Il poeta della gioia

C’era un poeta giovane e bello, con i boccoli biondi. Sembrava un cherubino cresciuto. Era il più grande di cinque fratelli. Quando nessuno lo vedeva
cantava e ballava  da solo perché era sempre contento.
Era fidanzato con una ragazza che si era diplomata a forza di
raccomandazioni : gli sembrava intelligentissima, ma in realtà era
soltanto bella.
Un triste giorno il poeta divenne rauco e, pian piano, dovette smettere
prima di cantare e dopo di parlare. Sussurrava soltanto.
Infastidita, la fidanzata lo lasciò ed egli pianse. Si sfogò con un altro
volumetto di poesie che nessuno volle leggere, ma a lui bastava
averle scritte. “Sono felice lo stesso” pensò, e si rimise  a ballare,
ma subito sentì un forte dolore alle ginocchia, dopo ai polpacci,
ai piedi, alle mani e restò paralitico.
I quattro fratelli, che egli aveva, con sacrifici inenarrabili , cresciuto
ed avviato al lavoro dopo la tragica morte dei genitori in un incidente automobilistico, dapprima lo curarono con dedizione, lo imboccavano, lo
cambiavano e gli tenevano compagnia a turno. Visto che non guariva,
il minore dei fratelli fuggì di casa e se ne andò a lavorare in Svizzera
per formarsi una vita libera. Il poeta pianse e si disperò, ma dopo
imparò a muoversi con una sedia a rotelle computerizzata, un braccio
meccanico lo imboccava e poteva sussurrare le proprie poesie
accendendo da solo un registratore tramite il piccolo telecomando.
“Posso essere felice lo stesso” pensò.
Guardava sempre fuori dalla finestra e giunse la primavera. I passerotti
gli volavano tra le mani per mangiare le molliche del suo pane.
C’era il mare, sullo sfondo. Gli piaceva scrutarne i colori. Il sole
tramontava davanti a lui ogni sera.
Ma gli vennero strane nebbie davanti agli occhi, chiamò il più piccolo
dei tre fratelli rimasti. <C’è la nebbia ?> chiese, quello rispose di no
e andò in fretta a preparare la cena. Intanto l’ombra aumentava e, prima
di sera, fu completamente cieco, “Come sono disgraziato” pensava.
Il medico si strinse nelle spalle ed ordinò una visita oculistica,
l’oculista si strinse nelle spalle ed ordinò l’elettrocardiogramma,
il cardiologo si strinse nelle spalle ed ordinò l’elettroencefalogramma,
ma cieco era e cieco rimase. Il più piccolo tra i fratelli, dopo qualche giorno,
in preda allo scoraggiamento, fuggì in Germania per dimenticare ed
iniziare una nuova vita. Il poeta pianse e desiderò di morire come
ancora mai l’aveva desiderato, ma quella notte udì il canto di un usignolo
e sussultò di una gioia misteriosa, “Per questo soltanto“  pensò, “vale la
pena di vivere. Posso essere ugualmente felice“.
E sussurrò, nel registratore, cose magnifiche perché la sua poesia, ormai,
si era trasformata in luce. Ma la notte dopo non sentì l’usignolo e,
al mattino successivo, non rispose ai due fratelli che lo chiamavano:
era diventato sordo.
Il più piccolo tra i fratelli, non sopportando oltre di vederlo così,
fuggì in America per non pensare più a niente, il poeta rimase nel calore
del sole.
Il suo cane, un pastore belga bastardino dalla grossa testa, venne a
fargli le feste, gli leccò le mani e il viso, il poeta, allora,
rise come un fanciullo,    “Posso essere ancora felice“ pensò.
Il fratello ultimo rimasto gli cucinò il pranzo, lo pulì, gli tenne compagnia,
ma tutto come un triste dovere. Pareva che non avessero più niente da dirsi
e, durante la notte, il poeta pianse di nuovo né poté confortarlo l’effluvio
del gelsomino in fiore che entrava dalla finestra aperta.
Si addormentò e fece un bel sogno: “Posso essere ancora felice“ pensò stupito.
<Dove sono?> chiese al grande angelo ridente che gli andava incontro.
<Sei nel Paradiso dei poeti>.
Allora egli danzò e cantò e volò e vide cose non immaginate nemmeno
da un poeta come lui. E fu felice in maniera perfetta.
Il fratello ultimo rimasto, l’indomani mattina, era andato a dirgli che voleva espatriare perché non poteva oltre vivere così, ma come farsi capire da un paralitico cieco e sordo? Quando lo trovò morto tirò il sospiro di sollievo e
subito si mise a piangere, così tutti dissero: <Guardate come lo amava>.
 
                                                          Domenica Luise

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Mimma e Cristina in manicomio


   

 

