Mimma birba

Mimma birba

Mimma birba

Mimma piccolina: < Adamo ed Eva hanno mangiato la mela? >.
I grandi, seri: < Sì >.
Mimma piccolina: < E io perché debbo morire? >.

Rimasi molto sorpresa che non mi sapessero rispondere.

 

                                                                     Domenica Luise

 

(Fotografia di Espedito Luise, il mio papà.

Ai tempi usava una macchina a soffietto,
nella quale l'immagine si doveva inquadrare capovolta
e riflessa in una specie di piccolo vetro. Per me era magia).

 

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Angeli?

     

Questo episodio è avvenuto a mia sorella Iole,
che l'ha scritto l'altro ieri usando le stesse parole identiche
con cui me lo ha raccontato
quarant'anni fa, quando eravamo ragazze.
 Allora non si parlava affatto di angeli, credevamo
 soltanto a quello custode, sempre al nostro fianco.
Non sapevamo nulla di più. In quanto a Iole, è una donna
razionale ed equilibrata, che preferisce la prosa alla poesia.
Il fatto è rigorosamente vero come tutte le testimonianze
pubblicate su questo blog.
Se volete leggere le altre, fate clic alla
vostra sinistra su categorie-testimonianze e le troverete
dall'ultima alla prima, scendendo con la pagina.

Circa quarant’anni fa, nell’estate dei miei diciotto anni, ero ospite degli zii mentre i miei genitori e Mimma si trovavano nella casa in collina di Rometta Superiore.
Una sera, dopo cena, lo zio ( sessantenne e fresco di patente ) ci propose di salire per fare una sorpresa ai miei genitori. Io e la zia, un po’ spaventate, cercammo di dissuaderlo, lui sembrò offendersi: < Non vi fidate di me come autista ? > , < No, ma che dici? > controbattemmo noi.
Ci mettemmo in auto, lo zio e la zia avanti, io e Ciccina ( la donna che li assisteva ) dietro.
La strada era piena di curve, alcune davvero pericolose perché senza visibilità. Durante una strettoia, nel voltare a gomito in una salita, lo zio prese il gradino di una casa e la macchina vi rimase in bilico sopra.
Dietro di noi c’era una traversina in discesa, ci facemmo tutti prendere dal panico, scendemmo prudentemente dall’auto e ci guardammo in giro, le case avevano porte e finestre chiuse, a chi chiedere aiuto? Ci incamminammo, io e Ciccina, per una stradina, nel silenzio sentimmo il vociare di un televisore, vedemmo infatti la saracinesca di un garage alzata e dentro, in mezzo a tante scatole di cartone, due giovani e un televisore acceso ( a quei tempi non era da tutti possederlo ), la ragazza era seduta su uno degli scatoloni e sembrava intenta a seguire la trasmissione, lui era dietro di lei, in piedi, appoggiato col gomito su un altro imballaggio.
Chiedemmo scusa e spiegammo cosa fosse accaduto, lui non se lo fece dire due volte e scappò per aiutare lo zio, la ragazza ci disse che eravamo stati fortunati perché suo marito era l’unico nel paese a saper guidare un’auto. Poi si scusò per le scatole e ci spiegò che erano sposi da poco, appena tornati dal viaggio di nozze.
Io, lei e Ciccina raggiungemmo gli altri, il ragazzo aveva spostato la macchina. Ce ne andammo dopo esserci affettuosamente salutati. Io mi girai dalla macchina e li vidi abbracciati nella strada che ancora ci facevano ciao, lui alto e magro, lei graziosa, con i capelli biondi e ricci.
Poco dopo si scatenò un temporale e mia madre ci convinse a passare la notte a Rometta Superiore.
La mattina ripartimmo. Arrivati al paesino dove la notte precedente la coppia ci aveva soccorsi, chiesi allo zio di fermarsi per andare a salutarli nuovamente. Io e Ciccina scendemmo e ci dirigemmo verso il garage della sera precedente, ma lo trovammo chiuso. Bussammo alla saracinesca ed alla casa accanto senza risultato, finalmente si affacciò una signora da una finestra di fronte e ci chiese chi cercassimo.
Spiegammo che lì, la notte precedente, una coppia ci aveva aiutato a spostare l’auto e lei disse, stupita, che era impossibile, che la casa era disabitata ed inoltre nessuno in paese sapeva guidare l’auto.
Insistei dicendo che erano due sposi appena tornati dal viaggio di nozze, la signora negò ancora: < Doveva venire una coppia ad abitare qui, ma sono morti in viaggio di nozze in un incidente automobilistico >.
Io e Ciccina ci guardammo negli occhi e terrorizzate scappammo verso l’auto.
Chi ci aveva aiutato la sera prima?

Iole Luise

 

 

Mimma e le faccende domestiche

 Nocciolino accucciato


Mi sveglio con una poesia o prosa o quello che è in testa, però sembra poesia, stavolta l’intitolo “Il picnic dei nani”.

