Pranzo di Natale fra vent’anni

Natale 2015

Tanto si ammazzarono gli uni contro gli altri fino a che, in mezzo alle macerie,  rimasero due aspiranti tiranni mondiali: sua altezza onnipotente Ninuzzo e signora e sua grassezza onnipotente Bucciabaccia con moglie. Il medio ceto o ciò che ne era rimasto, divorato dalle tasse, lavorava dal mattino alla sera e anche la notte, mangiava poco, risparmiava per i figli e pagava i debiti facendo altri debiti a interessi sempre più alti. Anche i due tiranni mondiali avevano figlie e figli propri e varie mogli, conviventi e amanti o amiche, ognuna con altri figli di primo, secondo e perlomeno terzo letto, ogni figlio aveva altri figli e a Natale c’era un gran pranzo di famiglia dei due tiranni tutti assieme felici e contenti, come ognuno di loro affermava.
Sorridendo dalla testa ai piedi Ninuzzo proclamava che Bucciabaccia avrebbe dovuto prendere il potere assoluto e che egli sarebbe diventato il suo più fedele servitore, anche Bucciabaccia diceva lo stesso dell’avversario e intanto, nell’ombra, ognuno dei due complottava alla ricerca di un killer per fare fuori l’altro a qualunque prezzo, ma quasi tutti i killer erano morti ammazzati e i pochi rimasti si godevano la pensione in un paese di sole sia pure diroccato, anzi le pensioni erano due perché ognuno dei tiranni mondiali gliela doveva pagare se non voleva finire rapidamente come tutti gli altri.
-Possibile che tu non sia capace di fare fuori quel cretino?- dicevano le rispettive mogli dal mattino alla sera e anche la notte parlando nel sonno.
-Cara, tu sai che non mi posso esporre, il popolo non è scemo come sembra- rispondevano i mariti rigirandosi i pollici.
-Ma dov’è questo popolo?
-Bucciabaccia li ha ammazzati tutti.
-Ninuzzo li ha ammazzati tutti.
-Sono rimasti in quattro gatti e perfino malati infetti, che non stanno in piedi (in realtà era fame).
-Ma tu sai che malattia hanno?
-Nessuno può dirlo, hanno distrutto tutti gli ospedali, non ci sono più nemmeno gli apparecchi per misurare la pressione né per fare le analisi.
-Io mi sento benone- dicevano Bucciabaccia e famiglia allargata.
-Io mi sento benone- dicevano Ninuzzo e famiglia allungata.
In televisione trasmettevano ogni cosa che si possa desiderare, sport di tutti i generi con film di violenza e horror per i signori e ricette di cucina, moda, belletti e telenovele per le signore, poi c’erano pure le femmine sportive e i maschi che facevano gli chef, per non parlare dei giochini con folli guadagni che quasi nessuno riusciva a portarsi via. L’unico lusso concesso al medio ceto, poiché pagava le tasse, era l’apparecchio televisivo, che veniva finanche regalato dallo stato a chi non poteva comprarselo, o sennò come gli avrebbero raccontato tutto quello che volevano? E che festa quando nelle stamberghe entrava quello strumento di plastica grigia, i poveri si mettevano lì davanti e stavano con le labbra penzoloni anche se dopo un poco gli veniva qualche dubbio.
I due tiranni mondiali e le loro mogli erano convinti che si sarebbero sentiti felici se fossero rimasti da soli al comando e non pensavano più a cos’era successo a Roma ai tempi di Nerone.
Ormai parlavano quasi tutti una lingua mondiale inglesizzata molto più semplice, a Bucciabaccia questa cosa scocciava non poco, così decise di rompere gli indugi e, cogliendo l’occasione del pranzo di Natale, pensò di liquidare il rivale con un coltello da cucina di quelli che servono per disossare il pollo affinché nessuno sentisse il rumore degli spari. In quanto a Ninuzzo rubò una rivoltella a un poliziotto che era morto in un vicolo nella solita sparatoria, ne cancellò la matricola con una grossa lima che gli serviva per i suoi lavoretti di idraulico, la caricò  e attraverso un cuscino che fungesse da silenziatore sparò al rivale proprio nell’attimo in cui gli si avventava contro colpendolo al cuore con il coltello. E caddero insieme uno sull’altro, subito accorsero i rispettivi devoti e dopo litigi vari tra parenti e acquisiti, si formò un comitato democratico per l’elezione dell’unico tiranno mondiale di cui si sentiva un disperato bisogno perché finalmente prendesse decisioni e programmasse l’ordine nuovo di cui tutti parlavano senza sapere cosa fosse. Per verità storica debbo aggiungere che ognuno dei cinquecentodue parenti aspirava a diventare il solo padrone con qualunque mezzo, tradimento, arma bianca o nera che fosse. Fu così che festeggiarono il Natale quell’anno.
Gli unici che non si presentarono per ereditare furono Giuseppe, il falegname, che si diceva in giro fosse discendente , nientemeno, della stirpe di Davide, e Maria, sua sposa, incinta grossa dopo la visione di un arcangelo e uno strano annuncio, per chi ci voleva credere. I due giovani si misero in viaggio perché il re Erode stava contando tutti i sudditi voglioso di capire quanto potesse spremerci e anche loro dovevano essere schedati, così lei partorì in una stalla abbandonata, dietro un masso, alla luce di una stella e si sentì un vagito vivo e prepotente in mezzo alle sparatorie e alle umane bugie.
Era nato anche stavolta. Da sotto le scrivanie e i tavolini sbucarono gli ostaggi scampati ai massacri e gli portarono quello che avevano: pane, acqua e un fuocherello.

