manca l’accento sulla a> affermò Mimma, <Ti pare?> rispose Ciccino. Il senno dei politicanti era così abbondante che Mimma si chiese come potesse essergliene rimasto un poco per guidare, in qualche modo, la nazione. In quanto alle damigiane del senno dei poeti erano innumerevoli, <Come faccio a trovare quello di Cristina?>, mentre cercava l’incontrò viso a viso e la riconobbe dai capelli mezzi biondi e mezzi bianchi, puntarono l’una il dito verso l’altra e dissero: <Tu quiiiiii!>
<Che ci sei venuta a fare?>
<A cercare il tuo senno, e tu?>
<A cercare il tuo senno>.
<E come ci sei venuta?>
Entrambe si voltarono  verso Ciccino e dissero in coro :<Con lui, sull’ippogrifo>.
<Ha bussato alla mia finestra>.
<Anche a me, anche a me>.
<Mi ha detto di vestirmi pesante perché c’era freschetto>.
<Anche a me, anche a me>.
<E poi siamo partiti sull’ippogrifo, che parla>.
<Pure io, pure io>.
<Bando alle ciance> disse Francesco Pasticcio, <prendete il vostro senno e
andiamocene>.
<Ma quelle due botti sono pesantissime>.
<Come facciamo?>
<Spillatene un po’ in queste due bottigline, mischiatelo e insieme otterrete il senno che vi serve> fece Ciccino
<E se facciamo corto circuito? Tu sai come la pensiamo, quella è cattolica> disse Cristina puntando un dito contro Mimma, la quale divenne scarlatta.
<E tu sei agnostica> rispose tentando di ghignare efficacemente, era più alta e più grossa di Cristina, che indietreggiò.
<Ragazze, smettetela> nitrì l’ipogrifo con tono acquietante.
<Io non mescolo il mio senno col tuo>.
<Io nemmeno>.
<Ecco>, concluse Mimma con accento siciliano.
<Va’ a magna’  er sapone> disse Cristina con accento romano.
<Allora caricatevi ognuna del vostro senno> concluse Ciccino.
Mimma e Cristina guardarono le botti, che erano di colore diverso, ma grosse uguali.
<Tu sai bene che non è possibile> affermarono in coro.
<Stavolta ho fatto un viaggio inutile> considerò l’ippogrifo, <potevo restarmene nella stalla, a fare l’amore con mia moglie. Vogliamo un bambino, noi>.
A Mimma e Cristina scappò da ridere e gli fecero gli auguri di felicità e figli maschi, l’ippogrifo era di larghe vedute e rispose che anche una femmina sarebbe andata benone.



<Per quanto riguarda il vostro problema> aggiunse caracollando distrattamente,
<mica dovete mettere in comune le idee, la religione e che so io, ma soltanto l’amore fraterno che vi lega>.

<Io ti voglio bene> disse Mimma a Cristina.
<Io pure> rispose Cristina.
<E questo è l’importante, li mescolate o no questi senni?> fece Ciccino con un piccolo tono impaziente che non sfuggì alle poetesse.
Mimma e Cristina andarono ognuna a stappare la propria botte.
<Non capisco> disse Mimma, <il mio vino è grigio verde e puzza di aceto>.
<Non capisco> disse Cristina, <il mio vino è grigio blu e puzza di aceto>.
Ne mescolarono poche gocce ognuna nella propria bottiglina e subito il liquido assunse un colore rubino sangue di piccione che baluginò come una luce. Un soave effluvio di cantina si diffuse tutt’intorno.
<Non capisco> ripeté Mimma annusando.
<Nemmeno io> affermò Cristina.
<Ed io ancora meno, sono sempre un cavallo, sia pure alato> considerò l’ippogrifo.
Ciccino si mise a ridere: <L’amore trasforma ogni dolore in gioia ed ogni morte in vita> pontificò.
<Un po’ solenne, per i miei gusti, ma vero e bello> rispose Cristina.
Mimma trattenne a stento la battuta che le bruciava sulle labbra: <Mi sembri un prete>.
Meglio non stuzzicare la Cristina che dorme.
Perché quello era un sogno, vero?
Alzò la propria bottiglina:
<Allora abbiamo capito la lezione di stavolta>.
<Noi due insieme diventiamo sagge>.
<Un solo senno. Vuoi brindare con noi ?>
<Ci mancherebbe, io già sono ubriaco d’amore più che abbondantemente> rispose Ciccino. E dette una bottarella all’ippogrifo, che si mise a ridere
srotolando le ali per il ritorno.
 

                                                                   Domenica Luise
 

 
 

La vendetta del polpo

La vendetta del polpo

Mi abbranca scivoloso
impantanato morbido sinuoso
seduttivo, stringendo orrido abbraccio
guizza freddamente
e tenta di strozzarmi la poesia.
 
Dice all’orecchio che nulla c’è di vero
e sussurra, poi strilla, poi
nuovamente sussurra. Allunga i suoi tentacoli
dalla televisione, l’occhio nero
mi fissa da internet ammiccando
anche benevolmente. Perché proprio
così, nessuno ti vuole bene
tutti scomparsi, hai quello che ti meriti
buona, anzi scema.
 