Giudicheranno i selvatici del club cos’ho scritto, nell’insieme ci azzeccano ed io mi diverto molto, qualche volta mi arrabbio, qualcuno pigro dice che non  sa scrivere i commenti, qualche altro fa finta di non vedermi dopo essere stato commentato, stavolta lo lascio smaniare, ah, ah, ah. Sennò che gioco è?

Oppure mi scrivono, tramite club, email affettuose e congratulazioni, ma in pubblico niente, peggio per loro.  Cattolica sì, cretina no: è il mio motto.

Chi mi vuole mi piglia, gli altri debbono mollare. E dire che sembro buona buona, anche i miei alunni si illudevano, eppure glielo dicevo: < Io vi boccio sorridendo >.

Bastò farlo una volta al raccomandato del preside, lo meritava in pieno. Si mise a studiare e mi disse: < Lo so che è stata lei a farmi ripetere l’anno, ma io mi sono affezionato >.

I ragazzi cercano sincerità e i poeti del club pure.

Vado a mettere i panni in lavatrice, speriamo che entrino tutti. Uffa. Odio le faccende domestiche. Sulla lavatrice c’è il sacchetto dei croccantini del gatto,  lo afferro e faccio per riempire il contenitore di plastica da buttare tra i panni sporchi al posto del sapone.

Me ne accorgo in extremis e meno male.

Tra poco arrivano la sorella, il cognato e i nipoti perché li ho invitati a pranzo.

Estraggo a viva forza  il sacchetto dei piselli, che si è ghiacciato e appiccicato nel congelatore, senza confonderlo né coi croccantini né con il sapone e li metto a bollire nell’acqua senza niente.

Come una ladra ritrovo due bocce di ragù pronto di una nota marca, tre ore di fatica risparmiata, lo mischio ai piselli, che così lo ammorbidiscono.  Nemmeno sotto tortura confesserei quello che ho fatto. Lavo subito le bocce e le nascondo in bagno, all’ombra.

E’ scomparso uno dei coperchi con sopra scritti titolo, ditta e immagine del piatto di pasta fumante, debbo ritrovarlo sennò mio cognato se ne accorge.

La lavatrice fischia come una locomotiva, il ragù coi piselli borbotta ed io sbuccio le patate e le cipolle per farle al forno: a Giovanni e Maria Chiara piacciono salate, stracotte e appiccicate per bene. Anche ai grandi, veramente. Ogni volta che sbuccio patate mi viene l’ispirazione, stavolta è duplice: la poesia appena sveglia e il racconto a mezza mattinata. Sono le dieci e cinque,  mi ricordo di prendermi i miei tre quarti di anticoagulante quotidiano, che mi fa campare. Per vivere, invece, mi occorrono la fede e la poesia, in parole povere amore.

Le patate squillano dal forno, è finita la prima mezz’ora di cottura, vado a rimestarle e vedo che ho dimenticato di metterci l’olio. Lo aggiungo filosoficamente, le rimetto dentro per altri venti minuti, dopo di che vedremo cos’ho combinato stavolta e se fanno o no la crosticina che piace a tutti noi.

In questa casa le patate vanno a sacchi.

Per secondo, quale raffinatezza, preparerò filetto ai funghetti champignon trifolati: qui quelli che vogliono affrontare la mia cucina mangiano solo champignon perché gli altri  tipi di funghi non mi piacciono.

Naturalmente aprirò un sacchetto surgelato senza confonderlo coi croccantini, col sapone e nemmeno coi piselli. Una volta sola in vita mia ho ripulito i funghi freschi e ne conservo ancora il trauma.

Uffa. Il pavimento è sporchissimo,  andrebbe almeno spazzato, lo farò a fine pranzo.

Meno male che arrivano sempre in ritardo, ai ragazzi la mattina piace dormire quando sono liberi e mio cognato va in campagna prima, a raccogliere le uova e fare mangiare le sue galline.

E’ un contadino mancato.

La sorella, Iole, mi consegna le uova: “ Queste sono di stamattina, queste di ieri “.

I ragazzi corrono ad assaggiare le patatine.

Il cognato annusa l’odore del ragù e afferra la pentola grande dove facciamo la pasta.

Il gatto gli ha fatto l’incontro, li ha accompagnati in casa e adesso si striscia scrupolosamente sulle gambe di ognuno, alla fine dà una ripassata anche a me. Tutti lo coccoliamo e lo chiamiamo Nocciolino perché ha le macchie e gli occhi arancioni.

Lui risponde con miagolii a modulazione di frequenza, poi resta a bocca aperta a guardarmi, come mi sento ammirata.

 

Mariachiara e Nocciolino

Conclusione:  grande successo delle patate  infornate senz’olio per la prima mezzora, come sono morbide, come sono buone. Non ne è rimasto niente. Abbiamo creato una nuova ricetta.

