Cielo e universo, oltre


Paesaggio infinito 5
C'è questo grido che diventa
canto
di sposa in festa. Occhi blu.
 
Sorseggio le parole del silenzio
nella coppa che tu mi dai
quotidianamente, ed è sottile
il gusto di pietra piatta
che rimbalza sull'acqua.
 
Quasi a volo, a volo
a volo. Il tempo
era un inganno, la carne una benda.
 
E la vita giocò, all'improvviso
rise.
 

                                                 Domenica Luise
               (Quadro di Domenica Luise, olio su tela 70 per 50)

 

Non soltanto patate

La colomba sul seno

(Bollite? A frittata oppure al forno?)
sbucciarle mi distende,
arriva sempre l’onda poetica: ho l’universo
come una pietruzza nel palmo della mano
mentre con l’altra lo proteggo. Ed è
un figlio appena nato
frignante e scoppiettante
vivo.  Simultaneamente
ne sono contenuta, gestita,
partorita e nutrita. In delizia.
 
Chi è un verme con due occhi? Non io,
non io. Amata
dalla vita totale
come se ne fossi l’unico germoglio
in presente, passato e futuro. Filtro
poroso
alla vittoria (sul tormento umano
oppure sugli altri vermi?).
 
E non saprei creare una patata
né farla venire fuori per evoluzione
da chissà che
spuntato misteriosamente
in migliaia (o milioni?) di anni
strani. Le sbuccio,
le cucino e le mangiamo: sono buone di sale?
Io ne metterei un altro pizzico (e qual è
l’origine profonda del sale,
il primo input?).
 
Lascio che gli altri (alcuni?
pochi? tanti?)
ridano
delle domande inesauribili
scarnificando i tuberi e me stessa.

                                                           Domenica Luise
                            (Quadro di Domenica Luise, pittura su tela, 70 per 50)

 

Il valore della speranza (pensiero mimmiano n° 17)

Esulto in giardino 
Sognar non nuoce.

                                                            Domenica Luise

                            (Quadro di Domenica Luise, olio su tela 70 per 50)

Carissimi amici, con gioia vi comunico che sul blog Neobar
di Abele Longo sono state pubblicate alcune mie poesie.
Sono molto commossa e vi metto il link
:

http://neobar.wordpress.com/


 

Giardino in primavera

Mimma che corre

Così le parole sono farfalle
fruscii carezze ed acuti
della soprano sulla scena. Sudori
da respirare.
 
Ti vivo
al primo bacio.
 
Il grand canyon di rughe e sale
  coi tamburi in fibrillazione.
 
Un filo di seta
forte
sottile indimenticabile, vita
surricamata
e abissi e sole.
 
Un po' di gioia rubata allo tsunami. Il silenzio
tra le vene gonfie.
 
La bambina
sfreccia fuori dal quadro, dove l'erba
si prepara nella terra buona .
 

                                             Domenica Luise
                       (Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)
 
 

Maschere

Maschere

Innocenti grintose scherzose
cattive  fatate
ironiche sognanti
satiriche paurose, comunque
tragiche. Tutte alla maratona
ad acquistare fumo dai venditori.
 
Solo i bambini giocano
perché non sanno.
 
Uomini e donne
dal paleolitico alla fine, quando
la terra cadrà
chissà dove come quando
perché.
 
Vado a narcotizzarmi di televisione. Queste maschere ridono
l'una contro l'altra armata
ognuna uguale nel suo grande e nel suo piccolo
da sempre per sempre.
 
Anche i poeti giocano con le parole
altalenando
e si impiastricciano l'anima di colori con lancio di stelle filanti
o stelle. Chi li può capire
mai? Cos'è l'uomo?
 
                                                             Domenica Luise

                                           (Quadro di Espedito Luise, olio su tavoletta,
                    un metro per sessanta cm.)

                                                                 

La fanciulla che dorme

 La fanciulla che dorme
 
Talora sono castelli di terra e acqua
senza colla aggiunta, puliti
e semplici.
 
