Gli occhi dell’amore

 

Nella vita cose facili e belle non ne esistono: belle, ma dure oppure facili, ma sciocche.
Io sono una croce incarnata.
Quarta elementare. La maestra indossava un grembiule celeste col mazzetto di rose dipinto sul taschino da lei stessa oppure un grembiule verde con le margherite. Teneva i capelli sciolti sulle spalle, la bocca e le unghie di un meraviglioso rosa naturale e quando mi avvicinavo profumava di borotalco proprio come la mia sorellina piccola. Non mi piaceva la maestra obesa della classe accanto, con la bocca e le unghie dipinte di rosso scuro e un odore di fiori bolliti che mi arrivava se non riuscivo a starle abbastanza lontana, una volta la chiamai “scimmia” e mi parve che lei avesse sentito perché ebbe un sobbalzo, sì, aveva pure i peli neri sulle gambe.
In verità, tuttavia, ero l’ultima che potesse criticare gli altri, che stavano comunque messi tutti sempre meglio di me.
La maestra ci faceva cantare e disegnare ed era allegrissima. Io, allora, portavo le vestine che mi faceva la mamma, con lo sprone davanti e sulla schiena, da cui partiva la gonna tutta arricciata e così non si vedeva la gobba. I problemi incominciarono quando le mie compagne presero a strizzarsi la vita per esibire il primo accenno di petto e di fianchi.
Non capivano perché io non volessi.
La gobba era irregolare e scendeva dal centro fino a sinistra, quasi sul fianco. Era dura al tatto. La odiavo. Molte volte la maestra mi liberò dalle compagne, che facevano crocchio intorno a me:
<Guarda, ti presto io la cintura>.
<Forse non hai i soldi per comprarti i jeans?>.
<Tua mamma non vuole?>.
La maestra doveva saperlo, se n’era sicuramente accorta, i grandi sono furbi. Nell’aula odorosa di gesso, col mazzetto di fiori sempre fresco sulla cattedra e i poster di animali, fiori e bambini gioiosamente appesi alle pareti accanto alle carte dell’Europa fisica e politica, restavo serrata nel mio angolo con la gobba dalla parte del muro perché nessuno la vedesse o la toccasse.
Ero la figlia dello spazzino, lavoro onesto, stipendio onesto. Anche questo nascondevo, “operatore ecologico”, così si chiamava mio padre, aveva detto la maestra: <È una persona che si occupa della pulizia dell’ambiente in cui viviamo>.
Ero rimasta molto impressionata che il mio papà fosse così importante. Invece lui tornava sempre dal lavoro con gli occhi rassegnati, <Come mi pento di non avere mai avuto voglia di studiare> diceva certe volte alla mamma. Sperava tanto in un posto di autista giardiniere presso certi signoroni, <Avremmo una casetta tutta per noi poco distante dalla villa, tu faresti le pulizie. È un posto pieno di sole. Se mi pigliano> sentii che diceva, anche lei era tutta rianimata. Non lo presero. <C’è sempre un filo di capello che fa ritorcere le cose contro di noi> sussurrò la mamma.
Fu il giorno dopo che in classe Milena, la mia compagna di banco (aveva un collo lunghissimo, un grembiule di raso decrepito, retaggio di sua sorella, e un vitino da vespa), mi mise improvvisamente una mano proprio sulla gobba e disse: <Cos’hai lì?>.
Stavamo facendo ricreazione e mangiavo un dolcetto al cioccolato che mi piaceva tanto. Da allora in poi non provai più la cioccolata.
Mi strinsi al muro, ma fu inutile.
<Perché non ce l’hai mai detto?>.
<Siamo le tue compagne>.
<Ti vogliamo bene>
I maschi, invece, o mi guardavano a bocca aperta e occhi sbarrati oppure ridevano.
<Non è vero, non è vero!> urlavo io e piangevo cercando, in qualche modo, di
difendermi dalle loro mani.
<Tocca la gobba, tocca la gobba> disse Pippo a Mario.
<Tocca la gobba, porta fortuna> rispose Mario.
Vomitai lì, la maestra rientrò in quel momento dalla direzione e, nel silenzio improvviso, spiegò:
<La vostra compagna non ha nulla di grave. Deve essere solo operata e dopo sarà come voi>.
Allora piansi di più per la paura dell’operazione, ma non era il caso di disperarmi, difatti non se ne poté fare.
Sarebbe stato facile continuare a mascherare la gobba, bastava una casacca sopra i jeans. Preferii, invece, camminare per le strade e che tutti la vedessero e lo sapessero subito.
Ogni tanto qualcuno mi additava:
<Guarda quella bella ragazza con la gobba, poverina>.
Presi la terza media e non volli più andare a scuola, la mia testa doveva essere simile a quella del papà, negata per lo studio. Però mi era sempre piaciuto creare piccoli oggetti con la creta ogni volta che la maestra ci portava in laboratorio, pensai che forse potevo fare bomboniere per matrimoni. Nel paese vicino al mio c’era una fabbrica di mattoni, non mi fecero pagare niente per darmi la creta già lavorata dei mattoni che si erano spezzati. Quando, poi, mi ripresentai perché mi mettessero in forno gli oggettini, in compenso chiesero che gliene regalassi uno e mi fecero molte lodi. C’era un ragazzo che mi diceva sempre: <Ci penso io, signorina>. e mi guardava come se la gobba non ci fosse. Poi il ragazzo prese a portarmi fino a casa le bomboniere già cotte. Mi disse di telefonargli, quando avevo oggetti da mettere in forno, perché sarebbe venuto a prendermi lui con la macchina. E mi insegnò a guidare, tutti i giorni, per il  pranzo, aveva un’ora libera, arrivava sempre in anticipo di qualche minuto, ancora masticando l’ultimo morso di panino, presi a portargli i biscotti al limone fatti da me e il thermos col caffè caldo buono, ci fermavamo a fare inversioni di marcia su e giù in una viuzza poco frequentata, ero abbastanza negata per la guida, ma egli aveva tanta pazienza. Intorno c’era, a dritta e a manca, un muro grigio di pietre irregolari da cui sporgevano non so che cespugli verdi cupo e molte piante di fichidindia,  sopra il cielo, tutto questo mi pareva un sogno: che un ragazzo così bello perdesse il tempo con me. Infine mi trovò lavoro e feci le bomboniere alla mia prima coppia di sposi. Ero davvero lontana dal pensare che potesse anch’egli volermi bene, non avevo alcuna illusione, mi accontentavo di amarlo io, già perfettamente appagata e stupita che ancora non si fosse liberato di me.

