Il pastore, la pecora nera e il Natale

Era la pecora nera di un  vecchio pastore, che per lei ebbe tenerezza, la difese dalle altre pecore che l’avevano emarginata, la crebbe e la chiamò Brunella. Le mise un fiocco …

Sorgente: Il pastore, la pecora nera e il Natale

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TU

Gli occhi di una bimba così innocenti e quel suo raro riso di gioia, un’onda del  mio sangue che rimane vivo zampillante bello e pieno di speranza. Le nostre vite si sfiorano ancora e …

Sorgente: TU

TU

mimma-e-pronipotina

Gli occhi di una bimba così innocenti e
quel suo raro riso di gioia, un’onda del  mio sangue
che rimane vivo zampillante bello
e pieno di speranza. Le nostre vite
si sfiorano ancora
e ancora.

Così  al buio
corrisponde la potenza nuova
e al tremore la danza e al nulla
il tuo nome e forse il nomignolo
soltanto nostro
con cui ti chiamerei.

la-sua-risata

Perché avrei cento vezzeggiativi
fra i quali scegliere e giocare. Cuffiette
di velo color panna
ricamate, ciucci a volontà
che tu spargi, e grandi pianti
e pannolini: hai un’ugola d’oro, forse
futura soprano o soltanto monella
o quello che sei. Piccola tiranna
e bambola vivente chiacchierona.

Domenica Luise

(Nella foto tra le mie braccia la pronipotina aveva poco più di due mesi, in quella che segue potevano essere tre poco più, adesso stanno arrivando i dentini ed è una bimba arrabbiatissima)

Fmtech award – very nice blog

Ti ringrazio tanto per avermi scelta in mezzo ad altre persone interessanti, ti segnalerò al più presto i blog che preferisco, anche se forse non arriverò a dieci. Anche se sono riuscita, aiutata dalle amiche virtuali e dal mio tecnico, a organizzare e guidare i miei blog, col computer resto una capra, cosa vuol dire “usare la foto”, di quale foto si tratta? Ti manderò comunque i miei blog prediletti, valgono davvero. Un abbraccio .

Buona Pasqua 2015

Fior di pietra

Buonissima Pasqua 2015, che tutto, per voi ed anche per me, possa sempre trasformarsi in gioia, amore, amicizia, fraternità e speranza. Possiate vivere così come siete, guardate questa piantina selvatica nata in una crepa nel muro di cemento, l’ho incontrata durante una passeggiata in campagna e l’ho subito fotografata, sembra un bouquet da sposa, piccolo e rotondo. La trovo incantevole e così siamo noi, fioriamo dove troviamo una zolla. Coraggio, il nostro non è un ottimismo sciocco, a tutti i costi e contro ogni evidenza, sappiamo soltanto che la vita nasce, rinasce e vince sempre, noi vogliamo sperare malgrado tutto perché la pace renda feconde le nostre famiglie e il pianeta terra sia azzurro per davvero, no bagnato di sangue.

Domenica Luise

(Fotografia di Domenica Luise; disegno al computer di Domenica Luise)

Uovo

Poeti di oggi: Cristina Bove


Quando si legge la poesia di un autore bisogna guardarsi da alcune apparenze: per esempio una semplicità espressiva, che invece è condensazione di vita oppure dall'uso di parole poco abituali, antiquate o rare, che invece sono ansia espressiva. In entrambi i casi c'è un inganno dell'autore stesso, che mentre si confessa smuove le acque per essere soltanto intravisto senza essere posseduto.
Questa poesia di Cristina Bove si legge, si capisce e, volendo, si commenta d'un fiato, in cambio lei ha detto molto e il commentatore non ha penetrato niente.
 
La culla era un cassetto del comò
la bambola di pezza
anzi di cartapesta
aveva gli occhi disegnati blu
i capelli di stoppa
e mia sorella la ninnava a sera
 
io no
facevo finta d'esser grande
volevo solo leggere e imitare
mia nonna che faceva la frittata
e mi faceva sbattere le uova
La poca vita andava condivisa
con le amichette della stessa scala.
 
