Corto circuito

 

E solitamente
mentre le madri si lacerano l'anima
con la pietra scheggiata, reliquia
paleolitica, i mariti
vogliono stare in pace e digerire.

 
Muti e rabbiosi, a parlare
bastano le femmine
e a lamentarsi pure.

 
I sogni che furono sono stati cremati
e sparsi terra alla terra
senza ulteriori scintille pulsioni
speranze illusioni attese.

 
Due dentiere
per mordersi l'uno con l'altra.

 

Lui abita nella regione antartica
e lei nel Sahara, ma i pinguini
non mangiano datteri.

 

Ecco un matrimonio felice
più o meno.

 

Evviva le scimmie.

 

                                                         Domenica Luise

 

Il poeta della gioia

C’era un poeta giovane e bello, con i boccoli biondi. Sembrava un cherubino cresciuto. Era il più grande di cinque fratelli. Quando nessuno lo vedeva
cantava e ballava  da solo perché era sempre contento.
Era fidanzato con una ragazza che si era diplomata a forza di
raccomandazioni : gli sembrava intelligentissima, ma in realtà era
soltanto bella.
Un triste giorno il poeta divenne rauco e, pian piano, dovette smettere
prima di cantare e dopo di parlare. Sussurrava soltanto.
Infastidita, la fidanzata lo lasciò ed egli pianse. Si sfogò con un altro
volumetto di poesie che nessuno volle leggere, ma a lui bastava
averle scritte. “Sono felice lo stesso” pensò, e si rimise  a ballare,
ma subito sentì un forte dolore alle ginocchia, dopo ai polpacci,
ai piedi, alle mani e restò paralitico.
I quattro fratelli, che egli aveva, con sacrifici inenarrabili , cresciuto
ed avviato al lavoro dopo la tragica morte dei genitori in un incidente automobilistico, dapprima lo curarono con dedizione, lo imboccavano, lo
cambiavano e gli tenevano compagnia a turno. Visto che non guariva,
il minore dei fratelli fuggì di casa e se ne andò a lavorare in Svizzera
per formarsi una vita libera. Il poeta pianse e si disperò, ma dopo
imparò a muoversi con una sedia a rotelle computerizzata, un braccio
meccanico lo imboccava e poteva sussurrare le proprie poesie
accendendo da solo un registratore tramite il piccolo telecomando.
“Posso essere felice lo stesso” pensò.
Guardava sempre fuori dalla finestra e giunse la primavera. I passerotti
gli volavano tra le mani per mangiare le molliche del suo pane.
C’era il mare, sullo sfondo. Gli piaceva scrutarne i colori. Il sole
tramontava davanti a lui ogni sera.
Ma gli vennero strane nebbie davanti agli occhi, chiamò il più piccolo
dei tre fratelli rimasti. <C’è la nebbia ?> chiese, quello rispose di no
e andò in fretta a preparare la cena. Intanto l’ombra aumentava e, prima
di sera, fu completamente cieco, “Come sono disgraziato” pensava.
Il medico si strinse nelle spalle ed ordinò una visita oculistica,
l’oculista si strinse nelle spalle ed ordinò l’elettrocardiogramma,
il cardiologo si strinse nelle spalle ed ordinò l’elettroencefalogramma,
ma cieco era e cieco rimase. Il più piccolo tra i fratelli, dopo qualche giorno,
in preda allo scoraggiamento, fuggì in Germania per dimenticare ed
iniziare una nuova vita. Il poeta pianse e desiderò di morire come
ancora mai l’aveva desiderato, ma quella notte udì il canto di un usignolo
e sussultò di una gioia misteriosa, “Per questo soltanto“  pensò, “vale la
pena di vivere. Posso essere ugualmente felice“.
E sussurrò, nel registratore, cose magnifiche perché la sua poesia, ormai,
si era trasformata in luce. Ma la notte dopo non sentì l’usignolo e,
al mattino successivo, non rispose ai due fratelli che lo chiamavano:
era diventato sordo.
Il più piccolo tra i fratelli, non sopportando oltre di vederlo così,
fuggì in America per non pensare più a niente, il poeta rimase nel calore
del sole.
Il suo cane, un pastore belga bastardino dalla grossa testa, venne a
fargli le feste, gli leccò le mani e il viso, il poeta, allora,
rise come un fanciullo,    “Posso essere ancora felice“ pensò.
Il fratello ultimo rimasto gli cucinò il pranzo, lo pulì, gli tenne compagnia,
ma tutto come un triste dovere. Pareva che non avessero più niente da dirsi
e, durante la notte, il poeta pianse di nuovo né poté confortarlo l’effluvio
del gelsomino in fiore che entrava dalla finestra aperta.
Si addormentò e fece un bel sogno: “Posso essere ancora felice“ pensò stupito.
<Dove sono?> chiese al grande angelo ridente che gli andava incontro.
<Sei nel Paradiso dei poeti>.
Allora egli danzò e cantò e volò e vide cose non immaginate nemmeno
da un poeta come lui. E fu felice in maniera perfetta.
Il fratello ultimo rimasto, l’indomani mattina, era andato a dirgli che voleva espatriare perché non poteva oltre vivere così, ma come farsi capire da un paralitico cieco e sordo? Quando lo trovò morto tirò il sospiro di sollievo e
subito si mise a piangere, così tutti dissero: <Guardate come lo amava>.
 
