Estetismo e minimalismo

 

Tutte le parole che terminano in “ismo” sono il deterioramento
di un proprio positivo come una pesca sfatta in raffronto
alla se stessa matura.
Così dire estetismo significa parlare di una poesia nella quale
le immagini e le parole sovrastano sul contenuto.
La nostra è una società dell’immagine: chirurgia estetica,
botulino, dentature finte che sembrano vere e capelli
lucidati dipinti arzigogolati, diete, massaggi e quant’altro.
Una vera esagerazione.
La poesia è il portato umano del tempo in cui è scritta e così
assume una bellezza esteriore amata in sè e per sè,
diventa una velina stupenda a vedersi e basta.
Una donna limitata al ruolo di femmina. Ma subentra
il dolore, che è il minimo comune multiplo dell’umanità,
e la velina piange, si sciupa, mostra l'anima oltre che la carne.
Noi non sappiamo sopportare la gioia né la riconosciamo
quando c’è e nemmeno sappiamo tenercela, invece il dolore
è identificabile al primo impatto.
Così diventa l’argomento principe della nostra poesia,
insieme all’amore, unico e vero anelito di tutti gli esseri
ragionevoli e sensibili.
Con questi contenuti la parola si avvicina molto al silenzio,
che l’ha generata, e perde ogni adornamento superfluo,
diventa secca e si fa essenziale.
E’ un normale processo di evoluzione.
Del resto l’essere umano è sempre lo stesso in tutti
i suoi millenni di poesia: addolorato e amante in cerca d’amore.
Chi più chi meno, i poeti di più.
Il limite, adesso, è quello opposto: dall’estetismo al minimalismo,
togliendo tutti gli articoli e gli aggettivi. La poesia
diventa un telegramma, ma non è nemmeno quello.
Il segreto è in un equilibrio pregnante ottenuto dal profondo
perché non abbiamo preparato qualcosa sul foglio o nel computer,
ma noi stessi.
Siamo noi penna e tastiera e le parole il canto naturale
che tocca e affonda da autore a lettore.

Domenica Luise

Gatta natale

Dolù natale 3

Non solo prima si sono bevuti lo spumante schiamazzando,
dopo hanno tolto alla bottiglia l’abito di babbo natale e
hanno vestito me, che non c’entravo niente,
sono arrabbiata, arrabbiatissima,
molto più arrabbiatissima assai. Ecco.

                  (Fotografia di Domenica Luise,
modella furente la gatta Dolù)

Natale ora

S. Famiglia acquerello

Oh, la paglia sulla quale sei nato, così simile
al mio cuore secco disidratato, imbottitura
povera.
 
Prendimi per seno di mamma e che io
divenga tuo tepore
senza stonature. La notte
raccoglie sempre più silenzio.

Tu sai.
 
La vita ha sciupato il nostro amore innocente
sbattuto di qua e di là, adesso
vagisco e ti chiamo
perché ho fame sete e sonno
d’anima.
 
I termosifoni non possono sostituire
il fiato dell’asino e del bue.
 
Attizza la mia vita e che io entri
buona, nella grotta dei tuoi segreti. Qui
insieme agli altri pastori
di tutte le razze e le religioni
preparo il pane.
 
Noi osiamo guardare il tuo sguardo
come gli innamorati.
 
                                                   Domenica Luise
 

                                                               (Acquerello di Domenica Luise)
 

Il Natale rubato

Mariachiara natalizia
 
Non togliete il sogno ai bambini
e nemmeno ai grandi, che i re magi
fossero proprio tre, dei quali uno nero, forse
anche con una lunga carovana e la cometa una stella
molto vicina e splendente a guidare la strada
fino alla stalla con il Bimbo, Maria
Giuseppe, l’asino e il bue. Che importa
se era il venticinque dicembre o prima
o dopo, e come la storia
divenne afflato?
 
Venne quel tepore
a fare scorrere il sangue semimorto
 e ancora ci riscalda, se vogliamo.
 
O altrimenti
a che servono tante luminarie
e auguri, altri auguri e sorrisi.
 
Vermi con due occhi
che si divincolano mangiando
dopo avere procreato, cos’è
questo?
 
Rompo l’anello alla catena del disamore.
 
                                               Domenica Luise
                                                      (Fotografia di Iole Luise. La modella è
                                                             mia nipote Mariachiara Crisafulli).

