Buona estate a tutti

La sirena

Buone vacanze a me, a voi e a tutti gli amici.
Sì, lo so che è un po’ prestino per parcheggiare i miei vari blog, ma sto mettendo a posto i miei scritti e rileggendo il prodotto degli anni scorsi, voglio rielaborare tante cose, ricopiarne altre e soltanto io posso farlo anche perché ho racconti e poesie in brutta copia, per non dire bruttissima: pieni di spazi vuoti (per me logici), linee dritte  (per me chiare lettere) e svolazzi con frecce a dritta e a manca.  Insomma, io sola ci posso capire. Ho anche trovato ulteriori spunti per favole che, appena leggo una nota, subito mi si affollano alla mente vogliose di vedere la luce. È davvero il momento di fare ordine, allora smetto di pubblicare cose nuove, per ora, ma prima mi riposo cambiando completamente argomento, voglio dipingere idee che mi stuzzicano da un po’. Ecco. Penso che passerò tutta l’estate rispondendo sui blog soltanto se qualcuno mi commenta, poi riprenderò a commentarvi di nuovo. Però guardate con quale bella immagine vi auguro buonissima estate e felice vita: la fotografia di mia nipote Maria Chiara è stata scattata a mare nell’estate scorsa da mamma Iole, io sono intervenuta facendole una bella coda di sirena nel computer, avete ammirato le trasparenze? Bene. Lei è bella e le due sorelle si divertono molto sia a fotografarla che a trasformarla. Un abbraccio a tutti e vi avviso che controllerò quotidianamente i blog perché qualche cretino, ogni tanto, scrive una scemenza e in casa mia c’è posto solo per gli intelligenti. Hanno anche telefonato ricevendo un’accoglienza talmente gelida che non ci hanno provato più, gli uomini cercano avventure via web, poverini, quanto debbono essere frustrati. Comunque, come dice Dante, ” Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
Naturalmente, in tutto questo tempo potrei anche cambiare idea e pubblicare qualcosa di urgente, l’estate scorsa lo facevo continuamente.
Ciao a tutti, godetevi il meritato riposo.

Domenica Luise

Modella: Mariachiara Crisafulli
Fotografia di Iole Luise
Elaborazione grafica di Domenica Luise

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Il gioco e il giogo

Fanciulla delle rose

Così
nel pomeriggio di rumori solari
delle macchine in moto. E l’aria
azzurra con gorgheggi: la primavera
che odora. Il gioco
è leva al giogo scortica spalle.

Salto sulla campana
disegnata nel cortile col gesso bianco: uno
due tre quattro. Studiavo sempre
senza arrivare mai, l’estate
diventavo cigno in canto e incanto
libero. E ballavo
la morte per la vita e viceversa.

La poesia, per me, fu un masso
e una rosa, la prima del giardino.

Apro la finestra al respiro. Talora
invece
serro le parole nel forziere della mente, si srotolano
pezze di magnificenze
a colori, damaschi
e velluti intagliati dove l’innocenza
è un riflesso negli occhi.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica su un mio quadro a olio 70 per 50)