Ma c'era un'assoluta povertà.
Allora mi domando
oggi che abbiamo tanto
e questo tanto non ci basta mai
dov'è che abbiamo errato?
Visto che non è certo il capitale
a farci progredire
se viene tolto al povero e arricchisce
la curia il governante ed il banchiere.
 
Si disquisisce tanto sull'amore
Intanto che il regresso
è in atto e sta togliendo ogni valore
al clandestino come al manovale
e non permette più di rinsavire.
Ovunque
pare stia vincendo il male.
Ma forse non è vero e c'è chi ama
davanti a un forno mentre cuoce il pane.
 
A differenza della sorella, Cristina non ama giocare con le bambole. È un atto di disperazione, come quando l'innamorata pazza grida al proprio uomo: non ti amo più.
Tu non mi ami, nemmeno io ti amo più, allora me ne piglio un altro. E Cristina si prende i libri e "la frittata" della nonna, cose da grandi. Già.
Chissà se guardava di sghimbescio la sorella, che quando giungeva la sera cullava la sua bambola prendendola dal cassetto del comò. Sicuramente si chiedeva cosa ci trovasse.
Bisognava condividere il pochissimo che avevano con le amichette della stessa scala. Era consuetudine dei poveri.
Adesso i tempi sono cambiati ed è vero, abbiamo tanto, ma soltanto un di più materiale.
E qui giungiamo al punto nevralgico della poesia: Cristina soffia il suo attacco e si chiede dov'è lo sbaglio perché tanto non sono i soldi a farci progredire, li hanno tolti ai poveri e si sono arricchiti "la curia il governante ed il banchiere".
A questo punto  metterei in evidenza il titolo: Non era felicità nemmeno quella come non è felicità questa.
In realtà l'essere umano non è capace di vivere contento,manca la saggezza perché sull'amore si disquisisce sempre e non si agisce mai con fatti concreti.
Sembra che tutti insieme stiamo piombando nella voragine di un vuoto umano infinito, ma…
ecco la speranza o sogno o illusione: forse non è vero.
E l'ultima è l'immagine che tutti accarezziamo: " e c'è chi ama davanti a un forno mentre cuoce il pane".
L'uomo è tornato alla sua funzione più vera: nutrire e nutrirsi. Il profumo terreno.
 
                                                             Domenica Luise

Per ascoltare le poesie di Cristina interpretate magistralmente,
con una delicata musica sullo sfondo, fate clic su questo link:

http://neobar.wordpress.com/

 