 

Il pastore, la pecora nera e il Natale

                  

  Era la pecora nera di un  vecchio pastore, che per lei ebbe tenerezza,
la difese dalle altre pecore che l’avevano emarginata, la crebbe e la chiamò
Brunella. Le mise un fiocco rosso al collo e lei lo seguiva ovunque, quando egli si fermava anche lei si fermava standogli timidamente vicino in silenzio,
desiderosa di una carezza.
Il pastore era povero, possedeva soltanto cinque pecore e tre galline col gallo.
C’era una grotta naturale proprio di fronte alla sua catapecchia e lì
dentro teneva questi animali, insieme ai buoi, agli asini, al numeroso gregge
ed al grande pollaio recintato di suo fratello ricco.

Quella sera faceva fresco e si sentiva quasi un re sul trono col braciere ai
piedi e una bella coperta di vera lana sulle ginocchia. La pecora nera,
sua
prediletta, stava accucciata il più possibile vicina a lui sul pavimento
di terra battuta. Per risparmiare aveva spento la piccola lampada palpitante,
pensò a sua moglie, che era morta molti anni prima, ai figli lontani sotto
un padrone, alla vita e a come gli facevano male le articolazioni, ciò gli
provocò un poco di tristezza ed allora pregò il Dio altissimo nel quale lui e
la sua famiglia e tutta la sua razza credevano fermamente. Egli sarebbe
disceso in terra a liberarli, nascendo da una vergine, era scritto. Come
ciò potesse avvenire il vecchio non sapeva immaginare, ma del resto nemmeno
si spiegava perché i fiocchi di neve fossero così morbidi e bianchi né da
dove fosse venuto fuori il sole o come facessero gli astri a restare sospesi
per aria senza cadere. Mentre pensava a tutte queste cose che non capiva,
ma gli sembravano belle, dalla porta socchiusa vide passare un gran chiarore,
si alzò ed andò a guardare: una stella con la coda veniva giù rapidissima
dal cielo come se volesse incendiare la terra, egli gridò sgomento, ma
all’ultimo minuto la cometa si fermò sulla grotta dove lui teneva gli animali
insieme ai buoi, agli asini, al gregge ed al grande pollaio di suo fratello ricco.
La luce divenne sempre più intensa ed il vecchio alzò la testa spalancando
gli occhi e le orecchie: nella sua catapecchia stavano entrando giovinetti

Angeli

 

bellissimi, in massa, cantavano e dicevano che il Dio bambino era appena

nato e riposava nella mangiatoia proprio lì di fronte.
 

 

Il fratello povero con la pecora

La pecora nera,
a sua volta, alzò il capo a guardare gli angeli e le uscì un belato che sembrò anch’esso una dolce nota musicale.
I canti di lode divennero fragorosi ed il vecchio sentì la propria voce
mescolarsi al coro, e non tremava né era roca per l’età.
Corse, con la pecora nera, verso la grotta senza sentire più male
alle articolazioni né freddo né niente.

 