L'ultimo proclama dell'imperatore mondiale aveva parlato chiaro: tutta l'umanità avrebbe avuto uguale benessere, quindi via gli orpelli, la moda, i colori e le discriminazioni sociali che tanto scandalo avevano provocato nel terzo millennio.
Nessuna famiglia avrebbe avuto più bisogno dell'automobile poiché erano state moltiplicate le scuole via internet e gli allievi, stipati davanti a un maxischermo, apprendevano e colloquiavano con i vari maestri e professori spedendo i compiti tramite mail e ricevendo le correzioni nello stesso modo.  I loro padri abitavano direttamente sul posto di lavoro dove ad ogni famiglia era attribuito gratis un appartamento di due camere e bagno, che era anche troppo essendo proibito generare più di un figlio, una grande comodità così potevano essere sempre disponibili giorno e notte per eventuali necessità imperiali.
Il commercio era fermo non essendoci più nulla da importare e ancor meno da esportare, l'imperatore aveva proibito quei film scandalosi con donne svestite o vestite, i cosmetici, la musica festaiola o sensuale e finanche le campane a morto. Nel silenzio gli esseri umani coltivavano la terra, cucinavano il pasto permesso ed erano, finalmente, state abrogate tutte le feste compreso il Natale.
La frutta migliore, i prodotti caseari e tutti gli animali da macello venivano mandati al palazzo dell'imperatore, che viveva insieme ai i suoi servi, l'harem e i parenti delle varie mogli.
Di notte, da quel palazzo, uscivano tutte le musiche più belle, ma erano proibite ai sudditi. Si sentivano anche voci di uomini compiaciuti e risate di ragazze.  La gente, tuttavia, non poteva parlarne perché ben sapeva di essere controllata mediante telecamere e microfoni spia. La condanna per chi veniva colto in flagrante era la perdita del posto di lavoro e del guadagno per sopravvivere insieme alla famiglia.
Tutte le armi erano state messe fuori legge, tranne che per l'imperatore e la sua reggia, dove anche le signore avevano la loro piccola pistola gioiello appesa al braccialetto perché, si sa, dovevano proteggere il mondo.
Ormai i tempi della costituzione, delle libere elezioni e della democrazia erano quasi completamente dimenticati, nessuno ne poteva parlare, toccava all'imperatore e alla corte evitare che si ricadesse in danni tanto pericolosi.
Nessuno doveva aiutare i ribelli che, talora, osavano protestare.
Le donne non lavoravano poiché non v'era bisogno di loro se non per generare e crescere fino ai tre anni quell'unico figlio concesso, dopo di che egli veniva posto nella classe adeguata alla sua età e sarebbe stato educato nel modo migliore fino ad essere capace di un lavoro utile alla comunità: coltivare i campi, allevare pecore, fabbricare mobili e bare, raccogliere la spazzatura coi carri trainati da buoi.
Questa sì che era civiltà. Tutti stavano bene, dormivano poco, lavoravano tanto, mangiavano per finta, belli magri e senza colesterolo. Un po' stanchi per la verità e anche anemici, l'imperatore regalava un bottiglione di olio di fegato di merluzzo a famiglia una volta l'anno. Bisognava vedere quanto piaceva ai bambini.
Tutti i blog vennero oscurati non essendoci  più niente da dire, alla fine l'imperatore vietò la scrittura privata delle poesie da tenere nel cassetto perché temeva che qualcuna potesse trapelare e mettere strane idee di libertà nella mente di qualche suddito un poco squilibrato.
Qui Mimma a Rometta e Cristina a Roma ebbero l'attacco di furia selvaggia. Si strapparono la tunica cinerea obbligatoria, si vestirono con rami di palma e fiori dei giardini pubblici e si misero a ballare in mezzo alla strada intasando non poco il traffico dei carri e dei buoi.
Così riaprirono d'urgenza un manicomio e ve le richiusero in cella d'isolamento senza carta né penna e tanto meno computer per scrivere.
Allora Mimma e Cristina pensarono soltanto. C'erano due uccelli lontani che sembravano gabbiani, li guardavano sempre dalle grate.
Il cielo cambiava colore durante le stagioni.
Dovettero leggere e riassumere tutti i testi che elogiavano l'imperatore figlio del cielo e della terra.
Così ebbero di nuovo carta e penna e tanto seppero fingere bene la loro conversione che, essendo ormai rimasti in pochi a sapere leggere e scrivere, finirono nel palazzo come poetesse di corte.
Ben vestite e ben nutrite, con un bellissimo appartamento cadauna, furono ricoperte di ricchezze. Mimma e Cristina sbadigliavano.
"Stavamo meglio in manicomio, a guardare i gabbiani e il colore del cielo" pensava Mimma.
"Era meglio il manicomio" pensava Cristina.
Eppure tutti le invidiavano e ammiravano, qualcuno presentava loro suppliche da consegnare all'imperatore.
Quindi il manicomio era dentro la corte oppure fuori?
E chi erano i pazzi? Le poetesse oppure tutti gli altri?
 

                                                         (Fine della prima puntata)


Il giorno seguente due messaggeri sontuosamente vestiti e dotati di pennacchi sgargianti coi colori rosso e oro imperiali bussarono alla porta di Mimma e di Cristina.
<Chi è?> fece la prima, <non apro agli sconosciuti>.
<Da parte dell'imperatore, invito personale>.
Le vennero consegnati un gran fascio di fiori vari e un pacchetto infiocchettato.
Era un astuccio di gioielleria, dentro c'era una parure in oro giallo e diamanti, anello, orecchini, bracciale e girocollo.
Mimma mise subito i fiori nell'acqua preoccupatissima: mica quel vecchio brutto voleva aggiungerla all'harem.
Provò i gioielli, visto che non si sarebbe mai, pena la vita, potuta esimere dall'indossarli, si sentì un albero di Natale e pacchiano per di più.
<Chi è?> fece Cristina  scocciata perché interrotta nel momento dell'ispirazione, <non apro agli sconosciuti>.
<Da parte dell'imperatore, invito personale>.
Anche a lei stesso pacchetto, fiori e appuntamento dopo pranzo nello studio imperiale per un colloquio riservato.
"Piuttosto mi butto dal belvedere del palazzo" pensò Cristina. Una volta l'imperatore aveva voluto condurle entrambe a visitare l'harem, che era pieno di ragazze bellissime e disperate, tutte lo imploravano perché concedesse loro una sola notte d'amore, egli passava a testa alta sospingendole via. Erano molto giovani, con espressioni di bambine, molte erano incinte e camminavano a testa alta là in mezzo. Alcune si strappavano il corpetto e gli mostravano il seno. Non poteva essere che all'imperatore venisse voglia di due signore ancora ben messe, ma attempatelle al raffronto.
Tuttavia con quello lì non si sapeva mai dove andasse a parare. Così Mimma e Cristina, quando si presentarono al colloquio, erano terrorizzate, tutte cariche d'oro e con un po' di fiori nei capelli per dimostrargli che avevano gradito i doni di sua maestà.
Egli stava seduto in una grande poltrona di damasco rosso e oro, indossava un mantello bianco ricamato con perle, brillanti e rubini color sangue di piccione e un turbante capricciosamente arricciato a nascondere l'evidente calvizie.
Era scuro di pelle per le continue lampade che lo stavano bruciando lentamente perché era convinto che gli dessero un aspetto più sano.
Il buon cibo l'aveva fatto ingrassare e così teneva in un bacile lì a fianco tutti gli anelli che non gli entravano più e li distribuiva alle ragazze dell'harem e ai visitatori. Subito Mimma e Cristina dovettero provarne uno a testa e indossarlo, la loro mente frusciava allarmata: non è che adesso erano fidanzate con quel coso?
Il coso, intanto, alzò il dito indice della mano destra e tutti i dignitari, le varie mogli e le concubine sparirono rapidamente infilando la porta senza guardarsi indietro.
<Vi dovrò regalare degli abiti nuovi, così siete indecenti> osservò per prima cosa l'imperatore guardando la tenuta delle poetesse, Mimma in scamiciato nero e camicia a quadrotti, Cristina in jeans larghi e maglietta oversize.
<Oh, maestà, ci ha già ricoperte fin troppo di regali> fece Cristina affranta sotto il peso di tutti quegli aggeggi che la stringevano. Sapeva bene quanti ne fossero morti nelle miniere d'oro per estrarre quel minerale bello e inutile.
<Noi siamo troppo piccola cosa per avere altri doni di sua maestà> si impappinò Mimma arrossendo come quand'era bambina.
<Voi siete le poetesse di corte e meritate questo ed altro> fece l'imperatore suonando un campanello, accorsero uno stuolo di sarte e sciorinarono tutti i veli più fluttuanti e trasparenti immaginabili.
<Possiamo, almeno, tenere una sottoveste? Sa, alla nostra età…> tentò Mimma.
<E a che cosa vi serve la sottoveste?> fece l'imperatore, <da domani in poi vi voglio vedere svestite degnamente>.
Nulla si poteva ribattere. Mimma e Cristina vennero misurate in larghezza e lunghezza, Cristina disse: <Non risparmiate il velo, a noi gli abiti piacciono ampi, le sarte si inchinarono e sparirono rapidamente com'erano venute.