 

Anche il ragù con i piselli è andato bene, il filetto e gli champignon trifolati. Ci siamo dimenticati soltanto i pesciolini crudi macerati nel limone, ne assaggiamo uno per devozione io  e il cognato, che li ha preparati, ne sono golosissima.

 

Alla fine un vinello dolce zibibbo e la torta fatta dalla sorella e dalla nipote. Signori, qua c’è gente che mangia. Concludiamo con un robusto caffé , Maria Chiara ha pietà di me e si fa la cucina, Giovanni intanto mi mette a posto il videoregistratore che ieri sera ha perduto i canali, mio cognato si fa consegnare le ricevute della farmacia da inserire nella mia dichiarazione dei redditi,  la sorella osserva i capelli che sono scoloriti e pendenti e decide che andremo insieme dalla parrucchiera nei prossimi giorni, Nocciolino entra ed esce, è il padrone di casa, lui.

 

Domenica Luise

 

(Fotografie di Domenica Luise)

 

I figli impossibili

Giovanni, Iole e Mariachiara, anno 2008

Iole si è sposata a trent’anni compiuti: un matrimonio d’amore.
Volevano subito un bambino e quando mia sorella si accorse di essere incinta fu la piena felicità, ma verso i due mesi ci fu uno strano aborto.  < Un incidente >, disse il professore,
< lei, signora, non avrà problemi per la prossima gravidanza >.

Un guaio può capitare a tutti, ma quando mia sorella ebbe un altro aborto più o meno simile al primo, non si poteva proprio pensare a un secondo caso. Non si capiva bene che motivo ci fosse stato e stavolta Iole, che si tenne troppo a lungo il bambino morto sperando che potesse, in qualche modo sopravvivere, rischiò anche la setticemia, ad una ad una le unghie dei piedi divennero viola e caddero. Psicologicamente era distrutta.
Una sera Iole si trovava a casa di Pierina, che in pratica è la nostra terza sorella adottiva, era ora di cena, ma mia sorella piangeva guardando un poster che parlava dell’aborto, dove erano stampate fotografie di feti  nel ventre della mamma durante i vari mesi di gestazione e lei pensava che così erano i suoi figli e chissà quanto avevano sofferto. Si trovava momentaneamente sola nella stanza . Pierina l’aveva ancora chiamata per mangiare quando Iole ha sentito una vocetta, mi ha detto, come di bambina piccola che ha patito: < Mamma, ma adesso noi non soffriamo più >.

Una mattina  ero a casa di Iole, parlavamo, a un tratto l’ho guardata fissa  e dalla bocca, meccanicamente, mi è uscito detto: < Tu avrai un figlio >. < Lo dici da te o te l’ha ispirato il Signore ? > ha chiesto lei. < Non darmi retta > ho concluso.
Era difficile affrontare un’altra gravidanza, < Non me la sento > mi disse Iole, < non ne ho il coraggio >, ma poi dovette sentirsela per forza perché un terzo bambino si annunciò inaspettato.
Iole si mise a letto per ordine del medico, era estate, sudava, si sentiva continuamente male. Veniva quasi ogni mattina una donna, madre di famiglia, per i servizi, mi ricordo che una volta, mentre le rifaceva il letto, guardai mia sorella e pensai che sembrava tanto malata e tanto poco incinta. Era gialla in viso, dimagrita, con gli occhi enormi e ansiosi, vomitava e sputava sempre. Dopo qualche tempo il risultato dell’analisi di gravidanza ha dato negativo, significava che il bambino era morto come gli altri. Proprio il giorno prima Iole mi aveva dichiarato di avere chiesto al Signore: < Se muore anche questo, fallo risorgere >.
Mio cognato piangeva e diceva cose sconnesse abbracciato a sua moglie nel letto, compreso che aveva pensato di suicidarsi senza tornare a casa e lei aveva la forza di consolarlo.

Ho percepito dentro di me che dovevo “ compromettermi davanti a lui “, in un momento in cui li ho sentiti piangere di meno sono entrata e ho detto:
< Giuseppe, chiediamo un miracolo alSignore >, e lui :
< Io Dio l’ho sempre rispettato, non l’ho mai maltrattato, ma oggi l’ho ripudiato >.

Io e mia sorella ci siamo messe a pregare chiedendo al Signore che facesse risorgere il bambino, il cognato si è addormentato di colpo. Era martedì e abbiamo detto il più doloroso dei nostri rosari dolorosi, appena ha aperto la farmacia sono andata a comprare un test di gravidanza, ricordo che mentre tornavo, in tutto quel caldo, col pacchetto in mano, ho detto a Gesù:  < Un errore è possibile, ma io lo crederò sempre un miracolo >.

