Poeti di oggi: Vincenzo Mastropirro


Vincenzo Mastropirro, flautista e compositore, ci presenta tre poesie in dialetto pugliese. È ovvio che il testo in dialetto è diverso da quello in italiano e mantiene la parlata popolare e la semplicità dei concetti. Una poesia in dialetto non scivolerà mai verso toni ermetici, non è nella sua natura, ma questo non significa affatto che sia inferiore. È semplicemente una questione di diversità ed ogni diversità è bellezza, poi ci sono sicuramente varie dimensioni di valore, dovuto alla mente che crea, a come ama, soffre, gioisce e si dà nella parola.
Quelli che mi conoscono per una giocherellona stupiranno per la scelta che adesso farò tra le poesie di Vincenzo: vi voglio proporre la seconda, in pratica il poeta assiste, in realtà o più probabilmente nella sua immaginazione, ad un'autopsia, guardate come amorosamente e con struggimento ne parla:
 
so viste accide le muerte
(ho visto uccidere i morti)
 
u bisture taghje e còpe (il bisturi taglia e sceglie)
nan si tiue ca te si capòte la vèite (non sei tu che
                                             hai scelto la vita)
nesciune te velaje e si veniute (nessuno
                                      ti voleva e sei venuto)
 
mo stè 'dda ca dè (ora sei lì che offri)
'nanze au camese bianche dè (davanti al camice bianco offri)
 
la camere è vacande (la stanza è vuota)
tutt'atturne nudde (tutt'intorno niente)
nesciune e nudde sì (nessuno e niente sei)
nesciune sì (nessuno sei)
 
sènza naume sì (senza nome sei)
sènza vèite (senza vita)
 
t'ònne sfréggiòtte cu tagghje (ti hanno sfregiato col taglio)
 
sènza facce sìenze (senza faccia senza)
sènza sanghe (senza sangue)
sènza recurde (senza ricordi)
sènza vausce (senza voce)
sènza nudde (senza niente)
 
Nudde, meninne mèi (niente, bambino mio)
 
C'è una fluida naturalezza di sentimento perfettamente espresso: è un pensiero come potrebbe venire al contadino dalle mani grandi che piegato accanto a me, piange la morte di suo figlio.  Ed infatti, quando amiamo davvero, chi sopravvive piange sempre un figlio, fosse pure il nonno novantenne  perché non è questione di età.
E quel camice bianco che non esita a uccidere un morto sfregiandone l'ultimo aspetto, non lo fa per crudeltà, ma perché deve, e la sua predominanza e libertà sono assolutamente momentanee: presto toccherà a lui, come a tutti, di essere sdraiato freddo senza faccia né sangue e ricordi o voce, senza niente, nudo, allora egli sarà il bambino di chi resta ancora per un po'.
 
                                                                  Domenica Luise

Per ammirare le poesie di Vincenzo Mastropirro interpretate stupendamente e con
la musica in sottofondo, fate clic sul link:

http://neobar.wordpress.com/

 

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20 thoughts on “Poeti di oggi: Vincenzo Mastropirro

  1. Stupenda ! Quando la vita si spegne su questa terra, diventiamo il nulla e viene  da chiederci quanto prezioso sia  quell'alito d'anima, il respiro, la vita che  abbiamo a  disposizione in questo tempo…
    Grazie Mimma e complimenti all'autore !

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  2. Avrei voluto che il senso andasse di pari passo con il suono originale, m'investissero contemporaneamente, ma anche nella traduzione, c'è una stretta alla lettura dei versi, drammatici e vividi.

    Grazie per la lettura e la visione allargata Mimma, significativa, e naturalmente i complimenti Vincenzo.

    Doris

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  3. Mimma con la sua capacità di immersione nella poesia altrui… sempre così attenta. Questa poesia l'avevo già letta, e anche ascoltata, ovviamente.
    anche più volte.
    ma ora attraverso le tue parole la capisco meglio, ne apprendo lati che non avevo afferrato.
    Grazie a te e grazie a Vincenzo.
    ciao
    cri

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  4. Carissima Mimma ti ringrazio per la bella lettura che hai dato alla poesia.
    Quando mi prende un'immagine forte che gira nella testa, cerco di tradurla in poesia col mio dialetto che è la mia lingua. La lingua che avvolge i miei pensieri specie nell'espressione più forte, più viscerale, più profonda.
    grazie e abbraccio a tutti

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  5. Paolam talora penso a quanto breve tratto siamo tra l'eternità che ci precede e quella che ci segue. Leopardi scriveva: "E il naufragar m'è dolce in questo mare".
    Mirella, sono così contenta di averti incontrata.
    Doris, non è un dialetto difficile, basta seguire la traduzione accanto, dopo si può rileggere direttamente in dialetto e allora c'è tutto il suono, tranne la cadenza.
    Questa poesia mi ha profondamente commossa.
    Cristina, e chissà quanti altri lati ci sono qui dentro, come in ogni poesia, è questa la ricchezza: una lettura a strati, dall'interno all'esterno e viceversa, dall'oscurità alla luce e viceversa, dalla morte alla vita senza viceversa, la poesia non resta mai nella morte, guizza sempre. Voglio dire, se si tratta di poesia perché le epigrafi stanno ai cimiteri: qui giace…
    Nella poesia, invece, non giace nessuno, nemmeno i morti, e tutti ballano. Anche i preti come don Tonino.
    È vero, Vincenzo: il nostro dialetto è una lingua, anche una deliziosa lallazione di bimbi semplici ancora caldi per il petto della mamma.
    Un abbraccio a tutti e tanta gioia.