Non voglio raccomandazioni per piantare i miei gradini
 sulla faccia degli innocenti. Lì dentro
scelgo il riposo e ci sono
i capelli della poesia
sul cuscino selvatico. Respiro
in afflato.
 
Dicono: è una sognatrice. E i corvi
gracchiano risate.
 
Aggiungono: è pigra, non vuole
spazzare cucinare lavare. Ha rotto
il binomio donna-serva, è una ribelle
che nessuno sopporta. E’ strana
anzi pazza.
 
Urlano il mio nome e scuotono il castello.
 
Apro gli occhi sulla realtà
pronta a impastare nuovamente i miei cocci
per rifarmi la casa.
 
                                                          Domenica Luise
                         (Quadro di Domenica Luise, olio su tela 40 per 50)

 

Non so

Anima 2

C’è questa infinità, calamita
che precede e segue la mia carne
in vagito sorriso e culla buia.
 
Qui si perde il pensiero coniugando
il verbo della sconoscenza.
 
Punti interrogativi come agganci
da cielo in terra o aquiloni
ed ali d’angelo.
 
Cosa m’attende oltre la nuvola?
 
Allungo
le mie mani che tremano.
 
                                           Domenica Luise
                                  
(Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 50 per 70)
 

La sfioritura

Ballerina papaveri

Dice che questo è il tempo della terra moribonda, quando
le stelle cadranno
e trascineranno con sè anche i buoni
senza distinzioni, tutti figli del caos
e nipoti dell’amore sprecato.
 
Ci dovevamo difendere per non soccombere
madre contro figlia, marito contro sposa
pensieri e parole avvelenati
al soffio del serpente. Così
siamo diventati produttori del frutto proibito
su larga scala, un morso ad Adamo
ed un morso ad Eva.
 
La nostra condanna è il pensiero di serie
falsificato anch’esso, ogni speranza
 è disperata, la bellezza caduca.
 
Io non ci sto. Credo nella vita
e che i papaveri siano ballerine coi capelli neri
e la gonna in afflato.
 
                                            Domenica Luise
                     (Quadro di Domenica Luise rielaborato al computer)

 

Coraggio

Marina notturna

 
E’ libertà. La notte
incalza l’inerme
e le stelle sono lontane, bucano
i pensieri. A volo
battuto in pugni di cuore.
 
C’è una strada d’aria
sulla quale puntare i piedi. I fiumi
scorrono al mare. Così
andiamo
scrutando barlumi nel labirinto.
 
La mia faccia è nera, indistinguibile.
 
Abbandono
la ricerca affannosa del mantello.
 

                                                    Domenica Luise

                                                     (Olio su tela di Domenica Luise,  30 per 40)

 

Kalòs

 
Kalòs, in greco, vuol dire “ Bello “ ed una mattina di primavera la professoressa Menichella, insegnante di materie letterarie alla quarta e quinta ginnasio del Liceo classico Marco Tullio Cicerone, decise di chiamare con questo nome un gattino tutto nero, che strillava disperatamente nel bidone dell’immondizia, proprio nel momento in cui lei stava per buttare la spazzatura. Lo raccolse e lo portò a casa.

Pantera sulle pietrePer fortuna era il suo giorno libero dalla scuola. Gli comprò, in farmacia, un biberon per gatti, che è una specie di contagocce, ed incominciò a nutrirlo più o meno regolarmente, notte e giorno, ogni tre ore con latte, acqua e un po’ di zucchero, mistura che il micio sembrava gradire moltissimo. La mattina, quando era al lavoro, veniva sostituita dalla vicina di casa, un’altra vecchia pazza e sola come lei, secondo quanto dicevano i condomini.
Kalòs ebbe in questo modo una casa, anzi due, ed una padrona, anzi due, che stravedevano per lui. Gli comprarono finanche un collarino di vera pelle rossa con la campanella, a causa del quale egli venne invidiato da tutti gli altri gatti del cortile della sua età, ma soltanto fino a che fu cucciolo.
Dopo, osarono chiamarlo “ femminuccia “. Kalòs tanto fece, lavorando di zampe e strusciandosi a tutti i muri, che riuscì a perdere la campanella, ma i compagni continuarono ugualmente a prenderlo in giro per il collare, e di quel colore sgargiante poi. Kalòs tentò di liberarsene, ma proprio non riusciva a sganciare la fibbia.
Era un gatto disperato e umiliato. Fu la sua padrona stessa, una bella mattina d’estate, che glielo tolse perché ne aveva comprato un altro, con la campanella ancora più grossa e rumorosa, ma Kalòs non le diede il tempo di metterglielo e, con un guizzo felino, scappò dalla finestra aperta, col collo libero, finalmente, tra i profumi del caprifoglio e della terra polverosa. Ormai né topi né passerotti gli sarebbero sfuggiti mai più messi all’erta dal suono della campanella.