  Invece adesso, nel letto e tra i pizzi candidi della mia camicia da notte, prima guardo dormire lui, poi giro lo sguardo sulla fede nuziale che ieri mattina mi ha messo al dito, infine gli piglio la mano sinistra e accarezzo la fede che ieri mattina gli ho messo al dito io, e mai me l’aspettavo che uno al mondo potesse guardare me  e non la mia gobba.

Domenica Luise

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21 thoughts on “Gli occhi dell’amore

  1. Una bella storia, Mimma, uno sguardo affettuoso e comprensivo verso chi, agli occhi di tanti appare “diverso”. Quante persone non si accettano perché si osservano con gli occhi degli altri, quanti danni, insicurezze e poca stima di sé per via della superficialità altrui.
    Bello aver pensato di costruire un racconto partendo proprio da questi problemi.
    Ciao. Buon inizio di settimana.
    Piera

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    • Grazie, Piera, per queste parole. Le tue considerazioni sono eccellenti: al di sotto delle nostre limitazioni umane, che tutti abbiamo, e dei difetti, che tendiamo così bene a vedere negli altri e non in noi stessi, dobbiamo valutare le nostre ricchezze senza false umiltà. Gli altri, talvolta, ci guardano con occhi d’invidia e cercano di smantellare le certezze che abbiamo, altre volte con occhi d’amore fino a non distinguere più le nostre gobbe, più spesso distrattamente: è pericoloso vivere cercando stima e approvazione altrui, è in noi stessi la forza. Allora la gobba, come in questo caso, rimane carnalmente, ma cos’è la carne in confronto all’anima e all’amore?

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  2. a volte, invece, è una gobba immaginaria ad allontanare dagli altri…
    la scarsa autostima, ad esempio, in chi vede bruttezza nei suoi tratti, in chi si deprime e tende a a nascondersi benché il suo aspetto sia molto gradevole, e mai si accontenta d’essere come è.
    per fortuna c’è odore di speranza nelle tue favole.
    ciao

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    • Tu hai detto bene, cara Cristina: è una favola anche questa, per quanto apparentemente realistica, ma volevo dire che non è mai tutto perduto e l’amore c’è anche se certe volte è così ben nascosto da non vedersi né sentirsi. Sì, la speranza: senza speranza non potremmo cercare, provare, ingollare delusioni e ricominciare a cercare. E cerchiamo tutti un po’ di amore autentico, quando lo troviamo bisogna difenderlo, io difenderò sempre i miei amori, gli amici che ho e che non chiamo amici per modo di dire, difenderò anche ciò che di me è la vita e lascio nei miei blog, la scrittura, la pittura e quel canto forse strano, ma che mi dà gioia. Ed è anche vero che molte gobbe sono immaginarie e che quando in una creatura c’è luce e vitalità non è una gobba o un difetto, anche autentici, a fermare l’amore.