Il ventaglio

 Quando il prete se ne andava dopo avere celebrato la messa, suor Giovanna
usciva, un pochino zoppicante, per spazzare, spolverare, sistemare i fiori e lavare il pavimento. Soltanto lei poteva passare dalle stanze interne alla chiesetta aperta alla gente: ci voleva un permesso speciale.
Certe volte ci pensava : che una così debole porta la divideva dal “ mondo”.
Più invecchiava e più le veniva la curiosità di sbirciare dal buco della serratura, con la scusa di lucidare i pomi.
Ultimamente era diventata piuttosto svagata e si distraeva con strani pensieri e ricordi, che le venivano anche durante le preghiere.
Come quando era bambina ed erano andati al circo e lei aveva riso davanti ai pagliacci e goduto tanto a vedere gli acrobati. Allora aveva deciso che avrebbe fatto la ballerina perché, su di un giornaletto intitolato “ Bambola “ , aveva letto la storia di Mimosa e Rosita, piccole ballerine.
Era incerta se ballerina o acrobata o magari attrice. Cantante no perché stonata. Attrice tragica, ecco.
C’erano le volte in cui, la domenica pomeriggio, andavano tutti al cinema, mamma, papà e le due figlie. Si usciva rossi di eccitazione, commentando il film.
Allora non c’era la televisione.
Aveva avuto un abitino bianco di sangallo, che la mamma le aveva cavato da un paio   di vecchi mutandoni della nonna.
La stoffa era poca (doveva bastare pure per la sorellina ) e così era stretto e corto, perciò a lei piaceva moltissimo. La mamma ci aveva messo i fiocchetti di velluto blu al collo e alle maniche.
Suor Giovanna arrossì lustrando i candelabri accanto al tabernacolo, pensò : “Scusa, Gesù“, fece la genuflessione, chinò la testa. Le mani le erano diventate rugose e, ultimamente, doveva essere dimagrita perché l’abito le andava più largo.
Le monache di clausura non si specchiano mai e, quindi, non sapeva il proprio viso.
Da una decina d’anni i nipoti non venivano più a trovarla. Questa cosa la pungeva ancora, “ Eppure non ci dovrei tenere così tanto “, pensò.
Raccolse un fazzolettino di carta caduto o buttato in terra e, chinandosi, lo vide.
Era un bellissimo ventaglio bianco, con le stecche di legno traforato e dorato. Al centro una fanciulla, dalle braccia nude sollevate in aria, sorrideva danzando mentre molti giovanotti l’ammiravano e suonavano le chitarre. Lei aveva i capelli al vento e vestiva di bianco a pallini rossi.
La vecchia monaca fissò quella scena di vita molto più a lungo di quanto sarebbe stato logico. Con gesto furtivo nascose il ventaglio nella tasca dell’abito e se lo portò in cella. A settant’anni passati una può anche dare i numeri.
Quando fu sola col ventaglio, esitò un attimo prima di aprirlo ancora.
Quasi di soppiatto lo guardò di nuovo e ricordò il motivo di una canzone molto antica e molto peccaminosa :  La spagnola sa amar così
Forse l’aveva dimenticato in chiesa una ragazza.
Ridacchiò come una monella. Le sarebbe piaciuto tenerselo, ma questo, proprio, non si poteva fare. Dopo cena lo avrebbe consegnato alla madre badessa e l’avrebbero conservato in attesa che la proprietaria lo chiedesse.
Però, però. Poteva fare finta di dimenticarselo e guardarlo ancora prima di dormire. Le faceva uno strano e dolce effetto, alla sua età, di cosa doveva temere?
Il ruvido lenzuolo era diventato un pizzo che le copriva le spalle nude. Lei aveva quasi vent’anni, indossava un abito bianco a pallini rossi ed aveva lasciato sciolti i capelli per danzare nel vento. I ragazzi la guardavano, le sorridevano e lei sorrideva ai ragazzi nel suono fragoroso delle chitarre, e questa era la vita.
Si svegliò madida di sudore ed appena possibile, senza guardare oltre il ventaglio né riaprirlo malgrado la forte voglia, lo consegnò alla madre badessa:
<L’hanno dimenticato ieri in chiesa>, balbettò.
<Si sente male, suor Giovanna?>.

<No, sono solo un po’ stanca>.

<Vada a riposare in cella>.

<Potrei, invece, passeggiare un po’ in giardino?>.

<Ma certo>.
Stavano sbocciando i girasoli, le piacevano tanto, sapevano di vita. C’erano delle belle pesche mature sull’albero. Chiuse gli occhi. Gli uccelli gorgheggiavano, una donna, in lontananza, cantava, non capiva le parole. Qualche volta, dal di fuori, entrava una voce estranea, corposa, nuova. Passionale.
Alzò le braccia e canterellò a modo suo: < La spagnola la, la, la, la!… >, fece un giro su se stessa, poi un altro, poi rise e si accucciò per terra con gli occhi fissi verso l’azzurro dove sfrecciavano le rondini.
Allora si sentì straordinariamente felice perché aveva rinunciato alla vita ed all’amore per un’altra vita ed un altro amore più grandi, ed ancora più felice perché il prezzo era alto e la feriva anche da vecchia. Si toccò due lacrime, che non si era accorta di versare e le bagnarono le guance vizze: il sogno del ballo fra i giovanotti e le chitarre le apparve di nuovo vivido davanti agli occhi, la fanciulla coi capelli al vento continuava a danzare, roteava col suo abito bianco a pallini rossi, roteava e l’abito diveniva tutto bianco, con il velo di sposa, roteava e l’abito diveniva nero, col soggolo bianco e le bende sui bei capelli tagliati così corti, ma il sorriso era lo stesso anche se i giovanotti non c’erano più e la ragazza teneva in mano, al posto del ventaglio così bello, una candela accesa ancora più bella, e adesso lei era immobile, solenne, e quella piccola fiamma della candela palpitava e splendeva tanto da sembrare una stella.
La porta si aprì ed apparve l’amore.
Era una porta troppo lieve. La fanciulla camminò radiosa, anzi scivolò come se volasse in un movimento rapidissimo.
Quando suor Giovanna non arrivò per il pranzo, subito la badessa corse a cercarla in giardino. Stava accucciata, quasi sdraiata, fra il pesco e i girasoli, con gli occhi aperti dritti al cielo ed una risata sul viso.