                                                  
                                                    (Fine della seconda puntata)

<Debbo chiedervi una cosa delicata> disse l'imperatore davanti alle due poetesse impalate e costernate, che avevano pure gli occhi sbarrati,
<sareste disposte a fare lezioni di poesia ai sudditi via internet?>.
<Ma certo, maestà> disse Cristina illuminandosi.
<Sarebbe magnifico, maestà> aggiunse Mimma tutta felice.
<Capitemi bene> fece l'imperatore aggrottando le ciglia, <è inutile tentare di insegnare qualcosa a questi cialtroni, buoni soltanto per il lavoro dei campi, alzare baracche dove abitano e segare due assi per tavolino e sedie, non è buona cosa che la loro fragile mente capisca nulla, ne potrebbero restare stroncati. I sudditi obbediscono quando restano nell'ignoranza, è questa che voi dovete diffondere. Siate complicate nelle spiegazioni, confondeteli, ditegli la grammatica sbagliata, la e congiunzione con l'accento sopra e la e verbo senza accento, organizzate gite scolastiche in discoteca, insomma, datevi da fare e sarete premiate. Prendete un altro anello per una. E non fiatate su questo altrimenti mando anche voi a pascolare il gregge>.
Mimma e Cristina erano a bocca aperta e restarono in silenzio.
<La cultura ha rovinato il mondo> urlò l'imperatore prendendo a calci un tavolinetto intarsiato, che si ruppe in mille pezzi, <ma soprattutto quella che non voglio sentire mai è la parola libertà>.
Terrorizzate, le due poetesse si inchinarono, retrocessero e si avviarono sforzandosi di non correre troppo ognuna al proprio appartamento senza sognarsi di comunicare tra di loro perché sapevano benissimo che sarebbero state filmate, audio compreso.
Una soluzione ci doveva essere, ma bisognava pensarci senza agire di fretta.
Mimma e Cristina si sdraiarono ognuna nel proprio letto e cercarono di rilassarsi, così si addormentarono.
L'imperatore, che le guardava in due schermi vicini, si convinse che quelle ronfavano e si tranquillizzò: non sembrava che intendessero disobbedirgli, "Non oseranno mai, sono due donnicciole" pensò. Mimma dormiva abbracciata al cuscino e Cristina supina, immobili entrambe, col respiro regolare. L'imperatore sbadigliò anche lui e decise di andarsi a fare un giretto nell'harem, lo divertiva molto quando le ragazze gli si strascicavano ai piedi baciandogli le scarpe. Poi trovava sempre che gli avevano portato via i rubini dalle pantofole, ci faceva su una risata e ne ordinava altre dieci paia nuove, tanto pagavano i sudditi.
Mimma e Cristina, che avevano lasciato aperta la loro raffinata finestra a bifora, sentirono la solita chiassate delle varie mogli e concubine al passaggio del loro padrone, così capirono che egli era andato nell'harem ed aprirono gli occhi entrambe.
Sapevano comunque di essere controllate, ma a quell'ora anche le guardie, dopo il pranzo e una bella bevuta, ciondolavano dal sonno là dov'erano. Quatte quatte, entrambe uscirono con apparente noncuranza dalla propria stanza e si incontrarono a mezza strada, nel corridoio.
<Ho fatto un sogno profetico poco fa> affermò Mimma prendendo una mano di Cristina e facendoci su pressioni ritmate, Cristina capì e rispose subito al segnale.
<Io pure ho fatto un sogno strano> rispose assecondandola.
<Ho pensato che, per lasciare i sudditi nella più assoluta ignoranza, gli dobbiamo spiegare l'Ermetismo e la poesia moderna, così non capiranno niente e resteranno sempre sottomessi al nostro imperatore, padrone del cielo, della terra e dell'universo intero> affermò inchinandosi che quasi cadeva con la fronte per terra.
<A lui solo sia sempre salute, vita e fecondità> rispose Cristina, <gli altri possono tutti morire, non lasceranno traccia di sè>. Volle anche lei inchinarsi, ma le stava scappando una parolaccia quando perse l'equilibrio.
Si trattenne a tempo: sapeva benissimo che l'imperatore, una volta finito ciò che aveva da fare nell'harem, avrebbe visto e rivisto quel film.
<Io ho sognato> affermò Mimma, <che il nostro magnifico imperatore era su un trono alto come una torre e una folla sterminata di sudditi stava in ginocchio ai suoi piedi, nessuno osava alzare gli occhi temendo che egli li abbagliasse col fulgore del suo sguardo>.
<Anch'io, anch'io. E a noi aveva dato il compito di scegliere le musiche più esaltanti da trasmettere negli incontri ufficiali, pensa che privilegio sarebbe, ma questo mi sembrerebbe un onore troppo grande> rispose Cristina, stringendo ritmicamente la mano di Mimma che, pur non capendo dove volesse parare, l'assecondò volentieri.
<Noi due conosciamo la musica come nessuno dopo l'imperatore> affermò.

                                
                                                                  (Fine della terza puntata)

