Lo scemo del paese

Le ragazze l’avevano soprannominato Stenterello perché era magro, curvo, nanerottolo e figlio del becchino.
Aiutava il padre nel suo mestiere, e cos’altro avrebbe potuto fare? Componeva le ghirlande, trasportava i morti e li seppelliva. Sembrava impossibile che in quelle quattro ossa ci fosse tanta forza fisica. Era un ricciolino coi baffi gialli, la testa robusta, che sembrava appoggiata per caso sul corpo, le mani stranamente grassocce.
Il lavoro, si capisce, era sempre lo stesso. Quando usciva a farsi una passeggiata, perché gli piaceva guardare i monti, il cielo e il laghetto blu, i bambini l’inseguivano, sempre però a rispettosa distanza, gridando: <Lo scemo! Lo scemo>.
Lui sembrava che nemmeno se ne accorgesse e non gli facessero niente. Era proprio scemo, a furia di praticare coi morti.
La sera, nella sua stanza, l’abat jour restava acceso fino a tardi. D’estate la gente lo vedeva dalla finestra aperta: scriveva seduto a tavolino.
Certamente non erano lettere d’amore! D’inverno la luce filtrava dalle persiane. Qualcuno, con una scala, andò a curiosare.
Scriveva sempre. Mah! Anche nei giorni festivi, tanto per lui era uguale.
Perché così doveva essere.
Tutti lo compiangevano. In fondo era un bravo ragazzo educato, salutava sempre per primo.
E non sembrava affatto infelice.
Sorrideva continuamente, si sa, perché era scemo.
Nessuno, mai, l’aveva sentito lamentarsi di qualcosa, eppure le ragioni le avrebbe avute.
Con quel lavoro per buscarsi il pane, la casa scalcinata, il fratello e la sorella così diversi da lui, alti e ben fatti. Poveraccio. I genitori raccomandavano ai figli di non tirargli sassate, non aveva mai reagito, ma tutto era possibile, e con la forza che aveva quel mingherlino, se s’infuriava, magari poteva scaraventare qualche monello giù per le ubertose valli.
Quasi quasi le madri lo vedevano, nella fantasia, lanciare urla di belva ferita, che si scatena.
Ma il nanerottolo non fece nulla del genere, anzi si prese in pace qualche sassata, del resto erano pietruzze. Sembrava indifferente. Era scemo.
Una mattina che nevicava arrivò fin lassù un macchinone grigio argento con due gran signori dentro e una bella ragazza. Chiesero alla gente dove abitasse il poeta.
Avevano le telecamere e la bella ragazza sembrava impaziente.
<Qui non abita nessun poeta> affermarono tutti convinti.
Allora uno di quei signori mostrò un gran libro rilegato e sulla copertina c’erano una foto a colori del nanerottolo ed il suo nome e cognome, con un titolo strano, che scappò subito di mente a tutti.
Centinaia di migliaia di copie vendute, la prima edizione esaurita in un mese, la seconda edizione in quindici giorni, la terza in una settimana, la quarta in urgente ristampa, il caso letterario più imprevedibile, un poeta geniale, loro compaesano, e non ne sapevano niente?
<Chi>disse uno dei ragazzini che gli tiravano le pietre, <il figlio del becchino, quello dei morti?> .
<Ma è diventato ricco?> chiesero le madri delle ragazze da marito.
La sera videro l’intervista alla televisione. Non era poi tanto gobbo, dissero tutti. <Noi siamo dello stesso paese, lo conosciamo bene, siamo amici>  si vantarono.
Non era nemmeno un nanerottolo, a guardarlo bene. Molte ragazze ammisero di trovarlo interessante.
E, soprattutto, non era scemo.

Domenica Luise

 

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7 thoughts on “Lo scemo del paese

  1. Bel racconto sul pregiudizio, sulla limitatezza e l’ignoranza, superate dall’intelligenza e la sensibilità. Chi possiede ricchezza interiore è in grado di diffonderla ed in essa riesce a comprendere anche la miseria di chi gli sta intorno con benevolo distacco.
    Brava Mimma e grazie per aver allietato questa mia domenica.
    Un abbraccio con tutto il cuore
    Flavia

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  2. Il brutto anatroccolo? Il cigno nel pollaio? Leopardi becchino? E’ una piccola grande storia curatissima. chiesero le madri delle ragazze da marito…
    Guardi proprio dall’alto la miseria umana!
    Mi hai divertito
    ciao
    franca

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    • Difatti l’ho messa nel reparto delle favole giocose a causa dell’alta improbabilità concreta che un poeta venga riconosciuto tale. Ma non è questo che conta, secondo me. Più vivi e meglio ti rendi conto che su questa terra c’è così poco da essere nulla: così poco amore, così poca corrispondenza, così poca poesia.

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  3. Ho letto la tua “favola giocosa”, come tu la definisci, con piacere, come sempre. Hai uno stile personalissimo, così come lo sono i contenuti, apparentemente leggeri, in realtà profondi e sofferti. C’è un’intera umanità nei tuoi racconti, con le sue luci e le sue molte ombre, con l’altruismo di alcuni e l’egoismo di tanti. Mi piace il ritratto del protagonista, la sua distanza dalle meschinità, proiettato come è verso ciò che è alto e nobile.
    E alla fine, il premio, inatteso e meritato. Giustizia è stata fatta, speriamo che spesso avvenga così anche nella nostra superficiale realtà quotidiana.
    Grazie. Ciao!
    Piera

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    • Qualche volta, a qualcuno, un sogno si realizza anche su questa terra strana, madida di egoismo. C’è sempre una speranza, magari l’eccezione che conferma la regola. una generosità autentica o un volontario sincero. Un abbraccio tenero, cara Piera.

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