Domenica Luise

Polvere a colori

Ballerina farfalla e luna 3

Non ho mai montato un cavallo al galoppo nel vento
e nel freddo verde libero stringendo
l’odore della nostra criniera e  mai
sono salita su un aereo con le nuvole sotto di me, raramente
ho toccato la neve, però

 ho vissuto in poesia la danza del cigno ferito
e la fiamma dall’interno.

 Un quasi
indicibile. Spruzzata
fuori dal corpo a fluttuare dove
con chi perché non so
né come.

La grande farfalla si è appoggiata
sul palmo della mia mano
e docilmente è restata
fino a che volessimo.

Al suo volare mi ha lasciato l’orma. Adesso
c’è chi è solo da solo
e c’è chi è solo in compagnia. È così.

Domenica Luise

Rielaborazione grafica di Domenica Luise su un proprio quadro a olio.

Gli occhi dell’amore

 

Nella vita cose facili e belle non ne esistono: belle, ma dure oppure facili, ma sciocche.
Io sono una croce incarnata.
Quarta elementare. La maestra indossava un grembiule celeste col mazzetto di rose dipinto sul taschino da lei stessa oppure un grembiule verde con le margherite. Teneva i capelli sciolti sulle spalle, la bocca e le unghie di un meraviglioso rosa naturale e quando mi avvicinavo profumava di borotalco proprio come la mia sorellina piccola. Non mi piaceva la maestra obesa della classe accanto, con la bocca e le unghie dipinte di rosso scuro e un odore di fiori bolliti che mi arrivava se non riuscivo a starle abbastanza lontana, una volta la chiamai “scimmia” e mi parve che lei avesse sentito perché ebbe un sobbalzo, sì, aveva pure i peli neri sulle gambe.
In verità, tuttavia, ero l’ultima che potesse criticare gli altri, che stavano comunque messi tutti sempre meglio di me.
La maestra ci faceva cantare e disegnare ed era allegrissima. Io, allora, portavo le vestine che mi faceva la mamma, con lo sprone davanti e sulla schiena, da cui partiva la gonna tutta arricciata e così non si vedeva la gobba. I problemi incominciarono quando le mie compagne presero a strizzarsi la vita per esibire il primo accenno di petto e di fianchi.
Non capivano perché io non volessi.
La gobba era irregolare e scendeva dal centro fino a sinistra, quasi sul fianco. Era dura al tatto. La odiavo. Molte volte la maestra mi liberò dalle compagne, che facevano crocchio intorno a me:
<Guarda, ti presto io la cintura>.
<Forse non hai i soldi per comprarti i jeans?>.
<Tua mamma non vuole?>.
La maestra doveva saperlo, se n’era sicuramente accorta, i grandi sono furbi. Nell’aula odorosa di gesso, col mazzetto di fiori sempre fresco sulla cattedra e i poster di animali, fiori e bambini gioiosamente appesi alle pareti accanto alle carte dell’Europa fisica e politica, restavo serrata nel mio angolo con la gobba dalla parte del muro perché nessuno la vedesse o la toccasse.
Ero la figlia dello spazzino, lavoro onesto, stipendio onesto. Anche questo nascondevo, “operatore ecologico”, così si chiamava mio padre, aveva detto la maestra: <È una persona che si occupa della pulizia dell’ambiente in cui viviamo>.
Ero rimasta molto impressionata che il mio papà fosse così importante. Invece lui tornava sempre dal lavoro con gli occhi rassegnati, <Come mi pento di non avere mai avuto voglia di studiare> diceva certe volte alla mamma. Sperava tanto in un posto di autista giardiniere presso certi signoroni, <Avremmo una casetta tutta per noi poco distante dalla villa, tu faresti le pulizie. È un posto pieno di sole. Se mi pigliano> sentii che diceva, anche lei era tutta rianimata. Non lo presero. <C’è sempre un filo di capello che fa ritorcere le cose contro di noi> sussurrò la mamma.