 
Nel tardo pomeriggio ricevettero un'altra visita dei due messaggeri già presentatisi al mattino, stavolta vennero con un cesto di frutta varia, una pelliccia di visone e l'invito ad un secondo abboccamento dopo cena. Mimma e Cristina non ebbero problemi a mangiare un po' di frutta, ma tremavano al pensiero di dovere indossare la pelliccia in piena estate. Intanto arrivarono anche gli abiti di veli.
Bardate come due odalische, impacciate dalle gonne amplissime e zuppe di sudore dalla testa ai piedi, si accomodarono una a destra e l'altra a sinistra dell'imperatore, con tutte le varie mogli e concubine intorno.
Dovunque si girassero vedevano occhi pieni di odio puntati contro, tranne quelli dell'imperatore, che le lodò pubblicamente per la fedeltà e regalò loro un computer cadauna per potere andare liberamente su internet, scrivere, leggere e comunicare con chiunque reputassero opportuno.
<Noi vogliamo soltanto ascoltare la musica e scegliere i pezzi più belli per onorare sua maestà nelle funzioni ufficiali> disse Cristina.
<Non ci interessa avere contatti con nessun altro> confermò Mimma.
<Io suggerisco la sinfonia n°9 in do minore Op. 125 di Beethoven> fece Cristina.
<Io preferirei La donna è mobile, dalla Traviata di Giuseppe verdi, così lanceremmo anche un messaggio maschilista> rispose Mimma ignorando l'occhiataccia che Cristina non poté tenersi dal lanciarle in tralice.
<Allora è meglio l'allegro maestoso di Mozart dal concerto per pianoforte n°21 in do maggiore> strillò Cristina, e finsero di litigare.
<Buone, signore, buone, va tutto bene, scegliete un po' per una> rispose l'imperatore che non sapeva nemmeno di cosa parlassero.
<Perdono, maestà> disse Mimma.
<È stato il troppo amore per sua maestà> disse Cristina.
E si presero il proprio portatile, che era un gioiellino di alta tecnologia, perfettamente coscienti che ogni loro mossa su internet sarebbe stata seguita, registrata e immediatamente passata nel computer dell'imperatore.
<Voi sapete> egli disse con aria magnanima, <che reputo la mente dei sudditi, parlo di quelli fuori da questo palazzo, troppo fragile per sopportare la bellezza della musica. Di voi ho un'alta stima, vi do il permesso di ascoltare tutto quello che volete e di preparare i pezzi per le mie cerimonie ufficiali>.
Le due poetesse si inchinarono profondamente, ma a Cristina stava per scappare di nuovo quella parolaccia di cui sopra.
 
<Vieni nella mia stanza> fece Cristina, <non vedo l'ora di ascoltare qualche pezzo di musica per onorare l'imperatore alla prima cerimonia pubblica>.
Mimma strabiliò: <Adesso? Ma è tardissimo e sto cascando dal sonno>.
<Non c'è tempo da perdere. Mettiti comoda, ti aspetto fra cinque minuti e non ti addormentare nel frattempo, ci dobbiamo trovare pronte, non vorrai deludere sua maestà, che a lui sia sempre onore, lunga vita e fecondità>.
Mimma andò a togliersi il visone, i fiori dai capelli e combatté un poco per liberarsi da tutti quei veli, sistemò ogni cosa con ordine affinché non sembrasse che aveva buttato con rabbia qui o lì i regali dell'imperatore e bussò alla porta di Cristina.
<Avanti, è aperto> fece lei. Si sentiva la marcia trionfale dell'Aida a tutto volume.
<Ma non è troppo forte?> chiese Mimma tappandosi le orecchie.
<Sai, sono un po' sorda, è il primo danno dell'età> rispose Cristina  e aggiunse a bassa voce: <così le guardie non possono sentire quello che diciamo>.
Mimma si illuminò: <Che magnifica trovata> sussurrò,  e poi, a voce alta: <Secondo me questa marcia trionfale è adattissima>.
<Non possiamo né dobbiamo agire da sole, domani noi faremo la prima lezione sull'Ermetismo e riuniremo tutti i poeti amici dando istruzioni in codice artistico, l'imperatore e i suoi devoti non ci capiranno niente>.
<E come faremo per la parola libertà, che è proibita?>.
<La chiameremo volo>.
<Hai proprio pensato a tutto>.
<Di cos'altro credevi che mi occupassi quando eravamo in manicomio?>.
<Hai un carattere più razionale del mio> costatò Mimma, che invece aveva passato il tempo guardando il cielo, i gabbiani e dicendo il rosario a mente, visto che era proibita ogni forma di religione.
Difatti l'imperatore era considerato un dio in terra, proprio come ai tempi degli antichi romani.
<Ho sentito una delle sue concubine, una certa Viola, dire che ha ordinato una tonnellata d'incenso da bruciare ai suoi piedi nelle prossime cerimonie ufficiali>.
<Viola è una ragazza simpatica> rispose Mimma, <potrebbe essere nostra alleata. Non ha mai nascosto  che vorrebbe andarsene dall'harem>.
<Però è imprudente e se non sta attenta la fanno sparire>.
<E come? Una donna non è mica un gatto>.
<La chiudono in un sacco con tutti i propri abiti e gioielli a fare da zavorra, la portano al largo in barca e la buttano in mare. Così ne sono morte tante>.
<E tu come lo sai?>
<Me l'ha detto Viola>.
<Quella ragazza parla troppo, ha i giorni contati>.
<Ma noi la salveremo>.
<E come?>
<Di questo parleremo domani. Adesso fai finta di sbadigliare, così chiudiamo e te ne vai> fece Cristina con un tono che non ammetteva repliche.
Obbediente, Mimma sbadigliò, Cristina interruppe la musica, chiuse il computer, si salutarono e si misero a letto.

                                                         (Fine della quarta puntata)