Domenica Luise

(Disegno di Domenica Luise)

Una stella lontano lontano

Natale nevoso 1

Alla chiusura del forno le davano i pezzi avanzati invece di buttarli nella spazzatura, la vecchia sorrideva senza denti e ringraziava. Il garzone del bar, tutte le mattine, le preparava il cappuccino caldo d’inverno e la granita di limone in estate per una strana seduzione arguta che emanava da quella cenciosa, per quanto pulita, ma lei non accettò mai la brioche fresca che egli le offriva, ci si inzuppava il pane o la pizza della sera prima e socchiudeva gli occhi beata mormorando: buonissimo! Delizioso. Grazie, Gesù.
Non sapeva che quel ragazzo pagava di tasca propria la consumazione perché il proprietario si girasse dall’altra parte e facesse finta di non vederla.
Adesso era inverno, quasi Natale, e le era venuta un po’ di tosse. Ma io sono forte, pensò, mi bevo il caffelatte buono del bar col pane e mi sento subito meglio.
Invece il dolore nel petto aumentava.
Poi vado alla mia panchina, ho sonno.
Era diventata  piccina lei, che era stata la cicciona della famiglia, le spalle accartocciate, le dita dei piedi e delle mani storte e il fuoco nelle articolazioni. Ricordava l’elegante bastone del nonno, col pomello d’avorio, e papà e mamma, ancora insieme, quando cavalcavano ed erano belli, sani, ricchi e felici. Poi la mamma fuggì chissà dove e chissà con chi e perché e forse era colpa sua: era lampante che nessuno le voleva più bene, non il nonno, che non le rivolgeva mai la parola né le sorrideva, non il papà, che non tornava mai e nemmeno telefonava, non le sue compagne di studi, che non poteva più invitare in quella casa dove si divertivano perché era grande come un castello e si mangiava sempre e se ti portavi via un soprammobile d’argento nessuno ci faceva caso.
Ormai non sono più grassa pensò infilandosi sotto la panchina, fra stracci e giornali vecchi. Incominciò a nevicare.
Lei era dietro i vetri a guardare i fiocchi che volteggiavano, il caminetto era acceso, il nonno zitto ed era il giorno di Natale. Da quando la nuora era fuggita non aveva più fatto il presepio. Fuori qualcuno cantava i cori di sempre, che arrivavano a onde ovattate.
Una volta era la prima della classe e scriveva poesie, tutti la lodavano. Natale era un trionfo. Venivano papà e mamma a prenderla fino al collegio di lusso, in Svizzera, dove studiava.
Adesso stava sotto una panchina e aveva tutta quella stanchezza.
Qualcuno passò e buttò rapidamente una borsa di plastica bella grande proprio lì accanto, sentì che diceva: -Finalmente me ne sono liberato-, guardò con la coda dell’occhio, era una buona borsa resistente, che le sarebbe tornata utile e poi si sa, anche da vecchia la curiosità è femmina, chissà cosa c’era dentro?
Uscì dal suo posto invisibile e vide che avevano buttato un presepio completo nuovissimo e bello.
Accarezzò la Madonna, san Giuseppe e il bambino, gli angeli, i pastori con le pecore, la lavandaia, lo zampognaro e per ultima la stella, che perdeva i lustrini bianchi come quella di quando era piccola e le piaceva sempre toccarla coi ditini curiosi. Poi incominciò a fare il presepio sulla panchina e vide che aveva le mani blu, ma non le importava, suonò forte la campana della chiesa, sentì una delizia strana in corpo e anima.