Per avere il risultato, ai tempi, ci voleva un’ora, ma dopo soli quaranta minuti l’analisi era chiarissimamente positiva, la mattina seguente Giuseppe l’ha ripetuta in due laboratori diversi, risultato positivo, anche nello stesso posto dove il giorno precedente dava negativo. Prima di Natale è nato Giovanni, il più bel regalo che il cielo ci potesse fare, c’era placenta semiprevia, sofferenza fetale, acque verdi ed è stato necessario il cesareo a otto mesi, ma erano vivi e felici mamma e figlio ed io con loro.

Giovanni non è rimasto figlio unico. Passati circa tre anni, Iole era di nuovo incinta. Stavolta ogni settimana, il sabato, arrivava il referto dell’analisi, che era sempre uguale: il bambino non poteva vivere perché la placenta non ossigenava sufficientemente il feto.
Allora io insegnavo in un istituto professionale a poca distanza da casa, una quarantina di minuti di treno più un quarto d’ora di footing ad andare ed un altro quarto a tornare. Sabato era il mio giorno libero, che incominciava sotto tensione fin dal risveglio, quando il cognato partiva per prendere il risultato, continuava con la tensione a pranzo perché la situazione non dava speranza e si concludeva in un pomeriggio di fuoco e di preghiera.
Giovanni poteva avere tre anni e si era molto legato a me che, pur non avendo mai avuto la minima vocazione a fare la brava donna di casa, trottavo dall’alba a notte senza pietà. Il pomeriggio mi seguiva in camera, quando mi riposavo, non c’era verso che andasse via: < Io ti guardo dormire > affermava, una volta ho finto di addormentarmi e quando ho riaperto gli occhi Giovanni mi fissava serio serio.

Alla visita di controllo il professore, quello che già aveva fatto nascere Giovanni, disse a Iole:
< Signora, io non so com’è che, con queste analisi, il bambino cresce >.
A mia sorella venne in mente: “ Mio figlio cresce di Spirito Santo “.

Pregavamo con tutte le forze e Iole confezionò il vestitino di battesimo per una femminuccia: come per il primogenito, entrambe “ percepivamo” il sesso.
Anche qui fu necessario il cesareo, alla vigilia uno dei medici disse a Iole: < Signora, non ci speri : non sappiamo COSA nasce >.
Nacque Mariachiara, perfetta e formato gigante.  Il professore testimoniò il caso di mia sorella ad un convegno internazionale di medicina, non so se fosse credente, ma era una persona magnifica e sicuramente ha raccontato le ragioni della vita.

 

Domenica Luise o Mimma

( Fotografia di Domenica Luise:
Giovanni, Iole e Mariachiara, anno 2008 )

 

 

Il tunnel di luce

Angelo bianco

Ero stata operata di ginocchio valgo alla gamba sinistra e tutto era andato bene.

Uscii in trionfo dall’ospedale, medici compiaciutissimi, io molto sollevata, mia sorella e mio cognato mi portarono a casa loro perché riprendessi le forze e fossi assistita per tutto il tempo necessario. Scalpitavo per la voglia di rientrare nel mio regno, tra quadri, quaderni di poesie e le mie bestiole momentaneamente affidate alle cure della vicina. Mi sfogavo su un tappeto di fiori a uncinetto surricamato  inventato da me, che suscitava lo stupore di chiunque lo vedesse per il pazzesco lavoro strano e sgargiante che ne usciva.
La pressione era bassa, ma non me ne curavo perché era tale da una vita.

Al primo controllo camminai senza stampella davanti agli occhi sbalorditi dei medici, il professore mi fece andare su e giù elogiandomi. So io i dolori provati per piegare le gambe come mi avevano detto di fare e cosa significava un millimetro di movimento in più guadagnato in ore di fatica.

Incominciai a dire che volevo tornare a casa mia, ma la sorella, da quell’orecchio, non ci sentiva.
Dimenticavo la stampella dapertutto: accanto al letto quando mi alzavo, in bagno, nell’altra stanza.
Ero proprio pimpante, solo quella pressione troppo bassa ci spingeva alla prudenza.

Lavoravo al mio tappeto e sgranavo i piselli nel letto. Anche quel pomeriggio, per quanto mi sentissi strana, ricamai un po’, quel punto del lavoro è venuto più sbilenco del resto. Ero uscita dall’ospedale da circa un mese dopo l’operazione.
Mia sorella mi aveva dato un campanello per chiamarli in caso di bisogno , lo tenevo sul comodino, che era di quelli antichi, piuttosto alto rispetto alla piccola branda di fortuna che mi avevano sistemato nel salone.
Sopra c’era anche la bottiglina dell’acqua, penne e quaderno per scrivere in caso di ispirazione immediata. Di fronte un carrello con la televisione. La mia porta restava sempre aperta, notte e giorno, per un’eventuale necessità. Appena suonavo il campanello arrivava qualcuno: la nipotina oppure il nipote o la sorella o chiunque fosse più vicino ed anche tutti insieme