  Il volo del calabrone di Rimskij-Korsakov per violino, pianoforte e fisarmonica, si stava portando i timpani, per quanto il virtuosismo fosse perfetto. Intanto Cristina soffiava rapidamente istruzioni nell'orecchio di Mimma: <Dobbiamo uscire da qui, lascia parlare me all'imperatore, ho un'idea>.
<Finiremo male, me lo sento> rispose Mimma. Intanto il pezzo si concluse ed entrambe finsero che la musica non fosse adatta  e bisognasse cercarne un'altra.
Quella sera l'imperatore sonnecchiava più del solito. Stavolta aveva fatto portare alle poetesse due abiti di veli blu e rosa talmente scollati che Mimma e Cristina non sapevano come coprire la parte superiore del corpo, alla fine si fecero una gran ghirlanda di fiori e se la misero al collo. Ciò suscitò immediatamente una nuova moda fra le mogli dell'imperatore e tutto l'harem.
<Maestà, dobbiamo parlarle in privato e subito> fece Cristina, <siamo preoccupate>.
<E perché, mie care? > sbadigliò l'imperatore alzando la testa dalle morbide braccia della prima moglie e appoggiandola sulle morbidezze della seconda mentre la terza aspettava il turno e le altre guardavano rabbiose.
<Sua maestà saprà che ci sono fuori gruppi di congiurati che ordiscono nell'ombra, vorremmo accertarci di persona di cosa si tratta. Ci faccia uscire stanotte, io e Mimma da sole, diremo che le nostre figlie non si sono ritirate a casa e le stiamo cercando, così indagheremo senza danno>.
<È troppo pericoloso> rispose l'imperatore, <quelli fuori sono belve scatenate>.
<Però> aggiunse Mimma, <se ci mettiamo la tunica cinerea regolamentare, chi vuole che dubiti di due povere madri in ansia? Se fanno del male a sua maestà cosa ne sarà di noi? Passeranno tutte le sue mogli e le odalische a fil di spada, ammazzeranno i suoi figli. Ci lasci almeno provare, la nostra vita conta così poco>.
<E va bene, ma state attente, mi sono affezionato a voi due> disse l'imperatore, <stanotte andate pure> e scarabocchiò due lasciapassare.
Quatte quatte, irriconoscibili e col mantello grigio anch'esso sulle spalle, le due poetesse uscirono dal castello, le guardie, già informate,  ritirarono i lasciapassare dopo una semplice occhiata. Al ritorno sarebbe bastata la parola d'ordine.
Ognuna di loro riuscì a portare fuori un anello preziosissimo lasciandolo al dito, nessuna guardia ci badò, nel caso avrebbero detto di averlo dimenticato.
Mimma fece il solito segnale sulla mano di Cristina, che le rispose prontamente. Significava prudenza e che non bisognava abbassare la guardia. Potevano avere nascosto qualche microfono cucito in qualsiasi punto delle tuniche.
Le due signore si erano portate delle cipolle in un sacchetto, le spaccarono a metà con un coltellino a serramanico e incominciarono a piangere e disperarsi dicendo che le proprie figliole non erano più tornate a casa.
Nascosero nel sacchetto i due anelli, con l'intenzione, potendo, di farli avere alla resistenza contro l'imperatore per sovvenzionare i ribelli.
Subito intorno a loro si creò un capannello di uomini che cercavano di consolarle.
<Ma sono sparite nel nulla?>.
<Sì, dovevano rientrare insieme due ore fa>.
<Che lavoro facevano?>.
<Le baby sitter ai figli dell'imperatore>.
<Se erano belle, le avrà fatte portare lui nell'harem> disse un giovanotto baffuto, spalle larghe, mascella squadrata. <Sono il falconiere> si presentò < e nell'harem sono in contatto con..>
Mimma e Cristina gli fecero cenno di tacere e Cristina gli soffiò all'orecchio chi fossero e cosa volessero, con la rapidità del fulmine gli consegnò il sacchetto con gli anelli.  
<A corte presto vi istruiranno con lezioni di poesia tenute da Mimma e Cristina> sussurrò, <potrete partecipare tramite mail e avrete tutte le istruzioni quando sarà il momento di intervenire>. Il falconiere si inchinò: <Ho capito> sussurrò, <la cosa riuscirà, il popolo non ne può più, adesso con il ricavato degli anelli potranno mangiare e riprendere le forze per il combattimento finale>.
<E diteci> fece Mimma, <ci sono molti malcontenti contro l'imperatore, tu conosci i congiurati e le società segrete?>.
<Io non so niente> mentì il falconiere a voce alta, <non sono un uomo intelligente, che capisce queste cose, lavoro dal mattino alla sera, pago le tasse a sua maestà e sopravvivo>.
<Allora ci eravamo preoccupate inutilmente> concluse Cristina.

                                                                            (Fine della quinta puntata)

L'indomani mattina si incontrarono un'ora prima di colazione e Cristina, che col computer se la cavava bene, aiutò Mimma a creare un blog, entro mezz'ora le due signore avevano scritto il loro primo pezzo, che così recitava:
A tutti gli umili sudditi di nostra eccellente eminente sovrabbondante feconda universale maestà del mondo intero, l'imperatore Coso.
Siamo le vostre ufficiali insegnanti di poesia, a voi donate dalla generosità inimmaginabile del Coso suddetto.
Da oggi in poi seguirete con  la massima diligenza le nostre lezioni, alla fine di ognuna vi verranno poste delle domande a cui risponderete via mail.
Noi vi scriveremo il giudizio e correggeremo tutti gli errori dovuti alla vostra atavica ignoranza e alle gravi deficienze dei governi che ignobilmente si sono succeduti su questa terra prima del nostro degnissimo Coso.
Alla fine ci sarà un incontro dal vivo per il passaggio al secondo anno di scrittura poetica, soltanto i più capaci saranno ammessi per diventare i capi futuri della società, tra di loro sono già promossi:
Tutti i figli e le figlie dell'imperatore.
Tutte le mogli dell'imperatore.
Tutti i parenti delle mogli dell'imperatore.
Tutte le concubine dell'imperatore.
Tutte le ragazze che piacciono all'imperatore e che egli si prefigge di accettare nel suo harem.
Tutti i nipoti dell'imperatore, anche se neonati o nati scemi.
Mimma e Cristina firmarono il proclama e chiesero udienza, che venne immediatamente concessa.
Il giorno prima il Coso aveva passato alcune ore a chiacchierare con la moglie Viola, che ancora gli piaceva non poco, ma non lo convinceva per le idee ribelli e per quella sincerità assurda che lo metteva a disagio.
<Maestà, vi trovo più nero del solito> gli aveva detto quella volta  appena soli a letto.
Dal tono, sembrava che ciò la disturbasse.
Egli le aveva allacciato al collo un gran brillante dai riflessi iridati e ne approfittò per accarezzarla, Viola si allontanò appena, ma inequivocabilmente.
<Mi preferireste più chiaro? Sarà fatto> le sussurrò, lei si era alzata dalle morbide coltri con un gesto repentino:<Non sono ancora pronta, perdonatemi> gli disse.
<Veramente, Viola, tu stai qui da sei mesi e non hai mai voluto>.
<Debbo prepararmi meglio, non merito questo> disse lei restituendogli il brillante, che egli gettò per terra andando via coi passi più rumorosi e larghi che gli consentivano le sue gambette quasi storte sulle quali ondeggiava la pancia.
Gli dispiaceva farla affogare come le altre e decise di darle un'ultima possibilità. Quegli occhi scuri lo turbavano senza alcun bisogno di pillole e i suoi capelli non avevano uguali. Non gli era mai riuscito di toccarli per bene nemmeno una volta, sempre di sfuggita.
Le poetesse, al raffronto, gli sembrarono due vecchie, tanto che gli scappò da ridere appena le vide prostrate, ma subito i nervi gli passarono quando lesse il loro primo pezzo, che approvò entusiasticamente.
L'indomani Mimma e Cristina scrissero il secondo articolo sull'Ermetismo:
"La poesia ermetica ribolle in se stessa come una pentola a pressione dalla cui valvola, di tanto in tanto, escono vapori di parole.
Sono barlumi misteriosi e scintille che appaiono e scompaiono rapidamente.
Nell'attimo, il poeta le cattura come se fosse provvisto di un retino per farfalle.
Le parole sfuggono in buona parte e non giungono dal subcosciente a livello razionale, quindi si scivola in una deliziosa inesprimibilità, che sarà l'argomento della lezione di domani. Per il momento invitiamo i leali sudditi di sua maestà ad esprimere via mail le proprie considerazioni, a sorte estrarremo a chi rispondere non potendo contentare tutti come vorremmo".