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  3. difficile che riesca a leggere così attentamente e gustarmelo un racconto, mi distraggo e voglio arrivare presto in fondo, la tua scrittura invece è appagante e stimolante, e quel sottofondo di malinconie come sempre dà la vita è però compensato dal coraggio di chi impara a fronteggiarla accorgendosi che questo mondo in fondo è solo uno spauracchio con la barba finta, se provi a tirarla ti rimane fra le dita
    tante cose belle per te e per i tuoi pensieri

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    • Alessandra cara, vogliamo scommettere che nel prossimo racconto, intitolato Il ventaglio, io farò finta di essere una monaca di clausura? In quello intitolato La prima notte di nozze, che ho messo da poco, ero un marito frustrato e innamorato. È vero, sono sempre io anche se non sono un maschio e non ho la gobba, ma molti miei fratelli del mondo sono maschi e alcuni hanno la gobba, quindi io sono loro ed essi sono me nella storia universale di cui tutti facciamo parte. Gocce accomunate dalla vita e dalla morte, e le gocce si fondono. Io sento amore, compassione, tenerezza e compiacimento per i dolori e le gioie degli altri, forse è per questo che posso scriverne. Il tuo commento mi commuove, grazie. Sapessi quanto vorrei che i miei amici fossero sempre felici e contenti, come nelle favole che scrivo, forse non posso darvi tanto, ma sappiate che vi voglio bene ed è bello.

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  4. Bellissime storie di vita,di metafore com’è ogni viaggio che comincia,il miracolo che opera sempre l’amore quando si impone per forza vincente. Bravissima! Bianca 2007

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    • L’amore esiste e, prima o poi, si presenta ai buoni e si fa riconoscere: un fidanzato, un’amica, l’elettricista onesto, un perdono regalato: cogliamo subito tutte le speranze anche piccole. Talvolta la vita è una sorpresa.

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  5. Bello immergersi nelle tue storie è come entrare nelle vite altrui e guardarle attraverso lo specchio della tua narrazione garbata e ironica. Quanta gente imperfetta vive nella sofferenza della propria menomazione ed invece è l’anima della persona la parte più importante. Bellissimo anche il finale, cara Mimma.
    un abbraccio
    annamaria

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    • Nelle mie storie mi piace, alla fine, addensare tutta la tensione in poche parole. Certe volte a lieto fine, come suol dirsi e com’è avvenuto qui, oltre ogni aspettativa, perché anche questo avviene: quando l’anima è ricca non c’è menomazione fisica che tenga. E appena amiamo non distinguiamo più nessuna gobba.

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  6. bella la storia e l’umanità dei personaggi (ma non è una novità: la sensibilità che ti contraddistingue è un bisturi capace di dissezionare anche “un filo di un capello”). il finale però m’è parso davvero troppo romanzato. ecco, non sarebbe stato più realistico che il marito, in preda ad una crisi di gelosia, mettesse la protagonista gobbuta nella fornace dei mattoni per rassicurarsi che fosse cotta di lui?
    : )

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    • Ah, ah, ah, non scrivo sceneggiature horror…ma ti ringrazio per il commento e per avermi fatta ridere, già vedere la smorfia del tuo avatar mi fa pensare: “guarda, è venuto quel monello”, e mi predispongo a divertirmi un po’.

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    • Questo, nel corso della vita, mi è capitato parecchie volte, specialmente in ciò che più desideravo o credevo di avere ottenuto. E non trovo per niente simpatico quel proverbio: mal comune mezzo gaudio. Così penso a tutte le altre cose belle che ho e mi conforto, è anche troppo. Grazie, Carmen, per essere passata da qui e un grande abbraccio. Voglio anche ringraziare gli amici che mi hanno lasciato un “mi piace”, siete tutti importanti per me. Ciao.

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  7. che bella questa storia Mimma, un lieto fine quasi inaspettato, dolcissima
    la sensazione che se ne trae.
    Sarebbe da raccontare ai bambini invece di quella classica di ” Biancaneve
    ” sicuramente è molto più istruttiva e dà un messaggio profondo su quello che è il sentimento verso gli altri, su quello che è il rispetto della diversità
    Grande Mimmaa !!

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