Natale nevoso 2

Aprì gli occhi e vide che si trovava in un letto vero, pulitissimo e caldo, al braccio le avevano attaccato una flebo e portava un pigiama a fiori. Qualcuno mi ha trovata, pensò. Devo ringraziarli, mi hanno salvato la vita. Forse sono svenuta.
Sentì che dicevano: appena in tempo.
Girò la testa, ma non le uscì la voce per chiamare.
Entrò una ragazza vestita da pagliaccio, con un gran naso rosso e la parrucca gialla: -Ma non vedete che si è svegliata? Come si sente, signora? Ci ha fatto prendere una bella paura, per sollevarla ho dovuto chiamare le forze dell’ordine, sono la sua salvatrice, l’ho vista io lì per terra, ah, ah, ah, sono vestita così perché faccio la volontaria qui per divertire i bambini malati.
-Dall’odore di disinfettante mi accorgo che sono in ospedale e non in paradiso- rispose lei annusando intorno, tutti risero.
-Stava facendo il presepio sulla panchina sotto la neve con statuine rarissime del settecento perfettamente conservate, dove le ha prese?- le chiese uno che sembrava un carabiniere, così la vecchina gli raccontò che le avevano appena buttate, le era piaciuta la borsa e si era messa a fare il presepio come quand’era piccola e il nonno aveva il bastone col pomello d’avorio e mamma e papà cavalcavano felici e a Natale c’era un presepio grande, con la stella piena di lustrini che lei toccava sempre.
I medici, il carabiniere, le infermiere e la ragazza vestita da pagliaccio si guardarono perplessi: poverina, vaneggiava.
Il carabiniere disse: -Lo sa che quelle statuine valgono un patrimonio? Adesso lei è ricca.
-Allora posso donare il presepio alla nostra chiesetta perché tutti lo vedano?- chiese la vecchia signora pensando di tornare alla panchina e ai suoi stracci per quel poco che le restava, ma:
-E noi l’ospiteremo- le rispose il prete subito accorso, -la cureremo e vivrà nella nostra famiglia. Qual è il suo nome?

Domenica Luise

(Presepio con neve di
cotone fatto da Domenica Luise nell’anno 2015, fotografie e computergrafica di Domenica Luise)

Fiore di cactus notturno

La bellezza della natura 1

Da oggi voglio pubblicare le fotografie più belle della natura che mi trovo intorno, questa l’ho scattata nell’estate scorsa, poteva essere poco più di mezzanotte: con la mano sinistra reggevo l’enorme fiore di cactus, che si era piegato tutto verso terra trascinato dal proprio stesso peso e con quella destra ho lanciato una serie di foto sperando di avere fortuna, nel frattempo continuava a piovigginare. L’indomani mattina era già secco. Mi trovavo nel giardino fuori dal portone.
La terra sulla quale ruotiamo nell’immensità è la nostra casa: amiamola, difendiamola, ammiriamone gli splendori, smettiamo di sprecarla.
Viviamo con coraggio e gioia malgrado tutto.
Domenica Luise

(Fotografia di Domenica Luise)