Pensieri di una libellula

Libellula liberty

Era una libellula verdeazzurra, con le ali trasparenti, che abitava a
Rometta Superiore, nella grande fontana della piazza.
Quella pozza d’acqua era tutto il suo mondo.
Si chiamava Mimosa e, specchiandosi, notò che il suo corpo era verde come
i prati e azzurro come il cielo, affusolato ed agile: un gran bel corpo, nato
da genitori verdeazzurri come lei.
Essi, a loro volta, erano nati da genitori verdi e azzurri, ma la prima coppia
da dove era venuta fuori ?
Studiò la scienza dell’evoluzione e così seppe che, in centinaia di
migliaia di anni, le libellule erano cambiate adattandosi alle condizioni
climatiche ed alle necessità di vita, diventando sempre più agili e col volo
sicuro, ma anche così il problema sussisteva: che cosa o chi aveva dato
origine alla vita delle libellule?
Tutti si accoppiavano e procreavano, ma la prima coppia da dove era uscita?
Non poteva essersi fatta da sé. E quel qualcuno, chiunque egli fosse, doveva
essere superiore alla libellula poiché l’aveva pensata. “ Forse l’ha fatta con
l’acqua dello stagno o forse col fango dello stagno o forse con niente, sennò
l’acqua ed il fango con che cosa li avrebbe fatti?”.
Forse, all’origine, davvero quel qualcuno aveva creato dal niente, solo da
un proprio pensiero.
La libellula, capito ciò, per alcuni giorni ebbe pace.
Tuttavia non aveva risolto il problema. Guardò gli altri animali, uomini compresi,
e capì che tutti erano stati creati dal niente come le libellule. Ebbe pace per
altri giorni, dopo di che si incominciò a chiedere chi fosse quel qualcuno e
perché l’avesse fatto.
Per dispetto no perché il mondo e la vita erano molto belli.
Per allegria nemmeno perché esistevano la sofferenza e la morte per tutti
i viventi, uomini compresi.
Doveva essere stato per generosità, di più, per amore, di più: perché tutta la creazione, dopo la morte, si riunisse con lui in una vita diversa,
perfettamente felice ed eterna.
Poteva essere solo così poiché la natura che la libellula si vedeva intorno era
troppo grande, troppo varia, troppo perfetta, addirittura incomprensibile.
Studiò astronomia e trasecolò. Non si poteva immaginare una fine dell’universo. Poteva essere dentro un altro universo e l’altro universo dentro un altro universo
e così all’infinito, ma c’era un ultimo universo? E dove era contenuto?
Forse in quel qualcuno, che aveva originato tutta quella baraonda?
La libellula studiò le varie religioni e si accorse che erano troppe,
talvolta contrastanti, ma capì che tutte confluivano in Uno come fiumi che
vanno al mare.
Chiunque Egli fosse era bello poiché aveva suscitato tanta bellezza.
La sofferenza e la morte non potevano appartenergli, di sicuro c’era
stato un peccato della creazione all’inizio. Una ribellione, a cui porre riparo
con una condizione di vita piena di fastidi : il marito nervoso, la suocera
lagnosa, i figli frignanti, il lavoro sempre uguale col capufficio più nervoso
del marito, più lamentoso della suocera e che a momenti frignava peggio
del figlio neonato. Per non parlare delle faccende domestiche, dei soldi
che non bastavano mai, dell’influenza e di tutte le malattie, degli uragani,
cicloni, terremoti ed onde anomale. La libellula Mimosa si accorse che,
nella creazione, nessuno poteva evitare il dolore e la morte, nemmeno gli
uomini, che ne avevano inventato tante. Doveva essere stata una colpa
gravissima, che tutti avrebbero commesso se fossero esistiti a quel tempo,
quindi tutti ne erano come contagiati diventando creature miserevoli.
Bisognava chiedere perdono di quella colpa, origine di tutti i mali:
arrabbiature, politica corrotta, guerre, imbrogli, delitti e terrorismo.
Così la libellula giunse le zampe e pregò. Riconobbe l'Uno e sentì di amarlo
come un figlio ama il padre. E l’Essere supremo si chinò sorridendo sulla
piccola libellula, la prese sul dito e le diede il suo bacio.
La libellula fu molto felice, tanto che si sentì scoppiare il cuore, ed incominciò
a predicare ai pesci rossi che stavano nell’acqua della fontana, diceva:
< Ma voi sapete chi vi ha dato la vita? E’ stato l’Amore >.

                                                                                   Domenica Luise
(Fotografia di Cristina Bove, la spilla liberty è stato un suo regalo per me
quando sono andata a trovarla nell'estate del 2010 insieme a mia sorella Iole:
è d'argento dorato, gli occhietti sono due rubini e il corpo una pietra dura
o un altro rubino di colore più chiaro, è un oggetto antico e prezioso,
ma per me sarebbe un tesoro anche se fosse di latta).

Sul Giardino dei poeti sono state pubblicate alcune belle poesie
di Flavia Isetta presentate da me, valgono davvero la pena,
vi metto il link:

http://giardinodeipoeti.splinder.com/post/25703713#comment

Poeti di oggi: Vincenzo Mastropirro


Vincenzo Mastropirro, flautista e compositore, ci presenta tre poesie in dialetto pugliese. È ovvio che il testo in dialetto è diverso da quello in italiano e mantiene la parlata popolare e la semplicità dei concetti. Una poesia in dialetto non scivolerà mai verso toni ermetici, non è nella sua natura, ma questo non significa affatto che sia inferiore. È semplicemente una questione di diversità ed ogni diversità è bellezza, poi ci sono sicuramente varie dimensioni di valore, dovuto alla mente che crea, a come ama, soffre, gioisce e si dà nella parola.
Quelli che mi conoscono per una giocherellona stupiranno per la scelta che adesso farò tra le poesie di Vincenzo: vi voglio proporre la seconda, in pratica il poeta assiste, in realtà o più probabilmente nella sua immaginazione, ad un'autopsia, guardate come amorosamente e con struggimento ne parla:
 