Prof e KalòsDifatti divenne il terrore dei dintorni ed il gatto dominante del branco. Poiché era molto affezionato alla professoressa che l’aveva cresciuto ed anche all’altra vecchia pazza, faceva loro visita quasi tutti i giorni per pranzare una volta qui ed una volta lì accontentandole tutte e due. Una mattina  Menichella tentò di rimettergli il collare e mal gliene incolse perché stavolta era inverno, la finestra era chiusa, Kalòs scappò sbattendo da tutte le parti, saltò sulla brocca antica di ceramica decorata, che aveva superato indenne due guerre mondiali ed era un caro ricordo della bisnonna, la brocca cadde sulla pianta di croton e le troncò la cima di netto, la professoressa gridò come se la sgozzassero, non si sa se per la brocca o per la pianta oppure per tutte e due, prima di rompersi la brocca batté violentemente sul piatto antico che faceva da sottovaso alla pianta, e così anche il piatto andò in pezzi, Kalòs si rintanò sotto il divano soffiando e miagolando che sembrava una pantera arrabbiata, la padrona lo prese con le buone, gli giurò che, da allora in poi, niente collarino mai più e gli aprì la porta, dalla quale egli sfrecciò come una palla .
Messa in chiaro la faccenda dal collarino, decise di scegliersi una moglie tra tutte le soriane dei bidoni che gli facevano le fusa passeggiandogli sotto casa. Però a Kalòs non piacevano le femmine che cercano marito esplicitamente e così le scartò una per una:  quella rossa perché gli ricordava il colore del collarino, quella grigia tigrata perché era strabica, o così almeno pareva, quella a macchie di tutti i colori perché aveva un’andatura troppo sinuosa per i suoi gusti semplici, quella nera perché gli somigliava troppo e quella bianca perché era troppo truccata. Sbadigliava senza nemmeno mettersi la zampa davanti alla bocca. Fu allora che la vide aggirarsi nella villa della propria padrona, era una nobildonna siamese di razza purissima. Gli occhi verdi di Kalòs scintillarono come due smeraldi e le pupille gli si dilatarono. In un attimo perdette la testa e si innamorò pazzamente, gli artigli si ritirarono, i cuscinetti delle zampe si fecero freddi, la coda si drizzò ed egli subito capì che un gatto da immondizia come lui, sia pure capo branco, non aveva speranze.
Quella era abituata ai più raffinati cibi per gatti del supermercato, aveva il pelo beige e marrone, gli occhi celesti ed era tutta diversa da lui. Non aveva davvero i mezzi per corteggiarla.
Dette un altro sguardo alle gatte  che, intanto, continuavano a fargli su e giù sotto tana: riprese a sbadigliare perché adesso gli piacevano ancor meno.
Timidamente osò volgere gli occhi verso la straordinaria fanciulla, che al momento stava usando una lisca di pesce come stuzzicadenti, e gli tremarono le zampe, tutte e quattro.
Dapprima tentò di dimenticarla, senza riuscirci per niente. Allora decise di fare una cosa assolutamente indegna di un capo branco come lui e venne a patti con il re dei topi.
Essi gli avrebbero portato i resti più squisiti dei ristoranti che stavano nei dintorni ed egli li avrebbe lasciati in pace.
Le tangenti furono tanto abbondanti che Kalòs aprì un’osteria per camionisti ed arricchì rapidamente. Si poté permettere di farsi decolorare tutta la pelliccia all’istituto di bellezza gattesca e fu trasformato in un finto siamese, ma aveva ancora gli occhi verdi. Due lentine del più puro celeste ovviarono all’inconveniente, si procurò un albero genealogico falso (e costosissimo) da tenere sempre in borsello, come fanno tutti i siamesi doc, e fu pronto per presentare la sua richiesta di matrimonio.