Fu il giorno dopo che in classe Milena, la mia compagna di banco (aveva un collo lunghissimo, un grembiule di raso decrepito, retaggio di sua sorella, e un vitino da vespa), mi mise improvvisamente una mano proprio sulla gobba e disse: <Cos’hai lì?>.
Stavamo facendo ricreazione e mangiavo un dolcetto al cioccolato che mi piaceva tanto. Da allora in poi non provai più la cioccolata.
Mi strinsi al muro, ma fu inutile.
<Perché non ce l’hai mai detto?>.
<Siamo le tue compagne>.
<Ti vogliamo bene>
I maschi, invece, o mi guardavano a bocca aperta e occhi sbarrati oppure ridevano.
<Non è vero, non è vero!> urlavo io e piangevo cercando, in qualche modo, di
difendermi dalle loro mani.
<Tocca la gobba, tocca la gobba> disse Pippo a Mario.
<Tocca la gobba, porta fortuna> rispose Mario.
Vomitai lì, la maestra rientrò in quel momento dalla direzione e, nel silenzio improvviso, spiegò:
<La vostra compagna non ha nulla di grave. Deve essere solo operata e dopo sarà come voi>.
Allora piansi di più per la paura dell’operazione, ma non era il caso di disperarmi, difatti non se ne poté fare.
Sarebbe stato facile continuare a mascherare la gobba, bastava una casacca sopra i jeans. Preferii, invece, camminare per le strade e che tutti la vedessero e lo sapessero subito.
Ogni tanto qualcuno mi additava:
<Guarda quella bella ragazza con la gobba, poverina>.
Presi la terza media e non volli più andare a scuola, la mia testa doveva essere simile a quella del papà, negata per lo studio. Però mi era sempre piaciuto creare piccoli oggetti con la creta ogni volta che la maestra ci portava in laboratorio, pensai che forse potevo fare bomboniere per matrimoni. Nel paese vicino al mio c’era una fabbrica di mattoni, non mi fecero pagare niente per darmi la creta già lavorata dei mattoni che si erano spezzati. Quando, poi, mi ripresentai perché mi mettessero in forno gli oggettini, in compenso chiesero che gliene regalassi uno e mi fecero molte lodi. C’era un ragazzo che mi diceva sempre: <Ci penso io, signorina>. e mi guardava come se la gobba non ci fosse. Poi il ragazzo prese a portarmi fino a casa le bomboniere già cotte. Mi disse di telefonargli, quando avevo oggetti da mettere in forno, perché sarebbe venuto a prendermi lui con la macchina. E mi insegnò a guidare, tutti i giorni, per il  pranzo, aveva un’ora libera, arrivava sempre in anticipo di qualche minuto, ancora masticando l’ultimo morso di panino, presi a portargli i biscotti al limone fatti da me e il thermos col caffè caldo buono, ci fermavamo a fare inversioni di marcia su e giù in una viuzza poco frequentata, ero abbastanza negata per la guida, ma egli aveva tanta pazienza. Intorno c’era, a dritta e a manca, un muro grigio di pietre irregolari da cui sporgevano non so che cespugli verdi cupo e molte piante di fichidindia,  sopra il cielo, tutto questo mi pareva un sogno: che un ragazzo così bello perdesse il tempo con me. Infine mi trovò lavoro e feci le bomboniere alla mia prima coppia di sposi. Ero davvero lontana dal pensare che potesse anch’egli volermi bene, non avevo alcuna illusione, mi accontentavo di amarlo io, già perfettamente appagata e stupita che ancora non si fosse liberato di me.

  Invece adesso, nel letto e tra i pizzi candidi della mia camicia da notte, prima guardo dormire lui, poi giro lo sguardo sulla fede nuziale che ieri mattina mi ha messo al dito, infine gli piglio la mano sinistra e accarezzo la fede che ieri mattina gli ho messo al dito io, e mai me l’aspettavo che uno al mondo potesse guardare me  e non la mia gobba.