so viste accide le muerte
(ho visto uccidere i morti)
 
u bisture taghje e còpe (il bisturi taglia e sceglie)
nan si tiue ca te si capòte la vèite (non sei tu che
                                             hai scelto la vita)
nesciune te velaje e si veniute (nessuno
                                      ti voleva e sei venuto)
 
mo stè 'dda ca dè (ora sei lì che offri)
'nanze au camese bianche dè (davanti al camice bianco offri)
 
la camere è vacande (la stanza è vuota)
tutt'atturne nudde (tutt'intorno niente)
nesciune e nudde sì (nessuno e niente sei)
nesciune sì (nessuno sei)
 
sènza naume sì (senza nome sei)
sènza vèite (senza vita)
 
t'ònne sfréggiòtte cu tagghje (ti hanno sfregiato col taglio)
 
sènza facce sìenze (senza faccia senza)
sènza sanghe (senza sangue)
sènza recurde (senza ricordi)
sènza vausce (senza voce)
sènza nudde (senza niente)
 
Nudde, meninne mèi (niente, bambino mio)
 
C'è una fluida naturalezza di sentimento perfettamente espresso: è un pensiero come potrebbe venire al contadino dalle mani grandi che piegato accanto a me, piange la morte di suo figlio.  Ed infatti, quando amiamo davvero, chi sopravvive piange sempre un figlio, fosse pure il nonno novantenne  perché non è questione di età.
E quel camice bianco che non esita a uccidere un morto sfregiandone l'ultimo aspetto, non lo fa per crudeltà, ma perché deve, e la sua predominanza e libertà sono assolutamente momentanee: presto toccherà a lui, come a tutti, di essere sdraiato freddo senza faccia né sangue e ricordi o voce, senza niente, nudo, allora egli sarà il bambino di chi resta ancora per un po'.
 
                                                                  Domenica Luise

Per ammirare le poesie di Vincenzo Mastropirro interpretate stupendamente e con
la musica in sottofondo, fate clic sul link:

http://neobar.wordpress.com/

 

Nascita

 
Nascita

 
Dov'è la poesia in nuce in gestazione
in esplosione d'artificio e poi
e poi sempre così aggirandosi
un passo avanti e uno indietro, ma
una volta c'erano gli inchini
ammiccamenti, teste piegate
perfino galateo netiquette e robe strane.
 
La poesia ride, gioca a campana
si nasconde, sale sul palcoscenico
si moltiplica sempre diversa
e piange a calde lacrime per gioia dolore
amore vita morte e usignoli.
 
Trasforma il grido in canto, è il suo potere.
 

                                                                      Domenica Luise

                                                                         (File di Domenica Luise)

Poesiola a Gesù

Poesiola a Gesù

        

In un vecchio quaderno d'altri tempi, foderina nera, orli delle pagine rossi…
allora erano tutti così, ho trovato le mie prime poesie di quand'ero bambina,
ne scelgo una che mi intenerisce: da adulta l'ho intitolata "Poesiola a Gesù",
ma allora, per me, era grande poesia. Ho iniziato a cinque anni, più o meno,
forse meno. In basso ci sono degli scarabocchi: Gesù coi riccioli mossi, che mi piacevano tanto, e due baffi tipo moschettiere del re, la ragazza accanto
forse ero io, in quell'epoca mi esercitavo a disegnare i capelli con le onde,
gli altri segni sono tentativi non riusciti, i disegni non mi sembrarono adeguati
e non li considerai più di tanto, ma mi piaceva tanto la "poesia".
Così ho pensato di scannerizzare la pagina e farvela vedere con
spiegazzature e tutto, sono sempre stata pasticciona.
Come vedete era l'ottava opera d'arte.

                                                   Domenica Luise

PS: Erano appena uscite le penne a sfera, io ne possedevo una e ne ero orgogliosissima.

Avviso urgente: Sul Giardino dei poeti Domenica Luise (detta Mimma) ha
osato presentare stupende poesie di
Nunzia Binetti, fate clic su questo link:
http://giardinodeipoeti.splinder.com/