Quella mattina  mi svegliai presto, stavo malissimo e sembrava che il cuore andasse fuori da ogni regola. Seppi poi che era la fibrillazione. Dapprima tentai di non lamentarmi per non disturbarli, ma subito capii che dovevo chiamare.
La mano destra incominciò a formicolare, pensai: ” La manina con cui dipingo… “
Volli raggiungere la sommità del comodino per prendere il campanello, ci riuscii con enorme fatica, ma non potei agitarlo per farlo suonare.
Pensai che bere mi avrebbe fatto bene, dopo molti stenti presi la bottiglina, ma non fui in grado di aprirla. Rimasi col campanello e con la bottiglia sul petto e pensai che, quando mi avrebbero trovata così, avrebbero pensato che avevo chiamato perché mi aiutassero e non si erano svegliati. Non volevo che si sentissero colpevoli, capita sempre quando muore qualcuno. Allungai il braccio e rimisi campanello e bottiglia sul comodino,  spingendoli bene in fondo, svenni  per lo sforzo.

Dopo un poco ripresi i sensi e stavo ancora peggio, incominciai a lamentarmi involontariamente, mio cognato sentì, svegliò mia sorella, i figli dormivano tranquilli, vidi Iole accendere la luce ed entrare da me, si buttò le mani ai capelli.
In seguito mi disse che ero tutta chiazzata di viola, le labbra, le occhiaie e la punta delle dita. Chiamarono subito per telefono il medico e lui rispose che stavo morendo, di fare venire l’ambulanza. Mentre aspettavamo, sentivo che Iole e mio cognato Giuseppe gridavano ai figli:
< Restate a letto, non venite qui  >, i bambini, invece, si alzarono per vedere cosa succedesse, ricordo uno sguardo sbalordito su di me, non so se di Giovanni o di Maria Chiara, con l’ultimo fiato dissi: < Ciao >. Cercai l’altro nipote e dissi nuovamente < Ciao > con ancora meno fiato.
Dopo mi confessarono: < Avevamo capito che era un piccolo addio >.

Arrivai al policlinico di Messina con un minuto e mezzo di vita, mi salvò una giovane dottoressa in servizio, che mi diede uno sguardo e disse a Iole: < Forse sua sorella ha fatto anticoagulanti e li ha interrotti di colpo? >.
Così era stato. Avevo la pressione a 20. Immediatamente mi hanno messo l’ossigeno ed infilato un piccolo ago in vena, le chiamano “farfalline” e dentro poi seppi che hanno fatto cinque iniezioni di non so che, ho sentito che dicevano:
< Ricoveriamola in rianimazione >, di nuovo mi hanno messa nell’ambulanza e, con la sorella accanto che supplicava: < Resisti, Mimma >, siamo partiti.

Un’infermiera anziana ed esperta, in quel momento in cui arrivai, stava per andarsene a casa, mi dette uno sguardo e tornò indietro per aiutare i giovani che erano rimasti perché, mi ha detto poi, magari non sapevano come sbrogliarsela.
Mi hanno sistemata in un letto badando a spostarmi delicatamente,  ho sentito il primario ordinare di mettere nella prima flebo trenta fiale di urochinasi, lo ricordo perfettamente.
Mi sentii subito bene, in pratica ripresi a respirare. Avevo avuto una trombosi venosa profonda a tutti e due gli arti inferiori con embolia polmonare massiva bilaterale, non ero morta perché il cuore era in perfette condizioni e non fumavo.  Eppure avevo un battito talmente sconvolto che i medici, appena arrivata, mi chiesero se fossi ammalata di cuore, risposi di no, ma sul momento non ci credettero.

Quando giunse l’ora delle visite i miei poterono vedermi da dietro il vetro e parlarmi col citofono. Io sorridevo da un’orecchia all’altra e li tranquillizzavo. Loro quattro erano semplicemente felici di trovarmi viva.
Non ho mai avuto paura e nemmeno pregavo o chiedevo perdono per i miei peccati: ero entrata in uno stato di benessere totale, eppure avevo sentito parlare i medici e sapevo quello che avevo, ero cosciente che potevo morire da un momento all’altro.

Avevano dato la diagnosi di embolia polmonare a occhio e dovettero trasportarmi al piano inferiore per una scintigrafia col mezzo di contrasto. Mi dissero di non fare movimenti e mi sollevarono servendosi del lenzuolo dal letto alla barella, io però tentai di aiutarli spostandomi sul fianco. Quel piccolo affaticamento bastò a sconvolgermi.