Domenica Luise

Femminicidio

Femminicidio 

Non chiedermi come sono morta, è stato il disamore
a succhiarmi l’acqua che piangeva sudava
e mi lavava, settanta per cento
di acqua, il pianeta azzurro continua a ruotare
prima e dopo di me, insignificante. Tante ombre
sono spine di nido all’usignola sempre
stonata inascoltata invisibile. Adesso le femmine
fumano si arrabbiano sono laureate, ma
serve comunque
o nulla per nessuno, buone
per la cucina e il letto come sempre fu.
Continuano a spogliarsi, nudo d’arte
calendari telegiornali varietà, i piedi
torturati dai tacchi a spillo e si vestono di bianco
scollacciate in chiesa nel giorno di nozze
con lunghi veli dai quali trasparire, ma non chiedermi
quando sono morta e perché. Tu
chi sei? Renditi utile, femminuccia
spolvera lo scendiletto al padrone che vigila. Possiamo sempre
sperare nell’eccezione che conferma la regola. (Continua)

Domenica Luise

Quadro di Domenica Luise, olio su tela 70 per 50.

Scrittori di oggi, Danila Oppio: Smemoria

Il libro di Danila è diviso in due parti: Smemoria e memoria poetica. La confusione iniziale della poetessa Sibilla ha una sua ragione concreta di essere, un evento traumatizzante, che ha divelto i contorni della sua vita e del suo pensiero. Il lettore rimane perplesso, pensa che si tratti di follia, forse di demenza senile, fino a capire quanto sia duro il mistero nel quale vive Sibilla.
La scelta del nome della protagonista è per me significativo, Sibilla era, per esempio, la profetessa cumana, che annunciava il futuro in preda alle esalazioni dei vapori che si sprigionavano dalla fenditura dell’antro e trovo che molti siano gli addentellati tra poesia e profezia, che provengono entrambe dal mistero ed hanno bisogno dell’ispirazione dal profondo della terra e della propria umanità per esprimersi.
Com’è logico, qui non svelerò il segreto concreto di Sibilla, come è perché sia divenuta smemorata e chi sia la persona misteriosa che le sta accanto, lascio ai lettori la suspense e la scoperta. Nella seconda parte del libro c’è una scelta di poesie d’amore intenso e delicato, tra le quali vi faccio assaggiare questa:

La giara

Come fossi una giara di terracotta
Sono stata riempita
Di olio
Balsamico
Frutto della spremitura
Delle tue parole d’amore inesauribili
Mai sazie di raccontarmi di abbracciarmi
di coccolarmi con teneri aggettivi. Come farò
A ricambiare tutto ciò che riversi in versi
in prosa con tenacia e dolce costanza
Se non rovesciando il contenuto
Di questa stessa giara
Nella tua anima nel tuo cuore
E sulla tua superficie dell’anima tua adorata

Lo stile di Danila è semplice e simultaneamente ricco, si percepisce benissimo che è una scrittrice colta, di ulteriori ed ampie possibilità artistiche sia a livello poetico che pittorico.

Domenica Luise

Per acquistare il libro: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=956326

L’Ermetismo, moda e sostanza

 L’Ermetismo, nei grandi autori, passa istantaneamente da moda a sostanza, basti pensare a Quasimodo, Ungaretti e Montale. La moda è l’abito di incomprensibilità, la sostanza è l’inesprimibilità del proprio iceberg profondo, che più si addentra e più è ghiacciato, inaccessibile alla parola e ignoto allo stesso autore. Un aiuto a comprendere le poesie oscure viene dalla conoscenza del sogno umano, che è superiore a tutti i limiti della natura: amare ed essere amati fino a ricevere e dare la vita.
E dà la vita chi ha il coraggio di amare anche senza vedersi né sentirsi amato, altrimenti sarebbe facile tanto l’amore quanto la poesia.
Se la poesia non coincide con l’amore è uno stagno senza sbocchi, magari anche bello, e ci gracidano le rane, che magari sono carine e saltellanti, ma poco armoniose. Gli usignoli vengono dall’alto, lo stagno non li accoglie.
Quando dico Ermetismo intendo poesia odierna, almeno quel poco che riesco ad afferrarne per passione più che con lo studio, che non basta, come una brocca a contenere il Nilo.
La passione si addentra nei meandri e sfiora l’altro, ma non può contenerlo: restiamo isole fatte di sole.
È questo l’abbagliamento vicendevole doloramoroso: il non essere contenuti e non poter contenere se non sfiorandosi in carezze dove il mistero ha il suo perigeo soltanto talora.
È come se le parole dei poeti moderni abbiano trovato una dimensione parallela alla concretezza ed ivi si aggirino con stili più o meno diversi, ma con un fattore comune: il bisogno di oltrepassare la realtà concreta alla ricerca di una profondità comunque inattingibile per il mistero oscuro di cui è fatta, che è il midollo dell’uomo ed il suo perché.