 
                                                                         (Fine della sesta puntata)

Preparando il successivo pezzo  da mettere sul blog, Cristina fece il solito segnale a  Mimma, si mise la mano davanti alla bocca e disse: <Quando mi vuoi fare sapere qualcosa di importante, nascondi le labbra, l'imperatore potrebbe chiamare quelli che le sanno leggere e ci scoprirebbe, nel caso ci affogherà nei sacchi come le altre>.
La cavalcata delle valchirie di Wagner, intanto, riempiva la stanza irruentemente.
Mimma ricambiò il segnale e disse: <Questa musica mi pare sufficientemente degna del nostro amato imperatore>.
Entrambe lo lodarono e si inchinarono più volte.
Quando egli lesse quelle poche parole sull'Ermetismo, si compiacque molto
perché non ci capì niente. Con atteggiamento benigno passò a tutto il consiglio
di corte, riunito in seduta extra immediata, il foglietto chiedendo cosa ne
pensassero perché sperava che qualcuno lo delucidasse,
ma erano tutti ignoranti quasi quanto lui, della poesia non era mai importato
niente a nessuno e l'articolo passò con cento voti su cento.

Intanto a Mimma e Cristina arrivarono mail furibonde contro l'imperatore, 
gli studenti protestavano perché i professori erano ignoranti e non gli
insegnavano niente mandandoli a ballare tutti i giorni in discoteca anziché fare lezione, le madri non avevano più lacrime  perché toglievano loro i figli a tre anni
e non glieli facevano rivedere mai più, i padri dichiaravano che erano costretti a vivere per lavorare e la sera erano troppo stanchi anche per chiacchierare con la moglie e che erano stufi di questa storia del figlio unico, volevano godersi la propria famiglia e fare figli quanto gli pareva, finanche le odalische dell'harem,
in massa, scrissero parole di fuoco dicendo che l'imperatore primo le trascurava, secondo le affogava appena supponeva soltanto di essere tradito, terzo le sostituiva al compimento dei venticinque anni con carne fresca, come lui la chiamava. In quanto a Viola affermò che intendeva o fuggire o morire e mai sarebbe stata con quel vecchiaccio, chiedeva un'arma qualunque atta all'uopo, un coltellino, un veleno,  qualcosa di indolore e osò scrivere la parola libertà. Quello che però piacque di più a Mimma e Cristina fu la mail del falconiere, che con la sua prestanza fisica e la signorilità dell'animo aveva innamorato le ragazze dell'harem, le quali  passavano il giorno attaccate alle feritoie delle finestre per ammirarlo mentre addestrava i falchi nello spiazzo lì davanti. Per sfortuna una volta l'imperatore era andato a trovarle fuori orario e le aveva viste tutte appese ai muri che ridevano come le sceme, così aveva subito fatto ammazzare i falchi e costretto il falconiere a cuocere il pane nel forno a legna per la corte.  Lo faceva lavorare dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina affinché la mancanza di sonno lo stroncasse e gli passasse la voglia di fare lo spiritoso, quindi lo costringeva ad assaggiare il pane da lui stesso prodotto ai vari banchetti e, giacché c'era, tutte le vivande, vini e liquori, in questo modo sarebbe ingrassato e non sarebbe piaciuto più alle sue ragazze.  Il falconiere si dichiarava pronto a organizzare la resistenza per liberarsi del Coso e chiedeva istruzioni.

Le due poetesse distrussero subito le mail compromettenti e prepararono il successivo articolo: "L'inesprimibilità della poesia impone una sinestesia di tempi, luoghi, azioni e attribuzioni. Simultaneamente la sintesi incisiva determina una differenza fluttuante di parole, per cui il volo della foglia nel vento, sfuggendo ai maleodoranti miasmi da palazzo, diventa la metafora dell'umano valore che afferma se stesso. A questo ci invita la poesia moderna, con in mano l'arma del coraggio fino alla morte e nel cuore  la ribellione all'ingiustizia. Tutti insieme, domattina, alle ore dieci, davanti al palazzo imperiale".
L'imperatore lesse e ci capì ancor meno del giorno prima, quando riunì il consiglio per avere l'opinione dei dignitari tutti sbadigliavano e si era fatta pure l'ora di pranzo, subito l'articolo passò con cento voti su cento e così se ne andarono a mangiare.
  
                                                    
                                                            (Fine della settima puntata)