Intanto la professoressa Menichella e la sua amica piansero perché il gatto non era più tornato.
Le nozze furono sontuose, gli sposi erano entrambi pazzi l’uno dell’altra e passavano tutte le notti sui tetti a folleggiare. Subito lei restò incinta.
Quando nacquero quattro micini tutti neri, a lutto dalla testa ai piedi, la moglie sembrò impazzire dal dolore.
Appena Kalòs tornò a casa  ella lo accusò, miagolando forte, di averla
ingannata, egli cercò di negare, ma subito confessò: < Non volevo perderti. >
Le raccontò, in ginocchio, tutta la storia, intanto i quattro neonati poppavano avidamente come niente fosse.
< E così ho sposato un plebeo, un bugiardo raccolto da  una vecchia pazza nella spazzatura > urlava lei soffiando, < non ti accostare, sai, non mi toccare, non voglio più vederti. Portami il telefono. >
Egli obbedì prontamente, come del resto aveva sempre fatto per ogni suo desiderio, lei chiamò i carabinieri e lo fece arrestare. Lo portarono via in manette.
Gli fecero le foto segnaletiche e lo chiusero in cella insieme a delinquenti degni di lui.
In tutto quel traffico gli caddero le lentine, che andarono perdute, e si vide subito che gli occhi erano verdi.
< E così hai fatto finta di essere un siamese per cuccarti la nobildonna > miagolò il capoccia, un omone col cranio lucido e pelato, che tutti là dentro sembravano rispettare molto. < Di che colore sei al naturale? >
Per un attimo a Kalòs venne voglia di non rispondergli, ma poi ebbe paura di essere aggredito e confessò che era un gatto nero.
< Allora sei uno iettatore e porti sfortuna > gli rispose quello cercando comunque di attaccare briga, Kalòs non sapeva che fare né che dire, lo salvò il telegiornale, dove stavano raccontando la sua ignobile storia.
Il giorno dopo il secondino gli portò una lettera profumata al “Topo muschiato“, dentro c’era la foto di una gatta incantevole, bianca e nera, che l’aveva visto in televisione e si era innamorata di lui.
Col tempo il pelo di Kalòs tornò del colore naturale. Fece amicizia coi compagni di sventura e la gatta della lettera lo andò a trovare. Simpatizzarono. Quando infine egli uscì dopo avere scontato il debito con la società, la trovò ad aspettarlo in una piccola utilitaria, che si era comprata con i propri guadagni di avvocatessa alle prime armi. Sul sedile posteriore c’erano i suoi quattro bambini, che dormivano in un cesto: < Il tribunale ti ha assegnato i tuoi figli perché erano stati abbandonati dalla madre > disse la ragazza mettendo in moto. Kalòs inghiottì a vuoto, a disagio.
Adesso lei, bella com’era, non avrebbe più voluto un gatto nero con quattro figli neri, pensò.
< I piccoli sono deliziosi, educati, affettuosi > aggiunse la fanciulla sorridendo, < mi vuoi sposare? > gli chiese, < il tuo primo matrimonio è stato dichiarato nullo perché avevi mentito. >
Egli sentì una lacrima quasi umana che gli scivolava da un occhio, a destra o a sinistra, non sapeva.
< Sì, cara > rispose, < grazie, cara. >
Durante il viaggio di nozze fecero una visita alle due vecchie pazze, che li invitarono a pranzo insieme ai figli, e vissero sempre felici e contenti.
Perché spesso, a sapere guardare nella vita, tutto ricomincia proprio quando sembra che non ci sia più niente da fare.

Autoritratto di Mimma con Kalòs
            
                                                                     Domenica Luise
                        (Autoritratto ad olio su tela di Domenica Luise;
                                       fotografie di Domenica Luise e Maria Perrini)