Domenica Luise

E se dopo tante cose serie e importanti volete divertirvi un po’, andate sul blog di Katherine a questo indirizzo:
http://viracconto1.blogspot.it/2013/05/agli-animali-manca-davvero-la-parola.html?showComment=1368180079439#c23724592828576842

La vita dentro di me

Nell’album di fotografie manca un volto, l’albero di pesco, nel giardino, è troppo carico e i frutti cadono nella terra con un tonfo torpido, se ci fosse mio figlio potremmo mangiarli insieme. Anche domani è sciopero in ospedale, ma se non mi stordisco di lavoro come faccio ad affrontare la mia sopravvivenza? Quanti bambini ho aiutato a venire al mondo, nessuno di loro è mio figlio e da quel giorno io non esisto più.
I gerani continuano a sbocciare nel mio balcone, i grappoli d’uva fragola sono acerbi, forse  se ne mangiassi un chicco sarebbe meno amaro del sapore che ho in bocca. A quest’ora sarei una ragazza madre e lui o lei avrebbe cinque anni e due mesi, la condizione di ragazza madre, ora, mi sembra estremamente desiderabile.
Prima io vivevo. C’è un calabrone nero che succhia avidamente nel cuore di un geranio, viene sempre sul mio balcone, non ha colpa di essere tanto brutto, lo vorrei cacciare, ma poi penso a quella volta che mi ha aggredita ronzandomi attorno e puntando direttamente ai miei occhi, e allora preferisco rientrare in casa. Ho una bella casa modernissima, stamattina ho speso una buona somma per una scultura d’autore. Ho rinnovato la casa cinque anni fa, due mesi dopo. Cristallo, acciaio e noce, nessun bambino o bambina potrà fare pipì sulla mia moquette color albicocca.
Non avrei bisogno di fare l’infermiera per vivere, papà e mamma mi hanno lasciato case e proprietà, piano piano sto vendendo tutto: i pascoli, il bosco, anche la casa col pezzo di campagna, ho venduto bene, sì, so perfino fare gli affari. Mi sono conservata solo questa villa al mare, il piano inferiore l’ho affittato a due sposini, sono belli, giovani e vivi come io ero prima.
<Maria, Marù, Marilù>.
<Paolo…>.
Sembrava che non sapessimo dire molte parole, quel giorno. C’era un tramonto viola e rosso , ricordo di avere pensato che eri dolce. Sorridevo, ma le labbra mi tremavano per l’emozione.
<Qualunque cosa accada, abbi sempre fiducia in me> dicesti.
La sabbia era tiepida e c’era il rumore del mare, guardavo la prima stella e poi tutte le altre stelle che si accendevano. Le lucciole del cielo, le chiamavo da bambina.
<E adesso, Paolo?>.
<Adesso ci sposiamo>.
Ti credetti. Vedevo appena l’ombra del tuo profilo e mi sentivo una cosa molto piccola. Felice? Non lo so. Più che altro strana, nuova. Diversa.
<Maria, Marù, Marilù>.
<Paolo…>.
Che tenerezza quando, poco dopo, ti sentii russare leggermente, forse questo è l’amore, pensai con trepidazione. Il calabrone nero se n’è andato dopo avere fatto colazione col cuore del geranio.
<E adesso, Paolo?>.
<Questo non ci voleva>.
<È nostro figlio, Paolo>.
<No, non ci voleva. Che guaio>.
<Dovevamo sposarci>.
<Sì, sì>.
Tacevo affranta. Niente ci impediva il matrimonio, io ero ricca, lui pure, ed era anche ben sistemato come direttore di vendite nell’azienda di stoffe di suo padre.
<Il fatto è che…>.
<Sì, cosa stavi dicendo?>.
<Io non so se è amore>.
<Non parlavi così prima>.
<Maria, l’uomo è uomo, lo sapevi anche tu quando…>.
<Ma credi che potevo fare calcoli? Io ti amavo>.
<Credevi di amarmi come io credevo di amare te. Marù>.