E stai zitto nel piatto, sbollentato
su e giù dall’acqua
tagliato a pezzettini, condito
con prezzemolo, olio extravergine
ed una spruzzatina di limone. Così impari
a fingerti piovra.
 
Gnam gnam. La mia vendetta.
 

                                                           Domenica Luise
                                                                        (Fotografia di Domenica Luise)

Siamo alla ricerca delle più belle favole per farne un magnifico libro,
per le informazioni che vi servono fate clic
  QUI

 
 
 

Ah, ah, ah

 

 
Oggi mi vado a pesare in farmacia, mi dà pure il talloncino col giorno, li sto
riunendo in fila a controllare il dimagrimento. Sono diventata virtuosa, niente
dolci. Ah, ah, ah. Ahia.
Dopo i primi tre giorni di sofferenza si incomincia a fare di necessità virtù, al che
ecco l’invito a pranzo, Pasqua, la cresima di Mariachiara: resisto come posso alle voluttà culinarie, l’indomani il minestrone poco condito e il pesce lessato sono tristi,
 ma stringo i denti anziché muoverli nella masticazione, dopo uno sgarro ci vuole una giornata per rassegnarsi di nuovo. La glicemia, adesso, è perfetta. Mah.
E meno male che non ho mai iniziato a fumare né a bere. Però mi piacevano i biscotti smoderatamente.
Diventerò una vecchietta raggrinzita, meglio le rughe del grasso. Speriamo di liberare vene e arterie onde agevolare il funzionamento dei capillari cerebrali,  non vorrei che se ne intoppasse qualcuno rincretinendomi.
Perché in una certa misura ci rientro.
Così pensano gli altri appena mi guardano in faccia, a me scappa da ridere. Alla prova del nove si svelano con l’occhio morto che evita il mio sguardo, via, ragazzi, non occorre vergognarsi così, in fondo siete soltanto furbi e imbroglioni, rientrate nella norma.
Mi pensavate scema, ragionate: mi avrebbero dato una laurea, a quei tempi, senza raccomandazioni né calci là dove la schiena cambia nome? E avrei insegnato tranquillamente o quasi, rispettata da preside colleghi alunni e soprattutto bidelli, senza un minimo di capacità umana intellettuale?
Sì, lo so che non sono in grado di rubare: chiedo perdono, e nemmeno di approfittare. Un difettuccio grave può essere sopravalutare l’altro: qui ho preso qualche botta, ma ho anche guadagnato un bel po’ di amicizie sincere, specialmente quelle virtuali o spirituali, come le chiamo io.
Sono cattolica perché credo in Cristo eppure i miei migliori amici non sono cattolici. Chiedetevi come mai.
Senz’altro la presunzione di ritenersi i depositari della verità, quella tendenza sottile ad incolonnare l’altro conformemente alle proprie idee, a fare i maestrini, per poi venire fuori chiaro e tondo che il medico ha bisogno urgente di curare se stesso, ma l’atteggiamento intanto non cambia effettivamente. Ogni volta che sento parlare con grande  disinvoltura di preti pedofili il mio cuore si spezza, perdonate l’immagine banale, che è comunque la più aderente a quello che sento. Credevo che fosse un disgraziato caso di qualche  povero malato ogni tanto, adesso altro che risata, il titolo del post non è giusto, ci starebbe meglio: inginocchiatevi, chiedete perdono e cambiate vita prima che sia tardi perché Dio c’è, anche se voi non ci credete affatto. Ecco. In realtà come titolo sarebbe troppo lungo, allora trasformiamo la risata in grido di dolore: Ah, ah, ah.

                                                      Domenica Luise

Segreti d’amore (pensiero mimmiano n° 9)


L’amore dà e riceve, ma c’è più gioia nel dare. 
                                                                                                                         
                                                                                                                                     Domenica Luise


Caleidoscopio multicolore

                         (Elaborazione grafica di Domenica Luise)  

Guizzi

La morte del cigno
 
La vecchia ragazza
ha dipinto la vita
che la trafiggeva
in dolore d’amore. Così
compio la morte del cigno.
 
Una bandiera squillante.
 
Ho celebrato la poesia nel santuario
con poche signore ai primi banchi. Ed esalavo
incenso ai miei segreti.
 
Per quanto silenzio ho sventolato.
 
Balbettai folgori
incomprensibili a me stessa
talora, e senza finire
il sussurro.

Forse
non traducibile.
 

                                                                Domenica Luise
                                                                   
(acquerello di Domenica Luise)
 

Fame

Caleidoscopio coloratissimo

Il corpo vuole pane, l'anima amore.
 

                                                                          Domenica Luise
                                                                    (Elaborazione grafica di Domenica Luise)


Oltre

 

 Paesaggio di Mimma


Vedo l’amore con afflusso di stelle
e ghiaccio, fuochi baci
prati sgorganti, carezze
e compassione.
 
Aggiro il toro morto sulla strada
o il sogno nero. Verso il sole
c’è una strada di raggi
solidi agli smarriti
e senza porta né battente
perché tutto intorno è casa mia
ad infinito.
 
Ogni attesa è interrotta, adesso tocco
i profumi che intuii.

 
                                                    Domenica Luise

                                              (Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)