Ester la vedova, quella sera, non aveva potuto dare ai suoi tre bambini che
una fetta di pane per uno ed un po’ d’acqua presa alla fontana. Si vergognava
tanto di chiedere nuovamente una pagnotta alla moglie del fornaio.
In quanto a lei, aveva fame. Si stringeva i pugni sulla pancia nel tentativo
vano di calmare i crampi. I figli avevano piagnucolato che volevano
un poco di latte caldo, anche mezza tazza, anche un sorso. Le si era
spezzato il cuore ed aveva cantato a lungo dopo averli messi a letto,
alla fine si erano addormentati vicini. Faceva freddo e la legna
stava per esaurirsi, i pochi soldi rimasti erano finiti quella mattina.
Non poteva prendere sonno sia per la fame e sia perché non sapeva come
fare a sopravvivere dopo la morte improvvisa di suo marito.
Si avvicinò al piccolo letto nel quale avevano dormito insieme ed accarezzò,
come sempre faceva, il cuscino di lui striminzito e duro.
Di giorno in giorno spariva il sapore della vita di prima, il ricordo della
sua voce,  i baci e le carezze dell’amore coniugale, i figli, il lavoro, tanto,
troppo lavoro, ma anche tutto quell’amore.
Quali gioie segrete avevano vissuto insieme e come egli le mancava, e non
soltanto perché adesso non sapeva più come sopravvivere.
C’erano tanti mendicanti nei posti affollati, frequentati dai ricchi e dai
profeti, ci sarebbe andata anche lei a tendere la mano per i figli.
Incominciò a piangere senza riuscire a smettere. Badava a fare piano
per non svegliare i piccoli, affinché non ricominciassero a chiederle un
po’ di latte caldo.
Il fuoco, adesso, si stava spegnendo e lei aveva finito l’ultimo pezzetto
di legna. Andò a prendersi la mantellina dal gancio al quale la teneva
appesa, era troppo sottile, consumata per il lungo uso, non l’avrebbe riparata granché, sospirò e se la strinse sulle spalle, era giovane e forte, ce l’avrebbe
fatta a trovare qualche rametto lì in giro prima che venisse a nevicare.
L’aria le punse il naso ed incominciò a starnutire.
Si mise a ridere nel gelo, come a confortarsi da sola, e guardò le stelle
così nitide. Una di esse, in quel momento, sembrò precipitare dall’alto
puntando dritta verso di lei o così le parve. Ester gridò dalla paura, ma
anche per uno strano incanto, in quel chiarore si accorse che, tutt’intorno
a lei, erano sparsi tanti rami di legna, sia piccoli che grossi. Si chiese
come avesse fatto a non vederli il giorno prima e li raccolse, un occhio
alla stella ed un occhio per terra, ne ebbe presto le braccia cariche e
vide che la cometa si era fermata sulla grotta dove i due fratelli pastori,
uno povero ed uno ricco, tenevano gli animali.
Si avviò verso casa ed aggiustò il fuoco, che subito riprese a lampeggiare.
I bambini, intanto, si erano svegliati, anche perché si sentiva un canto
bellissimo, delicato e forte contemporaneamente e quella piccola stanza
presto fu piena di esseri alati, giovani e ridenti, che annunciavano la
nascita del Re, Figlio di Dio, proprio in quella grotta lì accanto,
nella mangiatoia, riscaldato dal respiro di un bue e di un asinello.
Subito i bambini incominciarono a vestirsi, ed era la prima volta che il
più piccolo lo faceva da solo, < Ma cosa gli portiamo,
non abbiamo niente>

 

Ester e i bambini

disse Ester guardandosi intorno,
< Perché non raccogli i fiori che nascono
qui avanti ? > le rispose uno degli angeli indicandole la nuda terra coperta
di neve, Ester seguì con gli occhi il suo dito e vide che c’erano parecchi gigli
alti e bianchissimi ed una pianta di rose scarlatte, tutte fiorite contemporaneamente, proprio sull’uscio di casa.

 

 

La moglie del pastore ricco aveva appena finito di litigare con suo marito
perché si sentiva trascurata e disse che lui la lasciava sempre sola in quella
casa troppo grande, egli aveva strillato a sua volta che il proprio lavoro
non era uno scherzo e la sera si ritirava stanco morto e affamato, col
desiderio di buttarsi a dormire senza nemmeno togliersi i calzari.
Aggiunse che avrebbe dovuto essere contenta di vivere in modo talmente
opulento, con una serva che veniva tutti i giorni a mettere a posto la casa, provvedere a prendere l’acqua, lavare, stendere e cucinare. Lei, piuttosto, si passasse il tempo a filare e si rendesse utile: nessuna moglie di nessun pastore
stava così bene, sbraitò, sempre con la pancia piena, guardasse quel
poveraccio di suo fratello vedovo e povero, aveva quattro figli, lui,
tutti lontani e poveri a loro volta.
< E noi, invece, non abbiamo figli > disse piano la donna, ma così piano
da non farsi sentire per non ferirlo, < e nessuno ci vuole bene
né si ricorda di noi >.
Si slanciò sul suo petto per fare la pace con le lacrime agli occhi,
mentre gli chiedeva perdono ed egli chiedeva perdono a lei, ed erano
due vecchi tremanti e pieni d’amore,
sentirono uno strano e delizioso rumore che veniva dal cielo, aprirono il
loro elegante portone di legno massiccio e videro la cometa precipitare
in un lampo di luce sulle loro teste. Gridarono entrambi di panico e di
una insolita gioia. La stella aleggiava lì davanti, sulla grotta dove lui
teneva gli animali ed ospitava anche quelle quattro bestie di suo fratello,
che altrimenti avrebbe fatto la fame.
In quel momento, al ricco, non sembrò poi di avere fatto granché per
il fratello povero, che abitava nella catapecchia più indietro.
Simultaneamente molte creature alate, giovani, bellissime e canterine,
si affollarono intorno al portone proclamando che, proprio in
quella grotta, al chiarore della cometa ed al caldo del fiato di un bue
e di un asinello, era nato il Re del cielo.
I due vecchi restarono sbalorditi, si buttarono i mantelli buoni sulle spalle, prepararono in un grande canestro latte, uova, formaggio, burro, ricotta
ed una bella pagnotta di pane fresco e si precipitarono alla grotta, dove