Scuotevi la tua testa nera ricciuta come se dicessi no, no…
<Oh, Paolo>.
<Ci dobbiamo liberare di questo bambino>.
<Di nostro figlio!>.
<Ancora non è un figlio>.
<Ma tu stesso l’hai chiamato “bambino”>.
<Tanto per modo di dire>.
Ripetesti duramente: <Ancora non è un figlio. E via, bigotta>.
<Sì che lo è. Sì che lo è>.
<Maria, ma non vedi come ci sta separando?>.
Fu facile. Dissi agli amici che ero un po’ giù ed andavo da mio fratello in collina, a mio fratello scrissi che ero un po’ giù  e me ne andavo in crociera con un’amica. La clinica sembrava uno zuccherino tra tutti gli alberi verdissimi e le montagne innevate sullo sfondo, si respirava bene. Le infermiere sorridevano troppo.
Non sentii niente, solo sonno prima e stanchezza dopo, da allora sono sempre stanca, come se non mi fossi svegliata più da quell’anestesia né fossi tornata dai confini della morte che ho voluto dare a mio figlio.
Quella mattina, prima dell’intervento, avevo avvertito un movimento nel ventre, come una farfalla che muova le ali, ero rimasta sospesa, impietrita, perché proprio in quel momento avevo sentito la vita dentro di me?
Il sorriso dell’infermiera: <Non sentirà niente>, come se la vita dentro di me io non l’avessi già sentita, e proprio in quel momento.
<Non voglio più> sussurrai, l’infermiera continuava a sorridere.
<Non voglio più> urlai, <Non abbia paura> disse lei con calma, come se io avessi paura per me, <non è nulla>, mi prese per il braccio stringendomi forte, il giorno dopo trovai i lividi delle sue dita, <la liberiamo subito>.
Fu così che mi liberarono di te, figlio, e fu così che non ti potei più dimenticare.
E dopo sparirono le mestruazioni, di giorno in giorno speravo, niente. Secca come la morte che ti avevo dato.
Adesso ho aiutato tanti bambini a venire al mondo e i loro strilli mi trapassano l’anima perché tu non hai mai strillato, figlio.
Nessuno sa niente di tutto questo e il segreto è come una pietra. Tuo padre non mi ha cercata più e io non ho più cercato lui, non ha mai chiesto nulla di te, di com’è stato, felice solo che non gli dessi fastidio. Ma poi, cosa ne so io? Non posso nemmeno giudicarlo, forse soffre anche lui, magari con altri pensieri ed altri rimorsi.
Mi alzo dalla poltrona e vado  in cucina a prendere il paniere, scendo in giardino e raccolgo le pesche più belle, poi busso alla porta dei miei giovani inquilini, mi apre la ragazza, è sola in casa e ha gli occhi rossi.
<Aspetto un bambino> mormora, <proprio non ci voleva in questo momento>.
<Un bambino> ripeto, <è meraviglioso>.
<Lei dice? Ma mio marito…>.
<Oh, non ci pensi. Avrà un figlio>.
<Sì, un figlio>.
<Com’è fortunata. Conti su di me se avesse bisogno di soldi, di aiuto, di tutto quello che posso>, la voce mi si incrina e soffoco a stento il gemito che mi sale spontaneo.
Ora la ragazza sorride, <Grazie delle pesche> ne addenta una, io la guardo e strano, mi sembra di sentire di nuovo frullare un palpito di vita dentro di me. Come ali di farfalla.

 Domenica Luise

Un pizzo ricamato a mano sul tulle

Buchi

 Buchi
nell’acqua o ciambelle senza buchi
talora
la nostra vita. Buchi neri
dove scompare il prato.

Così mesti guardiamo
il salvadanaio spaccato
e vuoto.

Ebbene, adesso ricomincio
non è tardi
ancora respiro, ragiono
e posso farmi una bella risata.

Sono vecchia, no scema, anzi
antica e preziosa.

Domenica Luise

Elaborazione grafica di Domenica Luise