Partimmo con la bombola dell’ossigeno su di un carrello ed una dottoressa al seguito, al ritorno mi raccomandarono nuovamente di restare immobile e stavolta obbedii. Con grande cura mi sistemarono nel letto e si allontanarono.
In quel reparto, riscaldato alla temperatura giusta e costante, eravamo maschi e femmine, ognuno in un lettino, nudi sotto le lenzuola per essere subito pronti alle cure in caso di necessità. Quando me ne resi conto mi feci mettere una maglia per evitare che i miei cari mi vedessero in quelle condizioni, e non fu faccenda facile infilarmi testa e maniche in mezzo a tutti i tubi ai quali ero legata. Di fronte a me c’era un ragazzo, sul quale era caduto un cancello e gli aveva portato via  una parte della testa.  Alcuni giorni dopo, una notte, lo sentii morire perché le macchine che continuamente ci monitoravano subito davano l’allarme, proprio come in un film.

I medici mi avevano appena lasciata che mi sentii male, malissimo, volevo dire: < Sto male >, ma non potei parlare e sprofondai come in un pozzo nero. All’improvviso mi trovai in un tunnel di luce, levitavo nel centro volando in avanti senza fare nulla da me, ero semplicemente trasportata. La luce non abbagliava, era fatta di un fascio di luminosità con sfumature gialle orizzontali, come prodotta da lampadine più o meno potenti. Quello che contava era lo stato d’animo, una pacificazione perfetta, uno stare bene appagato oltre ogni immaginazione. Sentii puzza di gomma, che mi disturbò dal mio benessere profondo: sotto il letto tenevano due palloncini dell’ossigeno, detti volgarmente “ va e vieni ”, ne avevano acchiappato uno e mi pompavano ossigeno in faccia, battevano una cosa sul viso, sentii gridare: < Respira, respira, respira, tu devi vivere! > , era il primario, come poi seppi, circondato da tutti, medici, infermieri, vidi una folla intorno al letto appena riaprii gli occhi. “ E va bene ”, pensai, “ accontentiamolo, respiriamoci dentro, così forse me lo toglie ” .
Il palloncino dell’ossigeno mi dava non poco fastidio, ma forse erano piuttosto i loro schiaffoni, così tirai un pugno e, come poi seppi, glielo spaccai. Sentii che qualcuno diceva: < Reagisce. Si sta riprendendo >. Subito afferrarono l’altro e ricominciarono. A questo punto respirai, visto che erano tanto seccanti.  Dopo mi dissero che c’era stato un arresto cardiaco.
Non ho potuto mai sapere quanto tempo sono stata in coma perché nella cartella clinica non è scritto. Intanto, mentre io avevo l’arresto cardiaco, Iole, che era andata a casa a preparare il pranzo a marito e figli per poi correre di nuovo tutti insieme da me, ha visto un’ombra scura uscire dal salone dove c’era il mio letto, ha gridato: < Mimma, sei morta o sei in bilocazione? >, ha lasciato il pranzo, si è messa in macchina ed è arrivata all’ospedale, orario di visite, ma non l’hanno fatta passare perché mi stavano soccorrendo. Quando mi sono ripresa l’ho vista dietro il vetro ed allora l’ho confortata dicendole che non sarei morta, intanto i medici e gli infermieri, come poi ci hanno confessato, ascoltavano acquattati i nostri discorsi d’amore.

Quando il breve tempo di visita finì e se ne andarono, mi addormentai e feci un sogno estremamente vivido: mi trovavo su una zattera con mia sorella, il mare era di un rosa luminosissimo ed immobile. Nessuna onda. Andavamo verso l’altra sponda e d’un tratto lei ha detto:
< Torniamo indietro, siamo arrivate troppo oltre >.
Ho indicato i monti ed una specie di parallelepipedo sul davanti ed ho risposto: < Ma almeno guarda quant’è bello prima. Quello ( il parallelepipedo ) è il monumento alla morte di Nereo >.
Sogni. Non so chi sia questo Nereo e da dove mi sia venuto.

Dopo dieci giorni sempre con flebo ed ossigeno, uscii viva dalla rianimazione, ricordo i corridoi pieni di medici, infermieri e portantini, che non ho rivisto mai più, giovani e meno giovani, sorridenti, che mi salutavano e battevano le mani, mentre la barella procedeva in trionfo ed i miei mi aspettavano più avanti saltando di gioia, e non solo i bambini, contemporaneamente un’altra famiglia piangeva la morte del proprio caro in triste contrasto.

Di nuovo a casa di Iole, ero di carta velina: appena qualcuno si avvicinava al mio letto e mi diceva una parola buona mi scioglievo in pianto.
La pressione era bassissima, per un mese ebbi sessanta di minima e ottanta di massima. Mi alzavo tranquillamente e consolavo mia sorella: < Tu sai che sono abituata a vivere senza pressione >, scherzavo.
In tutto questo c’è una nota comica: quando a scuola si sparse la voce  di quanto succedeva, i miei alunni hanno detto il rosario per me insieme al professore di religione. Io all’epoca insegnavo lettere in un istituto professionale, tutti maschi e adulti. Il pensiero di quei diavoli intenti a dire il rosario mi ha fatto sempre ridere di tenerezza. Me ne sento ancora protetta.