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  6. Ti lascio una poesia siciliana scritta da un giovane: Alessandro Montalto.

    Al mai conosciuto

         Dal conciliante giaciglio,
    il tuo tacito sopore fu profanato,
    padre mio (1).

         Le tue disadorne ossa,
    le tue spoglie desolate,
    ammiccarono alle nuvole.

         E il chiavistello di un novizio reliquiario,
    lestamente e senza ostensorio,
    eclissò il mio vagito
    ai baratri del tuo teschio(2).

       Le tue falangette
    vezzeggiarono la mia aureola
    di quand'ero ancora cometa
    e pizzicottarono le gote giubilanti
    allo sfatare di una birbonata.

         Quel tuo cranio dissotterrò il risolino
    che foggiasti al mio altalenare
    da pargolo, appena,
    alle prime sgambettate(3).

    (1) La poesia nasce da un racconto del padre che ha assistito ai lavori di trasferimento delle spoglie mortali del nonno del poeta.
    (2) Dopo decenni, la luce colpisce quelle spoglie e una nuova urna le imprigiona ancora. Nel socchiudersi dell'urna è come se gli occhi, immaginati sul teschio di quel padre senza vita, non distinguano più bene il pianto del figlio.
    (3) Nelle falangette si scorgono quelle dita che accarezzarono la testa e diedero un pizzicotto alle gote, quando fu scoperta una monelleria. Dal cranio,si dissotterra il ricordo del sorriso rivolto al figlio, quando con i primi suoi passi barcollanti lo faceva gioire teneramente. Qui sembra riesumarsi la figura di Amleto, mentre dialoga con il teshio di Igor, il buffone del Re, tenuto stretto nella mano.  

    Cordialità. Edo

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  7.  Al di là dei meriti qui sottolineati sull’uso del dialetto nella poesia di Vincenzo, di cui ricordo anche la componente ironica e surreale di altri testi, questi versi hanno un valore affettivo. La “lingua” che Vincenzo rende viva è quella della gente di Ruvo, che ha avuto don Tonino come vescovo. Ci restituisce quindi uno spaccato di vita di don Tonino, soprattutto nella poesia che Vincenzo dedica alla madre, in cui fa riferimento a don Tonino, chiamandolo u Vescheve ‘bbune. Grazie a Vincenzo e  a Mimma che non si ferma neanche di fronte al dialetto e continua a farci dono di riflessioni  profonde e puntuali.
    Abele

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  8. IL DOLORE
    è universalità.Sua Terra il cuore dove pascola sbattendo il vento e lì si ferma.
    A questo sentire in versi e in lungua d'origine non può che far seguito solo il SILENZIO custodito nel cuore mentre la testa RINGRAZIANDO si abbassa.
    Mi complimento invece,sinceramente con TE,Mimma,per la tua sensibilità, per la tua capacità di recensire con competenza alla quale si aggiunge il "dettaglio" dell'attenzione profonda.Mirka

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  9. Mimma la tua interpretazione entra nell'animo del poeta e porta su di un vassoio le sue emozioni. La poesia è bellissima e nonostante sia un dialetto della mia terra molte parole non le avrei comprese se non ci fosse stata accanto la traduzione, questo perchè ogni luogo ha il suo dialetto. Scrivere in dialetto è difficile, ancora di più coniugarlo in poesia.

    Complimenti all'autore che non conoscevo e complimenti a te per la perfetta presentazione.

    un caro abbraccio
    annamaria*

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  10. Non guardo mai agli stili o alle scuole ( a volte nemmeno al nome dell'autore ) quando leggo le poesie. Una poesia mi piace o non mi piace, mi commuove o non mi commuove, la ricorderò o la dimenticherò in breve tempo. Questo testo, per la sua forza, per l'argomento e il tema, per l'umanità che trasuda e il dolore me la ricorderò.
    Grazie Mimma di avermi dato l'opportunità di leggerla.

    franca

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  11. Buonasera, cari. Edo, la poesia di Alessandro Montalto  al "Mai conosciuto" dagli altri, ma ben noto a lui come nipote, è bellissima, viva, batte e trasuda un amore irresistibile (Leggete qui sopra il commento numero 7 ). Le tue spiegazioni sono molto opportune. È straziante quando si fanno queste riesumazioni, poveri noi e coraggio, cerchiamo di trovare conforto gli uni negli altri, sottoposti come siamo al destino comune e ineluttabile.
    Difatti, Abele, ero incerta tra questa poesia e quella dedicata alla madre,ma qui mi ha presa tanto quel gemito finale.
    La poesia in dialetto sembra facile, ma quale poesia, quand'è ben fatta, non sembra fluire da sola?
    Mirka, il dolore è il minimo comune multiplo dell'umanità. Possiamo lottare, distrarci, difenderci, tutte cose giuste, ma lui sempre ci raggiunge in qualche modo.
    Grazia, è vero, questa poesia è cuore vivo e quello che è così profondamente sentito crea sempre corrispondenza.
    annamaria, esprimersi in dialetto esige una sterminata purezza interiore…gli innocenti l'apprezzano.
    Sì, Francuzza, hai ragione, ed è proprio per la sua estrema nudità espressiva che arriva come una stilettata.
    Vi ringrazio per ogni vostra parola.

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  12. una lettura bellissima di una poesia che lo è altrettanto: bella e dolente. la voce che solleva il brivido-

    un saluto a tutti
    di buona buona domenica!

    margherita

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