                                                          Domenica Luise

Messaggio importante: c'è una bella iniziativa per tutti noi sul Giardino dei poeti di Cristina Bove, fate clic su http://giardinodeipoeti.splinder.com/

 

Giardino in primavera

Mimma che corre

Così le parole sono farfalle
fruscii carezze ed acuti
della soprano sulla scena. Sudori
da respirare.
 
Ti vivo
al primo bacio.
 
Il grand canyon di rughe e sale
  coi tamburi in fibrillazione.
 
Un filo di seta
forte
sottile indimenticabile, vita
surricamata
e abissi e sole.
 
Un po' di gioia rubata allo tsunami. Il silenzio
tra le vene gonfie.
 
La bambina
sfreccia fuori dal quadro, dove l'erba
si prepara nella terra buona .
 

                                             Domenica Luise
                       (Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)
 
 

Compassione dell’anemone viola

anemone viola.jpg primissimo piano

piegato a sfoglie
o stella che implode, morte da vita
e vita da morte. Ruota
del luna park, alti e bassi
bassi e alti. Lacci
alle membra. I prigioni
di Michelangelo attorcigliati, dna
di se stessi.
 
Profumo dei biscotti di mamma
quando uscivano dal forno a legna
nella vita antica. L'aria
del mio paese mio. I morti del Giappone
giacciono dentro di me ad uno ad uno, amati.
 
Il miele gocciola sulle spine.

 

                                                     Domenica Luise
                                                (Fotografia di Domenica Luise)

 
 

Orologio antico

orologio antico
 
Il tempo si precipita, è di carne
o di anima, non so. È già sera
e sbadiglio. Fra un attimo
viene domani. La mente
riposa o balla il quotidiano
e devo comprare il pane
fare l'analisi, ho dimenticato
di riattaccare quel bottone. È
un orologio di porcellana
che si rompe facilmente.
 
Troppo poco alla sete di vita.
 
Cosa ti manca?
 
Oh, i desideri acquietati, lo strano
 abbandono, la distorsione
e il passato prossimo che diventa remoto
all'orizzonte dell'universo interno.
 

                                                     Domenica Luise
                                                                (Fotografia di Domenica Luise)

 

La festa della donna?