Il fratello ricco con la moglie

incontrarono il fratello povero, che aveva portato in un canestrino latte,
uova, formaggio, burro, ricotta ed una pagnottella di pane del giorno prima.
Lo tallonava, come sempre, la pecora nera. Nel frattempo arrivava Ester
coi suoi tre bambini , che avevano in mano i gigli e le rose, < Li ho raccolti
davanti casa > disse Ester dinanzi al loro sguardo interrogativo.
Dietro, a piccoli gruppi, venivano tutti i pastori dei dintorni. E dovunque
c’era lo splendore della stella cometa, sempre più intenso e tiepido, ed il coro
degli angeli e quel profumo di fiori.
Incominciò a nevicare, ma non faceva freddo.

Madonna con Bambino

Maria Vergine santissima  si alzò dalla comoda pietra sulla quale stava
seduta e mostrò il Bambino ai pastori aprendo la mantellina ricamata
nella quale l’aveva avvolto. Non sembrava una donna che avesse appena
partorito: serena, colorita, ridente come se niente fosse stato.
Gesù era preciso a  tutti i bambini appena nati: rosso, grinzoso ed urlante, nell’insieme bellissimo.
Tese le piccole braccia proprio verso i pastori e smise di piangere.

San Giuseppe

San Giuseppe badava ad aggiungere legna al fuoco.

Tutti i pastori si affollarono con le proprie ricottelle, il latte, le uova
ed il pane fresco oppure del giorno avanti.
La Madonna sistemò Gesù, che intanto si era addormentato, nella mangiatoia,
la pecora nera ne approfittò subito per accucciarsi lì accanto,
allungando il muso verso di Lui.
Dopo Maria vergine si rivolse ad Ester, i cui bambini le porgevano
gli splendidi fiori:
< Grazie > disse soavemente, con una nota di pietà così tenera che nessuno al mondo si sarebbe potuto offendere, < è un dono raro. I fiori sono la cosa più gratuita e bella della terra. Ma i tuoi figli non avevano voglia di latte caldo e di pane? >.
I piccoli si ricordarono di avere la pancia quasi completamente vuota e si imbronciarono come fanno i bambini.
Intanto la grotta si riempiva di ogni ben di Dio portato dai pastori.
< Per noi è troppo tutto questo cibo > disse san Giuseppe, < se i tuoi figli hanno
fame, puoi prendere quello che vuoi >.
La Madonna sembrò che si rivolgesse proprio alla moglie del fratello  ricco :
< Questa signora cerca un lavoro > disse.
< Io ho latte, burro, uova e pane a sufficienza per me e per loro > rispose
subito il fratello povero.
< Ed io avrei bisogno di una brava rammendatrice > aggiunse altrettanto rapidamente la moglie del fratello ricco, < ma saresti un’amica per me e
non una lavorante, anche se ti pagherò il giusto prezzo. Mio marito
è sempre fuori al lavoro ed io mi sento sola >.
< E voi due fratelli, perché non vivete insieme, nella stessa casa ?
Forse non avete posto? > chiese la Madonna. A nessuno parve strano
che sapesse tante cose della loro vita.
< Mi sembra una buona idea > rispose subito il fratello ricco,
ed abbracciò il povero, che  lo abbracciò a sua volta. < La nostra casa
è grande ed è vuota. I tuoi figli, invece di stare lontano, potrebbero
tornare qui e lavorare con noi >.
Erano tutti commossi.
Il canto degli angeli diventò sublime. La pecora nera, strusciando di muso
e di zampe, tanto fece che si slacciò il suo bel fiocco rosso, al quale teneva moltissimo, e lo lasciò nella mangiatoia, in dono per Lui.
A Gesù, che faceva finta di dormire, scappò da ridere.