 
Una volta c'erano molte nazioni diversamente governate, in accordo o in disaccordo interno ed esterno.
Dopo vi fu un solo imperatore mondiale, che condensò in sè tutto il peggio fino ad allora presente nelle varie organizzazioni statali.
Seguì la ribellione, quando simultaneamente le folle disarmate, guidate da poeti e poetesse,  rovesciarono l'imperatore e lo mandarono agli studi forzati insieme a tutta la corte. Ogni mattina si alzava anch'egli per lavorare e mantenersi come i comuni mortali.
Nessuno, mai più, fu promosso perché figlio o nipote o moglie o concubina dell'imperatore.
La parola libertà venne scritta sulla nuova bandiera mondiale.
Non tutto fu idilliaco, ma si migliorò e progredì alquanto.
Le poetesse Mimma e Cristina ebbero un monumento insieme in un bel parco e agli usignoli piaceva molto nidificare sulle loro teste.
L'imperatore invecchiò e morì con nessuna moglie e nessun figlio al fianco.
Le odalische vissero la propria vita dopo essersene andate dal palazzo ognuna con sulle spalle un sacco dei propri abiti e gioielli. Viola si sposò col falconiere, che di notte faceva il pane e di giorno riprese ad allevare falchi.
I dignitari trovarono lavoro nei campi oppure fecero i badanti agli anziani.
Al potere economico successe il potere della parola per cui si vedevano, nelle strade, passanti dall'atteggiamento trasognato  e in preda all'ispirazione, che declamavano i propri versi sopraffacendosi gli uni con gli altri ed ognuno convinto di essere l'eccelso e l'unico. Dimenticavano di cucinare, mangiare, bere e soprattutto pagare le bollette, che passarono di moda. La tunica cinerea precedente fu sostituita da vestitini variopinti, dei quali tutti erano orgogliosi, passavano la vita ballando, occupatissimi a invidiare i poeti più bravi, tendendogli trappole e perfino mandandogli sicari con lo scopo di predominare per rimanere gli unici poeti al mondo. Le eliminazioni furono feroci e, una volta rimasto quasi solo, il capoccia si piazzò nel palazzo dell'ex imperatore, qui ricoprì se stesso di abiti e gioielli circondandosi di tutti i poeti mediocri ai quali aveva permesso di sopravvivere perché potessero servirlo e mandò a chiamare Mimma e Cristina.
<Chi è?> chiesero le due poetesse sentendo squillare il campanello, <non apriamo agli sconosciuti>.
<Polizia di stato, abbiamo regali da parte del sommo poeta e l'invito ad un incontro immediato e riservato> risposero due messaggeri che portavano una divisa con pennacchi e i colori azzurro e oro attualmente in auge.
Egli le accolse benevolmente. Era un mostriciattolo magro, basso, quasi nano, che copiava poesie dai blog ormai abbandonati dei poeti veri morti ammazzati. Tutti lo sapevano, ma facevano finta di niente perché altrimenti gli mandava i killer dovunque fossero.
Mimma e Cristina dovettero presentarsi immediatamente indossando l'enorme zaffiro blu montato in oro giallo appena avuto in regalo e che simboleggiava la loro sudditanza.
Ricevettero una richiesta di matrimonio con l'ordine di organizzare l'harem, che era vuoto.
<Ma noi due siamo anziane, quasi vecchie> rispose Mimma, <e poi, abbiamo un caratteraccio>.
<Non possiamo accettare uno zaffiro tanto prezioso> aggiunse Cristina, facendo il gesto di toccare la collana, che le pesava e pungeva pure, egli imbestialì offesissimo ed, essendo invidioso perché quelle due avevano un cassetto per una pieno zeppo di ottime poesie, che inventavano come se nulla fosse senza mai copiare, riaprì un manicomio e ve le fece richiudere senza carta, penna né computer per scrivere.
Tutte le loro poesie furono confiscate, il sommo ci mise sotto la propria firma e se le attribuì.
Intanto ordinò di buttare giù il monumento di Mimma e Cristina, compresi i nidi degli usignoli, e lo sostituì con quella che, disse, era la propria immagine in marmo nero: alto, bello, spalle squadrate, gambe dritte, niente pancia e trent'anni di meno. Lo scultore fu costretto a fargli perfino i capelli a filo a filo.
Tutti s'inchinarono fino a terra e confermarono che sì, la statua era somigliante, proprio lui spiccicato.
In manicomio, dalle sbarre delle finestre, le poetesse guardavano i colori del cielo e qualche uccello che volava libero. Avevano la mente piena di poesia e nessuno poteva impedire loro di pensare.
Entrambe avevano imparato l'antico alfabeto Morse, prefiggendosi di poter comunicare in caso di emergenza. L'intuito fu profetico e così passavano le giornate chiacchierando, talora anche animatamente, e dettandosi a vicenda le proprie poesie. Le guardie, per fare prima, le avevano richiuse in due celle vicine, dalle cui feritoie passavano piccole porzioni di pane duro e una ciotola d'acqua. Così Mimma e Cristina diventarono belle magre e sembravano due modelle.
Un mattino sulla finestrella di Mimma si fermò un colombo bianco con un biglietto attaccato alla zampa, c'era scritto: A mezzanotte verremo a prendervi in elicottero, baci Viola e il falconiere.
Si prepararono senza fretta, tanto non avevano niente da portare via con sè.
Era una notte senza luna, in compenso c'erano i fuochi d'artificio perché si festeggiava il primo anniversario di potere del sommo poeta. A quell'ora tutti erano ubriachi e dediti alle orge.
L'elicottero arrivò tra i botti, era stato dipinto di nero affinché non mandasse riverberi. Il falconiere, forte dei suoi trascorsi di acrobata nei circhi più prestigiosi, si calò con una scala di corda e sistemò due piccole cariche di esplosivo contro le grate, <Mettetevi in fondo e copritevi la faccia, speriamo che bastino> disse alle due poetesse.
A Mimma e Cristina batteva forte il cuore, così abbracciarono forte le proprie ginocchia e chiusero gli occhi.
I ferri vennero via come burro in un gran polverone. Egli prese tra le braccia Cristina, che sembrava la più calma delle due, e l'aiutò ad arrampicarsi fino sull'elicottero, poi tornò a recuperare Mimma, la quale scalciò un poco.
<Stai ferma, mia bella signora, o cadremo entrambi> le disse all'orecchio il falconiere, Mimma si acquattò fra le sue braccia robuste, <Non svenire adesso perché non posso reggerti da solo, arrampicati>, insomma, bene o male anche Mimma arrivò sull'elicottero, dove sorrise coraggiosamente:
<Non ho avuto nessuna paura> affermò.
<Adesso quello ci cercherà e ci ritroverà dovunque> disse Cristina.
<No se vi vestirete da maschi e pascolerete il gregge. Di notte, nella catapecchia, potrete scrivere quanto vorrete e faremo le riunioni per organizzare una democrazia come si deve> disse il falconiere.
<Potrete sonnecchiare e anche dormire di giorno, vi taglieremo subito i capelli e li tingeremo di bianco, quello cerca due poetesse, la bionda e la bruna, no due vecchi> aggiunse Viola.
E così tutto ricominciò.

                                                             Domenica Luise

FINE

 

L’oca senza nome

 

Scopo della comunità in cortile era la gerarchia: dapprima mangiava il gallo dai fieri bargigli turgidi, di un rosso ciliegia che al sole prendeva strani riflessi. Subito dopo toccava al gallo piccolo, seguivano le galline dell’harem: Pettoruta cercava di tenere più dentro che poteva la pancia. Donzella era una creatura bionda e fine, molto chic, sempre un po’ distratta, almeno in apparenza. Morena, tipo mediterraneo, avanzava impetuosamente, giocherellando coi capelli lunghi, mossi e sparsi sulle spalle per nascondere la schiena dove il gallo aveva pizzicato un po’ troppo e le aveva strappato piume e sangue. Funeralia procedeva pensosa, a piccoli passi e testa bassa, portava una catenella d’argento alla zampa sinistra con la medaglietta dove c’era il ritratto di suo marito, buonanima, finito recentemente al forno con le patatine nelle orge umane. Seguivano la gallina Iole con sua sorella Mimma, zampa nella zampa per darsi coraggio ed evitare di farsi sorpassare dalla plebe che incalzava dietro a becco aperto e starnazzando vergognosamente.

L’oca senza nome era proprio l’ultima e così viveva di molliche, quando ne trovava. Mangiava finanche dopo i pulcini e una volta che, affamata da due giorni, aveva osato farsi avanti con uno sguardo al piatto, la gallina Iole, divenuta chioccia da poco, le dette un colpo tale da farle uscire a lungo il sangue da sotto l’ala destra.

L’oca senza nome dimagriva e questo, per un’oca, non era buono. I maschi le volevano polpose ed alla fine, pur di non rimanere zitella e sopportare i lazzi di tutto il cortile, accettò di uscire con uno spazzino, pardon, con un operatore ecologico più vecchio di lei, meno colto e, soprattutto, poco intelligente. Egli la corteggiò alla buona, con pannocchie di granturco di seconda mano, già rifiutate dalle altre e cenette in rosticceria, la baciò con esitazione e le chiese di sposarlo a voce bassa, senza gridare come fanno tutte le oche quando sono felici. L’oca senza nome rispose che doveva pensarci e questo sì, gli fece avere una reazione adeguata alla propria specie. Sarebbe a dire che si infuriò e la beccò giusto dove era già stata colpita dalla gallina Iole. Uscì altro sangue e si dovette mettere a letto con la febbre e nessuno che si prendesse cura di lei perché era l’ultima della gerarchia.

