Il prediletto

Lo chiamavano Chicco anche se aveva compiuto vent’anni, il padre poliziotto era morto in una sparatoria colpito da una pallottola scappata a uno dei rapinatori in fuga prima che egli nascesse. Crebbe accudito dalla mamma derelitta e dalle due sorelle maggiori ancora ragazzine.
Fu un bambino obeso, un adolescente foruncoloso e ancora obeso, sempre col mal di testa e bisognoso di riposo, un giovanotto a caccia di donne, che di lui non volevano saperne sia per l’aspetto fisico sia per il carattere tendente alla lagna perpetua.
“Ma dove trovo un lavoro? C’è crisi, c’è crisi”.
Intanto si era letteralmente comprato il diploma di ragioniere, anzi glielo avevano comprato la mamma sempre derelitta con la pensione e le due sorelle coi proventi di servette in nero presso le famiglie facoltose dei due medici paesani. In realtà Chicco sapeva contare a fatica con l’aiuto della calcolatrice, stava sempre sdraiato sul letto coi fumetti in mano e la musica nelle orecchie, faceva collezione di lattine di birra e di Barbie agghindate ognuna con abiti diversi. Aveva anche provato a frequentare un corso di yoga abbandonandolo  dopo una settimana, a suonare la chitarra desistendo dopo tre giorni e a giocare a tennis rinunciando dopo mezz’ora malgrado l’istruttrice fosse una bionda snella soda con le gambe nude.
Così gli venne la depressione psicofisiologica e passava il tempo sgranocchiando pacchetti di patatine fritte negli intervalli fra un pasto e l’altro.
La mamma sempre più derelitta e le due sorelle con le mani ingrossate dai lavori domestici propri ed altrui, tennero riunione segretissima strizzandosi nel bagno-sgabuzzino dove entravano a stento pur essendo belle magre tutte e tre. Chicco, invece, aveva il bagno buono collegato alla propria stanza, che era l’ex salone, le tre donne dormivano insieme nel letto matrimoniale e ci stavano pure larghe.
<Chicco è triste> disse la mamma, <ha bisogno di un lavoro adatto a lui>.
<Ma ha sempre mal di testa e la pressione bassa> fece la sorella n° 1.
<Forse possiamo fargli avere la pensione di invalidità> rispose la sorella n° 2, <oppure potrebbe occuparsi dei figli della mia signora, ha due maschietti piccoli, gemelli, l’anno prossimo vanno in prima elementare e cerca un maestro privato>, aggiunse con la fronte aggrottata per lo sforzo di pensare.
Così Chicco divenne maestro privato per un giorno e i due bambini, che già sapevano leggere, scrivere e ballare sui piedi altrui, lo decorarono coi pennarelli e lo fecero urlare come un tenore nell’acuto straziante prima del decesso.
Nemmeno l’insegnamento faceva per lui, restava la pensione di invalidità, ma dissero che era grasso, sì, non particolarmente obeso, le analisi erano buone, doveva solo mangiare di meno per dimagrire quei venti o venticinque chili di troppo. E perfino il medico, datore di lavoro in nero alla sorella n° 2, si strinse nelle spalle con grande atteggiamento di dolore affermando che “stando così le cose, non poteva fare nulla nemmeno lui”.
La mamma derelitta, allora, si presentò presso il suo studio, aspettò per un’ora e mezza il proprio turno di visita e, quando entrò, in lacrime vere e mani quasi giunte, gli chiese se non conoscesse un politico, un portaborse, un galoppino qualsiasi che potesse aiutare quel figlio sfortunato, così bravo, buono, preparato e diplomato. No, il computer non sapeva usarlo, era negato. No, le pulizie non erano cosa per lui. I conti…sì, era ragioniere, poteva forse assumerlo nello studio?
Il medico rispose che era già fornito né sarebbe stato giusto licenziare senza motivo un padre di famiglia.
E non conosceva qualcun altro?
No, erano tutti riforniti.
Ne parlava come se gli impiegati fossero derrate alimentari e in quel preciso momento decise di mandare via la servetta in nero, sorella imprudente per quanto grande lavoratrice fidata.
Stessa identica scena presso l’altro medico, mamma derelitta, lacrime ancora più disperate, mani ancora più serrate, medico più irrigidito oltre che sbalordito da tanta faccia tosta.
Le due sorelle furono liquidate con tante lodi e la scusa della crisi economica. Restarono tutti e tre con la pensioncina di mamma, infine le ragazze riuscirono a trovare un altro lavoro sempre in nero, ognuna presso una vecchia bisognosa di assistenza, ma faticavano il doppio guadagnando la metà.
In quanto al figlio e fratello prediletto continuò a riposarsi, collezionare lattine di birra e spogliare e rivestire Barbie in attesa che una brava ragazza stipendiata apprezzasse tutti i suoi meriti, lo sposasse, se ne prendesse cura e lo rendesse padre felice di nuovi prediletti.