                                                      Domenica Luise

(Se volete leggere i post degli anni precedenti, fate clic qui sotto su
“buon natale” e vi appariranno tutti dall’ultimo (questo) al primo)

Cristina Bove ha creato un video bellissimo dove legge per noi una sua poesia,
è una meraviglia, vi metto il link:

http://cristelia.splinder.com/post/23740923/per

                                                        (Schizzi a matita di Domenica Luise)

Osmosi

Cuscino con violette
 
Orchestra mormorante dove i colpi dei piatti
flagellano la pace nello scontro
tra la vita e la morte. Qui
ho cantato la vittoria
ed il lamento, solista ignota
senza coro.
 
Il freddo stringe la sua tenaglia.
 
Mi riverso a zampilli
e colori, rinasco verde, affondo
riemergo e vado in azzurro di sole
e neve e lava e sangue, sullo sfondo
le viole, quante viole, altre viole.

 

Particolare violette

 
Sì, ghirlande. E mi scappa
da ridere, ricopriti di profumi
sui capelli, la fanciulla
si muove alla danza che sognò.
 
Con liberi piedi nel soffio.
 
                                                               
Domenica Luise  (Pittura su stoffa di Domenica Luise)

Vi avverto con gioia che una mia fiaba, intitolata La poetessa Cenerentola,
è stata pubblicata sul blog di Morena Fanti, che potrete raggiungere
cliccando su questo link:


 

La figlia adottiva

La figlia adottiva

In questa foto si ammirano la gatta Cristina con Dolù, che è penetrata
da sola nel mio giardino attraversando agevolmente, date le piccole
dimensioni, la rete che ho fatto mettere intorno ai cancelli.
Miagolava disperatamente con vocina rauca, tutta sporca e affamata.
Sembrava la figlia della mia, bianca e nera pezzata anch'essa.
Cristina ha respinto per due giorni i tentativi di amicizia
della nuova arrivata, dopo ha ceduto.
Adesso dormono insieme e condividono cibo, acqua e sabbiolina
oltre che la loro comoda cassetta da frutta imbottita con due
miei vecchi pullover.
Poco fa Cristina ronfava e Dolù, sveglissima, l'assisteva.
Io dico che una figlia adottiva è amata come una figlia vera.

                                                                    Domenica Luise
                                                                    (Fotografia di Domenica Luise)

Corpo e anima (pensiero mimmiano n° 16)

Iris calla sterlizia 1

Mi sto rendendo conto ogni giorno di più come la vita intorno a noi
sia una metafora della vita dentro di noi.
E tutto è vita, anche la morte e il tormento.

                                                                      Domenica Luise

                                                                        (Fotografia di Domenica Luise)

 

Prigioniere del silenzio

I maschi si lamentano fra di loro perché le donne chiacchierano sempre, le vorrebbero anche zitte oltre che mogli o compagne, amanti, madri dei miei figli, tate a tutto servizio, perfette serve elettroaddomesticate e, naturalmente, lavoratrici che portano lo stipendio a casa.
Ho letto con attenzione e passione il libro di Carmen Lama, Prigioniere del silenzio, sono poesie talmente nude di orpelli che sembrano pensieri semplici nati spontanei nella mente femminile universale. Ve ne scelgo alcuni versi particolarmente intensi:

"…Ma non ho mai compreso
come funzioni
la freccia di Cupido.
Se solo un cuore
s'impegna a trafiggere
e l'altro anestetizza
che Amore strano crea?" (Da tormento d'amore).

…Loro vivono
la mia
libertà sognata. (Da rondini felici).

Non sono niente
per nessuno.
Mai nessuno
che m'abbia detto:
ti voglio bene
perché ci sei
perché sei come sei. (Da Mai nessuno).

Griderei forte
soltanto
per far svanire
d'un colpo
quel battito d'ali
che ti condusse a me. (Da Griderei forte)

 Invito spesso la solitudine
a farmi compagnia.
Non mi delude mai. (Da Solitudine)

Queste sono soltanto faville, vi invito a rifornirvi subito del libro finché è disponibile. Potete prenotarlo presso qualunque libreria oppure richiederlo online a questo indirizzo:
http://www.alettieditore.it/emersi/ott10/lama.htm
(In fondo alla pagina si clicca su "Ordina il libro" e si invia poi una email con i dati utili).
Nei commenti a voi la parola. Scatenatevi: ne vale la pena.