L’oca senza nome pensava che nemmeno gli uomini l’avrebbero mai cucinata, essendo così magra, e le sarebbe toccato passare molti anni in quella triste compagnia. Non vedeva una speranza. Sul comodino aveva solo un bicchiere di acqua, raccolta quando c’era stata la pioggia e la bevve facendo finta che fosse latte zuccherato, magari con qualche pezzetto di pane fresco dentro. Era uscito molto sangue e si sentiva debole, si accucciò sotto la coperta e sognò.

                              Camminava dondolando due bei fianchi opulenti, proprio da oca, in un sentiero d’erba fresca, dove crescevano graziose pratoline. Aveva un appuntamento ed era ansiosa, sotto le piume si sentiva scoppiare il cuore. Però non ricordava chi fosse lui: strani misteri dei sogni. Raggiunse il cespuglio di aspidistra dove egli già l’attendeva e sembrò che qualcosa di molto soave le si squagliasse nel petto. Le dava le spalle e non poté vedere subito il suo viso. Dopo lui si girò e l’oca senza nome provò una lunga serie di aritmie: “ non potrò mai sposare quello squallido spazzino “ pensò sorridendogli.

Il ragazzo l’abbracciò impetuosamente e cantò a lungo, con potenza e voce tenorile, il suo amore per lei ed il desiderio di farla sua sposa. Dopo l’oca senza nome ricevette e restituì il bacio e non ebbe bisogno di tempo per decidersi, capì subito chi fosse il suo amore.

< Però potremo vederci solamente in sogno >, le disse lui, ed aggiunse come a scusarsi:

< Sai, io non sono di qui >.

< E da dove vieni ? >, chiese l’oca senza nome disposta a tutto pur di averlo in qualche modo, egli le sorrise, la strinse a sé, ma non poté o non volle dirglielo.

Quando si svegliò si accorse subito che il sangue si era stagnato e si sentiva stranamente sazia, come se davvero avesse ancora in bocca il sapore di latte con zucchero e pezzetti di pane fresco. Così, invece di correre a raccattare qualche rimasuglio del pastone, incominciò a mettere in ordine la casa, scopò, spolverò e, quando ebbe finito, prese la sua borsetta di paglia ed uscì sperando di trovare qualche pratolina da sistemare nel portafiori.

Si accorse di camminare senza dondolarsi come nel sogno, si guardò i fianchi scarni e le venne da sorridere. Però il sentiero sembrava proprio quello ed in fondo c’era il cespuglio di aspidistra, dove avevano avuto l’appuntamento. L’oca senza nome raccolse le pratoline e le ripose nella piccola sporta che teneva sotto l’ala. Ai piedi del cespuglio di aspidistra, in una pietra cava e pulitissima, trovò un mucchietto di grano croccante, di prima qualità, che mangiò di gusto. Era perfino condito con abbondanti gocce di miele, una cosa mai assaggiata. Accanto, in una foglia a forma di cuore, si era accumulata l’acqua fresca: l’oca senza nome poté bere a suo piacimento e, sentendosi una regina, tornò a casa. La bloccò lo spazzino facendo gli strepiti:

< E così la signorina se ne va a raccogliere fiori? E quando mai si è detto che la femmina faccia aspettare tanto il maschio? >.

L’oca senza nome lo guardò stupendosi che egli non le facesse più nessuna paura:

< Non ti faccio aspettare oltre >, gli rispose tranquilla, < non ti posso sposare perché non sono innamorata di te >.

Egli restò a becco aperto, come, era l’unico maschio adatto a lei, non aveva rivali ed osava rifiutarlo?

Le girò la schiena e decise di cambiare cortile, là dentro le oche erano tutte magre e stupide. Lo videro gli uomini mentre infilava la porta, l’agguantarono e l’indomani tutto il pollaio sentì un ben noto odore provenire dalla cucina.

Le oche femmine, pian piano, in ordine di ciccia, dalla più grassa alla più magra, vennero sacrificate, restò soltanto l’oca senza nome, che era tutt’ossa. Ogni volta che andava a letto a dormire lo sognava, e tale era la gioia, che le passava completamente la fame, le bastavano i chicchi di grano, sempre insaporiti col miele, e l’acqua che ogni mattina trovava misteriosamente ai piedi dell’aspidistra.

In un sogno egli le disse: < Ti piace il grano col miele che ti preparo ogni giorno?>, < Mi piace, sapevo che era un tuo regalo e provvedevi a me, che sono povera >, rispose lei, ma senza parole, perché era troppo commossa.

< Ti amo proprio perché sei così povera > rispose lui, stringendola a sé con tanta dolcezza che l’oca senza nome si svegliò e rimase a lungo sorridente, con gli occhi chiusi, beandosi.

In un altro sogno le sussurrò abbracciandola: < Adesso non sei più senza nome, ti chiamo Mia Amata, ma è un segreto fra me e te, non dirlo a nessuno >,  e Mia Amata promise, anche stavolta senza parole né versi da oca, perché si stava struggendo per lui.

Certe volte Mia Amata non ricordava i sogni d’amore, però gliene rimaneva la percezione nell’anima.

Non fece mai un uovo in vita sua e non ebbe bambini. Gli uomini dicevano che quell’oca non mangiava niente e non capivano come campasse, tanto era magra. Finirono col non guardarla più.

Era diventata tutta bianca mentre prima aveva parecchie piume marroni striate di nero qua e là. Strano fenomeno che nessuno notò, nemmeno lei.

Una notte egli le disse : < Vedi come sei bella? Adesso sei tutta bianca >.

Mia Amata, finalmente, si vide e gli sorrise. Aveva sempre una domanda sulla punta del becco, ma non osava fargliela.

Così una notte fu lui a chiederle cosa volesse sapere e lei, tutta rossa, sussurrò:

< Da dove vieni? >.

Ciò che egli, allora, le confidò fu tanto straordinario che le sembrò di morirne. Gli rispose:

< E potrò restare sempre con te?>.

< Sempre > affermò lui.

 
 

Domenica Luise
 

E' una fiaba simbolica, lascio a voi l'interpretazione e la conclusione: chi è l'oca senza nome? Chi è l'innamorato del sogno? Cosa vi fa venire in mente questo racconto? Vi intriga, commuove, incuriosisce o cosa?