Da allora sono passati più di quindici anni: un bel supplemento di vita.

Dedico questa testimonianza, reale in tutto e per tutto, alle persone meravigliose che mi hanno permesso di vivere altri quindici anni entusiasmanti.

Domenica Luise o Mimma

( Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 x 50 cm. ).

 

 

Ritratto della prof. Domenica Luise

Veramente, quando ho dettato il titolo del tema per casa: “ Ritratto della prof. Domenica Luise “, il dubbio mi era venuto: sta a vedere che qualcuno mi fa un disegno.

Ritratto della prof. Domenica LuiseDifatti. Sorpreso, poco dopo, nel momento creativo,  l’alunno Pintaudi Carmelo è costretto a consegnarmi il capolavoro, al quale segue, immediata, la mia risata e quella della classe, quando esibisco il foglio con una battuta velenosa: < Nemmeno fra vent’anni sarò ridotta così >.
L’unico perplesso è l’autore, che sembra anche preoccupato di una mia possibile “ vendetta”.
Messo in chiaro che “ il ritratto ” deve essere esposto con la scrittura e non con la grafica, traggo dai loro compiti qualche florilegio, errori esclusi.
“ Quando siamo con lei, nelle sue ore di lezione, siamo tutti contenti senza un minimo di paura “
( Ravalli Simone ).
“ E’ una persona di carattere leale, sincera, calma e affidabile ” ( Calabrese Piero ).
“ Le sue spiegazioni sono molto interessanti e anche belle perché non parla solo della lezione, ma durante la spiegazione parliamo anche dei problemi della vita “ ( Zaccone Francesco ).
“ Per me la professoressa Luise è non solo un’insegnante, ma un’amica  perché con lei discutiamo di tutti i problemi, studiamo e scherziamo. Alcune volte è un po’ severa, ma non importa ” ( Alesci Giuseppe ).
“ Alla professoressa Luise piacciono i cappelli. Io sono rimasto felice di questa professoressa perché, quando faccio lezione con lei, mi fa capire qualunque cosa.  Voglio che anche lei stia bene con noi “ ( Perdichizzi Antonino ).
“ Ci rimprovera ogni giorno, ma lo fa per il nostro bene. A volte ci mette anche voti bassi e fa bene perché così noi, vedendo che ci mette voti di poco valore, ci impegniamo di più ottenendo risultati migliori , come si è verificato in questi giorni. Si confida con noi, se abbiamo bisogno di aiuto ci dà una mano “ ( Pintaudi Carmelo ).
“ La prof. Luise, dal primo giorno di scuola, ci ha insegnato tutto ciò che possiamo e non possiamo fare…alcune volte si mette nei nostri panni… lei è stata tanto gentile da farci conoscere sua nipote, una bella stangona, per mezzo di una foto. Lei è brava, peccato che un altr’anno se ne va in pensione “ ( Molino Salvatore ).
“ Ha i capelli neri e un po’ grigi, gli occhi neri e porta gli occhiali. Qualche volta la professoressa è un po’ severa, infatti, quando non stiamo attenti, ci richiama dicendo: < La carne è debole > “ (Giardina Carlo ).
“ La prof.ssa Luise è una simpatica e affettuosa professoressa, però quando si arrabbia diventa ferocissima “ (Interdonato Giuseppe).
“ Secondo me lei è una professoressa che agli alunni li fa sentire più allegri, ma c’è lo studio, ella vuole che ci dedichiamo molto e particolarmente con serietà ed impegno. Di tutte le professoresse che ho avuto lei è l’unica che ci fa finire di mangiare il panino “ ( Mazza Alessandro ).
“ Pur non avendo una giovane età è molto allegra, simpatica, divertente. Il suo abbigliamento è alla moda, solo un po’ strano e buffo il suo cappello di colore nero, che usa per prevenire i dolori alla testa. Non è sposata per sua scelta, ma penso che tutti l’avrebbero voluta o in moglie o come parente. Vorrei che restasse con noi per cinque anni, doverla lasciare poi sarà difficile. Spero che ci permetta di andarla a trovare “  ( D’Amico Carmela ).
“ Ha subito due operazioni e non ha avuto per niente paura . Ama molto i suoi alunni, infatti fa di tutto per aiutare i ragazzi che si trovano in difficoltà “ ( Milone Francesco ) .
“ Lei non ama fare rapporti e neanche rimproverare gli alunni, però esige educazione e rispetto. La prof.ssa Luise non rende mai le lezioni pesanti  perché le espone in modo semplice, da poter capire “ ( Cucinotta Giovanni ).
“ Dopo otto anni di scuola è la prima volta che mi capita che nelle ore di italiano non mi annoio. Quando spiega io certe volte non sono attento alla lezione e lei lo capisce e interviene subito e questo è molto positivo perché un alunno capisce che la prof.ssa non si disinteressa di lui “ (Maiorana Francesco ).
“ E’ un angelo, non si arrabbia quasi mai, soltanto in alcuni casi, quando non ce la fa più ed è disperata “ ( Orlando Antonino ).
Leggo i loro compiti, correggo, rido e piango. Sono stata una così felice professoressa.