Domenica Luise

 

15 pensieri su “Il prediletto

  1. chi è causa del suo mal pianga se stesso , questo vale per tutti i protagonisti di questo racconto a dir poco angosciante, ma penso che a continuare a fregarsene, in fondo, sarà sempre e solo Chicco.
    Ottimo, veramente ottimo, cara

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  2. Brrr…che vita da inetto! E di queste vite ce ne sono davvero in giro, maschietti di casa viziati dalle donnette serve della nullità.
    Un racconto che si legge d’un fiato e che fa venir voglia di dare scappellotti a destra e a manca.
    Brava, Mimma. Sai descrivere certe realtà come pochi.
    marirò

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  3. Il troppo malinteso amore di un gineceo davvero “castrante”! E il nostro inetto, forse neppure troppo dispiaciuto, attende come la bella addormentata. Forse una provvidenziale “sberla” lo sveglierà?!
    Racconto brioso e arguto che si legge con sorridente gusto. Brava!
    Un bacio
    Flavia

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    • Ho avuto un allievo letteralmente rovinato da un ambiente domestico femminile come questo, i compagni, a scuola, lo chiamavano Lucia. Non era una cima intellettuale, tuttavia è stato uno dei pochi che si è laureato e realizzato. Da tutto ci si può risollevare e la sberla, prima o poi, arriva. In quanto a Chicco, non attende: sta. Il che si può fare fino a quando qualcuno ti accudisce, ma poi la madre morirà come vita umana vuole, le sorelle si sposeranno e lui? Io un tale cretino non lo vorrei nemmeno se fossi in menopausa e brutta come la morte in vacanza.

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  4. la penna intinta nel sarcasmo arguto di Mimma, è ritornata a darci il quadro impietoso di una realtà, purtroppo, assai diffusa.
    penso sempre più che sono le madri le vere responsabili di un simile andazzo che permette al maschio, solo in quanto tale, di vivere da parassita.
    come sempre, bravissima!

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    • Sì, sono le madri perché, essendo o dovendo essere adulte, sembrano incoscienti del danno che fanno ai propri stessi figli coccolandoli oltre misura.
      Ho conosciuto un signore pluriquarantenne che mi ha detto, con espressione più sicula che italiana: mia mamma mi fa il mangiare buono.
      Le due sorelle del racconto pensano solo al benessere del “maschio” e così perdono quello che hanno duramente ottenuto per se stesse perché un lavoro in nero è sempre meglio di niente.
      Di sbieco ho voluto far notare il comportamento ignobile dei due medici, entrambi concordi nell’opprimere i poveri (il lavoro in nero) e liberarsi delle servette, per quanto oneste.

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  5. E di tipi così ve ne sono! La crisi c’è e si allarga a macchia d’olio, ma vi sono anche tanti che son cresciuti all’ombra della quercia familiare e non riescono a cercare il sole: hanno bisogno sempre di un supporto, è più comodo!
    Bravissima: la tua penna è accattivante e giustamente ironica.

    Un bacio
    annamaria

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    • Sì, cara annamaria, i figli vanno responsabilizzati, ma fin da piccoli, dopo è tardi, e i maschi valgono quanto le femmine, non debono poltrire altrimenti da adulti passano per competenza dalla madre e dalle sorelle alla moglie che continua ad accudirli. Quando la mattina andavo a scuola col treno gli uomini scherzavano e giocavano a carte, le donne dormivano affrante, non è giusto. Allora abbiamo riempito due scompartimenti di donne e ci divertivamo, ci truccavamo, schiamazzavamo, parlavamo fra noi. Mah. I figli vanno cresciuti finché ne hanno bisogno, da grandi imparino a gestirsi con le proprie forze.

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    • Se i padri e le madri imparassero a fare fronte comune per educare i figli, la situazione migliorerebbe, invece fanno fronte comune per sostenerli in maniera complice, anche contro gli insegnanti se si permettono il giusto rimprovero o esortazione che sia. E li difendono a oltranza senza una logica. Così, dopo averli resi bamboccioni, li mantengono tali per “goderseli” a lungo sempre bambini.

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