Non esiste una festa dell’uomo con regali di affettati, pezzi di parmigiano e peperoncini piccanti, cravatte e calzini, perché ? Io la risposta ce l’ho: essi sono festeggiati tutti i santi giorni, prima le madri e le sorelle, dopo le mogli e le perpetue o le zie o le devote o quello che sono li provvedono di cibo in tavola, li lavano, li stirano e li pigliano con le buone per non farli arrabbiare. Con così poche eccezioni di rispetto vicendevole da potersi considerare nulle.
E adesso, poiché oggi è la festa della donna, correte a cucinare i loro piatti preferiti, che naturalmente sono i più elaborati, del genere il ragù da girare per tre ore a fuoco lentissimo senza dimenticarselo o sa di bruciacchiato.
Eppure, quando vi corteggiavano con le rose rosse a stelo lungo, voi ci avevate creduto. Invece era un rituale. Anche l’uccello giardiniere attira la femmina facendole un sentiero di rametti, pietruzze e petali colorati fino al nido, la cretina entra e procrea.
Ma poiché io sono una donna di speranza, voglio ugualmente festeggiare tutte le signore con una piccola fiaba che faccia bene al cuore, illustrata con un incantevole quadretto a olio del mio papà Espedito:
 
 
Uccellini
Nessun fiore è inutile

C'era una volta un albero di mimosa, che era nato selvatico sul ciglio della strada. Per l'otto marzo divenne una nuvola gialla con la permanente a pallini, tutti i signori che passavano ne tiravano un rametto gratuito, lo nascondevano sotto la giacca o il maglione perché si vergognavano di fare vedere che portavano i fiori alla moglie o madre o sorella o collega o quello che era. Poi, come per gioco, lo tiravano fuori un po' ammaccato, glielo davano e tutte le donne, nessuna esclusa, ne erano orgogliose.
 Venne il tramonto, l'albero di mimosa era tutto spennacchiato e non aveva più la sua bella permanente a pallini, tutti lo commiserarono, perfino il sole. Gli era rimasto solo un ciuffo giallo sul cocuzzolo, troppo in alto per essere arraffato. Lassù in equilibrio c'era un nido ed il passero maschio strappò il rametto superstite e lo portò nel becco alla moglie, che stava tenendo accucciati i bambini addormentati. <Buona festa della donna, tesoro> pigolò. Lei gli sorrise con occhi radiosi, allora l'albero si sentì soddisfatto perché aveva regalato tutti i fiori e da ogni ferita sarebbero nati altri rametti pronti per l'anno prossimo. Così è la vita: gioca, rimbalza e vince sempre, anche se siamo vecchie, rimbambite e in attesa di ulteriori rimbambimenti. Figlie, madri o nonne, meravigliosamente donne, cioè dominae, signore. Perfino poetesse, talora.  

                                                  Domenica Luise
                                                 (Quadro di Espedito Luise, olio su tavoletta)

 

Maschere

Maschere

Innocenti grintose scherzose
cattive  fatate
ironiche sognanti
satiriche paurose, comunque
tragiche. Tutte alla maratona
ad acquistare fumo dai venditori.
 
Solo i bambini giocano
perché non sanno.
 
Uomini e donne
dal paleolitico alla fine, quando
la terra cadrà
chissà dove come quando
perché.
 
Vado a narcotizzarmi di televisione. Queste maschere ridono
l'una contro l'altra armata
ognuna uguale nel suo grande e nel suo piccolo
da sempre per sempre.
 
Anche i poeti giocano con le parole
altalenando
e si impiastricciano l'anima di colori con lancio di stelle filanti
o stelle. Chi li può capire
mai? Cos'è l'uomo?
 
                                                             Domenica Luise

                                           (Quadro di Espedito Luise, olio su tavoletta,
                    un metro per sessanta cm.)

                                                                 

Le presine di zia Mimma

Presine di zia Mimma

Anche le cose più semplici possono dare un tocco di bellezza alla nostra casa.
Avete visto quei completini per la cucina che spesso a Natale si regalano
alle vecchie zie? Bene. Casualmente, in un supermercato, avevo visto
un mazzetto di spugne abrasive colorate, non solo verdi come sono di solito.
Subito mi è venuta l'idea di ricoprire le vecchie presine da buttare,
le ho lavate, asciugate e voila: ne sono orgogliosissima.

(Fotografia di Domenica Luise nella cucina di Domenica Luise, mia è anche l'idea
delle due listarelle di legno a cui ho fatto applicare i gancetti per attaccarci
le cose che si debbono trovare subito sotto mano).