Domenica Luise o Mimma
(Queste considerazioni sono state scritte dai miei allievi della prima classe dell’Istituto Professionale per l’industria e l’artigianato. Erano tutti ragazzi tranne una sola femminuccia. L’articolo, disegno compreso, è stato pubblicato sul giornalino dell’istituto nel 1997. L’anno dopo sono andata in pensione).


Il mal d’arte

Il mal d

 

Ho preso il mal di poesia ed anche di pittura con complicanze da computer.
Sono grave, gravissima.
Avevo qualche quattro anni, abitavamo in una grande casa a Messina ed io diventavo istruita, conoscevo le vocali e sapevo scriverle.
Poiché mi chiamo Mimma, due vocali che già mi erano note e tre consonanti uguali, chiesi alla mamma come si scrivesse la m, mi applicai con impegno e firmai: Mimma.
Da allora fui perduta.
A cinque anni, primi di novembre, vedevo arrivare in casa fasci di crisantemi grandi e colorati, che mi sembravano meravigliosi.
<Ora queste porcherie> rispose la mamma, e seppi che erano i fiori dei morti.
Commossa per i poverini ai quali era successa tanta disgrazia, senza mai essere entrata in un cimitero perchè i miei non ci portavano i bambini, piegata sul marmo arancione di uno dei comodini di mamma e papà, novella Foscolo in camiciola, scrissi la prima poesia della mia vita dove vaneggiavo di tombe e di lumini.
La mamma la strappò e disse che facevo il malaugurio.
Io ero piccola e non potei evitarlo, ma la seconda poesia fu dedicata a lei:
"Mammina bella,
sembri una stella,
il tuo sorriso
è un paradiso,
i tuoi capelli
son neri e belli
come il tuo core
pieno d'amore".
Questa volta fui promossa poetessa ufficiale della famiglia: non c'era onomastico, compleanno, anniversario o festività da passare insieme agli zii senza una mia poesia.
Roba da scoraggiare un bisonte, ma non me. Intanto disegnavo imitando il mio papà, maresciallo e pittore del giorno libero.
Quest'altra cosa era iniziata ancor prima, a tre anni.
Precoce in tutto tranne che nell'astuzia, vedevo che papà prendeva le sue opere, si allontanava dall'ammiratore o dall'eventuale acquirente, gli si metteva di fronte, mostrava il quadro o il disegno o quello che era e faceva: < Eh?!> , come a dire:< Non è una meraviglia? >.
Il paziente si metteva a lodare il capolavoro. Così, bramosa di essere lodata anch'io, tentai di fare il mio primo disegno e, com'era logico, venne fuori uno scarabocchio.
C'erano in visita un avvocato e sua moglie, che tutti chiamavamo signora Saccà,per cognome. Ripetei i gesti di mio padre,
< Guardi, signora Caccà > dissi, ero piccola e ancora non pronunciavo la s, < questo l'ho fatto io >.
Mi allontanai un poco, mi girai e le mostrai il foglio, che lei incominciò a lodare. Dubbiosa, guardai l'oggetto di tanta ammirazione e dovetti proprio convincermi che era uno scarabocchio e lei era scema a vantarlo tanto.
Però, da allora, dapprima disegnai e poi dipinsi sempre. Con gli acquerelli ebbi fiere difficoltà fino a che capii che ci voleva poco colore, in questo modo non avrei macchiato subito il foglio. Ricordo ancora come restai stupita quando riuscii a copiare un limone. Ero passata dalle ciliegie fatte coi pastelli ad un limone ad acquerello,nessuna compagna, a scuola, ne era capace. Un bel salto avanti.
Il resto fu facile, anzi naturale. I miei quadri sono colori in danza frenetica, dove la me stessa poetica diventa pittura. Effetti collaterali: computergrafica di tutti i generi e fotografia digitale. Modello pure la terracotta. La febbre del mal d'arte sale.
Gli altri, solitamente, non capiscono niente: < Bella, bella > dicono di una poesia, senza dire niente, < Belli, belli, ma li hai fatti tu tutti questi quadri? > dicono col naso all'aria entrando in casa mia, e continuano a non dire niente e a non vedere niente.
Io sorrido, ma mi sento come quando la mamma mi strappò la poesia dedicata ai morti: una bambina sola.

 

Domenica Luise o Mimma

(Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)